La linea storica del romanzo Hitler: Fest vs Kershaw

hitlercovermedia.jpgUno dei molteplici problemi che ci si deve assumere per scrivere un romanzo su Adolf Hitler, poetiche ed estetiche di rappresentazione a parte, consiste nella scelta di una linea storica da seguire. Si intenda per linea storica: la successione degli eventi, che dalle biografie emergono ambigui perfino nelle date, nelle grafie, nelle decisioni su cosa inserire nell’ovale luminoso e cosa lasciare in ombra. Il problema, per il narratore, coincide dunque con un problema ancora più profondo: che è quello di emendare l’invasiva interpretazione che gli storici hitlerologi hanno dato di Hitler, cercando la spiegazione, tentando di isolare elementi che potessero indicare il punto o la dinamica di trasformazione da un supposto Hitler edenico (spesso: il bambino, che sarebbe stato innocenza) allo Hitler che è pronto a sterminare un popolo. La scelta personale è caduta su un mix di testi biografici e di saggi specifici (tematici: per esempio Erich Schaake, ma non solo lui, sulle donne di Hitler; oppure teorici, come quelli di George Mosse o quello di Ian Kershaw sull’enigma del consenso, che per me non ha nulla di enigmatico). Sono il testimone diretto William L. Shirer (con l’aggiunta dei reportage in Qui Berlino) e il biografo Joachim Fest (con l’appendice de La disfatta) le scelte che ho compiuto – emendando ogni giudizio, tranne quello, per me già formulato e ritrovato in Fest, di Hitler come vivente una bolla vuota: la non-persona che ho tentato di rappresentare. Ho totalmente evitato, invece, l’interpretazione iperstoricistica, che a mio parere va a deflettere la colpa e l’estremalità ontologica di Hitler, data da Ian Kershaw, la cui monumentale biografia è virata secondo un preciso indirizzo, contestato dallo stesso Fest.
Di una simile cotestazione è testimonianza una fondamentale intervista che Fest rilasciò al Corriere della Sera in occasione dell’uscita della biografia di Kershaw e che qui di seguito riproduco: vi si leggerà come perfino i più rigorosi storici lanciano un appello (del tutto inascoltato) alla letteratura, poiché a questo li constringe l’estremalità di cui si diceva.

fest.jpgLo storico tedesco Joachim Fest parla della nuova biografia del Führer scritta dallo storico britannico Ian Kershaw.
“Ian Kershaw ha l’approccio di un sociologo-storico che trova le strutture della società e i rapporti di potere quasi più importanti delle persone, le quali vengono relegate in secondo piano. E trovo quanto meno sorprendente che applichi questo metodo a una biografia di Hitler. La figura del dittatore nazista rimane nella sua opera molto pallida, Hitler in quanto persona non viene fuori per nulla”.
Ma Kershaw dice che questo “dipende da Hitler”…
“No, dipende naturalmente da Kershaw, ma lui non lo ammetterebbe mai”.
kershawcover.jpgNessuno più di Joachim Fest ha le carte in regola per giudicare il lavoro dello studioso britannico, che nell’intervista pubblicata ieri dal nostro giornale ha anticipato i contenuti essenziali del secondo volume della biografia di Hitler, in uscita in questi giorni in Germania. Autore di quello che viene ancora oggi considerato il miglior ritratto psicologico e caratteriale del dittatore nazista, lo storico tedesco condivide molte delle conclusioni di Kershaw, ma critica con forza il taglio scientifico complessivo.
Professore, cosa pensa dell’affermazione di Kershaw, secondo cui, da un punto di vista clinico, Hitler non era malato di mente?
“E’ un problema di definizioni. Mi ricordo che all’Università, dove ho seguito anche corsi di psichiatria, alcuni docenti portavano in aula dei malati di mente in grado di argomentare con logica impressionante. Ma in quella logica non c’era nulla di umano. In questo senso, direi che Hitler era malato di mente, poiché non gli apparteneva nessuna considerazione umana, nessuna riflessione in qualche modo legata a ragioni morali. Nell’accezione tradizionale e più comune, però, non si può dire che fosse pazzo”.
Kershaw insiste molto sull’interazione tra Hitler e il popolo tedesco, che in lui avrebbe proiettato i propri desideri e le proprie aspettative. In altre parole, furono anche i tedeschi a creare il proprio Hitler?
“L’entusiasmo popolare giocò un ruolo. Ma bisogna tenere sempre presente che non fu entusiasmo genuino, quanto piuttosto sceneggiato e manipolato. Ci fu senza dubbio una storia tra Hitler e il popolo tedesco. Sebastian Haffner, forse esagerando, parla di una storia d’amore. Quanto meno fu una infatuazione. Non penso però che i tedeschi crearono il proprio Hitler, perché, ripeto, l’elemento della manipolazione a mio avviso fu più forte di quanto Kershaw dia impressione di ritenere”.
Chi era più vicino a Hitler, il ministro della Propaganda Goebbels, come sostiene Kershaw, o Albert Speer, l’architetto del regime, che lei ha personalmente conosciuto e del quale ha appena scritto la biografia?
“Hitler non ebbe mai un legame emotivo con Goebbels. Di più, dalla fine degli anni Trenta e fino al 1941, anche a causa delle sue molte amanti e della sua intenzione di divorziare, non fu affatto vicino a Hitler. Dai diari, per esempio, si apprende che Goebbels seppe dell’Operazione Barbarossa, l’attacco all’URSS, solo nella primavera del ’41, quando cioè centinaia di ufficiali erano già a parte della cosa. Goebbels fu sicuramente importante all’inizio, nella presa del potere, e poi di nuovo nella fase finale della guerra. Ma non ebbe mai con Hitler il rapporto emotivo che fu di Speer”.
Kershaw dice di aver trovato la chiave per capire il meccanismo di funzionamento del regime hitleriano nella frase “lavorare anticipando il Führer”, pronuciata una volta da un ministro prussiano. In pratica, molte decisioni venivano prese prevedendo che cosa avrebbe detto Hitler e conoscendo la sua preferenza per le soluzioni più radicali ed estreme…
“Due anni fa ebbi una lunga conversazione con Kershaw a proposito dei nostri rispettivi approcci. La sua tesi era che il mio libro sia scientificamente corretto ma troppo letterario, che il Terzo Reich sia in realtà molto più noioso di come io l’ho raccontato. Egli diceva invece di voler sempre rimanere ai documenti e alle fonti, senza concedere nulla alla letteratura. Mi sembra ora interessante constatare che la sua tesi, sintetizzata nella frase ‘lavorare anticipando il Führer’, è una tipica formulazione letteraria. La verità è che non esiste un lavoro di storia che non sia letterario. Kershaw sostiene che occorre lavorare solo sulle fonti affidabili, ma come disse una volta il grande storico tedesco del secolo scorso, Johannes Gustav Droysen, “il vero fatto non è nelle fonti” e se si vuole trovare la verità storica occorre usare le fonti, ma aggiungerci intuizione, fantasia, perspicacia. Ecco il lavoro dello storico. Ed ecco la contraddizione di Kershaw, il quale pretende di fare una cosa diversa ma anche lui fa letteratura“.

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