Nuove meditazioni kafkiane

Kafka, il 10 novembre 1917:

“Finora non ho scritto le cose decisive, fluisco ancora in due bracci fluviali. Il lavoro che mi aspetta è enorme.”

Dunque un lavoro che attende. E’ lì, aspetta che lo si faccia. Di qui: l’enorme fatica. Però: c’è da faticare davvero? Oppure solo si pensa di fare fatica? Ancora Kafka, quattro giorni prima:

“Netta incapacità.”

Il 9 dicembre 1919:

“Molto Eleseus. Ma dovunque io mi volga, mi viene incontro l’ondata nera”.

Eleseus è un personaggio di Hamsun, ma ovunque si volga Kafka, nonostante la letteratura, arriva un’antonomasia: l‘ondata nera. Il lavoro non è la letteratura, anche se produce come sintomo la letteratura. Prima c’è da uscire dallo stato del fluire in due bracci fluviali e ciò non è né letterario né esistenziale. Cos’è?
Il 19 ottobre 1921, forse, una risposta:

“Colui che da vivo non riesce a rendersi conto della vita usa una mano per allontanare un poco (e avviene in misura molto approssimativa) la disperazione causata dal proprio destino, ma con l’altra mano può registrare ciò che vede sotto le macerie, perché vede diversamente e più degli altri, dato che è morto in vita e, a rigore, un sopravvissuto. E qui si presuppone beninteso che per combattere la disperazione non usi entrambe le mani e più di ciò che ha.”

Continua a leggere “Nuove meditazioni kafkiane”