“Il codice” de i Camillas: il nuovo video

Su The Submarine, uno dei webmagazine più belli della nazione e sul quale mi piacerebbe scrivere intervenire e delirare, poiché è un luogo che permette profondità libere e libere uscite, appare il nuovo video dei Camillas, ovvero “Il codice”, brano incluso nell’ultimo lp “tennis d’amor”, in cui compare anche il sottoscritto in forma vocale e sonora, nell’incredibile brano “L’armata”, che si può ascoltare qui. Non abbiamo più codici, lo cantano ed enunciano loro, i Camillas stessi, ovvero una delle band più belle della nazione – sarà quindi non propriamente utile decodificare il video, come già ho fatto altrove con questo strepitoso pezzo (nel caso interessi, il mio peana si trova qui). Basti dire, comunque, ciò che ci consente il tempo in cui ancora non ci siamo innalzati e nemmeno gonfiati, stiamo iniziando ora, incertamente, come palloncini non del tutto pieni di elio, un poco sgonfi, ma non destinati a ricadere sul terreno metropolitano spoglio e sporco, poiché sono i primi conati di elevazione che stiamo vivendo. Il video è per me di una bellezza perturbante. C’è tutto. Una volta si sarebbe detto: “siamo oltre il postmoderno”. Quando ho notato, verso la fine del video, in una delle molte e inusuali finestre all’interno della cornice video, aprirsi una finestra ulteriore, che è una finestra da sistema operativo Windows, davvero, sono rimasto a bocca aperta. La bellezza perturbante, che negli ultimi anni mi aveva regalato il video di Gipi per “La cena” dei Massimo Volume, si è rinnovata nel suo disquassamento del sottoscritto, che si trova a scrivere un libro, avendo contatto con esperienze artistiche ulteriori, come questa dei Camillas. Una volta avrebbero detto “l’alto e il basso si contaminano”. Oppure avrebbero detto: “se la scrittura guarda a questo pop, siamo messi male”. Il tempo ha dato ragione a chi andava in cerca di semi di perturbante, aldilà del codice e del canone, mettendo nei testi quanto si può, a partire dalla propria storia, a partire da quanto i canoni lavorarono nell’interiorità in precedenza. In un’epoca che non è propriamente un’epoca, bensì un passaggio accelerato, e mentre non si sa se ci saranno ancora quelle che propriamente percepivamo come epoche, l’esperienza estetica è un’esperienza di verità: del rapporto tra noi stessi e noi stessi, tra noi stessi e il mondo, tra il mondo e un’alterità strana e sempre ulteriore. Sia lode a uomini di gloria e fama come i Camillas, che dell’indipendenza hanno fatto il libero gioco assoluto, l’attività più seria e teologica che l’umano abbia elaborato finora. “Finora” è tutto, è l’avverbio semifinale che è finale. E’ sempre per sempre: finora.

 

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Altri prodromi al libro atro

Il prossimo libro introdurrà una discontinuità assoluta, rispetto a ciò che ho fatto e pubblicato fino a questo momento. Così come ho faticato a spiegare perché, dopo i ‘thriller’, avevo lavorato a “Dies Irae”; e dopo quello, era uscito “Hitler”; e come mai avevo ‘rovinato’ “Assalto” – dovrò forse spiegare, a qualche lettore interessato o deluso, come mai sono approdato a una letteratura così particolare e priva di genere qualunque, che non risulterà però scrittura sperimentalista. Alcune ragioni sono state addotte qui: http://on.fb.me/1nTrMIq. Il libro sarà anche e soprattutto quella foto: precisamente quella foto. Poi sarà evidentemente anche inclusivo di questa cosa scritta per “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli: http://bit.ly/1mWYCI3. Poi sarà anche l’esplosione della cupa sillaba e della buia immagine in questa sequenza di 7 secondi: http://bit.ly/1qqUSEd. Infine sarà il racconto che concerne un protagonista simile e più antico di quello che appare nel video di Gipi per “La cena” dei Massimo Volume, al link qui sotto (il testo di Emidio Clementi è fondamentalmente una modalità linguistica che incontra quello a cui già pensavo quando apparve questo pezzo, che per me è un capolavoro). Sarà dunque inclassificabile, inclassificato, un “fantasy idiosincratico”, ovvero una nera fantasia personale di quadri e stacchi e vicende di un universo che incrocia il nostro forse, obliquamente – ottone, ottocento, primonovecento, laguna, mucillagine, palude, metallo, legno, cronicità. La prosa non sarà elettrica o di avanguardia. Tutti i legni saranno tarlati, tutti i vizi sepolti cupamente, la chiave sarà nascosta sotto la lingua e l’umano rimbomberà nella caverna.
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