Tommaso Pincio: “Hotel a zero stelle”

 

Una sintesi di materiali eterogenei, per celebrare il successo del libro di Tommaso Pincio, pubblicato da Contromano Laterza. L’intervista a Fahrenheit su RadioTre, l’incipit del libro, la recensione di Giampiero Cordisco su Polimeri.

A spiazzare qualunque discorso critico, a riprendere un’antica tradizione (i Salon baudelaireani rovesciati) e a trascinare in un contagio da febbre terzana e letteraria, è nuovamente uno scrittore – come da molto sta accadendo, poiché la mancanza più grave e canonica della critica contemporanea è l’amore per l’oggetto e il soggetto, l’assenza di una devozione che sia consustanziale all’atto critico. Tommaso Pincio in Hotel a zero stelle elabora nella lingua nuda (che è tutt’altro dalla lingua onesta e anche dalla lingua “bianca”) l’assenza di anticorpi alla malattia della letteratura e alla sua privata follia: la testimonianza del vagabondaggio estremo, all’interno e al tempo stesso all’esterno di sé, nella gratitudine e nell’odio e nell’invidia e nella sensazione di annullamento che provoca la vertigine letteraria e artistica. Una salita dantesca effettuata col nitore petrarchesco: l’inveramento della poesia nella prosa, un settimo grado nell’abbacinante assenza dei generi, per compresenza di tutti i generi in potenza, che ha in Pincio uno dei più alti interpreti italiani in questi anni.

 

RadioTre Fahrenheit intervista Tommaso Pincio

Loredana Lipperini intervista, a Fahrenheit, secondo la sua scansione profonda, l’autore di Hotel a zero stelle.

 

Da “Hotel a zero stelle”

di TOMMASO PINCIO | da Hotel a zero stelle

Tra i tanti alberghi che ho visitato, un angolo speciale del mio cuore se l’è conquistato un postaccio di Tel Aviv. Si trova in pieno centro, alle spalle di quel vialone serpeggiante e rumoroso chiamato Allenby che segna il confine sud della città. A due passi c’è Shenkin, strada molto alla moda, piena di locali pretenziosi, tra cui, un tempo, il Conceptual Bar, dove pagavi per non prendere nulla. Cioè, ordinavi, che so, un caffè, e ti arrivava una tazzina con tanto di piattino, cucchiaino 24 e zuccheriera. Il lato concettuale della faccenda, ovverosia il nulla, consisteva nel fatto che tazzina e zuccheriera erano vuote.
Il bar è andato fallito nel giro di un paio di mesi, da quel che ricordo, ma Shenkin è rimasta la strada migliore della città, ammesso che non si disdegni di stare in mezzo a giovani in posa conciati all’ultimo grido. È anche un buon posto per sapere tutto dell’India e di esperienze psichedeliche, perché vi vedi ciondolare transfughi appena rientrati da Goa con la testa ancora in orbita.
A sciamare tra la gioventù, stralunata o in ghingheri che sia, compaiono di tanto in tanto sperdute frotte di pinguini – come vengono chiamati qui gli ebrei ortodossi – coi loro pastrani neri, le camicie bianche, le basette arricciolate, le nappe che penzolano all’altezza dei fianchi; un contrasto niente male con le giovani soldatesse della Tzva HaHagana LeYisra’el che, mitra in spalla, il venerdì sera, all’inizio dello Shabbat, gironzolano per le boutique provando vestitini o costumi da bagno. Il mio postaccio si trovava vicino e ai margini di tutto questo, in una stradina laterale.
Da fuori l’impressione non era granché e l’interno era pure peggio. ad accogliere il perplesso avventore, l’unico dipendente dell’albergo, se albergo vogliamo chiamarlo. Costui era un uomo maturo, zoppo e guercio – non scherzo – con un’aria nel complesso per nulla rassicurante. Indossava soltanto un paio di pantaloni corti, se non vere e proprie mutande, ed era la persona più scortese che abbia mai incontrato. A parte ciò, lo si poteva considerare un brav’uomo, un greco entrato in Israele grazie alla Legge del Ritorno. I turisti capitavano nel suo albergo per via della Lonely Planet, che assicurava stanze a prezzi decisamente concorrenziali. Restavano però interdetti nell’imbattersi in un concierge con tutti gli attributi dell’omicida seriale. Prendevano tempo, si guardavano attorno, poi domandavano quante stelle avesse l’albergo. Lui, risoluto, scorbutico, minaccioso, si beava di rispondere sempre alla stessa maniera: «Here no star. If you want the stars go to the sky».
Doveva aver letto Dante senza saperlo, quell’uomo, perché al suono delle sue parole, senza pensarci due volte, la maggior parte dei turisti scappava via, fuori, a riveder le stelle. Io, che con quel genere di inferni ci vado a nozze, non mi sono fatto spaventare. Non funzionava niente là dentro. Le stanze erano dotate di un piccolo lavabo lercio e spaccato dal cui rubinetto usciva, tra mille rumori, un filo d’acqua rugginosa. Dire che le pareti erano scrostate non renderebbe l’idea, diciamo dunque che somigliavano a un’opera di Burri. Accendere il ventilatore, ammesso che si accendesse, era sconsigliabile: batuffoli neri si alzavano in volo vorticando come pipistrelli furiosi e rendevano l’aria irrespirabile.
La sera il concierge era solito godersi il fresco seduto in mutande in una piccola terrazza da dove era possibile contemplare un cielo pieno di quelle stelle che l’albergo era orgoglioso di negare ai suoi ospiti. Qualche volta mi intrattenevo con lui prima di uscire, prima di tuffarmi nella dolce vita di Shenkin. Mi raccontava storie della sua Grecia e di quando Israele era un paese tutto da costruire. A me veniva da pensare che ogni angolo di Tel Aviv dovesse essere un po’ come il suo albergo, a quei tempi. È qualche anno che non capito più in medio oriente, per cui non so se esista ancora. Dubito; posti tanto meravigliosi tendono a scomparire, è una legge di natura. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Ma non mi sorprenderebbe che non l’avesse affatto, un nome.
Del resto, importa forse qualcosa? Per me è sempre stato, e sempre resterà, l’hotel a zero stelle, ovvero il mio albergo ideale i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte. in questo albergo non poco scalcinato si può stare fin quando si desidera, perlomeno fintanto che non si è compreso quale tipo di sangue cavare dalla propria rapa.
L’ospite può starsene chiuso in camera, come in un sanatorio, leggendo o riflettendo sul proprio passato o su cosa intende fare del proprio futuro. Se ne ha voglia, può scendere dabbasso e scambiare quattro chiacchiere con il portiere tuttofare dell’albergo, che ha sempre qualcosa da dire, qualche lezione di vita da impartire. Inoltre, diversamente dai normali alberghi, l’ospite può esplorare l’edificio dal piano terra sino al tetto, dal quale è possibile ammirare un magnifico cielo stellato nelle serene notti di luna nuova. Può persino bussare alle stanze degli altri ospiti, i quali, essendo vagabondi dell’anima anch’essi, saranno più che felici di accoglierlo e scandagliare in sua compagnia il senso dell’esistere e le relative questioni, che sono poi la chiave per orientarsi nel mondo all’esterno, spesso assai meno inospitale di questo speciale albergo.
Solitamente, un buon albergo a zero stelle si compone di quattro piani perché così vuole il mito della conquista di sé, articolato, come noto, in quattro fasi. Alla maniera del viaggio dantesco lungo i regni ultramondani, il viandante in cerca di sé passa dallo smarrimento iniziale in una qualche selva oscura a tre fasi successive più o meno assimilabili a inferno, purgatorio e paradiso.
È una struttura che ricorre in moltissime storie e leggende, anche se ogni leggenda fa un po’ storia a sé, perché ognuno ha il suo modo personale di perdersi così come ha un proprio inferno, un proprio purgatorio, un proprio paradiso. C’è un primo piano, nel quale l’ospite è ancora spaesato e incerto su cosa fare. E un secondo piano dove lo smarrimento si popola di mostri. E un terzo piano in cui l’ospite cerca la forza di reagire e prende le misure di ciò che lo circonda. E un quarto piano in cui l’ospite raggiunge una forma di consapevolezza che gli consente l’accesso al tetto dal quale tornare a vedere un po’ di luce, quelle stelle che l’albergo non ha.

 

Su “Hotel a zero stelle”

di GIAMPIERO CORDISCO | da Polimeri

Il progetto di Hotel a zero stelle rientra perfettamente nell’idea geografico-letteraria di Contromano, e ne esaspera la prospettiva: se questa collana si fonda su un approccio ai luoghi (che siano luoghi squisitamente sociali-antropici o luoghi del sentire – o se il luogo-libro di volta in volta ricavato sia la risultanza di diverse prospettive bio-geo-letterarie – poco importa), il libro di Tommaso Pincio va a restringere il campo metaforico a un unico edificio, popolandolo delle proprie istanze di vita per mezzo di riferimenti letterari e artistici.
L’albergo, dunque, l’hotel a zero stelle in cui, memore di un passato mai effettivamente trascorso da nomade delle guest house asiatiche e degli ostelli privi di intimità e inutili comfort, Pincio va a costruire una personalissima cosmogonia, è stipato di personaggi che hanno segnato la sua formazione letteraria. Il libro è costruito sulla pianta di questo albergo ideale abitato da splendidi reclusi della vita, da “vagabondi dell’anima… che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte”. I piani dell’albergo sono quattro, modellati secondo la mappatura della Commedia dantesca. Ad ogni piano corrisponde un’urgenza di vita dell’uomo-Pincio: la consapevolezza della necessità della menzogna e dell’inevitabilità di una forma di impostura (la selva oscura del primo piano), il terrore del fallimento (l’inferno del secondo piano), l’illuminazione della consapevolezza nei rapporti fra essere ed esistente (purgatorio, terzo piano), la scoperta del Senso che soggiace all’effimero della Vita (paradiso, quarto piano). Il capitolo introduttivo e quello posto ad epilogo perfezionano la circolarità dell’impianto del libro, chiamando in causa l’autore che entra per vie fortuite nel linguaggio letterario dopo aver realizzato l’impossibilità di continuare il percorso pittorico – percorso a cui invece ritorna, con rinnovata coscienza, alla fine del libro, nella vita attuale.
Se questo fosse un romanzo, e se ci trovassimo in altre epoche, potremmo parlare di un magistrale esempio di bildungsroman, con l’ideale della formazione umana che fa da colonna portante all’intera struttura del libro-albergo. Ma questo non è un romanzo, non si tratta in nessun modo di fiction. Hotel a zero stelle è per me un esempio notevole di creative non-fiction: saggistica letteraria d’autore con riferimenti biografici degli scrittori di volta in volta narrati (non “analizzati”, ma “narrati”); e poi c’è la scrittura in sé, la forma che è la sostanza.
La prosa di Pincio è sbalorditiva. È un dettato all’apparenza semplicissimo, dotato di un nitore interno che sembra autoalimentarsi e che è l’espressione autentica del cosiddetto piacere di leggere. Ha una luce tutta sua, una densità perfetta nei rapporti fra pieno e vuoto, e ti mette davanti all’evidenza che fare della scrittura un’operazione di ingegno è un dono. Questo dono si chiama talento: la scrittura di Pincio (in questo Hotel e – sono sicurissimo – negli altri libri che non ho ancora letto) è il talento dell’autore che fa sembrare semplicissimo mettere le parole una dopo l’altra. Quando mi trovo davanti a questo modo di scrivere, mi viene da pensare a come possa essere possibile la progressione. Com’è che una frase dopo l’altra mi ritrovo davanti a una tale quantità di argomenti? Mi sembra strano (e mi sorprende in positivo) che da una forma all’apparenza così semplice possa generarsi un contenuto così stratificato e multiforme. È una forma di sospensione della credulità, ma applicata alla forma, alla prosa in sé, al progredire delle frasi, al lessico apparentemente ordinario, alla ricerca sonora dissimulata in semplicità e naturalezza. Mi trovo davanti a quel modo di scrivere che ti fa sfogliare le pagine per poi tornare indietro regolarmente, perché non riesci a capire esattamente dove, nel testo, siano dislocati i punti di fuga – in pratica, sei in balìa dell’autore, che ti porta a spasso a suo piacimento nei vari corridoi della sua opera. È così che parti da Melville e ti ritrovi a leggere di Warhol prima di arrivare a Caravaggio. Allo stesso modo leggi di Márquez e ti ritrovi in casa di Burroughs, ubriaco marcio, che ammazza la moglie giocando al Guglielmo Tell con una pistola carica. Il tutto senza soluzioni di continuità, sviscerando gli aneddoti biografici più nascosti dei tanti scrittori trattati (Wallace, Parise, Dick, Kerouak, Simenon, Pasolini) in relazione al vissuto umano e intellettuale dell’autore.
Da una scrittura così nitida traspare chiaramente la bontà della persona, e se così non fosse mi trovo davanti a un inganno che lascio perpetrare volentieri. Pincio mi appare un autore validissimo e una persona autentica, sincera: tutto Hotel è (anche) un grosso brano diaristico, in cui vengono elencati, senza paura di mostrarsi nudo al pubblico dei lettori, momenti di riflessione intima sul proprio operato ed episodi cupi della propria storia personale. È sempre grazie alla potenza della scrittura, al piacere indotto dalla lettura, che questo ur-diario non appare affatto pesante, né autoriferito o tra virgolette ombelicale.
La portata, e ho finito: in un momento migliore, in un Paese che sappia valorizzare il lavoro culturale, in un Paese quale questo non è più, un libro del genere verrebbe adottato nei corsi di scrittura creativa, nei corsi universitari di letterature comparate, verrebbe suggerito per le vacanze per i liceali prossimi alla maturità e indicato ovunque come lettura obbligatoria per chi si interessa di letteratura contemporanea. Ho finito.

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Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l’evoluzione del genere storico. E’ il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L’autrice dell’articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un’estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.
L’articolo integrale sul Corriere (in jpg)
Tendenze – Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l’estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI
Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c’è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un’inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l’autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l’autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L’ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l’esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l’eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula “non si estetizza un’emozione”. Oggi mi sembra che ci sia una sorta di “ideologia del documento”, per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell’impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell’800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell’invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel ’51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l’arte in genere. D’altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d’altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l’invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c’è un punto in cui l’invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c’è un’altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c’è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L’impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».