Agamben: “Del gesto”

agamben_gestodi GIORGIO AGAMBEN
[da La potenza del pensiero, Neri Pozza, 2005]

Kommerell, o del gesto
La critica ha tre livelli, esemplificabili, se si vuole, in tre sfere concentriche: quello filologico-ermeneutico, quello fisiognomico e quello gestuale. Il primo svolge l’interpretazione dell’opera, il secondo la situa (tanto negli ordini storici che in quelli naturali) secondo la legge della somiglianza, il terzo ne risolve l’intenzione in un gesto (o in una costellazione di gesti). Si può dire che ogni autentico critico trascorra attraverso tutti e tre questi ambiti, indugiando, secondo la propria indole, più o meno in ciascuno di essi. L’opera di Max Kommerell — certamente il più grande critico tedesco del Novecento dopo Benjamin e forse l’ultima grande personalità della Germania fra le due guerre che ci resti ancora da scoprire — s’inscrive quasi integralmente nel terzo ambito, dove più rari sono i talenti supremi (fra i critici del Novecento, oltre a Benjamin, solo Rivière, Fénéon e Contini vi si collocano a pieno titolo).

Che cos’è – nella prospettiva che qui ci interessa – un gesto? Basta scorrere il saggio su Kleist Il poeta e l’indicibile per misurare la centralità e la complessità del tema del gesto nel pensiero di Kommerell, e la decisione con cui egli riconduce ogni volta l’intenzione ultima dell’opera in questa sfera. Il gesto non è un elemento assolutamente non-linguistico, ma qualcosa che sta col linguaggio nel rapporto più intimo e, innanzitutto, una forza operante nella lingua stessa, più antica e originaria dell’espressione concettuale: gesto linguistico (Sprachgebärde) definisce Kommerell quello strato del linguaggio che non si esaurisce nella comunicazione e lo coglie, per così dire, nei suoi momenti solitari.

“Il senso di questi gesti non si compie nella comunicazione. Il gesto, per quanto cogente possa essere per l’altro, non esiste mai unicamente per lui; solo, anzi, in quanto esiste anche per se stesso, può essere tanto cogente per l’altro. Anche un volto che non ha testimoni ha la sua mimica; ed è problematico se a lasciare sulla sua superficie un’impronta più profonda siano i gesti coi quali esso s’intende con gli altri o quelli che gli sono imposti dalla solitudine o dal colloquio con se stesso. Spesso un volto sembra narrarci la storia dei suoi momenti solitari.”

In questo senso, Kommerell può scrivere che «la parola è il gesto originario [Urgebärde], dal quale derivano tutti i singoli gesti» e che il verso poetico è, nella sua essenza, gesto («Il linguaggio è, insieme, concettuale e mimico. Il primo elemento domina nella prosa, il secondo nel verso. Prosa è, innanzitutto, l’intendersi su un contenuto, il verso è, oltre a ciò e in modo più deciso, gesto espressivo»). Se questo è vero, se la parola è il gesto originario, allora ciò che è in questione nel gesto non è tanto un contenuto prelinguistico, quanto, per così dire, l’altra faccia del linguaggio, il mutismo insito nello stesso esser parlante dell’uomo, il suo dimorare, senza parole, nella lingua. E, quanto più l’uomo ha linguaggio, tanto più forte è, perciò, in lui il peso dell’indicibile, finché nel poeta, che è, fra i parlanti, colui che ha più parole, «l’accennare e il far segni si stremano e ne nasce qualcosa di corrosivo: la furia per la parola».

Nel saggio su Kleist, i tre gradi di questo essere, senza parole, nel linguaggio, sono l’enigma (Rätsel), in cui il parlante si rende incomprensibile quanto più cerca di esprimersi nelle parole (come avviene ai personaggi del dramma kleistiano); l’arcano (Geheimnis), che resta inespresso nell’enigma e che non è altro che l’essere stesso dell’uomo in quanto vive nella verità del linguaggio; il mistero (Mysterium), che è la pantomimica messa in scena dell’arcano. E, alla fine, il poeta appare come colui che «rimase senza parole nel parlare e morì per la verità del segno».

Proprio per questo — in quanto, cioè, esso non ha propriamente nulla da esprimere e nulla da dire oltre a ciò che è detto nel linguaggio, ma ha da esprimere lo stesso essere nel linguaggio — il gesto è sempre gesto di non raccapezzarsi nella parola, è sempre gag nel significato proprio del termine, che indica innanzitutto qualcosa che si mette in bocca per impedire la parola e, poi, l’improvvisazione dell’attore per sopperire a un’impossibilità di parlare. Ma vi è un gesto che s’insedia felicemente in questo vuoto di linguaggio e, senza proferirlo, ne fa la dimora più propria dell’uomo: qui lo smarrimento si fa danza e il gag mistero.

Audiovideo – Antonio Porta: LEI CHE TE LO CHIEDE, OCCHI CONTRO OCCHI

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“Quante volte ho provato una sensazione di profondo benessere nel condividere la preziosa formula heideggeriana del linguaggio come ‘casa dell’essere’. Il linguaggio della poesia poteva apparirmi in quei momenti come il più confortevole (non importa se faticoso nella preparazione) dei modi di abitare il linguaggio, dunque l’essere.
A volte mi sono provato a accorciare ancora di più le distanze e mi sono detto: l’essere è il linguaggio. Impraticabile scorciatoia… Ci ha pensato l’esperienza della vita a smentirmi clamorosamente, quando ho visto che l’essere sconvolgeva, furente, esseri umani, uomini o donne, forse più donne che uomini per le ragioni che sappiamo di emerginazione storica, senza che potessero trovare conforto nella parola (sussurri e grida, mugolii e lacrime, contorcimenti… ma non parole…).”
Antonio Porta da “Sentimento e forma, appunti” in Alfabeta n. 57, febbraio 1984, pag. 5

In omaggio ad Antonio Porta, nell’anno del ventennale della sua morte, verranno in questo sito riprodotti interventi, poesie, file audio e video. Quello che segue è mtuato dall’audio custodito sul sito di Lello Voce: Antonio Porta in “Bande sonore. Radio Music e Poesie” legge da L’aria della fine. Courtesy Ed. San Marco dei Giustiniani e Rosemary Liedl Porta. L’elaborazione ulteriore in audio e il video che utilizza materiali da Man Ray e filmati di Rete, è opera del sottoscritto.

Funzionamento di un simbolo

Un Maestro disse:

“Tutte le esperienze di piacere e dolore hanno origine nei pensieri dell’uomo. Un pensiero è come il seme di un albero che, a tempo debito, produce rami, foglie, fiori e frutti. Tutto ciò che vedete in un albero è scaturito da un piccolo seme; similmente, il pensiero dell’uomo, sebbene sia immateriale, contiene potenzialmente l’universo intero. L’atomo è il microcosmo dell’Universo. Forse avete notato l’enorme dimensione dell’albero banyan; eppure il suo seme è molto piccolo. Intrinsecamente, il seme e l’albero sono uno”.

Cristo disse (Marco 4,30-32; Luca 13,18-19; Matteo 13,31-32; e il qui riportato Vangelo di Tommaso, 20):

“I discepoli dissero a Gesù, “Raccontaci com’è il Regno dei Cieli”. Egli disse loro ‘È come un granello di senape, il più piccolo dei semi, ma quando cade su terreno preparato, genera una pianta grande e diventa riparo per gli uccelli del cielo'”.

Sul simbolo: il medesimo significa due verità apparentemente opposte – il banjano è il mondo a partire dalla sua genesi in forma di seminale; il grano di senape è il sorgivo del Regno dei Cieli, cioè ciò da cui scaturisce il mondo successivamente. Lo stesso albero ha radici in terra e radici in cielo. Il simbolo irradia: mondo e Regno dei Cieli hanno la medesima struttura dinamica di sviluppo. Salire o scendere (parole che sono simboliche) predispongono a un medesimo itinerario. A un livello di comprensione inferiore: macrocosmo e microcosmo sono strutturati analogicamente allo stesso modo.
Qui il simbolo raggiunge la sua massima espressione in quanto entità pensativa e linguistica: è un’allusione. A cosa? A ciò che è e che non si può descrivere.
Limitazione del pensiero, del nome e della forma – l’allusione, come più alta forma di retorica, allude a questa fine che è l’inizio di una comprensione più profonda, che viene prima e durante e dopo il linguaggio ma non gli appartiene, piuttosto è il linguaggio che le appartiene.
Ultimativo importo delle due parabole: l’essere non è lo stato definitivo. Bisogna leggere con sguardo acuto per comprendere ciò. Avviene che, essendo qualificato, l’essere è uno stato metafisicamente transitorio, anche se fuori dal tempo. Ci sono fasi anche fuori dal tempo: fasi non temporali. Di qui fu elaborata la nozione occidentale metafisica di “eone”, che è un’altra allusione.