Wu Ming a dieci anni da “Q”: mai dire mai…

[Si celebra quest’anno il decennale di un romanzo importante, che ha segnato e sta segnando – in armonia con altre creazioni letterarie apparse in questi ultimi due lustri – il farsi della narrativa contemporanea italiana, in tutti i suoi aspetti, proponendo il gesto stesso della proposta di poetiche. Sto parlando di Q, del collettivo Luther Blisset, reincarnatosi, dopo storico seppuku, Wu Ming. E’ giunto alla sua decima serie anche Giap!, e-zine del collettivo bolognese – oggi ne viene distribuito il primo numero nel nuovo formato e basta un’occhiata qui per rendersi conto di cosa significa una militanza culturale, politica e poetica che da un decennio dura in Rete. Tutto ciò, per annunciare una sorpresa, anticipata dall’editoriale di Wu Ming, di cui qui sotto riprendo il brano iniziale, rimandando tutti gli interessati al numero di Giap! in questione e invitando a iscriversi alla newsletter di Wu Ming Foundation. Buon compleanno, bardi! gg]

mai_dire_mai_wu_mingGiap #1, Xa serie
SUL LUOGO DEL DELITTO

maggio 2 0 0 9 , seconda settimana

Nel ricordo di Gianni Baget Bozzo, commossi.

EDITORIALE: MAI DIRE MAI

Never again.
“Mai più”. Furono queste le parole di Sean Connery dopo l’ultimo ciak di Una cascata di diamanti (1971), sesto film della saga di 007. Aveva quarant’anni, una calvizie incipiente, e intendeva allargare gli orizzonti della sua carriera artistica, sbarazzandosi di James Bond, ormai divenuto un ingombrante alter ego.
Evidentemente, però, non è così facile lasciarsi alle spalle le origini, o meglio, è difficile resistere alla tentazione di tornare a farci i conti, di guardare se stessi in prospettiva.
Così, dodici anni dopo, nel 1983, Connery rivestì i panni dell’agente segreto per antonomasia. Aveva 53 anni e gli si presentava l’occasione di reinterpretare il suo personaggio di culto in una versione attempata ma ancora piacente, e di farlo attraverso un remake di 007: Operazione Thunderball. Il ritorno era quindi doppio: Connery era di nuovo Bond, protagonista di una storia che lo aveva già visto interprete del personaggio. E’ facile capire perché, con ironia, i produttori e il regista decisero di intitolare il film Never Say Never Again.
La trama prende le mosse proprio dalla necessità di rimettere in forma 007. Secondo alcuni quadri del servizio segreto, infatti, Bond è ormai troppo vecchio per continuare a fare l’agente operativo. Ovviamente, l’intero film non è che la confutazione dell’assunto iniziale e l’allegoria che se ne ricava è quella del superamento della crisi di mezz’età.
Ora, forse qualcuno di voi avrà già visto pagine come questa, o questa, o anche questa. Qualcun altro si sarà accorto che nell’ultimo anno abbiamo disseminato la nostra comunicazione di piccoli indizi.
E’ giunto il momento di dirlo chiaro e tondo: ebbene sì, stiamo scrivendo un romanzo che si svolge nel continuum temporale e storico di Q. Lo abbiamo quasi terminato. Uscirà in autunno… [Continua a leggere]

Incipit provvisorio de LE TESTE

Pubblico l’incipit provvisorio de Le teste, il libro che, secondo l’ultima comunicazione ufficiale che ho ricevuto, dovrebbe uscire presso Mondadori il prossimo settembre.

L’idea fatale: giaceva in una pozza di sangue, sotto i monconi rossi della macchina decapitatrice. Da allora, ogni volta che veniva il giorno in cui il grido di una condanna a morte risuonava per Parigi, ogni volta che lo scrittore sentiva passare sotto le sue finestre gli strilloni arrochiti che aizzavano gli spettatori verso la piazza della decapitazione, la dolorosa idea gli tornava, si appropriava di lui, gli riempiva la testa di guardie, di carnefici e di folla, gli dettagliava ora per ora le ultime sofferenze dello sventurato agonizzante – adesso lo confessano, adesso gli tagliano i capelli, adesso gli legano le mani – intimandogli, povero scrittore, di dire tutto alla società che pensa ai propri affari mentre si compie quel fatto mostruoso: lo sollecitava, lo spingeva, lo scuoteva, gli strappava i versi dalla testa, glieli uccideva dentro ancora in bozzolo, gli impediva qualsiasi lavoro, si metteva d’ostacolo a tutto, l’investiva, l’ossessionava, l’assediava. Un supplizio che durava come quello del miserabile che veniva torturato. Soltanto dopo il funesto grido ‘Ponens Caput Expiravit’, lo scrittore poteva respirare e ritrovare una qualche libertà di spirito.

Victor Hugo, “L’ultimo giorno di un condannato”

Questa è una guerra: piccola, interiore.
La grande guerra è interiore, la piccola guerra è esteriore.
L’edificio è svuotato, è corroso, è abbattuto. La necrosi avanza. Schieramenti di folle disumane senza colore assaltano, distruggono. Si mangiano tra loro. Boati immensi, smottamenti. Sono come bacilli impazziti, si vedono gruppi, colonie intere dissociarsi e riunirsi, esodi impensabili, folle che puntano al nervo che pulsa. Vogliono nutrirsi della vita altrui.
E’ guerra e pestilenza e sta accadendo ora, qui. Come miriadi, come eserciti impazziti, falangi danno l’assalto al palazzo bianco, lo devastano, lo riducono a polvere morta e nera. L’edificio immenso è cariato. Sta per crollare.
Il dolore è altissimo.
All’improvviso ondate di liquido acqueo scompaginano i campi. E’ un’inondazione. E’ un’onda anomala, le sue dimensioni sconcertano.
L’esercito degli assedianti, stolido, riprende l’opera di demolizione. Sono esseri spietati, agiscono meccanicamente. Non sentono nulla. Attaccano, intaccano. Il loro verbo è attaccare, è sopravvivere.
Ancora un’inondazione. Sono sbaragliati. Nuotano nel liquido vitreo, si attaccano l’un l’altro.
Sembrano anguille, sono mostri.
Sono batteri.
L’infezione è altissima.
E di colpo tutto è rosso.
E’ la tracimazione del sangue, del liquido primario. Tracima ovunque, invade i canali, i nervi fibrillano. E’ una cosmogonia, questa; o la sua fine.
L’universo implode.
Il sangue collassa ovunque, fuoriesce.
Lo sguardo fuoriesce e si allontana: fuori dal dente cariato e invaso dal sangue. Era la guerra batteriologica, questa. Stavano demolendo il dente bianco, lo cariavano, le pareti erose diventavano polvere nera, un puzzo chimico di decomposizione era il fumo, il fumo batterico che lede i nervi e li uccide. Le larve sono state travolte dal sangue ovunque. Adesso tutto è invaso dal sangue.
Da dove viene?
[…]

Inedito: “L’armonia delle sfere celesti e della rossa terra finale”

di Giuseppe Genna

L’orizzonte rosso sahariano è interrotto da guglie sedimentarie, polvere di criosoto che si innalza a folate al vento, sotto il cielo azzurro, investito il territorio dal sole molto pallido, molto piccolo, la metà del disco a cui sono abituati gli umani e non esiste nessuno. Scisti di argille pressate immobili in ordine sparso, moltissimi. Perclorati sotto uno strato della consistenza di plastilina, sotto sabbia granulare rossa, uno strato sommosso da forti perturbazioni, spesso a carattere turbinoso. Nella regione di Juventae Chasma, addirittura anomalie geologiche per forma e regolarità – una miniera rettangolare, perfettamente rettangolare. Nature cristalline in subsidenza. Ematite ovunque. Sferule minime, grazie alla presenza intensa di anidride carbonica. Regulite, erosione selettiva. Nessuna nuvola. Fa freddo, sono 63° Celsius sotto lo zero. Venti a velocità non eclatante, qui.
La piatta distesa dei nostri film western su una distesa ad albedo 0.6.
Il giorno siderale dura 24,6229 ore umane. Dov’è il remoto pandemonio del sole, qui?
E’ una piatta depressione soltanto parzialmente irregolare, lontana molto da Vastitas Borealis, nella regione chiamata per convenzione Amazonis Planitia, appiattita da un’era di indeterminata periglacialità, interrotta da coni vulcanici e fumaroli spenti.
Andando a sud.
Accade che da una distanza di 78 millioni di chilometri un nome è stato lanciato, dalla specie, un proiettile nemmeno fatto di suono, ma di puro pensiero, ha investito un pianeta intero e lo ha scolpito per una forma di coscienza che si è offuscata nella sua acredine linguistica, e la sfera planetaria naturalmente priva di nome, come ogni cosa per natura è priva di nome, è stata ferita e inglobata dal blocco d’ambra vibratile del nome Marte. Gli umani hanno classificato col fonema, poi hanno investito il territorio tutto del pianeta alieno di una fitta pioggia nominale, ogni regione, monte, vulcano, cratere, polo, nomi su nomi attingendo dal passato della propria specie, in una lingua arcana morta e obliata, che evoca il buio da cui si proviene e il buio in cui ci si avventurerà: Thaumasia Felix, Solis Lacus, Cydonia, Chrise Planitia, Olympus Mons, Albor Tholus, Alba Patera, Meridiani Planum.
Andando a Sud, oltre Amazonis Planitia.
Il tempo è fuoco. Fuoco incolore, esso non ha nome. Il tempo carbonizza. Accelerate l’immagine di un processo di fioritura e vedrete il fuoco corrompere e disfare l’organismo, incarbonirlo e cancellarne ogni traccia. Il tempo incendia ogni specie. Incolore, è destinato a bruciare anche la mente, qualunque idea, nella pirosi universale. Resterà soltanto fuoco, che sente di essere, la mente scordata per sempre, l’esperienza, la specie, lo spettro percettivo e arbitrario, delirante, dei colori dal soprannominato ultravioletto all’ultrarosso codificato, una porzione ridicola dello spettro indefinito dei colori. Esistono colori che gli umani nemmeno immaginano. Si sfonda la porta del trasparente, di cui parlano ma che non possono vedere, si entra in un regno di colori che nulla hanno a che fare con le rifrazioni a cui la specie è abituata.
La loro mente solidifica, non percepisce l’incendio del tempo. Cristallizza e divide. Percepisce una bassa intensità di combustione, un arco accettabile in cui l’incendio consuma quanto di pesante concepiscono come realtà – ne sono soddisfatti, basta loro per fare alcune esperienze e pronunciare molti nomi, farsi attraversare da idee che non sono di loro, miscomprendere tutto. La mente umana ha suddiviso il tempo, utilizzando rotazioni nello spazio.
Si osservi attentamente, nello spazio mentale proprio, la traiettoria del proiettile-nome, fatto di vibrazione: attraversa lo spazio, forando l’atmosfera, percorrendo lo spazio cosmico, colpendo una seconda e aliena atmosfera, contagiando la sfera rossoidale del pianeta che viene detto Marte. Alla velocità dello sguardo, alla velocità della luce? No, più veloce ancora, nell’istantaneità del pensiero. Ecco, è colpito, è compiuto, è “Marte”.