Sarvasaropanisad: Il Quarto Stato

Si ha lo stato di veglia quando il Sé percepisce gli oggetti sensibili grossolani quali il suono e simili tramite i suoi quattordici organi a partire dalla mente, che hanno il sole come divinità di sostegno. Quando poi il Sé, insieme ai quattro organi che costituiscono l’apparato mentale, accompagnati dalle impressioni subconsce ad essi relative, percepisce oggetti sensibili quali il suono anche in assenza della loro presenza fisica, si ha lo stato di sogno. Quando, in grazia dell’assenza di funzionamento dei quattordici organi (ossia i quattro mentali più i cinque sensi percettivi e i cinque sensi d’azione) e del conseguente venir meno di una coscienza specifica, non si percepiscono più in alcun modo oggetti sensoriali quali il suono, e simili, allora si ha lo stato di sonno profondo. Ma quella unica ed ininterrotta consapevolezza che funge da testimone tanto alla presenza quanto all’assenza dei tre stati precedenti, di per sé scevra di tale presenza o assenza, è ciò che vien detto il Quarto Stato.

[dalla Sarvasaropanisad]

Walser: Lo scrittore e la ragazza

«Uno scrittore avanti con gli anni sedeva una sera in società. Intorno a lui c’erano persone di vario genere che parlavano animatamente. Lui non sentiva e non vedeva nulla, era come assente. Gli si avvicinò una ragazza. Lui non la guardò, ma lei non si fece intimorire. Se avesse voluto ricevere gentilezze, le avrebbe cercate altrove. Fu toccata dal fatto che lui se ne stesse seduto lì, quasi irraggiungibile, senza dire una parola. Si sentì quasi tanto più spinta a parlare, e disse: “Io ti conosco, e a vederti seduto così, senza il benché minimo entusiasmo, mi verrebbe da considerarti una persona indurita e indifferente. Felicità e infelicità ti interessano ormai ben poco. Cosa volevo dirti? Ah sì, pensa un po’: io ho letto tutti i tuoi libri, che sono così magnifici, così quieti, così autentici e sinceri e piacevoli, che risuonano come bei canti, e nel cui linguaggio scorre come una corrente che incarna la forza e la leggiadria. Mi osservi in maniera perfino un po’ troppo sorpresa. Ti sorprende la mia serietà? Sono capace anche di ridere e raccontar stupidaggini, se la situazione lo richiede e se ne ho voglia.
Se ci fosse un altro seduto al tuo posto, non vi vedrei nulla di particolare, vedrei in te un barbuto brontolone e non ti prenderei affatto in considerazione, perché di giovani divertenti ce n’è a sufficienza. Ma nessuno di loro ha scritto racconti così belli. È questo che mi commuove e quasi mi colpisce come un fulmine. È il pensiero che tu non sei giovane, e che certo tra breve dovrai morire, e tuttavia hai creato qualcosa di sempreverde che esisterà anche quando tu non ci sarai più, che non invecchia, anche se tu sei vecchio, che rimane giovane anche se tu non sei più giovane.
Vedi, io appartengo alla vita e amo la spensieratezza del presente. Ma non sono anche i tuoi libri un presente? Le persone e i paesaggi, i dialoghi e gli avvenimenti, i sentimenti e la quiete della natura, le azioni vivaci e vigorose: tutto ciò che hai descritto è strettamente compatto, non può separarsi, costituisce un mondo a sé, con una propria vita. Si profila impercettibilmente e poi si sviluppa, ha forma e colore, occhi e labbra, ed è vasto e quieto e grande. Quando ho cominciato a leggere non sono più riuscita a smettere, ho continuato a leggere fino a quando non ho vissuto io stessa tutte le significative vicende che racconti. Come mi ha rinvigorito la conoscenza dei personaggi creati dalla tua fantasia. La vita è diversa da come tu la racconti, ed è giusto che sia così. Talvolta mi sembravi quasi fin troppo gradevole, e mi veniva quasi da essere impaziente. Ma se mi sforzavo di seguirti e di accettare il tuo modo di essere quieto con i quieti e prudente con i prudenti, allora mi piacevi davvero, e io stessa mi piacevo più che mai. Forse queste mie parole ti annoiano. Ma io mi sono augurata che tu potessi continuare a vivere e sentire, e che venissi immediatamente baciato dalla fama”.
Lo scrittore non rispose nulla. Teneva lo sguardo fisso a terra e nel mondo della propria vecchiaia, mentre la ragazza guardava per così dire al di là di lui nella rosea vivacità della giovinezza. Lei pensò: “Che tristezza. Questo celebre scrittore ha un aspetto che non entusiasma, così che si guarda solo alla sua opera, alla quale lui ha sacrificato la propria vita”.
Si allontanò in fretta. Nei suoi begli occhi chiari c’erano quasi delle lacrime.
Non ci volle molto perché venisse presa nel divertimento e abbandonasse la tristezza».
[1919]
Robert Walser – da Aus dem Bliestiftgebiet – Traduzione di Mattia Mantovani
[dallo speciale “Per Walser” su Zibaldoni]

Tolstoj, da La confessione

Allora soltanto mi chiedo quel che prima non mi veniva neppure in testa: io mi chiedo: dove e su che cosa sono sdraiato? Comincio a guardarmi intorno e innanzitutto guardo in basso là dove penzola il mio corpo e dove sento che sto per cadere. Guardo in basso e non credo ai miei occhi. Mi trovo ad un’altezza che non è neppure paragonabile a quella di una torre altissima o di una montagna, mi trovo ad una altezza tale, che mai avrei saputo immaginare.
Non riesco a capire se vedo o no qualcosa là in fondo, in quel precipizio senza fondo sul quale sono sospeso e che mi attrae. Il cuore mi si stringe e sono atterrito. Guardare là è terribile. Sento che se guarderò là, scivolerò dalle ultime cinghie e perirò. Io non guardo, ma non guardare è ancora peggio, perché allora penso a quel che mi accadrà quando sarò scivolato via dall’ultima cinghia. E penso che per il terrore sto perdendo l’ultimo sostegno e lentamente scivolo sul dorso sempre più in basso. Ancora un istante e mi staccherò. E allora mi viene da pensare: non è possibile che questo sia vero. È un sogno. Svègliati. Tento di svegliarmi, ma non ci riesco. Che fare? che fare? mi domando, e guardo verso l’alto. Anche là in alto c’è un altro abisso. Io guardo in quell’abisso del cielo e mi sforzo di dimenticare l’abisso che è in basso ed effettivamente ci riesco. L’infinito in basso mi respinge e mi atterrisce. L’infinito in alto mi attrae e mi dà forza. Io sto sospeso sopra l’abisso, sulle ultime cinghie che non mi sono ancora scivolate via. So di stare sospeso, ma guardo soltanto in alto e il mio terrore sparisce. Come accade in sogno una voce dice: “Stai attento, è questo!” e io guardo sempre più lontano in alto nell’infinito e sento che mi sto calmando, ricordo tutto ciò che è accaduto, e ripenso a come è accaduto: come ho messo i piedi, come sono rimasto penzoloni, come mi sono atterrito e come mi sono salvato dal terrore guardando in alto. E mi vado chiedendo: be’, e ora? non sono forse ugualmente penzoloni? E io non tanto mi guardo attorno, quanto, con tutto il mio corpo, sento il punto di appoggio sul quale mi reggo e vedo che non penzolo più e che non cado, ma mi reggo saldamente. Mi chiedo come mi reggo, mi palpo, mi guardo intorno e vedo che sotto di me, proprio a metà del mio corpo, c’è una sola cinghia e che quando guardo in alto poggio su di essa nell’equilibrio più stabile e mi accorgo che anche prima essa sola mi reggeva. Ed ecco che, come accade in sogno, questo meccanismo, per mezzo del quale mi reggo, mi appare molto naturale, comprensibile e sicuro, nonostante che in realtà tale meccanismo non abbia nessun senso. In sogno io persino mi meraviglio di non averlo capito prima. Vien fuori che vicino alla mia testa c’è un palo e la solidità di questo palo non dà adito ad alcun dubbio, nonostante che questo palo sottile non abbia nulla su cui poggiare. E poi dal palo in modo molto ingegnoso e insieme semplice si diparte una corda e se te ne stai su questa corda con il centro del corpo e guardi in alto, non c’è nessun pericolo di cadere. Tutto questo mi era chiaro ed io ero contento e tranquillo. Ed era come se qualcuno mi dicesse: Attento, non dimenticare. E mi svegliai.
Lev Nikolaevič Tolstoj, La confessione, SE

Houellebecq, da La ricerca della felicità

“Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno
di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi,
uno scrupoloso dispensatore della parola di verità”

Seconda lettera a Timoteo, 2, 15

Non potete amare la verità e il mondo. Ma avete già scelto. Il problema consiste adesso nel mantenere tale scelta. Vi invito a non scoraggiarvi. Non che abbiate qualcosa in cui sperare. Anzi, sappiate che sarete molto soli. La maggior parte delle persone scende a patti con la vita oppure muore. Siete dei suicidi vivi.
A mano a mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta. L’edificio è splendido, ma deserto. Camminate in sale vuote, che vi rimandano l’eco dei vostri passi. L’atmosfera è limpida e invariabile; gli oggetti sembrano pietrificati. Talvolta vi mettete a piangere, tanto la nitidezza della visione è crudele. Vi piacerebbe ritornare indietro, nelle nebbie dell’ignoranza; ma in fondo sapete già che è troppo tardi.
Continuate. Non abbiate paura. Il peggio è già passato. Certo la vita vi strazierà ancora; ma, dal canto vostro, non avete più tanto a che fare con essa. Ricordatevene: fondamentalmente, siete già morti. Adesso siete faccia a faccia con l’eternità.
Michel Houellebecq, da Bussare dove conta, in La ricerca della felicità, Bompiani

Plotino, dalle Enneadi

Suvvia, entri dentro chi ha cuore e segua le sue orme nei penetrali; non senza però, aver lasciato fuori le visioni dei suoi occhi mortali e guardarsi bene dal volgersi indietro a quei corpi un tempo splendenti.
Plotino, Enneadi I,6,VIII, Mondadori
COME NON INTERPRETARE PLOTINO: L’ERRORE DI GADAMER
Riporto un passo ermeneutico del filosofo Hans Georg Gadamer. Risiedono qui tutti gli errori di cui la filosofia moderna occidentale è preda nell’affrontare la metafisica pratica del Non-Dualismo:
«Di fatto, le trattazioni di Plotino non erano lezioni in senso stretto, ma “esposizioni”. Vorrei aggiungere che anche le nostre lezioni dovrebbero essere “esposizioni”, nel senso letterale del termine: dovrebbero “esporre” qualcosa davanti all’ascoltatore, ed “esporre” lui stesso allo sforzo di vedere. È tutt’altra cosa rispetto alla lectio.
In quello scritto, Plotino ha anche parlato dei tre “stadi”: la natura, l’anima e lo spirito. Non si tratta però di un sistema filosofico. Lo è diventato soltanto in seguito, in parte già con Proclo, e poi, seguendo il destino della filosofia, nell’età moderna. Si tratta, in realtà, di un cammino ascensionale di apertura, che si risolve nell’Uno. Quando la natura si apre, vediamo effettivamente realizzarsi qualcosa che è stato lungamente atteso. Chi conosce il Meridione e ha presente i primi temporali autunnali, quando all’improvviso tutto rinverdisce; chi ha fatto analoghe esperienze di ciò che la natura può offrire, ben comprende che cosa sia quella natura creatrice, che, aprendosi, si specchia in se stessa. In questi casi parliamo di “contemplazione”, ma bisogna intendere bene l’uso di questo termine: non è un semplice contemplare, nel senso di “stare a guardare”, o “dirigere lo sguardo verso qualcosa”. No! Non è così che si specchia la natura; è piuttosto come se i fiori o i frutti fossero interamente assorbiti proprio nella cornice di ciò che sono.… Ovviamente la natura possiede, in questo senso, una incredibile presenza; e ciò mi induce a ricorrere, ancora una volta, a un termine tedesco. Plotino fa uso infatti di immagini, spesso anche molto eloquenti, e una delle sue similitudini più belle è quella della sorgente. Che cos’è, in realtà, una sorgente, una fonte? È acqua che sgorga in continuazione e che alla fine riempie tutti i fiumi e i mari, senza mai venir meno. Questo è il grande mistero: è “dappertutto”. Ho prestato particolare attenzione, meditando su Plotino, al significato della parola tedesca “überall”, “dappertutto”. “Über” (sopra), “all” (tutto); che vuol dire? Più di tutto? Meno di tutto? Al di sopra di tutto? Ciò che è sommo? Oppure ciò che, essendo “sopra tutto”, è anche dappertutto? Ecco il senso della metafora della sorgente: l’acqua – che è dovunque – è l’acqua della fonte. L’espressione tecnica, creata nella traduzione latina per rendere questa idea, è “emanazione”; Plotino viene chiamato “il filosofo dell’emanazione”, poiché l’intero teatro del mondo, che egli “espone” – appunto – davanti agli occhi dello spettatore, questo scaturire di tutte le cose da un’unica sorgente, si spiega proprio così; e infine, dalla molteplicità di tutto ciò che accade, esso ci riunifica, ci assorbe interamente in ciò che “è”. Così si realizza il secondo stadio, dalla natura all’anima.
L’anima non dev’essere intesa come la nostra chiusa interiorità, a suggerire già un concetto cristiano di anima: è pur sempre la nozione greca di anima, cioè la fonte della vita, presente in ogni essere vivente. Anche questa è una sorgente.
[…] Rivolgendo lo sguardo al pensiero di Plotino, vi si scorge comunque qualcosa di quella nascente concezione dell’aldilà di cui il cristianesimo ha fatto dono, con la sua promessa e il suo messaggio, al mondo antico ormai avviato verso il tramonto. Qualcosa di questa atmosfera escatologica appare qui in veste davvero peculiare, non già nella forma del culto, bensì come concentrazione dell’anima e forza spirituale del pensiero. È assente, però, la pretesa che queste realtà umane riescano, da sole, a risolvere il mistero della nostra esistenza, della morte e dell’aldilà. Una tale tendenza era invece diffusa in molti esponenti della filosofia di quel tempo: a proposito di questi fenomeni del mondo tardo-antico si parla della cosiddetta “gnosi”. C’era uno gnosticismo ebraico, come oggi sappiamo, c’era una gnosi greca e una gnosi cristiana. Si tratta di correnti e dottrine che pretendevano di rendere accessibili i misteri religiosi grazie alla forza del pensiero e del concetto. Questo è il grande pericolo in cui si muove sempre la filosofia. Nemmeno Hegel si è salvato da questo genere di critica: è stato detto, infatti, che il suo superamento del mondo della rappresentazione (quello cioè della sfera religiosa) per raggiungere il concetto e il sapere assoluto, altro non è che una gnosi. Ritengo che, nel caso di Hegel, questo giudizio non sia del tutto corretto: egli non ha affermato che la forma del concetto sia separabile dall’altra forma, quella della rappresentazione, affidata al cristianesimo dalla Rivelazione divina. Lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto a Plotino, ravvisando in lui una via della ricerca, che ci condurrebbe infine alla contemplazione dell’Uno. Ma non è affatto così: noi non potremo mai disporre di quest’Uno a nostro piacimento; lo stesso Plotino è riuscito solo due volte, nella sua vita, come racconta, a raggiungere in quest’attimo di pienezza la dimenticanza di sé. Poi, però, comincia una nuova separazione da se stessi: la conoscenza. Io sono qui, distinto dagli altri; la natura è altro da me, e l’intero cammino riprende così da capo. Pertanto, l’ascesa dell’anima non è l’iniziazione a un mistero, bensì un’esperienza che ciascuno può fare, con la forza del proprio pensiero, ma anche aprendosi a quel mistero che domina la nostra vita».

Agamben, da Che cos’è il contemporaneo?

[…] Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri.
[…] Che significa “vedere una tenebra”, “percepire il buio”?
[…] Che cos’è il buio che allora vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio.
[…] Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare.
[…] Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità.
[…] Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, edito da Nottetempo, € 3,00

Kafka, dai Quaderni in ottavo

21 ottobre 1917. L’ammutolire e lo sfoltirsi delle voci del mondo.
18 ottobre 1917. Paura della notte. Paura della non-notte.
19 ottobre 1917. L’insensatezza (parola troppo forte) di distinguere ciò che è nostro e ciò che è dell’avversario nelle lotte spirituali.
19 ottobre 1917. Ogni scienza è metodologia rispetto all’assoluto. Perciò, non occorre temere ciò che è univocamente metodologico. Non è che un guscio, una veste, ma non più di qualsiasi altra cosa, tranne quella Sola.
Franz Kafka, Quaderni in ottavo, traduzione di Italo Alighiero Chiusano, edizioni SE, € 10,33