Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

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bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: “Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere – con Bataille (caro a Littell) – che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali”. Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l’Olocausto non intrattiene da cinquant’anni un facile rapporto.
Se è vero che “il bene non fa romanzo” (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale…), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l’estremalità della Storia, che fu l’Olocausto – essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all’umano) e non il Male (il relativo all’inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l’esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell’umanesimo.


Bataille, nel suo ipersaggio appena citato:
“Sembra che si possa cogliere il male, ma solo nella misura in cui il bene può esserne la chiave. Se l’intensità luminosa del Bene non concedesse la sua tenebra alla notte del Male, il male non avrebbe più la sua attrattiva. È una verità difficile: colui che la intende sente rivoltarsi qualcosa in sé. Sappiamo tuttavia che gli oltraggi più forti alla sensibilità provengono da contrasti […] La felicità senza la sventura che si lega ad essa come l’ombra alla luce sarebbe oggetto di una immediata indifferenza. Questo è tanto vero, che i romanzi descrivono senza posa la sofferenza e quasi mai la soddisfazione. Insomma, il pregio della felicità consiste nel non essere frequente: se fosse facile, verrebbe sdegnata, e associata alla noia […] la verità non sarebbe quella che è, se non si ponesse generosamente contro il falso”.
Ecco, dunque, perchè a un’indagine sulla rappresentazione del Male dovrebbe seguire una pratica narrativa dell’impossibilità della propagazione del male stesso: cioè, dovrebbe seguire il “romanzo del Bene”.
La realtà è che gli scrittori non hanno affrontato il Male, se non in termini finzionali (il Grande Inquisitore è filosofia attraverso un’invenzione) e non si sono mai occupati davvero dell’evenienza reale, storica del Male. La figura che incarna il Male è priva di rappresentazione nella letteratura occidentale.
Lo è per due motivi.
Da un lato, per la pavidità e l’impreparazione storica, culturale, teologica, metafisica degli scrittori stessi. Nel momento in cui la letteratura gode di quell’assoluta libertà desacralizzante rivendicata da Piperno, non c’è da aspettarsi altro. Al massimo, un indiscriminato pietismo: non certo la pietas, non la fatica di entrare a contatto con il Male.
D’altro canto, il romanzo, anche quello di formazione, è sempre romanzo storico ed è una forma che proviene da una tradizione borghese: direi altoborghese. E la gabbia del romanzo storico è inadatta a contenere il Male: può dare rappresentazione al male, non riesce a rappresentare il Male. Perché questo? Perché il Male non può avere rappresentazione. L’assenza di empatia non può essere rappresentata: se si rappresenta un personaggio privo di empatia, si entra comunque in empatia con quel personaggio.
La rappresentazione è amica del Male: ne spalanca l’ingresso nel mondo.
E quale romanzo può tollerare, come elemento costitutivo, l’assenza di rappresentazione in qualità di principale perno retorico? La cosa fa paura. All’industria culturale, anzitutto. E ciò avviene perché gli scrittori, nel dopoguerra, in pochissimi hanno cercato una forma nuova e arcaica, cioè il tragico, per dare non figurazione, bensì presenza al Male in letteratura: penso essensialmente a Celan, a Eliot, a Wallace Stevens in climax discendente. Non il romanzo, ma una poesia che si è spesso misconosciuta come gesto innovativo: perché le poesie di Celan sono poesie? Che cos’è davvero la Waste Land? E’ un poema? Un poemetto? E’ modernista? L’angelo necessario di Wallace Stevens sarebbe poesia e non narrazione?
Ecco perché, al posto del romanzo, si è qui tentato, nell’officina aperta a tutti sul farsi del nuovo libro, la dicitura romanzo. Perché lo sforzo è proprio quello di creare una forma diversa, che non sia avanguardista o sperimentale in maniera tutta metaletteraria e indecrittabile, affrontando direttamente l’inaffrontato: cioè la Non-Persona che fa il Male, nel tentativo però di sottrarla a ogni conato mitologizzante. Che è l’orrore e l’errore della tesi di Bataille: il suo relativismo aristotelico dà vita a un manicheismo per cui il male ha bisogno del bene (e viceversa) per attrarre, mentre la prospettiva non può essere questa, non può accadere che Male e Bene siano sullo stesso piano del vero che tale non può essere senza richiamo al falso. La necessità del Bene di richiamare il Male è un falso non solo storico – è un falso ontologico. Il Male è un non essere assoluto a cui l’umanesimo fa contemporaneamente da barriera e da apriporte – è il culmine dell’umanesimo occidentale a permettere il Male. E’ colpa anche della letteratura se il Male si manifesta. E ciò perché l’umanesimo, da secoli, non fa mostra di comprendere intimamente che il Male non sta sul medesimo piano ontologico del Bene: esiste soltanto il Bene, solo il Bene è un piano ontologico. Ma l’umanesimo, via via demetafisicizzandosi e storicizzandosi, conferisce le possibilità di manifestazione storica del Male. Le radici storiche del Male sono tutte umanistiche e storiche. Le radici del Bene, no: non c’è un avatar, un messia (da Buddha a Shankara al Cristo a rfeo a Socrate) che si manifesti richiamato da basi umanistiche. Ciò non implica alcuna fede religiosa, sebbene il Male faccia tremare le fondamenta degli edifici teologici: ma non tocca il nucleo metafisico, che non ne è mai minimamente scosso.
Questa intoccabilità dell’autentica metafisica, che è una prassi intima trasformatoria del tutto personale, la quale solo in un secondo tempo (cioè: entrando nel tempo) si fa comunitaria, è a priori e per sempre la sconfitta del Male. E’ troppo per gli scrittori degli ultimi cinquant’anni, perfino per i più illuminati (si veda Zanzotto che traduce e commenta La letteratura e il male di Bataille).
Io non sto qui sostenendo di essere riuscito, col romanzo, a compiere quest’immane opera – ma è certo che qualcuno, in letteratura, prima o poi dovrà agire e riuscire in questo senso.
E’ fondamentalmente la necessità del riemergere del tragico nel contemporaneo. E perché sarebbe tanto urgente una tale riemersione? Davvero dobbiamo credere che lo sia come antidoto a un’alienazione sociopolitica tutta occidentale? Sarebbe poco: l’alienazione, piuttosto, da sessant’anni e passa, si gioca sul piano ontologico, del rapporto essenziale tra umano e umano, dell’annullamento della pietas come attributo essenziale dell’umano. Per questo o il romanzo si fa tragedia o, almeno per quanto mi riguarda, il romanzo continuerà a dilazionare la propria putrefazione, che consiste nel propagare o, nei migliori casi, ad attutire, gli effetti di una separatezza all’interno dell’umano, di cui l’incipit de Le Benevole (“Fratelli umani…”) è una dichiarazione esplicita ex converso.
L’opera contemporanea è pensare questa forma nuova e arcaica.
L’opera degli scrittori è sforzarsi, il più possibile, di creare la forma che possa oggi contenere il tragico, al limite rompendo in maniera distonica con la tradizione che, dal Settecento a oggi, sembra un Padre Inviolabile. Accadde a Leopardi con lo Zibaldone. Accadde a Celan, quando si disse che la sua forma non era catalogabile e ci si sforzò di vederci dentro Hölderlin – il che era un dato secondarissimo. Accadde a Burroughs con la sua opera totale, di cui i singoli libri (fino a Il biglietto che esplose) sono capitoli aperti all’attraversamento di prospettive tra loro contraddittorie (il tragico, peraltro, è anche il mantenimento della contraddizione). Accadde al Pasolini di Petrolio.
Serve, dunque, la retorica: il riempimento di umano nel sistema di stilemi che ha aperto le porte al Male, che è corresponsabile della sua apparizione e azione storica.

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