Alle europee 2019 io voto Pierfrancesco Majorino, anche tu #scriviMajorino

Conosco, stimo e amo fraternamente Pierfrancesco Majorino da quando aveva dodici anni. Io ne avevo tre in più e nutrivo un’insana passione per i versi di Montale e di Zanzotto, amministravo un’anoressia tutta mia, ero privo di difese ed elettricamente instabile. Feci conoscenza con Pierfrancesco in un luogo montano, un paesino di villeggiatura discreta e più adatta agli anziani che a giovani virgulti. Si stava verso le Dolomiti e si discuteva di politica (essenzialmente della sinistra, della terza via berlingueriana, dell’opzione socialdemocratica), si assisteva alla proiezione nel circuito off tridentino de “La messa è finita” di Nanni Moretti. E si facevano gite e ferrate sul complesso del Brenta. Per spiegare un individuo, a volte, non servono altro che momenti emblematici, i quali funzionano assai più che i trattati di personologia o, peggio, le diagnosi psicologiche. Eravamo dunque a poche decine di metri dal cambio di valle, uno scavallamento a quota notevole, lasciandoci il passo delle Bocchette alla sinistra, affrontavamo un nevaio indossando ramponi e imbrago, arrancavo. Pierfrancesco aveva fatto questo per tutto il tempo dell’escursione: era davanti a tutti, indicava il percorso ed era continuamente dietro a tutti, segnando la velocità che si doveva tenere: giusta, non eccessiva, nessuno doveva rischiare di essere lasciato indietro. Mentre osservavo Pierfrancesco macinare metri davanti a me e io sudavo sotto il caschetto e pensavo alle Merit che fumavo quando me ne stavo a livello del mare, maledicendo l’esercizio fisico ma beandomi delle ciclopiche conche seleniche in cui mi peritavo da improbabile scalatore, il mio piede destro cede, sprofondo in una fenditura, la neve fresca copriva un piccolo crepaccio, finisco sospeso nel vuoto, finché Pierfrancesco in scivolata arriva da me, mi tende la mano e mi tira fuori. Era arrivato da dietro. Stava davanti e arrivava da dietro. Da anni mi domando come abbia fatto e resto senza risposta. Ho omesso di chiederglielo, perché secondo me non si ricorda e un poco mi vergogno dell’imperizia fisica, a decenni di distanza. Essendo passato dalle Merit alle Chesterfield, ho cambiato molte marche di sigarette, ma sono restato stabile e fedele in questa impressione: Pierfrancesco Majorino è una persona capace di guidare, che non dimentica gli ultimi, chi sta dietro, chi rischia di essere lasciato alle spalle. E’ una declinazione del suo talento, questa, che ha dimostrato cartesianamente con sette anni di capolavoro politico e amministrativo a Milano, nelle vesti di assessore al welfare per la giunta Pisapia e per quella Sala. Ora Pierfrancesco si candida nelle liste del Partito Democratico per un seggio alle europee. Ciò che mi viene dal cuore di consigliare, a chi risieda nella circoscrizione nord occidentale (Lombardia, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta), è di votare Piefrancesco Majorino il 26 maggio. Mi rubate un assessore di cui non vorrei per niente fare a meno, ma concedete in dote all’Italia e al Parlamento europeo uno dei politici più onesti, pragmatici, idealisti, solidali e sensbili che io abbia mai avuto la fortuna di conoscere. Come è chiaro e giusto, non smetterò di importunare su questo social i miei contatti e nuove persone con questo invito: ai prossimi giorni.

Ritratto di Pierfrancesco Majorino (da parte di uno scrittore che lo conosce)

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RITRATTO DI PIERFRANCESCO MAJORINO
da parte di uno scrittore che lo conosce

E’ l’agosto 1985 quando Pierfrancesco Majorino dice una cosa che non dimenticherò mai più. Sul limitare di un bosco tridentino, il candidato sindaco si sposta più o meno agilmente rispetto alla traiettoria della pallina e colpisce di taglio la piccola sfera bianca, opportunamente e precisamente, un tocco morbido ed effettato, con la sua racchetta impugnata alla milanese, conquistando il punto definitivo, il ventunesimo, e quindi aggiudicandosi la partita. Resta a contemplare lievemente corrucciato il campo del ping pong, invaso dagli aghi di abete, che ancora non si temono secchi e arrossati per via del cesio 137, proveniente da Chernobyl. Quindi con un sussurro di amarezza e bonarietà enuncia: “Vincere al gioco non è bello del tutto, perché per c’è chi perde”. Per me, che sono dall’altra parte della retìna, sconfitto per l’ennesima volta, nonostante le mosse a scatti vagamente isteriche con cui ritengo di emulare un campione cinese – per me nasce lì la visione politica di Pierfrancesco Majorino. Qualche sera dopo, nel cinema di questo paesino della Val di Non dove per ventura facciamo le vacanze, assisto insieme a lui alla proiezione de “La messa è finita” di Nanni Moretti. Ne usciamo frastornati. C’è la scena in cui il giovane prete, interpretato da Moretti, se la prende con la salma della madre, impazzendo dal dolore: le urla che lei non può morire, non può morire. Pierfrancesco inizia a ragionare circa la gestione del dolore e della gioia e poi mi dice un’altra memorabilità: “E’ col dolore e con la gioia che si confronta l’idea di sinistra”. Ha ragione, ma non è un tempo in cui un’affermazione del genere può avere auditorio. Questa sua appartenenza a una sinistra realista e ideale, che ha la fraternità come perno centrale ed è capace di pensare l’economico o il sociale tanto quanto di sentire gli affetti propri e altrui, io la misuro negli anni, sempre identica e sempre toccante, nella coerenza del suo dispiegarsi, coinvolgendo le persone e alimentando dialoghi di umanità adamantina: così fa Pierfrancesco, è il suo stile e la sua sostanza.
Pierfrancesco è una persona buona. Ciò non toglie che sia una persona decisa.
Ancora ragazzino, appena caduto il muro di Berlino, compie un’analisi su come la sinistra italiana andrà dividendosi e trasformandosi: la azzecca del tutto, è lo scenario di vent’anni dopo. Potrebbe fare carriera politica a Roma, ma scuote la testa, quando glielo chiedo e sono poco più che trentenne e lui beve quello che, ai miei tempi, si chiamava milk-shake: “No: Roma è una brutta bestia” dice e sarà così, non andrà a Roma e riuscirà a impegnarsi per il bene comune, per come lo intende e per come lo realizza da assessore, nella giunta che mi fa venire i lacrimoni alla sua presentazione, tutti intorno a “Giuliano”, mentre io penso al mio papà che faceva l’impiegato al Comune di Milano e mi insegnava cosa è essere di sinistra: la visione del mondo che mette l’altro al centro del pensare e del sentire e dell’agire.
L’altro giorno sono andato alla presentazione del programma di Pierfrancesco, in questo posto di Milano che non conoscevo e che si chiama Fonderia Napoleonica ed è, appunto, una fonderia napoleonica. C’erano cinquecento persone stipate ad ascoltare ma, prima di ascoltare lui, hanno ascoltato tutte e tutti una testimonianza. Parlava una donna, di origine latinoamericana, non ricordo il nome, credo si trattasse di una coordinatrice di associazioni impegnate nell’integrazione. Muoveva le mani con una dolcezza antica, emetteva parole con un tono flautato che mi incantava. Ringraziava. Ringraziava gli italiani e li spronava, ringraziava Pierfrancesco e non lo spronava, poiché non c’è da spronarlo: continuerà a fare quello che ha fatto. Portava il ringraziamento, questa donna, da parte di quegli sguardi, ottantasettemila, che ho visto nei mesi scorsi intorno alla Centrale, spersi spauriti e fragili, e che anche grazie al lavoro di Pierfrancesco sono stati ricoverati fuori dal cerchio prestabilito dell’orrore che ogni migrazione impone ai corpi e alle menti di bimbi adulti e anziani.
Allora ho pensato che era bello, per una volta, oppure una volta ancora, votare. Perché conosco bene la persona che voterò e so che è una persona pulita, realista e sognatrice come sognano i politici buoni, da Berlinguer a Moro, ed è una persona onesta, una delle più oneste che io abbia mai conosciuto, e ho conosciuto tante persone.
Per questo voto e faccio votare Pierfrancesco.

Majorino, il politico-romanziere: ‘Meglio scrivere un libro che un programma elettorale’

Conosco da anni Pierfrancesco Majorino. Lo apprezzo non soltanto umanamente, ma anche nelle sue declinazioni di politico e di scrittore. In questa videointervista per Repubblica mi pare che emergano tutti gli aspetti. Vi consiglio di guardarla. Pierfrancesco, si sa, è candidato alle primarie del centrosinistra a Milano: votatelo, io lo voto.

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Per Pierfrancesco Majorino sindaco di Milano

Per un po’ la mia foto di profilo Facebook è Pierfrancesco Majorino. Si presenta candidato sindaco alle primarie di centrosinistra a Milano. Lo sostengo, lo voto e lo faccio votare. E’ il miglior sindaco possibile. Scriverò su di lui nei prossimi giorni: da scrittore, come posso, quindi. La sua pagina ufficiale è: http://on.fb.me/1QUpb3t

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Chlebnikov e il mio stipendio nell’89

di GIUSEPPE GENNA | Pubblicato in origine martedì 26 Luglio 2005

Nel 1989, io sottoscritto, Giuseppe Genna, nel pieno delle mie facoltà psichiche e volitive, essendo depauperato e non in grado di pagare le bollette della casa popolare in cui alloggio abusivo nel quartiere Calvairate, trovo lavoro grazie a Velimir Chlebnikov.
Mia cugina conosce uno piccolo, magro, enorme manager di una casa pubblicitaria in pieno centro a Milano, questo manager ha alcuni problemi di tetraplegismo ma è geniale. E’ quotato. Io non so nulla della pubblicità, ma vado lo stesso, in quei giorni io e il mio amico Brunetto mangiamo solo pasta senza sale per penuria di denaro, ci vado a piedi, non ho nemmeno i soldi del biglietto tramviario. Mi reco nella prestigiosa sede della multinazionale pubblicitaria che inizierà a scricchiolare tra due anni. La pubblicità, in Milano, è l’orda d’oro degli Ottanta. Chiunque è pubblicitario. Tutti i milanesi lavorano nella pubblicità e fanno aperitivi e week end con le modelle, portate in giro grazie a speciali personalità dette “driver” (un mestiere che io e Brunetto, non pagati e nemmeno fidanzati con loro, facciamo per due modelle anni dopo). Morale: faccio un colloquio, cito Chlebnikov, trovo lavoro, io e Brunetto torniamo a mangiare.

Il fatto è che il manager tetraplegico e geniale mi ha indirizzato a uno dei massimi Direttori Creativi del tempo, perché le mie capacità siano debitamente sondate, non disponendo io di esperienza alcuna in campo promozionale. Nemmeno so cos’è la coppia copy-art, che scopro nel colloquio essere il perno organizzativo di un intero universo, la sua intima legge superfisica, e io sono definito un copy potenziale. Entro nello studio del direttore creativo (assillatissimo, mi dice, dai buyer, che non so chi siano, e timoroso soprattutto dei controller, oscure figure germaniche censorie, attaccate ai conti della spesa e strafottenti rispetto a chi ha ambizioni artistiche) e dietro di lui c’è una libreria che diventerà notissima grazie agli interventi televisivi in prima persona di Silvio Berlusconi anni dopo.

Su un ripiano della libreria, una foto seppiata delle dimensioni di un A4: è la faccia di Velimir Chlebnikov.
Conosco Chlebnikov perché mia madre è andata in Russia, con un viaggio organizzato dal Partito, nel 1963 e conosce l’idioma russo. Quando è tornata in Italia dopo quel viaggio ha detto a mio nonno, enorme ammiratore di Stalin, che “lì le cose non vanno bene, non è come sembra qui” e da allora mia mamma è diventata per suo padre “una qualunquista” (per sua madre, invece, no, perché mia nonna si era suicidata quando mia mamma aveva diciotto anni, lanciandosi dopo vari elettrochoc dal nono piano, mentre mia mamma ritornava dall’impiego alla multinazionale Mac&Erickson, dove alle cinque del pomeriggio servivano il té inglese agli impiegati). Mia mamma conosce il russo e io la sfrutto per imparare le sonorità di una lingua sconosciuta (questo non è vero). Dostoevskij fa schifo dal punto di vista acustico, ma Chlebnikov e Mandel’stam, pur senza conoscere i significati dei loro testi, sono musica supermentale allo stato puro. Su POESIA, rivista di Nicola Crocetti, su indicazione di Antonio Porta, leggo le traduzioni da Chlebnikov di Angelo Maria Ripellino. Chlebnikov mi sembra il sosia di Rilke, occhi grigi acquosi in tonalità seppiate ovunque lo veda, sempre in tenuta militare. Le sue poesie sono incomprensibili e perciò mi esaltano. Pattinano certi piccoli esseri su radure di ghiaccio insieme alla primavera. Il sole oscura se stesso lanciandosi nel vaso del tempo sospeso in mezzo a uno spazio non euclideo. Libellule d’oro si involano fittamente delicate su radure magnetiche, la mente è pack, tra le elitre si consuma il ritorno prevedibile del cronosisma. Lo spazio s’arcua. In quell’anno, studio Lobacevskij, Dedekind, Bolyai, impazzisco per le geometrie non euclidee. Imparo tutto nell’esame di logica matematica a partire dalle dispense dello Shoenfield. Giulio Giorello non se lo fila nessuno, ha capelli lunghi e sporchi. Sostengo l’esame della logica matematica al cospetto di un professore a cui manca il mignolo, troncato di netto (dicono: in fabbrica) e io fatico a dimostrare il Teorema di Completezza perché mi incanto su quel moncherino del mignolo. Il canto di Chlebnikov mi pare evidente essere la prima epica non euclidea, con venature di materialismo talmente radicale da coincidere con lo spiritualismo nondualista: la morte è illusoria, si rinasce dopo una fase di buio nel non essere, è matematico che sia così. Il tempo è un raggio di luce calcolabile secondo angoli di incidenza e meccaniche di rifrazione a distanza di millenni. Tutto è ricorsivo non essendolo. Niente è che non è. Il buddhismo dimostrato dal futurismo russo: sono in esaltazione.
Nessuno a cui parli di queste cose mi prende sul serio, sembro un matto, in effetti lo sono. Incomincio le assunzioni di Lexil, una benzodiazepina che secca le fauci per effetto collaterale, quando parlo ho settantasei anni e sembra che abbia appena finito di aspirare una pipa fumata per tre ore continuative. La lingua è salmistrata. La sonnolenza stira le corde dei miei tendini, le palpebre sono accampamenti di kulaki sonnolenti dopo miglia di cavalcata. Mi aggiro a piedi per l’immensa città. Brunetto, sempre in giro su una Uno bianca aziendale (per cui la polizia lo fermerà spesso per controlli, poi verrà fuori che erano i Savi) conta quanti pezzi di prodotti esattamente si vendono in un supermercato, un incarico datogli dalla multinazionale Nielsen. Debord si è suicidato come mia nonna, come Deleuze. Igino Domanin parla di Junger a una festa universitaria a casa di Antonio Scurati ubriaco da cui scappo dicendo che ho un tumore. Pierfrancesco Majorino e io giriamo un video che anticipa Il caso Scafroglia di Guzzanti. Scrivo un saggio sull’utilizzo della parole “come” nella poesia di Maurizio Cucchi, in particolare inDonna del gioco, libro che leggo appena compratolo, al pronto soccorso dove hanno portato mio padre caduto per strada che ha perso un incisivo sul marciapiede e delira: un saggio di venticinque pagine a macchina da scrivere automatica, che pensiona predigitalmente lo sbianchetto, comodità proveniente da un’era anteriore che mi induce a incidere appositamente refusi per cancellarli con il tasto automatico, inettante un liquido che decolora, resta unicamente una traccia per la pressione del carattere impresso grazie a un vorticoso roteare di una sfera metallica sui cui sono impressi contemporaneamente tutti i caratteri del linguaggio e i codici. I miei due migliori amici diventano presto monorchidi, anche se non si conoscono tra loro. Nessuna donna. Lo storico della filosofia Dal Pra è un’ossessione, la sua storia della filosofia brevissima e concentrata mi angoscia, il capitolo lungo ma troppo breve su Hegel (nulla è chiaro) devo apprenderlo a memoria laddove non capisco, non riesco a leggerla e ho travasi di bile (due) ogni mattino al risveglio. Mia sorella mi odia e per un certo periodo mi costringe a dormire, se vado da mia madre, su una poltrona letto larga ventidue centimetri.
Quando dico al Direttore Creativo della multinazionale pubblicitaria che “Quello è Velimir Chlebnikov, poeta transmentale” (da cui si può comprendere una delle origini filologiche del termine “letteratura ultrapsichica”), il Direttore Creativo è allibito e mi dice testuale: “Siamo in due a conoscerlo in Italia”, nonostante sia pieno di slavisti ovunque, soprattutto a Napoli (dove gli slavisti corrispondono, per densità in rapporto alla popolazione, ai pubblicitari in Milano), che fanno tutti parte della estesissima e occulta setta degli ammiratori segreti di Chlebnikov. Sorpasso la prova, mi danno dei soldi (non è vero).
Quindi, l’altroieri sera, quando Paolo Nori per un’ora e mezza legge pezzi di Pancetta per lo spettacolo performance Con stivali di occhi neri sui fiori del mio cuore sul palco nell’ex manicomio milanese Paolo Pini, e racconta tutta la vita e i testi e l’orrenda surreale morte di Chlebnikov, sto bene, nonostante il luogo di igiene mentale dove lo spettacolo viene tenuto, ora dismesso, saturo di vibrazioni palesemente percebili, negative, storie di disagio mentale che io conosco per empatia e sto male, case cantoniere dei reparti in un immenso bosco nero alla periferia nord di Milano, mura su cui sono impresse e cancellate automaticamente dal tempo predigitale le storie di una sofferenza oscura, Hellraiser, il vomito a schizzi sopra le pareti, forse ricalcinate all’interno. Ma poi Nori legge Chlebnikov, io sono su Orione e arriva il ragazzo che ha il Serenase ancora e parla a ruota libera del plusvalore, e Nori ha una nuova stazza da ginnasta, non c’è nessuno, mi perdo tra i casamenti del manicomio al buio, le citronelle incendiate mostrano la strada, escono molti coboldi.