Ritratto di Pierfrancesco Majorino (da parte di uno scrittore che lo conosce)

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RITRATTO DI PIERFRANCESCO MAJORINO
da parte di uno scrittore che lo conosce

E’ l’agosto 1985 quando Pierfrancesco Majorino dice una cosa che non dimenticherò mai più. Sul limitare di un bosco tridentino, il candidato sindaco si sposta più o meno agilmente rispetto alla traiettoria della pallina e colpisce di taglio la piccola sfera bianca, opportunamente e precisamente, un tocco morbido ed effettato, con la sua racchetta impugnata alla milanese, conquistando il punto definitivo, il ventunesimo, e quindi aggiudicandosi la partita. Resta a contemplare lievemente corrucciato il campo del ping pong, invaso dagli aghi di abete, che ancora non si temono secchi e arrossati per via del cesio 137, proveniente da Chernobyl. Quindi con un sussurro di amarezza e bonarietà enuncia: “Vincere al gioco non è bello del tutto, perché per c’è chi perde”. Per me, che sono dall’altra parte della retìna, sconfitto per l’ennesima volta, nonostante le mosse a scatti vagamente isteriche con cui ritengo di emulare un campione cinese – per me nasce lì la visione politica di Pierfrancesco Majorino. Qualche sera dopo, nel cinema di questo paesino della Val di Non dove per ventura facciamo le vacanze, assisto insieme a lui alla proiezione de “La messa è finita” di Nanni Moretti. Ne usciamo frastornati. C’è la scena in cui il giovane prete, interpretato da Moretti, se la prende con la salma della madre, impazzendo dal dolore: le urla che lei non può morire, non può morire. Pierfrancesco inizia a ragionare circa la gestione del dolore e della gioia e poi mi dice un’altra memorabilità: “E’ col dolore e con la gioia che si confronta l’idea di sinistra”. Ha ragione, ma non è un tempo in cui un’affermazione del genere può avere auditorio. Questa sua appartenenza a una sinistra realista e ideale, che ha la fraternità come perno centrale ed è capace di pensare l’economico o il sociale tanto quanto di sentire gli affetti propri e altrui, io la misuro negli anni, sempre identica e sempre toccante, nella coerenza del suo dispiegarsi, coinvolgendo le persone e alimentando dialoghi di umanità adamantina: così fa Pierfrancesco, è il suo stile e la sua sostanza.
Pierfrancesco è una persona buona. Ciò non toglie che sia una persona decisa.
Ancora ragazzino, appena caduto il muro di Berlino, compie un’analisi su come la sinistra italiana andrà dividendosi e trasformandosi: la azzecca del tutto, è lo scenario di vent’anni dopo. Potrebbe fare carriera politica a Roma, ma scuote la testa, quando glielo chiedo e sono poco più che trentenne e lui beve quello che, ai miei tempi, si chiamava milk-shake: “No: Roma è una brutta bestia” dice e sarà così, non andrà a Roma e riuscirà a impegnarsi per il bene comune, per come lo intende e per come lo realizza da assessore, nella giunta che mi fa venire i lacrimoni alla sua presentazione, tutti intorno a “Giuliano”, mentre io penso al mio papà che faceva l’impiegato al Comune di Milano e mi insegnava cosa è essere di sinistra: la visione del mondo che mette l’altro al centro del pensare e del sentire e dell’agire.
L’altro giorno sono andato alla presentazione del programma di Pierfrancesco, in questo posto di Milano che non conoscevo e che si chiama Fonderia Napoleonica ed è, appunto, una fonderia napoleonica. C’erano cinquecento persone stipate ad ascoltare ma, prima di ascoltare lui, hanno ascoltato tutte e tutti una testimonianza. Parlava una donna, di origine latinoamericana, non ricordo il nome, credo si trattasse di una coordinatrice di associazioni impegnate nell’integrazione. Muoveva le mani con una dolcezza antica, emetteva parole con un tono flautato che mi incantava. Ringraziava. Ringraziava gli italiani e li spronava, ringraziava Pierfrancesco e non lo spronava, poiché non c’è da spronarlo: continuerà a fare quello che ha fatto. Portava il ringraziamento, questa donna, da parte di quegli sguardi, ottantasettemila, che ho visto nei mesi scorsi intorno alla Centrale, spersi spauriti e fragili, e che anche grazie al lavoro di Pierfrancesco sono stati ricoverati fuori dal cerchio prestabilito dell’orrore che ogni migrazione impone ai corpi e alle menti di bimbi adulti e anziani.
Allora ho pensato che era bello, per una volta, oppure una volta ancora, votare. Perché conosco bene la persona che voterò e so che è una persona pulita, realista e sognatrice come sognano i politici buoni, da Berlinguer a Moro, ed è una persona onesta, una delle più oneste che io abbia mai conosciuto, e ho conosciuto tante persone.
Per questo voto e faccio votare Pierfrancesco.

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