Domani su @Che_Fare: il mio incontro con Don DeLillo su “Zero k”

Ho vissuto venerdì il momento più alto ed emotivo della mia vita intellettuale. Si è trattato dell’incontro a tu per tu con Don DeLillo, a Roma: una conversazione su “Zero k”, il suo più recente romanzo, edito in Italia da Einaudi, per la traduzione di Federica Aceto. Sono stato con lui una quarantina di minuti: tra i più intensi della mia esistenza. Domani l’intervista, che è anche un reportage eterodosso, esce nella sua prima parte sul web di CheFare. Adesso mi metto a scrivere il tutto. A domani.

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Pakistan reportage: morte della Dea

A inizio 2007, inviato per una testata, feci un viaggio: in Pakistan. C’erano le elezioni. Mi inoltrai nel cuore atomico della nazione più instabile e cruciale di questa epoca. Tornato in città, in un delirio di petali, fui sfiorato da una strage e vidi morire Benazir Bhutto. Quel reportage, che testimoniava verità scomode e sommuoveva rischi di cause legali, non fu mai pubblicato. Eccone il testo inedito.

L’esplosione è un petardo che squarcia appena l’abominevole urlìo della folla. Il truck coloratissimo è incendiato. Sulla sua fiancata è concentrato e serioso il volto bidimensionale di Benazir Bhutto, il suo dupatta, il velo vianco che lascia intravvedere la frangia nerissima, la sua chioma seducente come il sorriso abbacinante, e sopra il suo volto, in caratteri occidentali rosso sangue, è scritto: “Long live to Benazir Bhutto”. Lunga vita alla Messia che è tornata in patria. E’ tornata da un esilio voluto, cercato, scomodo per il regime. Quell’esilio si è trasformato in una preghiera di carne, di corpi, di voci disparate – è la speranza del ritorno di colei che deve guidare la sesta nazione più popolosa del pianeta.
Il cielo preserale di Karachi è indaco, fosforescente. I lampi delle bombe sono scatti di magnesio incendiato. Lo spazio è invaso dallo strazio di centoquindici corpi lacerati, mutilati. Una fila congestionata di automobili,incroci genetici di componenti di varie marche, veicoli firmati Adam Motor dalle carrozzerie stinte, e migliaia di fedeli che seguono il percorso del ritorno della Messia in carne e ossa. Attivisti del Partito popolare pakistano, gente comune. Quasi duecento feriti, oltre ai morti. Benazir Bhutto e la sua famiglia hanno tagliato il percorso, la misura di sicurezza certifica solo una sicurezza: questa donna è in pericolo, come ogni Messia è in pericolo.
E’ il 18 ottobre 2007. Io non sono lì.
Benazir ripara nel calore improtetto di Bilawal House, la sua residenza fuori Karachi. I suoi portavoce accusano i servizi segreti pakistani.
Questa, che pare una fine, è l’inizio. E’ l’origine del più drammatico confronto elettorale dei nostri giorni. Il Pakistan è strategico per gli Stati Uniti, il Pakistan si appoggia sull’India e la minaccia costantemente, il Pakistan è una potenza atomica, il Pakistan può colpire la Cina, il Pakistan è la base d’appoggio alla guerra segreta e orrorifica che ha reso l’Afghanistan non uno Stato, ma uno stillicidio. Il Pakistan è l’Islam allo stato sorgivo, aggressivo. E’ un alibi e un paradossale alleato. L’asse del pianeta passa per questi luoghi desolanti, dove arrivo in un dicembre soffoco, ottuso per la spossatezza del jet leg, per seguire la campagna elettorale fatale, coronabile soltanto con la morte, nel deliquio della cannella che evapora il suo profumo di stordimento, l’odore biscottato delle carcasse di capra appena fuori Islamabad, l’ubiqua commistione neauseante di albicocche guaste e di curcuma ammoniacale.
Trovare la guida con i contatti giusti è un romanzo a sé. Dall’Italia ho mosso contatti giusti, ho seguito piste fiutando il nome. Pagando. E l’ho trovata, la mia guida. Beviamo kewha in un bar all’aperto, a Peshawar, nell’impossibile afa novembrina. Il nord del Paese che ha piagato il volto di quest’uomo, pagato a peso d’oro per le sue informazioni e per le chiavi di cui dispone. L’età è indefinibile. Il kewha è un tè ipnotico: il suo afrore al gelsomino mesmerizza, evoca giardini degni del Mahabaratha, l’epica odiata del vicino induista. La guida ha un’età indefinibile e la pelle brunita del suo volto è sabbia concrezionata di una sfinge in crollo, erosa da venti esistenziali che mi è impossibile ricostruire. Diffida di me. Emana un sentore di sale e coriandolo. Il suo turbante blu acceso mi infastidisce nel riverbero del sole. I suoi occhi sono fessure dalle pupille allargate, che esprimono la cautela e la diffidenza del predatore e della preda. La sua barba è pulita, sembrano fili di ferro albini. Dice di chiamarsi Kurshid Dasti. Un’identità falsa. Diffido di lui. Mi accompagna dove chiedo, e questo mi basta.
“Voterò Musharraf. La dinastia Bhutto ha avuto quello che si meritava.”
“E’ attesa come una Messia. Hanno cercato di eliminarla a Karachi. Hanno fatto una strage.”
“E’ Musharraf. La politica è questo. Benazir è la portabandiera degli americani. Il suo dupatta è una sceneggiata. Ci cascano in molti.”
Parlo inglese con la perizia del Benigni di Daunbailò. “We scream for ice-cream”.
E’ sufficiente a intendersi, con un uomo disposto a guidarmi ai comizi della Messia, che è riuscita a spezzare la gabbia degli arresti domiciliari e denuncia ogni giorno la connivenza degli 007, che dovrebbero tutelarne l’integrità fisica, con Musharraf – il regista del Pakistan atomico, l’uomo che in vista delle elezioni si è levato di dosso l’eterna divisa militare e ha passato il bastone dorato del comando dell’esercito a un suo adepto: una cerimonia di Stato che sembrava un allestimento di burattini dei fratelli Colla. Mille e una notte in salsa tragica e grottesca. La tragedia che incombe ha sempre qualcosa del grottesco.
Chiedo a Kurshid di andare.
Sappiamo dove: dove non si può.
Il mercato è meno ricco di quanto faccia supporre l’ologramma esotico che raggiunge via cavo l’occidente. Gente che stende ortaggi, tuberi, su logori teli in lana di agnello. Una tenda da cui spunta carne di capra, costellata di mosche indolenti e rovinose. Superiamo sciami di ragazzini in kurta, la veste bianca basale, ciabattano nella polvere rossa con i loro zoccoli aperti in legno di sandalo. Trapassiamo gruppi di donne coperte da shalwar importati dal Marocco, tuniche multicolori intrise di offese all’olfatto: puzzo di montone cotto e sesamo vecchio. Tra quelle donne ancorate a una tradizione che tenta di preservarsi e contagiare il mondo, spuntano donne sole, vestite con lo sherwani, abito che era appannaggio del guardaroba maschile – il sottile impercepibile segnale del mutamento.
“Americane…”. Kurshid sputa a terra catarro verdastro, disprezza il mutamento dei costumi: e qui si tratta letteralmente di costumi. “Andiamo”.

“Abdul Kader Kaan” dice Kurshid, mentre fa inerpicare il fuoristrada noleggiato su piste impossibili, sassose, che sporgono su abissi deserti. Monti e monti giallastri, selenici, sotto un cielo radiante: il Pakistan sembra qui Marte sotto l’occhio della sonda Opportunity.
“Chi?”
“Il creatore nella nostra atomica. Andrebbe considerato un padre della patria. Benazir vuole consegnarlo all’Agenzia occidentale, quella che controlla i siti atomici e nucleari. Gente al soldo dell’America. Vogliono che soltanto l’occidente disponga del nucleare. Adesso Kaan ha il cancro. E’ lui che ha permesso questo”.
Questo è Chagai Hills: il luogo delle montagne che si sono mosse. E’ qui che fu effettuato il primo test nucleare pakistano, diretto e realizzato dal carcinomatoso dottor Kaan. Cinque esplosioni, contemporanee E’ impressionante. Possiamo stare poco: le radiazioni, a nove anni dalla deflagrazione, espongono a rischi. La montagna è stata sbriciolata, il catino della detonazione ha sostituito la vetta, è l’occhio capovolto di Dio, un centro brunito che scruta il cielo, qualcosa di nirvanico nell’indifferenza della natura violata, lacerata, la potenza innescata dalla specie virale umana. Kurshid mi guida al centro di controllo sotterraneo: una casupola distante chilometri, la polvere si alza, impedisce la guida. La casupola immette direttamente in una scalinata grezza, di cemento armato. Si scende nel buio saturo di polvere. Tutto è abbandonato. Tubature penzolano dal soffitto. La sala di controllo è stata smantellata. Blatte brunite si incrociano sul cemento nel buio lacerato dalla torcia che Kurshid punta a caso.
“Volevi vedere questo?”
“Volevo vedere cosa si gioca Benazir”.
“Non si gioca questo. Si gioca la vita. E’ chiaro? Non sopravviverà”.

I Messia non sopravvivono. In occidente non sopravvivono mai. In oriente, sì. Cristo è crocifisso, il Buddha no. Se l’oriente è sull’orlo dell’occidentalizzazione, e Benazir Bhutto è l’occidente che penetra, i Messia non sopravviveranno nemmeno qui.

E’ il giorno del comizio atteso, invocato. A Rawalpindi. Non dista molto da Islamabad. Il caos è assoluto. I kurta sono sporchi di polvere. Chiunque pressa, spinge, schiaccia verso l’incredibile autobus col secondo piano scoperto, da cui la Messia si sta sporgendo e arringa. Io sto nella fila dei fotografi. I flash scattano continui, illuminano come colpi di bazooka l’icona splendida di questa Madre della speranza, di questa donna che divide il sì dal no, di questo discrimine umano la cui spina dorsale è l’asse geopolitica del pianeta. Ruotiamo intorno a lei. Non comprendo le parole, ascolto il suono della sua voce, percorre uno spettro acustico infinito, dal flautato al rauco. Accesa o atona. La folla esulta, pressa da dietro le mie spalle, da destra, da sinistra, gli òmeri mi fanno male, cerco di tenere alzate le braccia, di fotografare anche io col cellulare.
Quando Benazir Bhutto assunse la guida del Pakistan, ero innamorato di quell’immagine sensuale che incarnava un potere. Mi attraeva eroticamente: il suo zigomo sporgente, la sua cifra delicata e dura, il mistero che il velo annunciava impedendo il piacere che cercavo, scrutando ogni angolatura del suo volto. L’aura di Messia già ai tempi la circonfodeva, proteggendola.
Si volta.
Incrocio il suo sguardo casuale, sono penetrato e trapassato dal suo sguardo.
La folla esulta, lancia petali di jasmine, il fiore nazionale, lancia carta e origami, ulula di piacere e di consenso, si identifica.
Quando Benazir si volta, a fine comizio, l’esaltazione decuplica i suoi rumori, non decresce in intensità.
E improvviso è lo sparo.
E il secondo sparo.
E l’esplosione.
Chiunque fugge, io arranco, nella piazza corpi calpestano corpi.
Io vedo il capo di lei crollare di lato, trapassato non casualmente. Il corpo si depone afflosciandosi elastico, nella postura dei martiri.
L’anonimo codardo che abbatte il Messia. Quante volte la specie ripeterà il gesto? La Messia è abbattuta.
Sono travolto. Chiunque urla, fugge, piange. Ho perduto il cellulare. Sono a terra, escoriato. La lacerazione si apre. I confini mutano. Il popolo urla. I morti iniziano a gonfiarsi.
Vedo in piedi, a pochi metri da me, Kurshid: la gente in fuga terrorizzata non lo sfiora, è immobile, il capo avvolto nel suo turbante lapislazzulo, lo sguardo fisso su di me che mi rialzo a fatica, si volta, se ne va.
Milioni di petali di jasmine pioveranno su questa terra, le lacrime del popolo che credeva nella Messia assassinata.
Ho visto la fine. Ho visto l’inizio.

Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l’evoluzione del genere storico. E’ il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L’autrice dell’articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un’estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.
L’articolo integrale sul Corriere (in jpg)
Tendenze – Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l’estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI
Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c’è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un’inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l’autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l’autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L’ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l’esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l’eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula “non si estetizza un’emozione”. Oggi mi sembra che ci sia una sorta di “ideologia del documento”, per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell’impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell’800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell’invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel ’51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l’arte in genere. D’altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d’altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l’invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c’è un punto in cui l’invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c’è un’altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c’è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L’impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».