Crime: un bilancio

di Giuseppe Genna
[da “il manifesto”, 17.2.2009]

crime.gifMUTAZIONI DI RETORICA NELLO SPETTRO DEL NOIR
Oscenamente più splatter e abissalmente più nera di ogni genere narrativo, la morbosità derivata dalla esibizione della morte, che ci viene compulsivamente propinata dai media, sta modificando il genoma di correnti letterarie che vanno dall’hard boiled al romanzo epico. Contribuiscono alla mutazione le fiction, spesso apologetiche nei confronti delle forze dell’ordine, e le strategie dei nuovi serial tv

Più o meno da sempre i critici letterari italiani hanno inveito contro il successo di massa di alcuni libri: thriller o noir che fossero, i loro autori provenivano da zone troppo lumpen della narrativa. Ma l’onda lunga dei «libri neri» non sembra essersi perciò arrestata: la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson, e tutto lo tsunami svedese, sono una conferma, almeno apparente, di questa vitalità.
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Wu Ming 1 sul NIE, alla London University: NOI DOBBIAMO ESSERE I GENITORI

davidfosterwallace_wm1.jpg[Riproduco l’introduzione all’intervento di Wu Ming 1, Noi dobbiamo essere i genitori, tenutosi alla London University. Si tratta, a mio parere, di una fenomenologia e una teoresi imprescindibili rispetto al memorandum sul New Italian Epic, opera sempre di WM1. E’ per me un poco emozionante rimandare a questo nuovo intervento, poiché viene analizzato Medium in coincidenza con un retroscena privato che, come suggerisce Wu Ming 1, è davvero emblematico (al di là dell’emblematicità, mi sia permesso ringraziare WM1 per un’analisi così profonda sul mio romanzo). Non solo. L’intervento è emozionante anche perché ruota su una lunga dichiarazione in intervista che David Foster Wallace rilasciò anni fa e che riporto qui in calce. gg]
[…] C’è questa cosa di Wu Ming 1, si intitola: Noi dobbiamo essere i genitori con l’enfasi sul soggetto della frase. Si trova su Carmilla (versione stampabile qui).
E’ un discorso tenuto a Londra il 2 ottobre scorso, sei giorni fa.
E’ una cosa sui genitori e i figli, parla di una “valle perturbante” che stiamo attraversando, della necessità di tornare a immaginarci un futuro, di due libri (uno semi-sconosciuto, l’altro famosissimo), di “zone morte” nel mare e pesci che si estinguono, di una sindrome che si chiama “asimbolia del dolore” (ti fanno male e ti metti a ridere), dell’Italia come laboratorio, del fatto che dobbiamo smetterla di pensarci “post-qualcosa”, e mirare a nuovi momenti fondativi. “Noi dovremo essere i genitori” è una frase di David Foster Wallace. Cosa abbiamo perso, con quel suicidio…

«Vorrei citare lo scomparso David Foster Wallace. Questo è uno stralcio da una famosa, classica intervista rilasciata a Larry McCafferty per la “Review of Contemporary Fiction”, estate 1993. E’ l’ultimissima risposta, ed è molto interessante: “Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori”.»

Tommaso Pincio sul New Italian Epic


pincio_NIE.jpgIL WHAT IF ALL’ITALIANA
Un romanzo maestoso e misconosciuto

di TOMMASO PINCIO

[da il manifesto, 30.8.2008]

Nel tentativo di disegnare un manifesto programmatico della rinascita del romanzesco Wu Ming 1 ha coniato l’etichetta «New Italian Epic»: anche Goliarda Sapienza ne avrebbe fatto parte Pubblicato in Italia solo dopo essere stato tradotto all’estero, l’autrice ormai morta, L’arte della gioia viene oggi ristampato da Einaudi, riportando all’attualità i motivi di un lungo fraintendimento

New Italian Epic è un’etichetta di recentissimo conio. Se ne è dibattuto parecchio negli ultimi mesi. L’ha partorita la mente, sempre in frenetica attività, di Wu Ming 1 nel tentativo di tracciare un quadro, se non addirittura una sorta di manifesto programmatico, del fermento che da qualche tempo anima le patrie lettere. Il fenomeno è innegabile: si sta assistendo a un rinascimento del romanzesco. Il celeberrimo Q, comparso sul finire dello scorso millennio, quando il collettivo Wu Ming si chiamava ancora Luther Blissett, ha dato inizio a una nuova stagione. Da allora il numero di libri marcati da una spiccata vocazione narrativa è aumentato di anno in anno. Molti sono opera di autori che hanno risciacquato i panni nella letteratura di genere: noir, fantascienza e via dicendo. Altri, vedi il Gomorra di Roberto Saviano, hanno origini diverse. Tutti però ambiscono al respiro ampio, alle grandi panoramiche. Non a caso hanno il piglio e la mole del romanzo classico. Quello storico, per intendersi. Il «romanzone», volendo semplificare.
La lista è lunga. Sono chiamati in causa gli italian tabloid di Giancarlo De Cataldo; il Ciclo del Metallo di Valerio Evangelisti, epopea in chiave western della nascita del capitalismo industriale; l’Hitler di Giuseppe Genna, immaginifica vivisezione del male assoluto scandita per metope; l’ultima fatica di Carlo Lucarelli, L’ottava vibrazione, corale affresco di guerra, amore e delitti sullo sfondo della battaglia di Adua. Vengono inoltre fatti i nomi di Girolamo De Michele, Massimo Carlotto, Philopat, Antonio Scurati e altri ancora, incluso quello di Andrea Camilleri, per via di quei suoi romanzi ispirati alla storia «vera» di Sicilia, come Maruzza Musumeci o Il re di Girgenti. Ce n’è per tutti i gusti. Per giunta, il catalogo non pretende di essere esaustivo.

Cosa intendiamo per postmoderno
Il New Italian Epic non è un fenomeno generazionale. L’anagrafe non è importante e gli stili sono tanti e variegati. È però ravvisabile un sentire comune che Wu Ming 1 riassume in sette punti. Alcuni sono più che intuibili, quali un logico adeguamento alla contemporaneità e ai suoi modi di comunicare, oppure il fatto di concepire il testo come un’entità mutante, capace di «esorbitare dai contorni del libro per proseguire il viaggio in altre forme». Non mancano tuttavia caratteristiche più specifiche, come una certa propensione allo sguardo obliquo, ovverosia la scelta di punti di vista inattesi o azzardati. In 54 degli stessi Wu Ming, tanto per fare un esempio concreto, l’Italia degli anni Cinquanta è descritta da un televisore di marca americana, non funzionate ma dotato di coscienza.
In questa e in altre particolarità, parrebbe di riconoscere i tratti tipici del postmoderno. Di per sé la cosa non sarebbe un male, non fosse che Wu Ming 1 dichiara a più riprese che bisogna prendere le distanze da quel tipo di sensibilità, frutto, a suo avviso, di un’epoca ormai chiusa. Purtroppo «postmoderno» è un termine abusato e sul quale è difficile intendersi. Se ci riferiamo a una fase storica, a grandi linee collocabile tra la fine degli anni Sessanta e il crollo delle Torri Gemelle, è indubbio che la postmodernità appartiene al passato. Se invece vogliamo limitarci alla sola letteratura, il discorso è più complesso perché ci troviamo davanti molte forme diverse, talvolta persino antitetiche. Wu Ming 1 esce dall’impaccio individuando i vizi caratteristici dello scrittore postmoderno nell’uso sfacciato dell’ironia e nella mancanza di empatia. Forse è davvero così, ma stabilire una volta per tutte cos’è un romanzo postmoderno rimane comunque un’impresa non da poco. Dalla nostra particolare prospettiva, poi, rischia di rivelarsi una fatica sprecata. Fatta salva l’eccezione di Umberto Eco, questa sensibilità non ha segnato granché la letteratura italiana, a meno che non si vogliano considerare della partita i cosiddetti Cannibali. La verità è che da noi il postmoderno ha trovato un terreno ben più fertile nelle arti figurative con la Transvanguardia teorizzata da Achille Bonito Oliva.
Del resto, non poteva essere altrimenti. Il perché lo si può dedurre da uno dei tratti salienti del New Italian Epic: quello che Wu Ming chiama il «What if potenziale», vale a dire racconti in cui si immagina cosa ne sarebbe del mondo se la Storia prendesse corsi diversi da quelli conosciuti o prevedibili. Stiamo parlando di una forma particolare di ucronia, un sottogenere della fantascienza al quale si sono avvicinati spesso anche scrittori «seri» come Philip Roth, che nel Complotto contro l’America ha provato a ipotizzare le conseguenze di un’immaginaria vittoria alle presidenziali del 1940 da parte di Lindbergh. Questo modello narrativo, in cui la finzione viene spinta fino a conseguenze estreme, ha una grandissima tradizione nella letteratura anglosassone, trovando non pochi estimatori anche nell’ambito del postmodernismo. Wu Ming 1 ha però tutte le ragioni di presentare il what if come una novità, in quanto non si può certo sostenere che faccia parte delle nostre radici. Per dirla tutta, nemmeno la finzione in generale rientra nel nostro dna lettarario. In quanto italiani, amiamo andare fieri della nostra fantasia, tuttavia, quando si tratta di libri, il volare troppo con l’immaginazione non è mai guardato con benevolenza. Si vocifera che Ludovico Ariosto, nel consegnare la versione finale dell’Orlando Furioso, fu così rimproverato dal cardinal Ippolito d’Este: «Messer Lodovico, dove mai avete pigliato tante castronerie?»
Qualche secolo dopo, André Breton, padre del surrealismo, ci bollò come il popolo più scettico del pianeta. Forse ci andò giù pesante, ma non gli si può dar torto. Da noi, rimanere fedeli alla sostanzialità delle cose, raccontare il mondo così com’è, viene considerato opera infinitamente più buona e giusta. Individuare le cause ci porterebbe lontano, giacché queste hanno a che fare con un male atavico, la nostra difficoltà a esprimere una cultura davvero laica e libertaria. Ai fini del nostro discorso è sufficiente stabilire che proprio la diffidenza nei confronti della finzione ha impedito lo svilupparsi di una narrativa autenticamente postmoderna. Per fare una parodia c’è bisogno di qualcosa da imitare, e dalle nostre parti, quanto a finzione, la materia prima scarseggiava. A parte qualche mosca bianca come Calvino, era tutto un trionfo di verismi e neorealismi, spesso intesi come sinonimi di «arte impegnata nel sociale». E se ci si allontanava dall’oggettività era quasi sempre per dirigersi nell’etereo alveo della poesia o in quello ermetico della sperimentazione.
Valerio Evangelisti sostiene che le opere narrative del New Italian Epic «suppliscono al venire meno, in Italia, della saggistica economico-politica degli anni Settanta». arte_della_gioia.jpgC’è del vero in quel che dice, ma proprio questa verità dimostra quanta poca dignità riconosciamo al romanzo in sé e per sé. E a proposito di quel movimentato decennio, i Settanta, vale la pena di segnalare la recente ristampa di un capolavoro a lungo misconosciuto del nostro Novecento, L’arte della gioia di Goliarda Sapienza (Einaudi, pp. 540, euro 20). La bella postfazione che accompagna questa nuova edizione offre parecchi spunti di riflessione. Domenico Scarpa ne ripercorre infatti le assurde traversie. Rispedito per anni al mittente dall’editoria italiana tutta, dovette attendere le traduzioni all’estero e il passaggio dell’autrice a miglior vita per essere pubblicato da noi.

Il problema del romanzo fiume
Chiunque legga L’arte della gioia oggi, a più di
tre decenni dalla sua stesura, stenta a capire le ragioni di tanto ostracismo. Citando una battuta di Manganelli sul fatto che un romanzo è costituito da quaranta righe più due metri cubi d’aria, Scarpa avanza il sospetto che il «vero scandalo» non era tanto quel libro in particolare ma i «romanzi fiume» in generale. Un concetto analogo venne espresso su Le Monde des livres, in occasione della pubblicazione in Francia: «Cos’era l’Italia letteraria del 1976, quando Goliarda Sapienza concludeva questo romanzo sbalorditivo? Un paese che provava disagio a guardarsi e a scegliere un linguaggio romanzesco».
Fosse stato scritto oggi, L’arte della gioia non avrebbe avuto problemi a essere ascritto nel novero del New Italian Epic. Sebbene non sia un’ucronia, è suo modo una Storia alternativa in quanto le vicende dell’Italia del XX secolo vengono viste dalla prospettiva sghemba di una donna – Goliarda Sapienza – che reinventa la propria autobiografia servendosi di un alter ego immaginario nato un quarto di secolo prima – la Modesta voce narrante del romanzo. Il libro è maestoso e appassionato, intriso di sensualità epica e ardore politico. Talvolta è volutamente straripante e melato, ma non smette mai di avvolgere nelle sue calde e dolci sabbie mobili, proprio com’è tipico dei cosiddetti «romanzoni» o romanzi fiume. Ovviamente, lo si può giudicare in modo del tutto opposto, come l’editor che lo rifiutò per conto di Feltrinelli: «Il manoscritto in oggetto si rifà a canoni narrativi sostanzialmente ottocenteschi applicati a una trama nella quale si intrecciano elementi di natura sociologica e psicologica, armonizzati da una buona scrittura». La lettera si chiudeva consigliando a Goliarda Sapienza di rivolgersi a editori dall’orientamento «meno rigido» e dunque disposti a pubblicare un «romanzo tradizionale».

Una questione impronunciabile
Ma cosa vuol dire tradizionale? Premesso che L’arte della gioia è tradizionale soltanto in superficie, cosa dovremmo dire di un romanzo in tutto e per tutto classico come 1984 di Orwell? Il vero nocciolo della questione non è dunque tanto il postmoderno, ma il fatto che da noi il «romanzo» continua a essere un qualcosa di impronunciabile, una sorta di paroloccia. Prova ne sia che l’incessante fiorire di definizioni elusive. Metaromanzo, non-romanzo, la parola «romanzo» con sopra una barra, romanzi mutanti e narrazioni epiche. Eppure, usata alla maniera di un grimaldello, l’invenzione romanzesca riesce a denudare il re esattamente come può farlo il più impietoso dei reportage, con il vantaggio che quei due metri cubi d’aria spesso penetrano nell’immaginario popolare più a fondo e perdurano nel tempo; il Grande Fratello è ancora tra noi a dimostrarlo.
Non sarebbe allora più proficuo chiamare le cose col loro nome e fare i conti in maniera più diretta con il nostro passato, con una tradizione che vede nel realismo la via maestra e nella finzione quella della perdizione? Abbiamo forse paura di confrontarci con le nostre radici? È un dubbio che non vuole togliere nulla al valore della nuova narrativa italiana, ma solo invitare a parlare di romanzi con meno artifici. Non una notazione polemica, ma una semplice proposta. Just a thought, come avrebbero detto una volta in America.

Subsonica: nel nuovo album, L’ECLISSI, una canzone dedicata a Saviano e una ispirata dal Miserabile



[Ho ripetutamente affermato una sconfinata ammirazione per quanto i Subsonica stanno facendo, in questi anni, per la cosiddetta “società civile”, per la ripresa dell’impegno e per la nuova letteratura italiana. Apprendo oggi dal Corriere della Sera (mentre bevo il cappuccino informativo) che nel nuovo album dei Subsonica, L’ECLISSI, un pezzo è dedicato a Roberto Saviano e Gomorra, mentre un secondo è ispirato a un libro del sottoscritto (si intitola Canenero ed è ispirata a un episodio del Dies Irae). I Subsonica producono anche nuove band e nuovi talenti, attraverso CasaSonica, che ha realizzato la colonna sonora di Manituana di Wu Ming. In proprio, pubblicano: Boosta è autore di uno splendido romanzo tarantiniano, Un’ora e mezza, che ho recensito qui.
Vorrei pubblicamente ringraziare i Subsonica, invitando i Miserabili Lettori a visitare in profondità il loro sito ufficiale e a considerare che ciò che questo gruppo sta facendo è la letteratura.
Riproduco il trafiletto del Corriere della Sera. gg]

dal Corriere della Sera, 20/11/07
MILANO — Un omaggio a Roberto Saviano e una canzone sugli abusi sessuali sui minori ispirata da un romanzo di Giuseppe Genna. C’è tanto della nuova letteratura italiana nelle canzoni di «L’eclissi», ultimo album dei Subsonica che esce venerdì.
«Dopo gli Anni 90 i musicisti hanno rinunciato alla sfida di confrontarsi con l’esterno. Il vuoto lo hanno riempito gli scrittori», spiega Max Casacci, chitarrista e mente della band torinese.
«Saviano ha fatto sentire una realtà della camorra vicina anche a chi geograficamente è lontano», aggiunge Samuel Romano, il cantante.
Il titolo del cd?
«Una metafora sul nostro tempo che fatica a percepire il futuro», dice Casacci.
Musicalmente c’è un ritorno all’elettronica: «Per la prima volta la usiamo in funzione narrativa», conclude il tastierista Boosta. ( a. laf.)

Roberto Saviano. “Scampia-Erzegovina”

savianomariospadadi ROBERTO SAVIANO

[Roberto Saviano è come un certo mohicano, e non lo dico per la foto lombrosiana che qui pubblico: è l’ultimo dei giornalisti. La sua scrittura è allucinatamente realistica e sconvolgente, ma la materia di cui tratta lo è ancor più. Leggere i reportage e le narrazioni di Saviano è una terapia che estenderei alla nazione. Il suo sguardo non è soltanto un bisturi umanista, poiché lo scrittore non è semplicemente un umanista, e non è nemmeno un ultraumanista: è ciò che la letteratura compie quando si trova di fronte alla realtà – la abbraccia, la pugnala e ne è pugnalata. Questo racconto-reportage di Roberto Saviano, pubblicato nell’antologia Generazioni. Nove per due (Ancora del Mediterraneo, 13.50 euro) mi è stato inviato da Piero Sorrentino: desidero ringraziare entrambi per l’onore che mi fanno. gg]

«Io la velocità della luce la so, ma la velocità del buio non ce l’hanno ancora insegnata…»
(Dino, 12 anni, Zagabria)

Quando sono arrivato era a terra, morto. Un nugolo di carabinieri camminavano nervosi dinanzi al negozio dove era avvenuto l’agguato. L’ennesimo. «Ormai un morto al giorno è la cantilena di Napoli», dice un ragazzo nervosissimo che passa di là. Si ferma, si scappella dinanzi al morto che non vede, ma sa che c’è e va via. Quando i killer sono entrati nel negozio stringevano già i calci delle pistole. Era chiaro che non volevano rapinare ma uccidere, punire.
Attilio ha tentato di proteggersi dietro al bancone. Sapeva che non serviva a salvarsi ma magari sperava che il gesto di nascondersi segnalasse che era disarmato, che non c’entrava nulla, che non aveva fatto niente, aveva capito forse che quei due erano soldati della camorra, della guerra voluta dai Di Lauro. Gli hanno sparato, hanno scaricato i loro caricatori e dopo il servizio sono fuggiti via, qualcuno dice con calma, come se avessero acquistato un telefonino piuttosto che massacrato un uomo. Attilio è lì. Sangue ovunque. Sembra quasi che l’anima gli sia uscita da quei fori di proiettile che gli hanno marchiato tutto il corpo. Quando vedi tanto sangue per terra inizi a tastarti, controlli che tu non sia ferito, che in quel sangue non ci sia anche il tuo, inizi a entrare in una psicotica ansia, cerchi di assicurarti che non ci siano falle nell’epidermide, che per caso senza che te ne sia accorto ti sei ferito. E comunque non credi che in un uomo solo possa esserci tanto sangue e sei certo che in te ce n’è sicuramente molto meno. Quando ti accerti che quel sangue non è tuo, non basta, ti senti svuotato anche se l’emorragia non è tua. Tu stesso diventi emorragia, senti le gambe che ti mancano, la lingua impastata, senti le mani sciolte in quel lago denso, vorresti che qualcuno sbirciasse sotto i tuoi occhi a constatare una crisi d’anemia. Vorresti fermare un infermiere e chiedere una trasfusione, vorresti avere lo stomaco meno chiuso e mangiare una bistecca, se riesci a non vomitare devi chiudere gli occhi ma non respirare. L’odore di sangue rappreso che ormai ha impregnato anche l’intonaco della stanza sa di ferro rugginoso. Devi uscire fuori prima che gettino la segatura sul sangue perché l’impasto genera un tanfo terribile come di carne tritata andata a male, che fa crollare ogni resistenza al vomito.

Non capisco perché accetto sempre di venire sui posti degli agguati. Mi chiamano, qualcuno vuole che vada a vedere, che vada a capire, che magari possa trovare formule letterarie che diano corpo a qualche verità che sappia traghettare il meccanismo di morte, la scossa del dolore estremo. La guerra di Scampia ha generato in due mesi oltre quaranta morti, almeno venti ne avrò visti, per terra, inzaccherati dal sangue, sfigurati in volto dai colpi, addormentati dalla morte. Non è importante mappare ciò che è finito, il dramma terribile che è accaduto, è inutile osservare i cerchi di gesso intorno ai rimasugli dei bossoli, che quasi sembrano un gioco infantile di biglie smarrite. È necessario invece riuscire a capire se qualcosa ancora è rimasto. Questo forse vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia d’umano ancora e se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una vera risposta che dia il reale senso di ciò che sta accadendo. Il corpo di Attilio è ancora per terra quando arrivano i familiari. Due donne, forse la madre e la moglie, non so. Nel percorso si stringono, camminano avvinghiate, spalla incollata all’altra spalla, ormai sono le uniche a sperare che non sia come ormai già hanno capito e sanno benissimo. Ma sono allacciate, si mantengono l’un con l’altra, un attimo prima di trovarsi dinanzi alla tragedia. È in quegli attimi, nei passi delle mogli, delle madri verso l’incontro con il corpo crivellato, che si intuisce un’irrazionale, folle, balorda fiducia nel desiderio umano. Sperano, sperano, sperano e sperano ancora che ci sia stato un errore nella comunicazione, una bugia nel passaparola, un fraintendimento nelle parole del maresciallo dei carabinieri che annunciava l’agguato e l’assassinio. Come se ostinarsi maggiormente nel credere qualcosa possa davvero mutare il corso delle cose. In quel momento la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta senza minima alcuna. Ma non c’è nulla da fare. Le urla, i pianti mostrano la forza di gravità della realtà.

Attilio e lì per terra. Lavorava in un negozio di telefonia e poi per arrotondare in un callcenter. Lui e sua moglie Natalia non avevano ancora un bambino. Non era ancora il momento giusto, non c’era forse la possibilità economica di sostenerlo e perché no, magari aspettavano prima di generarlo la possibilità di farlo crescere altrove, magari al nord. Le giornate si almanaccavano di ore di lavoro e quando c’è stata la possibilità e qualche risparmio Attilio ha creduto buona cosa poter diventare azionista di quel negozio dove ha trovato la morte. L’altro socio però ha una lontana parentela con Pariante un capozona di Bacoli, un colonnello di Di Lauro, uno di quelli che si sono messi contro il boss. Attilio non sa o quantomeno sottovaluta, si fida del suo socio, gli basta sapere che è una persona che vive del suo mestiere, faticando molto, troppo. Insomma in questi luoghi non si decide della propria sorte, il lavoro sembra essere un privilegio, qualcosa che una volta giunto si tiene stretto, quasi come una fortuna che ti è capitata, un destino benevolo che ha voluto centrarti, anche se questo lavoro ti porta fuori casa per tredici ore al giorno, ti lascia mezza domenica libera e mille euro al mese che a stento ti bastano per pagare un mutuo. Comunque sia venuto il lavoro, bisogna ringraziare e non fare troppe domande a sé e al destino. Ma qualcuno fa cadere il sospetto. E il suo corpo rischia di venire sommato a quello dei soldati di camorra ammazzati in questi mesi. I corpi sono medesimi, le ragioni della morte sono però diverse anche se si cade sullo stesso fronte di guerra. Sono i clan che decidono chi sei, quale parte occupi nel risiko del conflitto di camorra. Le parti sono determinate indipendentemente dalle volontà, quando gli eserciti scendono per strada non è possibile tracciare una dinamica esterna alla loro strategia, il senso lo concedono loro, i motivi, le cause. In quell’istante quel negozio dove Attilio lavorava era espressione di un’economia legata al gruppo degli spagnoli, coloro che volevano in silenzio spodestare il boss Di Lauro, gli scissionisti, che quando sentono chiamarsi così sogghignano. Si combatte nelle strade di periferia e i soldati, come in ogni guerra, sono i disperati che ammazzano con un indennizzo di 2.500 euro a omicidio, che prendono salari di 700 euro mensili e che sperano di arrivare agli stipendi dei dirigenti militari, quelli che possono intascarsi anche ventimila euro al mese. Ma le economie in palio sono astronomiche, quella dei Di Lauro supera i 500 milioni di euro annui, e possiedono i perimetri dei continenti, si muovono con i money transfer in Canada, Australia, Gran Bretagna, Svizzera, come dimostrano le inchieste della Dda di Napoli del luglio 2004, investendo in aziende, negozi, ristoranti, alberghi. I dirigenti di queste economie hanno i profili dei finanzieri, degli imprenditori internazionali, non hanno la foggia dei criminali dei quartieri degradati, risiedono nelle città europee, a Tenerife, Monaco, Varsavia, viaggiano da Pechino a Bogotà e investono negli Usa, in Germania, in Francia. Fabbriche di vestiario, indotti di pezzi d’alta tecnologia, aziende di trapani. Qui si combatte solo la guerra. A questi quartieri è lasciata la feccia della trincea, altrove però ci sono i tavoli dove si decidono le strategie aziendali e gli snodi finanziari. La Cina è il paese con più investimenti delle imprese della camorra napoletana. Di Lauro controlla nei dintorni di Pechino le fabbriche di macchine fotografiche, telecamere e strumenti ad alta tecnologia. È arrivato in Cina dieci anni prima che confindustria si accorgesse della necessità di investire in Catai. Le macchine fotografiche vengono prodotte dagli stessi indotti delle grandi case di produzione. I clan si appropriano solo del marchio finale, per meglio introdursi nel mercato ma il prodotto è il medesimo. Ormai i mercati dell’Est Europa sono invasi con potenza da monopolio dai prodotti delle aziende dei clan che di falso hanno solo il marchio di cui si appropriano abusivamente. Lo stesso accade con il vestiario. Valentino, Ferragamo, Alcott, Prada, Ferré: la camorra, dopo averne gestito gli indotti per anni nei paesini del napoletano, ha iniziato a produrre essa stessa i capi ultimati e a porre marchi falsi. I prodotti sono i medesimi anche in questo caso, manca solo l’ultimo passaggio, l’autorizzazione da parte dell’azienda a porre la propria firma sul capo. Ma questa autorizzazione le fabbriche dei clan se la danno da soli. Il centro delle attività imprenditoriali della camorra in Italia è soprattutto al Nord. Castelnuovo del Garda è il posto dove i clan di Secondigliano hanno installato le loro maggiori attività legali legate alle imprese tessili. Ma i magazzini che raccolgono i vestiti delle aziende della camorra per venir successivamente distribuiti al dettaglio sono disseminati in ogni parte del mondo, dalla Spagna al Brasile passando per la Germania e l’Inghilterra. La cosa però che risulta più strana è che le aziende che vengono falsificate non denunciano. Fingono di non vedere, o forse questo mercato non gli è poi così d’intralcio. Il motivo è semplice. Centinaia di negozi, di centri commerciali, centinaia di ditte di trasporto, di magazzini sono gestiti dai clan, mettersi contro il loro potere economico significherebbe avere prezzi aumentati, trattamenti sfavorevoli, distribuzione complicata. Oltre a ciò la camorra ha in mano le fabbriche nell’Est Europa e la possibilità di intervenire su quelle italiane, in breve i bassissimi costi di produzione sono garantiti anche dall’intervento dei sodalizi camorristici. In fondo quindi alle grandi griffe e alle grandi aziende sembra convenire spartire la propria fetta di mercato ancor più perché i marchi usati sono i propri e quindi non si crea una concorrenza a vantaggio di un’altra azienda. Il guadagno è comune e dove tutti ricevono profitto non c’è motivo di lamentela, lo dice anche Bill Gates. Ma i clan napoletani facendo così hanno conquistato il mercato tecnologico rumeno, polacco, ungherese e quello del vestiario in Provenza, in California e in Germania. Paradossalmente ha molto meno a che fare la periferia di Scampia e Secondigliano con la camorra che Pechino, Los Angeles, e il Veneto dove l’economia camorristica trionfa e fattura capitali astronomici falsando il libero mercato, potendo godere del plusvalore criminale e trasformandosi essa stessa in gruppo imprenditoriale che fagocita concorrenza e tenta, attraverso il proprio preziosissimo valore aggiunto, di infiltrarsi nei più potenti e noti gruppi economici. Ma è nella periferia napoletana che scorre il sangue, saltano in aria negozi e si ammazzano quattro persone al giorno. È qui che si tagliano le teste con il flex, si riempie la bocca di benzina e si mette uno stoppino tra i denti cosicché quando si dà fuoco le guance e la calotta cranica possano esplodere. È qui che la fantasia più barbarica trova il suo laboratorio d’avanguardia. Quindi è qui che si guarda e non altrove. È qui che con colpevole ingenuità si crede risieda il problema.

Natalia, Nata come la chiamava Attilio, è una ragazza stordita dalla tragedia. Si era sposata appena quattro mesi fa, ma non viene consolata, al funerale non c’è presidente della Repubblica, ministro, sindaco che le tiene la mano. Meglio così forse, si risparmia la messa in scena istituzionale. Ma ciò che aleggia sulla morte di Attilio è una ingiusta diffidenza. E la diffidenza è l’assenso silenzioso che viene concesso all’ordine della camorra. L’ennesimo consenso all’agire dei clan. Ma i colleghi del callcenter di Attila, come lo chiamavano gli amici per la sua violenta voglia di vivere, organizzano fiaccolate, e si ostinano a sfilare anche se sul percorso della manifestazione avvengono ancora agguati, il sangue ancora traccia la strada. Procedono, accendono luci, fanno capire, tolgono ogni onta, cassano ogni sospetto. Attila è morto sul lavoro e con la camorra non aveva rapporto alcuno. In realtà dopo ogni agguato il sospetto grava su tutti. Troppo perfetta è la macchina dei clan. E non c’è errore. C’è punizione. E così è ai boss che viene data fiducia, non ai familiari che non capiscono, non ai colleghi di lavoro che sanno, non alla biografia di un individuo. In questa guerra le persone vengono stritolate senza colpa alcuna, vengono rubricate negli effetti collaterali o nei probabili colpevoli. Un ragazzo, Dario 26 anni, ucciso nel dicembre 2004, di sera viaggiava sulla sua vespa quando viene sparato in faccia, al petto, lasciato morire a terra nel suo sangue che ha avuto il tempo di impregnare la camicia. Non aveva parenti camorristi, due fratelli entrambi con un passato da carabiniere. Un ragazzo innocente, gli è bastato essere di Casavatore, un paese martoriato da questo conflitto perché divenuto una sorta di feudo simbolico degli spagnoli. Questa è stata condizione sufficiente per divenire bersaglio, obiettivo, messaggio di terrore da urlare con la sua morte stessa, busta innocente di carne da inviare ai camorristi del suo paese. Per lui ancora silenzio, incomprensione. Nessuna epigrafe, né targa, né ricordo. «Quando si è uccisi dalla camorra, non si sa mai», così mi dice un vecchio postino che si fa il segno della croce nei pressi del luogo dove Dario è caduto. Non si sa mai, così come non si è saputo per Gelsomina, 22 anni, ammazzata nel novembre 2004, presa nel mucchio, aveva frequentato per qualche tempo un ragazzo che dopo un po’ era entrato nel clan, come molti in questa città, piccoli lavori, autista, corriere. Poi questo ragazzo ha deciso di partecipare col suo capozona al golpe contro Di Lauro e per Gelsonima quelle giornate trascorse con lui per qualche giro in vespa, quelle ore di frequentazione sono bastate per condannarla a morte. Torturata, uccisa, bruciata. Gelsomina lavorava, e duramente perché la sua famiglia era in seria difficoltà. Suo padre aveva perso il lavoro e la malinconia l’aveva divorato. Eggià perché anche chi abita qui, chi abita a Scampia e Secondigliano divenute ormai quasi archetipo dell’aberrazione, quando perde il lavoro, finisce con l’ammalarsi l’anima. E non ti alzi più dal letto, e senti di non farcela perché al Nord il tuo curriculum neanche lo leggono e poi a ricominciare tutto daccapo così lontano non ce la fai, e qui non sai a chi rivolgerti per campare e non hai né la voglia né il coraggio di entrare in un clan. Anzi neanche ti affiliano perché sei troppo vecchio o troppo inaffidabile, perché per troppo tempo hai avuto diffidenza verso la camorra e ora loro hanno diffidenza verso di te. E allora fai dire a tua moglie o a tuo figlio, alle persone che chiedono di te, che sei finito in carcere. Non esci dalla tua stanza per un anno, meglio far credere che sei andato a finire dentro per una rapina al Nord, magari ai camion, meglio far sapere che ti hanno beccato dopo un furto che invece far sapere che sei depresso, fermo a letto senza neanche la forza di accendere la luce. Ma è difficile vedere questo negli oltre ottocento colpi di pistola, mitra e fucile a pompa sparati in questa guerra, avere la pazienza di capire, di scremare, di comprendere chi e cosa nell’inferno non è inferno. E quasi sembra una difesa trovare una colpa, dire che in qualche modo il morto è colpevole della sua sorte. Se l’è cercata. Faceva parte del suo mestiere. Così si allontana la paura, la possibilità che possa accadere a chiunque vive in terra di camorra, in economia di camorra. Dare una colpa a chi non ce l’ha concede il senso del falso che però conforta. Qui non si muore per caso o errore, si muore perché il sistema camorra decide della morte e soprattutto della vita di tutti. In questo momento la cinetica del potere ha il volto di Cosimo Di Lauro, il leader della cosca, il rampollo che da solo ha sventato il golpe. Erano in minoranza, suo padre e i suoi uomini. I colonnelli, i fedelissimi del clan volevano gestire da soli l’azienda, ma Cosimo – secondo le accuse – ha imbastito una guerra basandola sulla spietatezza. Tutti devono morire, parenti, amici, vicini di casa di chi ha ordito e osato pensare di spodestare suo padre dal vertice. Come nella guerra in Bosnia, come a Sarajevo, quando era impossibile alle bande capire a quale ceppo di presunta razza appartenevi, bastava uccidere il tuo vicino, il cane, l’amico o un tuo familiare. Una voce di parentela, una somiglianza di pregiudizio è condizione ragionevole per diventare bersaglio. Bastava che passassi per una strada per ricevere subito un’identità di piombo. L’importante era concentrare il più possibile dolore, tragedia e terrore. Indiscriminatamente con l’unico obiettivo di mostrare la forza assoluta, il dominio incontrastato, l’impossibilità di opporsi al potere vero, reale, imperante. Non vi è altro motivo che disseminare un terrore capace di far sentire la propria volontà come un congegno di cui temere e quindi agire e pensare sempre guardandosi bene da come verrà interpretato il proprio comportamento. E così ci si trasforma sino ad abituarsi a pensare come coloro che potrebbero risentirsi di un gesto o una parola. Stare attenti, guardinghi, silenziosi, per salvarsi la vita, per non toccare il filo ad alta tensione della vendetta. Le bande serbe che scorazzavano in Bosnia del resto hanno imparato dai clan camorristici. Come un’informativa del Sismi del 1994 segnala, Zeljco Raznjatovic, meglio conosciuto come la tigre Arkan, mandò il suo fidato Radovan Stanisc in Italia a prendere accordi con diversi personaggi tra cui il boss di Casal di Principe nel casertano, Francesco Schiavone, il capo di uno dei gruppi imprenditoriali e camorristici più potenti d’Europa, i casalesi. Arkan è stato uno dei criminali di guerra serbi più spietati, ammazzato nel 2000 in un albergo di Belgrado capace con le sue scorribande di radere al suolo interi paesi musulmani di Bosnia, fondatore di un gruppo nazionalista, i Volontari della guardia serba, che quando una giovane inviata della Cnn in Erzegovina lo citò per un’intervista a una donna bosniaca questa svenne di colpo. Arkan – secondo le indagini – volle stringere patto con Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, la tigre della Malesia. Le due tigri si allearono, Arkan chiese armi per i suoi guerriglieri e soprattutto l’intervento di Schiavone per due cruciali problemi: far star buoni i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinargli la sua guerra, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi, e aggirare l’embargo che gli impediva di commerciare con l’estero e ricevere i capitali riciclati sul piano internazionale. Sandokan acquietò i suoi alleati albanesi facendo passare serenamente i carichi di armi, concedendo ad Arkan una tranquilla guerriglia e un pacifico sterminio di slavi islamici. Mosse poi i suoi contatti bancari per aggirare l’embargo e far arrivare il danaro in Serbia sotto forma di aiuti umanitari. In cambio gli imprenditori amici del clan (che vanno da Treviso a Capua) acquistarono ad ottimi prezzi aziende, imprese, negozi, masserie, allevamenti, disseminando così in mezza Serbia la vincente impresa italiana. Arkan prima di entrare nel fuoco della guerra ha interpellato la camorra e ha preso da essa armi, droga, metodi d’affari e strategie per aggirare l’embargo. Cosimo Di Lauro ha invertito la rotta, prima di dettare la sua strategia militare ha appreso dalla Bosnia, dagli stermini etnici degli ustaša e dei nazionalisti serbi la condotta vincente da far tenere ai suoi eserciti.

Quando lo hanno arrestato Cosimo si nascondeva in un buco di quaranta metri quadri, dormendo su un letto quasi sfondato. L’erede di un sodalizio criminale capace di fatturare esclusivamente con il narcotraffico un milione di euro circa al giorno, e che aveva fatto progettare una villa pompeiana da tre milioni di euro nel cuore di uno dei quartieri più miseri d’Italia, era costretto a rintanarsi in un buco fetoso e microscopico. Quando Cosimo sente sbattere gli anfibi dei carabinieri, rumoreggiare i fucili, non tenta di scappare, non si arma neanche. Si mette davanti allo specchio. Bagna il pettine, tira indietro i capelli dalla fronte e poi li lega nel codino all’altezza della nuca, lasciando la zazzera riccia cascare sul collo. Poi indossa sopra il dolcevita scuro l’impermeabile nero. Cosimo Di Lauro s’imbandisce da pagliaccio del crimine, da guerriero della notte, scende per le scale impettito. È claudicante, qualche hanno fa è caduto rovinosamente dalla moto e la gamba zoppa è la dote avuta da quell’incidente. Ma quando scende dalle scale ha pensato anche a questo. Poggiandosi sugli avambracci dei carabinieri che lo scortano riesce a non mostrare il suo handicap, riesce a fingere di camminare con passo felpato. Ha passato come molti ragazzi della sua medesima età a fissare i fotogrammi di Matrix, forse avrà avuto nella sua stanza il poster del film Il Corvo, e avrà sognato di dimagrire per somigliare a Brandon Lee. È chiaro che ha questi modelli in mente, è a loro che il boss si ispira, i nuovi sovrani militari dei sodalizi criminali napoletani non si atteggiano da guappi di quartiere, non hanno gli occhi sgranati e folli di Cutolo, non pensano di doversi atteggiare come Luciano Liggio o come caricature di Lucky Luciano e Al Capone, non si fanno crescere l’unghia del mignolo sinistro, mostrando che non lavano neanche il piatto dove mangiano. Matrix, The Crow, Pulp Fiction riescono con maggiore capacità e velocità a far capire cosa vogliono e chi sono. Sono modelli che tutti conoscono e che non abbisognano di eccessive mediazioni. Lo spettacolo è superiore al codice sibillino dell’ammiccamento o alla circoscritta mitologia del crimine da quartiere malfamato. Cosimo fissa le telecamere e gli obiettivi dei fotografi, abbassa il mento, sporge la fronte e tira le pupille in alto. Non si è fatto trovare come Brusca con un jeans liso e una camicia sporca di salsa, non ha il volto terrorizzato come quello Riina, né è stato arrestato in pigiama nascosto dietro un armadio come capitò a Misso. È un guerriero che si è imbattuto, da incensurato, nella sua prima sosta. Paga per il troppo coraggio, l’eccessivo zelo nella guerra che ha condotto. Non sembra che sia tratto in arresto ma semplicemente che muti il luogo del suo comando. La gente del quartiere al solo guardarlo si sente bruciare lo stomaco. Inizia la rivolta, rovesciano auto, riempiono bottiglie di benzina e le lanciano. La crisi isterica non serve a evitare l’arresto come potrebbe sembrare, ma a scongiurare vendette. Ad annullare ogni possibilità di sospetto. A segnalare al principe Di Lauro che nessuno lo ha tradito. Che nessuno ha spifferato, che il geroglifico della sua latitanza non è stato decifrato grazie ai suoi vicini di casa. È un enorme rito quasi di scusa, una metafisica cappella di espiazione che le persone del quartiere vogliono costruire con le volanti dei carabinieri bruciate, i cassonetti posti a barricate, il fumo nero dei copertoni. Se Di Lauro posa il suo sospetto su di loro, non avranno neanche il tempo di fare le valigie, la mannaia militare si abbatterà sul quartiere come l’ennesima spietata condanna. Due settimane dopo l’arresto del rampollo del clan, il volto arrogante che fissa le telecamere campeggia sugli screen saver dei telefonini di decine di ragazzini e ragazzine delle scuole di Torre Annunziata, Quarto, Marano. Certo gesti di mera provocazione, di banale balordaggine adolescenziale. Ma Cosimo sapeva. Così bisogna agire per essere eletti capi, per raggiungere il cuore degli individui, bisogna saper usare anche lo schermo, l’inchiostro dei giornali, bisogna sapere annodare il proprio codino e fissare gli bene gli obiettivi. Perché sin quando non sarai temuto non riuscirai mai a essere realmente rispettato.

Mentre sono sul bus, mentre mi allontano i pensieri iniziano a pesare come sfere d’acciaio nel vuoto del cranio. Inizi a capire perché non c’è mattina che tua madre ti guardi con sospetto, non capendo perché non te ne vai dal sud, perché non fuggi via, perché continui a vivere in questi luoghi d’inferno. Cerco di almanaccare da quando sono nato quanti sono i caduti, gli ammazzati, i colpiti. Non bisognerebbe contare i morti per comprendere le economie della camorra, anzi sono l’elemento meno indicativo del potere reale ma sono quanto meno la traccia più visibile e quella che riesce d’immediato a piagare lo stomaco. Inizio la conta: 100 morti nel 1979, nel 1980 140, 110 nel 1981, 264 nel 1982, 204 nel 1983, 155 nel 1984, 107 nel 1986, 127 nel 1987, 168 nel 1988, 228 nel 1989, 222 nel 1990, 223 nel 1991, 160 nel 1992, 120 nel 1993, 115 nel 1994, 148 nel 1995, 147 nel 1996, 130 nel 1997, 132 nel 1998, 91 nel 1999, 118 nel 2000, 80 nel 2001, 63 nel 2002, 83 nel 2003, 142 nel 2004, 12 nei primi due mese del 2005…. Tremilacinquecento morti. Mi sovviene in mente un’immagine. Quella della cartina del mondo che spesso compare sui giornali, soprattutto su quelli francesi. Campeggia sempre in qualche numero di «Le Monde Diplomatique» quella mappa che indica con un bagliore di fiamma tutti i luoghi della terra dove c’è un conflitto. Kurdistan, Sudan, Kosovo, Timor Est. Mi viene spesso di gettare l’occhio sull’Italia del sud. Di sommare i cumuli di carne che si accatastano in ogni guerra che riguardi la camorra, la mafia, la n’drangheta, i sacristi in Puglia o i basilischi in Lucania. Oltre diecimila morti. Ma sulla cartina non c’è traccia di lampo, non v’è disegnato alcun fuocherello. Qui è il cuore d’Europa. Qui si foggia la parte maggiore dell’economia della nazione. Quali ne siano le strategie d’estrazione di ricchezza poco importa. Necessario è che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie, schiattata nei grovigli di cemento e mondezza, nelle fabbriche a nero e nei magazzini di coca. E che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni. E allora comprendi anche il ghigno dei tuoi amici che sono emigrati, e tornano da Milano o da Padova e non sanno tu chi sia diventato per continuare a vivere dove vivi. Ti squadrano dall’alluce alla fronte per cercare di soppesare il tuo peso specifico e intuire se sei un chiachiello o uno bbuono. Un fallito o un camorrista. E dinanzi alla biforcazione delle strade sai quale già stai percorrendo e non vedi nulla di buono al termine del percorso.

Scendo dal bus e inizio a correre. Forte, sempre più forte, le ginocchia si torcono, i talloni tamburellano i glutei, le braccia sembrano snodate e si agitano come legni di burattino. Corro, corro, corro ancora. Il cuore batte, in bocca ho la saliva che mi annega la lingua e sommerge i denti. Mi fermo. Sento il sangue che gonfia la carotide, tracima nel petto, non ho più fiato, dal naso prendo tutta l’aria possibile che subito rigetto come un toro. Riprendo a correre, sento le mani gelide, il viso bollente, chiudo gli occhi. Sento che tutto quel sangue visto a terra che ho sentito perso come rubinetto aperto sino a spanare la manopola, l’ho ripreso, ora lo risento nel corpo. Maledetta terra, maledetti luoghi, maledetto me stesso che non soffoco in un bolo sordo il dolore ma lo frammento e moltiplico con le parole. Arrivo finalmente al mare. Salto sugli scogli, il buio è impastato di foschia, non si vedono bene neanche i fari delle navi che scorazzano nel golfo. Il mare si increspa, alcune onde iniziano ad avvicendarsi, sembrano non voler toccare la fanghiglia della battigia ma non tornano neanche nel gorgo lontano dell’alto mare. Rimangono immobili nell’andirivieni dell’acqua, resistono ostinate in un’impossibile fissità aggrappandosi alla loro cresta di schiuma. Ferme, non sapendo più dove il mare è ancora mare.