“Roma” di Alfonso Cuarón: un capolavoro

Bisogna parlare di “Roma”, il film di Alfonso Cuarón, e farlo per come posso farlo io, da scrittore che si perde in un certo cinema e non in altro. Anzitutto: è cinema. Non è scontato, a oggi. Sono andato a vederlo allo storico cinema Mexico, un film messicano proprio lì, in uno dei piccoli templi che preservano l’esperienza cinematografica in senso radicale, ovvero vintage. Le teste si muovevano, c’era casino, poco mancava che qualcuno fumasse: eravamo nel 1971, nello schermo e fuori. L’ultimo capolavoro che ho visto al cinema è “Youth” di Sorrentino – poi, un’infinita infilata di proiezioni angoscianti, italianissime o italianissimamente doppiate, con quell’enfasi dell’attore provinciale, che fa tutta la nostra scuola di doppiaggio, un tempo celebrata e oggi davvero patetica, nell’esprimere l’asse privilegiato Garbagnate-Ostia Lido. L’esperienza cinematografica mi si sta rattrappendo in uno schermo a qualche pollice, il divano che irrita la sciatica e la vaga notizia che i popcorn là fuori resistono al 2.0 e continuano a impestare le sale moquettate strapiene di acari e svuotate degli eroici fumatori settantini. Non avevo visto nulla, assolutamente nulla, sul e del film di Cuarón, nemmeno avevo letto le critiche veneziane, quando si era aggiudicato il Leone e veniva discusso soltanto per via della distribuzione in sala con produzione Netflix. Avevo scorto soltanto qualche riga inerente il realismo radicale, l’eterna nenia dei molti cloni di Rocco e della sua fratellanza, la persuasione e la rettorica sul b/n splendido splendente. A fine visione di questo assoluto capolavoro della mia contemporaneità, travolto dalla bellezza e dalla complessità e dall’acuzie artistica di questa pellicola digitale, ho goduto del tempo minimo per formulare il pensiero che, per l’appunto nella mia contemporaneità, la quasi totalità degli antichi filologici e dei recenti astorici è in grado di misinterpretare (se va bene) o di praticare con ingenuità qualunque opera che aspiri a e vada a realizzare lo status predetto: quello di opera, di opera d’arte. Esistono miliardi di sguardi sul cinema, c’è posto per tutti, ovviamente. Ciò che mi risulta intollerabile non è affatto la poliedricità degli approcci, ma, definitivamente, l’incapacità di cogliere l’eccezionale in opere che traboccano del medesimo. Per esempio, una legione di critici professionisti e non ha incensato “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson, un film per me ininteressante sotto qualunque risguardo, e questo ci sta. A irritarmi è invece il fatto che, laddove si dovrebbe convenire che si dà un’eccellenza, l’utilizzo delle categorie per valutarla appare a dire poco sballata o superficiale. Per cui il film di Cuarón, pur celebrato appunto come capolavoro, lo sarebbe per motivazioni ridicole e trascurabili: la rappresentazione della lotta di classe, il ricordo nostalgico del tempo che fu e che fu vissuto così dall’autore, l’emozione (non ne posso più di questa ideologia del finto emotivo), la costruzione dei personaggi e la psicologia o la sociologia o il “secondo me” autoriale – e perché non allora la resa perfetta degli accessori automobilistici oppure l’influenza dei mondiali di calcio sulla vita collettiva in Messico? Vorrei dunque liquidare qualunque posizione ingenuamente contenutistica e ogni trepidare stilistico, per dire come la vedo io, letteralmente, da scrittore: cosa ho visto io, guardando “Roma” di Alfonso Cuarón? Ho visto il cinema. Tutto il film ha come materia il cinema e dimostra che il cinema è la panna della visione e della sensorialità, una percezione che intercetta il farsi del reale, la storia storica come l’esplosione degli universali nel cuore di quell’essere angelicamente demonico che è il fenomeno umano. Non c’è un’inquadratura, non c’è una scena, non c’è una sequenza che non sia purissimo cinema: la visione impressionante che porta a cecità. Questa è la dialettica tra luce e tenebra (con la sfumatura delle ombre tutte) che motiva realmente la scelta del bianco e nero, optata da Cuarón in modo quasi tirannico, essendo egli non soltanto il regista, ma anche l’autore della fotografia e del montaggio di questo portentoso colpo a sistole e diastole del presente artistico, non soltanto cinematografico. La storia, intesa come trama e vicenda, non è il precipuo interesse di Cuarón, anzi: liquida gli eventi per arrivare ad apici di rappresentazione nelle bolle e nelle derive che la liquida visione subisce per lo sforzo autoriale. E’ tutto un “Gravity” (esiste una clamorosa e mozzafiato autocitazione del kolossal spaziale, nel cuore di “Roma”: un’incredibile rallentamento della vicenda per dare spazio, ed è spazio cosmico, ha un film altrui, di genere fantscientifico, che colloca l’operazione sci-fi all’interno dell’opera omnia di Cuarón stesso), solo che il vuoto extratmosferico è la materia stessa della storia storica, come vicenda collettiva di sperequazioni di umanità, crudeltà, tragedia, relazioni casuali e ritorni continui dei protagonisti su se stessi e sui propri antagonisti. Ogni segmento di questo film, alla faccia dell’ideologia che vorrebbe l’opera contemporanea come *non respingente* e *leggibile* ed edulcorata, si iscrive nella memorabilità e resta lì, nella sospensione in cui le immagini fisiche fluttuano nel nostro preconscio. A fare l’elenco delle memorabilità di questo film si perderebbe la decenza verso le lettrici e i lettori – si attraversano gruppi michelangioleschi in riva all’oceano, escoriazioni architettoniche e domestiche come nella magistralità di Béla Tarr (che mi pare uno dei riferimenti espliciti di questo Cuarón), visioni di sala cinematografica ampie 270° con camera fissa, canti di cinerei personaggi in riva all’incendio del bosco, coreografiche adunate di tanti piccoli soldati dell’impero cinese in forma di statue semoventi, irruzioni dell’immaginario pop e fumettistico e televisivo che divengono istoriazioni e bassorilievi dell’universale (operazione che qualcuno dovrebbe praticare sugli eroi Marvel e che Marvel, una delle più efficienti centrali produttive dell’ideologia cretina del contemporaneo, rifiuta di fare praticare sul proprio pantheon). E, soprattutto: il parto della bimba che nasce morta, uno degli apici della cinematografia di sempre, un abisso della visione, un collasso della sensorialità, la vita più vera della vita stessa – questo inganno salvifico che il cinema ha promesso dagli esordi, mantenendo la promessa stessa, a vantaggio e svantaggio di noi, fatti immobili spettatori, corte del corteo regale su cui si avanzava il monarca sciocco che il carnevale ha sempre idolatrato. In questo caso, quel monarca è lo sguardo di Cuarón, un artista che da sempre si è allineato a quella promessa fattaci dal cinema tutto e che questa volta riesce a superare, come hanno fatto tutti i grandi. Qui c’è la storia del cinema, davvero: c’è Kubrick, c’è Welles, c’è Murnau, c’è Bergman, c’è Antonioni, c’è Houston – ci sono *tutti*. Sono sussunti e trascesi, in modo che da ora in poi si possa dire: qui c’è Cuarón. Il quale non fa un film sugli universali: va oltre gli universali. Non è un’opera sulla pietà o il dolore, è piuttosto un’opera *fatta di* pietà e dolore. E’ il tragico, indistinguibile dall’epico. Che sia Messico 1971 o Italia 2018, l’equalizzatore Cuarón si assume il compito di livellare tutta la storia, il che solitamente pertiene alla morte o all’oblio. E’ questo il compito che il cinema compie, culminando infinitamente: fare morire, fare dimenticare, nel momento in cui vive e rende memorabile la materia della vanitas. Il cinema è barocco o non è: soltanto il pirla contemporaneo non comprende che nel più essenziale e astratto e minimalista dei film si rattrappisce la funerea radioattività del barocco. E si potrebbe parlare delle interpretazioni, tutte strepitose, e delle scenografie e delle luci e della struttura narrativa e della simbologia e dell’aggrumarsi delle funzioni tragiche e della natura opposta alla civilizzazione incivile e del politico (la scena della manifestazione giovanile è devastante: devastante) e della dialettica tra cieli e terrestrità e della femminilità che genera e governa tutto e dei padri assenti e delle fisionomie che tracciano un tempo e del tempo interno in conflitto con quello cronologico e del fantastico che nel b/n ha un rilancio inaudito e del metacinema che qui si fa e di mille altre prospettive ed evntualità: ciò non servirebbe a catturare un grammo di più di quanto si possa fare, di quanto ci è lasciato in dono di compiere: puramente guardare, puramente sentire.

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Con “History” a Roma, presso Notebook, la libreria dell’Auditorium

Domani, alle 18.30, io e “History” siamo a Roma, a discutere con Luca Briasco, una delle menti italiane che non ho smesso di ammirare in questi anni. La presentazione si terrà a Notebook, la libreria dell’Auditorium (Viale Pietro De Coubertin, 30). Venite, genti!

La presentazione romana di ‘Assalto’: come è andata

di CARMINE ACETO
[da Altrimedia]

Christian Raimo, domenica 28 marzo all’interno della manifestazione di Roma Libri Come, ha parlato della terza edizione riveduta e aggiornata di “Assalto a un tempo devastato e vile” di Giuseppe Genna, pubblicata in questi giorni da minimum fax, come dell’opera capace di raccogliere le macerie della fine degli ideali dell’umanesimo rendendo evidente che tale involuzione sociale e culturale non ha prodotto nessuna auspicabile catarsi rigenerativa.
Dalla sua prima uscita nel 1996, questo libro, in cui Genna continua a mettere le mani promettendo anzi di non smettere di farlo neanche per il futuro, ha condensato in forme stratificate il declino del contemporaneo, introducendo inusuali interpretazioni della società e dei suoi stilemi antropologici grazie anche alla capacità di Genna di presentarsi ai lettori, e questo da sempre a prescindere dall’opera, come un qualcosa diverso e distante da se stesso. Il Miserabile, come Genna ha voluto ribattezzarsi per il popolo della rete, ha ricercato anche in modo estremo di espellersi, di guardarsi da fuori e questo concetto lo ha ribadito in modo sentito e attraverso un esame di pura cirtica affettiva, come lui stesso l’ha voluta definire, lo scrittore Tommaso Pincio, anch’egli presente alla serata. Le parole di Pincio in special modo hanno profondamente toccato Genna che ha ammesso di non aver ascoltato nel passato parole emotivamenti più coinvolgenti di quelle usate per lui e la sua opera da Tommaso Pincio.
“Perplessità fondate nel rimettere le mani su un libro del genere ce ne erano molte sia da parte mia che da parte degli editori. Era un rischio per entrambi, ma era un rischio necessario da affrontare”. Anche quest’edizione aggiornata vive tutta addosso al suo autore che se ne fa carico in modo doloroso e partecipe, ritmando con il suo linguaggio la stagnazione magmatica della vita quotidiana per come siamo risuciti a renderla oggi.
L’incontro si conclude con Genna che legge alcuni brani tratti da Don DeLillo che iniziano con la frase “Ho fede in forme statiche di bellezza” e terminano con un’invocazione/evocazione del silenzio. “Ecco –ammette Genna– mi piacerebbe dire proprio questo!”

Tommaso Pincio sul manifesto: l’Italia, il romanzo di Brizzi e il De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

SPETTRI ITALIANI – TRE VARIAZIONI SULLO SFONDO DEL MALPAESE
di TOMMASO PINCIO
[da il manifesto – versione cartacea, 11.1.09]
frecciabr.gif L’ultimo romanzo, di recente uscita, di Tommaso Pincio: Cinacittà
frecciabr.gif Il sito ufficiale di Tommaso Pincio
frecciabr.gif Aderisci alla campagna “Sostieni il manifesto

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«L’Italia è il paese che amo»: così, con solenne e televisiva semplicità, il nostro attuale premier si dichiarò alla nazione. Era il 26 gennaio 1994, nessuno osava allora immaginare quanti e quali frutti sarebbero nati dall’idillio tra un magnate della comunicazione e un paese di miracoli e miracolati. I malevoli ritengono che sia disceso in campo per salvare se stesso e le sue aziende; il diretto interessato sostiene che in cima ai pensieri avesse lo spettro di una nazione in mano a forze illiberali, i famigerati comunisti. Comunque sia, in quel famoso discorso registrato su videocassetta e trasmesso a reti quasi unificate, disse che l’Italia «giustamente diffida di profeti e salvatori». Eppure è proprio così che si è proposto, ed è proprio così che una cospicua fetta d’italiani lo ha accolto. In questo, che gli piaccia o no, ha qualcosa in comune con Mussolini. La grande campagna antimalarica con la quale si promise la bonifica integrale delle Paludi Pontine fu uno dei capisaldi della propaganda fascista e servì a presentare il duce come il «grande medico» della nazione. Similmente, Silvio Berlusconi si è annunciato come il rimedio definitivo all’annosa piaga della politica senza mestiere, tutta malaffare e chiacchiere incomprensibili.

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Walter Siti: Il contagio

walter_siti.jpgQuesta recensione è apparsa nel numero di Vanity Fair attualmente in edicola. Si tratta di un contributo assolutamente insufficiente rispetto alla grandezza stilistica e tematica e poetica del romanzo di Walter Siti [a destra una foto dell’autore]. Pur travolto dagli impegni, cercherò di formulare un discorso critico rigoroso e complesso, all’altezza della statura del testo di Siti, in una sede cartacea – poiché credo che il valore rilevante dell’opera lo esiga. [gg]

 

siticover.jpg“Ma perché parli sempre di borgate? Al mondo esiste anche Madison Avenue…” Alessandro Piperno ha fatto questa battuta dissacratoria a Walter Siti, l’inarrivabile autore de Il contagio (Mondadori), per poi trovarsela citata a inizio del libro. State attenti, se vi capita di parlare con Siti: quell’uomo è un’idrovora della realtà. Già curatore dei Meridiani dedicati a Pasolini, docente di letteratura italiana uscito dalla Normale di Pisa, curioso e rapidissimamente meditativo, Walter Siti è tra i pochi grandi autori italiani che possiamo vantare con orgoglio all’estero. Non è più possibile comprendere l’Italia attraverso i romanzi senza passare attraverso la sua opera. Nel romanzo precedente, Troppi paradisi (Einaudi), lo sfondo era quel circo velenoso e inarrestabile che è la tv, messo in cortocircuito folgorante con una riflessione sul destino dell’Occidente come compimento dell’omosessualità, con risultati filosofici superiori al Seme inquieto di Burgess, dove si disegna un mondo totalitario che incentiva i rapporti tra lo stesso sesso. Sia in Troppi paradisi sia ne Il contagio, al centro, c’è sempre lui, lo sguardo che vede tutto e l’orecchio che capta pettegolezzi e notizie da luoghi in cui non c’era: “Walter Siti”. Sembra che tutta l’opera di questo autore, che ha messo alla berlina il nostro dissennato presente, sia un?enorme autobiografia. E’ vero e non è vero. Prendiamo Il contagio: quanto è vero ciò che Siti mette in scena? Si parte e si finisce proprio nelle borgate romane, in un duello all’Ok Corral con Pasolini, di cui Siti si propone come antagonista principe, facendo di Ragazzi di vita il polo opposto della sua operazione letteraria.

Consideriamo il primo capitolo. Tutto avviene in un condominio borgataro in cui si muovono, fibrillanti, alcuni protagonisti del teatro allestito dall’autore. Sono personaggi reali? Walter Siti li ha conosciuti? Oppure li ha creati agglutinando brandelli di aneddoti? Perché in questo luogo, che inizialmente sembra assoluto e quasi la versione trash della Macondo di García Marquez, tutto fa aneddoto e le cose accadono spontaneamente secondo una frenesia che non siamo disposti ad accettare come verisimile, e invece è vera. Nelle prime 25 pagine del Contagio ecco metà di quanto succede: c’è una cena in un loft ricavato da due appartamenti di una casa popolare, girano cocaina e Viagra a profusione, appare “il professore” che sarebbe Siti, il padrone di casa si chiama Gianfranco e viene squadernato nella sua esistenza di spacciatore di medio calibro, l’intero coté sottoculturale borgataro viene descritto passando dal manuale di cucina di Antonella Clerici fino all’insegna del negozio “Il terrore del capello”, la moglie di Gianfranco è incinta dopo un viaggio a Bogotà, un condòmino che si chiama Alessio fa da ambivalente valletto alla coppia, un aspirante al Grande Fratello che si chiama Marcello si fa toccare le natiche, un poliziotto assume cocaina con un post-it arrotolato. Quindi, la moglie di Gianfranco partorisce un feto prematuro, che viene consegnato al marito così: “Il portantino dell’obitorio ciaveva un asciugamano arrotolato… ha preso st’asciugamano, l’ha messo sul tavolo e l’ha srotolato come se fosse ‘n oggetto, ‘na pezza de stoffa… quando ha finito de srotolà io ho visto la regazzina, nun so’ riuscito a dì manco ‘na parola”. E la moglie di Gianfranco viene rispedita a casa dai suoi. Ecco come parlano i protagonisti del libro di Siti: come I Cesaroni, come Taricone (che peraltro appare nel romanzo), come i Vanzina – non c’è difficoltà a capire il loro dialetto sbrodolato, ci è familiare grazie a certa fiction romana. Le storie si intrecciano, il condominio di Gianfranco e Marcello dà l’avvio a un intreccio di storie esilaranti e commoventi, introducendo via via in questo carnevale la prostituta Fernanda, brasiliana, che convive con lo sfigatissimo perverso polimorfo detto Er Trottola, l’immigrata Flora con la figlia che sarà stuprata nei campi terra di nessuno, fino all’avvento del memorabile Obelix, un panettiere petomane di stazza colossale. Scorrono fiumi di droga e si consumano le pratiche sessuali più estreme, omo ed etero indifferentemente, mentre chiunque è spinto dall’impossibile sogno del successo (invariabilmente spettacolare) e della ricchezza stratosferica, e ne viene irreversibilmente bruciato.

C’è del tragico, nel carnevale. E anche del malinconico, il che fa riflettere. E infatti il contagio, nel libro di Siti, è anzitutto un contagio linguistico. Non c’è solo la picaresca lingua di borgata, tutto è tessuto con una precisione che non dà scampo. Accanto alla battuta ridanciana, l’autore si inserisce rapidissimo con commenti, con narrazioni impreviste degli sviluppi altrettanto imprevisti di vicende che abbiamo imparato a conoscere bene.

Fino al momento in cui, salendo magistralmente di tono, Walter Siti fa esplodere due autentici saggi che nessuno può riconoscere come tali, perché sono anch’essi racconto: la storia delle borgate e l’economia della cocaina. Si assiste a qualcosa di impensabile per la letteratura italiana. Pasolini rovesciato perché aveva torto: non sarebbero state le borgate a imborghesirsi, ma la borghesia a imborgatarsi. E, d’altro canto, il sogno del mercato di spacciare una merce che dà dipendenza, tesi mutuata da Burroughs. E tutto questo passando per società camorristiche che si danno alla produzione di film peplum in terra libica, suicidi dignitosi e accoltellate psicotiche, impegno politico e sesso sempre più sfrenato.

Fino alla straziante riflessione amorosa, centrata sul perno del libro, che è il personaggio (bellissimo e ambiguo) di Marcello, l’amante del “vecchio”, del “professore”, di “Walter”. Pagine in cui Siti fa vibrare la corda sentimentale in maniera impareggiabile, quasi sfiorando la letteratura rosa, eppure rimanendo sempre al di qua del limite. Facendo, cioè, di se stesso e della letteratura l’ultimo bastione contro il contagio che, nonostante l’opinione di Piperno, non tarderà a trasformare geneticamente anche Madison Avenue.

Il contagio è un libro definitivo sull’Italia del nostro presente e Walter Siti è autore imprescindibile della nostra narrativa d’oggi.