Walter Siti: Il contagio

walter_siti.jpgQuesta recensione è apparsa nel numero di Vanity Fair attualmente in edicola. Si tratta di un contributo assolutamente insufficiente rispetto alla grandezza stilistica e tematica e poetica del romanzo di Walter Siti [a destra una foto dell’autore]. Pur travolto dagli impegni, cercherò di formulare un discorso critico rigoroso e complesso, all’altezza della statura del testo di Siti, in una sede cartacea – poiché credo che il valore rilevante dell’opera lo esiga. [gg]

 

siticover.jpg“Ma perché parli sempre di borgate? Al mondo esiste anche Madison Avenue…” Alessandro Piperno ha fatto questa battuta dissacratoria a Walter Siti, l’inarrivabile autore de Il contagio (Mondadori), per poi trovarsela citata a inizio del libro. State attenti, se vi capita di parlare con Siti: quell’uomo è un’idrovora della realtà. Già curatore dei Meridiani dedicati a Pasolini, docente di letteratura italiana uscito dalla Normale di Pisa, curioso e rapidissimamente meditativo, Walter Siti è tra i pochi grandi autori italiani che possiamo vantare con orgoglio all’estero. Non è più possibile comprendere l’Italia attraverso i romanzi senza passare attraverso la sua opera. Nel romanzo precedente, Troppi paradisi (Einaudi), lo sfondo era quel circo velenoso e inarrestabile che è la tv, messo in cortocircuito folgorante con una riflessione sul destino dell’Occidente come compimento dell’omosessualità, con risultati filosofici superiori al Seme inquieto di Burgess, dove si disegna un mondo totalitario che incentiva i rapporti tra lo stesso sesso. Sia in Troppi paradisi sia ne Il contagio, al centro, c’è sempre lui, lo sguardo che vede tutto e l’orecchio che capta pettegolezzi e notizie da luoghi in cui non c’era: “Walter Siti”. Sembra che tutta l’opera di questo autore, che ha messo alla berlina il nostro dissennato presente, sia un?enorme autobiografia. E’ vero e non è vero. Prendiamo Il contagio: quanto è vero ciò che Siti mette in scena? Si parte e si finisce proprio nelle borgate romane, in un duello all’Ok Corral con Pasolini, di cui Siti si propone come antagonista principe, facendo di Ragazzi di vita il polo opposto della sua operazione letteraria.

Consideriamo il primo capitolo. Tutto avviene in un condominio borgataro in cui si muovono, fibrillanti, alcuni protagonisti del teatro allestito dall’autore. Sono personaggi reali? Walter Siti li ha conosciuti? Oppure li ha creati agglutinando brandelli di aneddoti? Perché in questo luogo, che inizialmente sembra assoluto e quasi la versione trash della Macondo di García Marquez, tutto fa aneddoto e le cose accadono spontaneamente secondo una frenesia che non siamo disposti ad accettare come verisimile, e invece è vera. Nelle prime 25 pagine del Contagio ecco metà di quanto succede: c’è una cena in un loft ricavato da due appartamenti di una casa popolare, girano cocaina e Viagra a profusione, appare “il professore” che sarebbe Siti, il padrone di casa si chiama Gianfranco e viene squadernato nella sua esistenza di spacciatore di medio calibro, l’intero coté sottoculturale borgataro viene descritto passando dal manuale di cucina di Antonella Clerici fino all’insegna del negozio “Il terrore del capello”, la moglie di Gianfranco è incinta dopo un viaggio a Bogotà, un condòmino che si chiama Alessio fa da ambivalente valletto alla coppia, un aspirante al Grande Fratello che si chiama Marcello si fa toccare le natiche, un poliziotto assume cocaina con un post-it arrotolato. Quindi, la moglie di Gianfranco partorisce un feto prematuro, che viene consegnato al marito così: “Il portantino dell’obitorio ciaveva un asciugamano arrotolato… ha preso st’asciugamano, l’ha messo sul tavolo e l’ha srotolato come se fosse ‘n oggetto, ‘na pezza de stoffa… quando ha finito de srotolà io ho visto la regazzina, nun so’ riuscito a dì manco ‘na parola”. E la moglie di Gianfranco viene rispedita a casa dai suoi. Ecco come parlano i protagonisti del libro di Siti: come I Cesaroni, come Taricone (che peraltro appare nel romanzo), come i Vanzina – non c’è difficoltà a capire il loro dialetto sbrodolato, ci è familiare grazie a certa fiction romana. Le storie si intrecciano, il condominio di Gianfranco e Marcello dà l’avvio a un intreccio di storie esilaranti e commoventi, introducendo via via in questo carnevale la prostituta Fernanda, brasiliana, che convive con lo sfigatissimo perverso polimorfo detto Er Trottola, l’immigrata Flora con la figlia che sarà stuprata nei campi terra di nessuno, fino all’avvento del memorabile Obelix, un panettiere petomane di stazza colossale. Scorrono fiumi di droga e si consumano le pratiche sessuali più estreme, omo ed etero indifferentemente, mentre chiunque è spinto dall’impossibile sogno del successo (invariabilmente spettacolare) e della ricchezza stratosferica, e ne viene irreversibilmente bruciato.

C’è del tragico, nel carnevale. E anche del malinconico, il che fa riflettere. E infatti il contagio, nel libro di Siti, è anzitutto un contagio linguistico. Non c’è solo la picaresca lingua di borgata, tutto è tessuto con una precisione che non dà scampo. Accanto alla battuta ridanciana, l’autore si inserisce rapidissimo con commenti, con narrazioni impreviste degli sviluppi altrettanto imprevisti di vicende che abbiamo imparato a conoscere bene.

Fino al momento in cui, salendo magistralmente di tono, Walter Siti fa esplodere due autentici saggi che nessuno può riconoscere come tali, perché sono anch’essi racconto: la storia delle borgate e l’economia della cocaina. Si assiste a qualcosa di impensabile per la letteratura italiana. Pasolini rovesciato perché aveva torto: non sarebbero state le borgate a imborghesirsi, ma la borghesia a imborgatarsi. E, d’altro canto, il sogno del mercato di spacciare una merce che dà dipendenza, tesi mutuata da Burroughs. E tutto questo passando per società camorristiche che si danno alla produzione di film peplum in terra libica, suicidi dignitosi e accoltellate psicotiche, impegno politico e sesso sempre più sfrenato.

Fino alla straziante riflessione amorosa, centrata sul perno del libro, che è il personaggio (bellissimo e ambiguo) di Marcello, l’amante del “vecchio”, del “professore”, di “Walter”. Pagine in cui Siti fa vibrare la corda sentimentale in maniera impareggiabile, quasi sfiorando la letteratura rosa, eppure rimanendo sempre al di qua del limite. Facendo, cioè, di se stesso e della letteratura l’ultimo bastione contro il contagio che, nonostante l’opinione di Piperno, non tarderà a trasformare geneticamente anche Madison Avenue.

Il contagio è un libro definitivo sull’Italia del nostro presente e Walter Siti è autore imprescindibile della nostra narrativa d’oggi.

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