Il romanzo Hitler per la seconda settimana in classifica!

hitler_11_class.jpgE’ la prima volta che accade a un libro scritto da me: due settimane consecutive in classifica Demoskopea (come riportato dal Corriere della Sera), sempre stabile all’undicesimo posto.
E’ un dato che mi fa felice, soprattutto per l’abbraccio coi lettori, che è l’elemento essenziale in questo e altri casi. In questo caso, maggiormente – poiché qui si gioca, per quanto mi concerne, la rappresentazione di un’urgenza che ha evidenti rispecchiamenti nell’oggi e che affronta un nodo irrisolto e decisivo dell’immaginario e del politico.
Nuovamente, dunque, grazie a coloro che hanno impegnato euro, tempo, attenzione e giudizio per leggere il romanzo Hitler – qualunque sia il verdetto circa l’esito letterario: davvero grazie!
N.B. Ricordo che, essendo il prezzo di copertina ammontante alla considerveole cifra di euro 20, conviene, se interessati, acquistare il libro tramite iBS, risparmiando 4 euro.

Ancora il “Corriere della Sera”: Cordelli sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgFuoriesco per un attimo dal protocollo essenziale del romanzo Hitler (non importa l’autore, non importa il libro: importa la prospettiva a cui si guarda la “cosa” – prospettiva che si invoca non essere unica, che si chiede venga anche contestata) e rimetto i panni dello scrittore che ha pubblicato Hitler. In questi panni, oggi, mi accade di essere felice come non mai. Cosa può infatti desiderare un autore, se non una visione critica (che muove anche appunti importanti) da parte di colui che l’autore stesso da sempre giudica un Maestro? Oggi mi è infatti capitato questo: Franco Cordelli, il critico e scrittore che giudico un Maestro (qui l’intervento che tempo fa gli dedicai sulle pagine dei Miserabili) ha scritto un elzeviro per me sconcertante nella Terza Pagina del Corriere della Sera. Perché sconcertante? Perché Cordelli, come so e come dovrebbe essere risaputo, fa la critica per come la critica dovrebbe essere fatta – non c’è intenzione, riferimento o prospettiva a cui io abbia guardato che Cordelli non enunci, analizzi e discuta. Il discorso generazionale che fa è esattamente rispondente alla mia percezione e alla mia intenzione (rimando a quanto ho scritto sullo sfondamento del genere storico a proposito di Antonio Scurati e altri su Carmilla). La memoria, la cultura, la sensibilità al servizio non tanto della legittimazione, quanto dell’affrontamento del testo: io desidererei che l’atteggiamento critico di Cordelli, che a mio avviso ha il suo apice ne La democrazia magica (Einaudi – scomparso dal catalogo; e sarebbe urgente riproporlo, per tutta la mia generazione), fosse la spina dorsale dell’umanismo che guarda al testo come centro fondamentale di ciò che la letteratura irradia, se riesce a irradiare qualcosa.
Desidero ringraziare moltissimo Cordelli per la sua attenzione e per questa sconcertante profondità di sguardo che mi ha regalato, e voglio anche ringraziare la redazione culturale del
Corriere, che ha permesso che il romanzo Hitler venisse discusso sulle pagine del quotidiano di via Solferino ben due volte e da due prospettive diverse. Davvero: grazie.
Riproduco in due modalità l’intervento di Cordelli: può essere letto in pdf cliccando qui sotto o letto direttamente in html di seguito.
L’elzeviro di Franco Cordelli su Hitler (pdf)
franco_cordelli.jpgElzeviro – Il romanzo biografico di Genna

Adolf da vicino
un tipo allucinato

di FRANCO CORDELLI
Se fosse un film, Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori) sarebbe rubricato come biopic. Ma è un romanzo, più difficile stringerlo nel genere biografia. Ciò che in esso colpisce è la spasmodica lotta per sfondare i limiti del genere. Si tratta, insomma, di una lotta per lo stile. In senso strutturale il testo si presenta come somma di momenti culminanti, ben centoundici, più uno denominato «Postmortem». Ma questi culmini, tutti insieme, o uno dietro l’altro, formano una storia, più precisamente una biografia, dal principio alla fine, senza clamorose varianti rispetto all’abbondanza di cognizioni in nostro possesso. A proposito di Hitler, è notevole che l’interesse per questo personaggio, benché continuo, vada a ondate. C’è l’onda alta degli anni Cinquanta, da Trevor-Roper a lord Russell a William Shirer, da Grass a Weiss; c’è l’onda degli anni Settanta, con quella fremente speculazione filosofica che è Il processo di San Cristobal di George Steiner, con Canetti geniale lettore di Speer memorialista del suo Führer, e con l’insuperabile summa che è Hitler, un film dalla Germania di Hans Jürgen Syberberg; c’è infine un altro ritorno nei nostri anni: penso al lavoro di Joachim Fest, a Moloch di Sokurov, a Him di Maurizio Cattelan, l’umile-umiliato pupazzo che ora il regista di Fanny e Alexander, Luigi De Angelis, ha messo in scena in rapporto a Il mago di Oz di Fleming; e c’è, infine, The Castle in the Forest di Norman Mailer, che i lettori italiani ancora non conoscono.
Forse è a quest’ultimo (lo dico intuitivamente) che si può agganciare il testo di Genna. Con il grande scrittore americano Genna ha in comune il vitalismo, se non lo sfrenato bisogno di letteratura, o addirittura di scrittura. Al di là di questi dati, di tipo storico, o sociologico, resta l’abnormità dell’impresa e che essa segua a distanza di poco più di un anno Dies irae, un romanzo- romanzo, di ancor più impegnativa mole. D’altra parte, poiché tra le persone ringraziate alla fine del libro figura Antonio Scurati, come non pensare al suo Una storia romantica? Come non pensare che era un libro di mole considerevole e che sia l’epopea di Scurati sia Hitler di Genna sono romanzi storici, di autori nati nello stesso anno, il 1969? Insomma, ciò che a noi appare sovradimensionato, rispetto alle abitudini recenti, per l’ultima generazione è normale, normale che un romanzo debba avere una certa consistenza e che, evadendo dal genere (nella fattispecie la biografia), di nuovo approdi in antico, al romanzo storico.
Sfogliando una qualunque, buona biografia, per esempio La regina Vittoria di Edith Sitwell, si riscontrano stilemi in Genna assai frequenti. «Guardate — dice la scrittrice inglese — guardate Gladstone che, nel Colosseo, al lume di luna, fa la sua proposta di matrimonio a colei che diverrà sua moglie »; e poco dopo: «Guardate Disraeli, lucciola attempata ma sempre luminosa, che altri biografi definiscono una specie di Byron mediterraneo». Questo invito all’attenzione in Genna è costante. I suoi «guardate », «osservate», «preparatevi » sono così incalzanti da conferire al testo tutt’altra dimensione rispetto alla Sitwell. La Sitwell è discorsiva, ci richiama all’ordine in modo incidentale. Avvertendo l’attuale mancanza di fiducia nel romanzo come opera d’arte, Genna è imperativo. Anzi, percussivo, martellante. Per usare l’aggettivo che più spesso ricorre nel testo, è esorbitante. Per Genna, non c’è ritratto che non sia survoltato: «Il volto largo e unticcio di Bormann si sporge verso il Führer, la bocca dalle labbra a ciliegia». Ma Hitler (cioè l’oggetto della sua narrazione) è una non-persona, un punto di vuoto, ovvero il male, anzi il Male: per Genna la Storia è un’entità allegorico- metafisica. Antagonista, rispetto a questo inestimabile deserto (il deserto è dove appare il diavolo), è, nell’inerzia della struttura biografica, lo stile, anzi l’eccesso stilistico: in Hitler di Genna tutto è euforico, esclamativo, lapidario. A soggetto posticipato, o ripetuto e posticipato, ogni frase è breve, fino a configurare una specie di monstrum paratattico.
Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.

Il romanzo Hitler 11° in classifica: grazie!

classificademoskopeamini.jpgNon è mai accaduto ad alcun libro scritto da me: secondo la classifica Demoskopea, riportata oggi dal Corriere della Sera, il romanzo Hitler è undicesimo nella sezione della narrativa italiana, grazie a mille copie vendute nei cinque giorni di rilevazione [cliccando sull’immagine, la classifica completa]. E’ una partenza davvero inaspettata, visti la mole, il prezzo alto e la materia del libro. Sono sorpreso e, più che lusingato, felice se la “cosa” che il romanzo affronta coglie l’interesse dei lettori ed, eventualmente, di altri scrittori. Le classifiche, si sa, sono transeunti, per cui è probabile che il libro non si assesti in questa posizione, ma l’evento è per me emblematico. L’urgenza del libro, come vado ripetendo, non ha a che vedere con l’autore, che si assume in questo caso la responsabilità pesante di avere trattato, in un determinata prospettiva, una materia ignorata dalla letteratura – hitlercovermedia.jpgl’urgenza ha a che vedere con la necessità di non garantire vittorie postume a Hitler, secondo il comandamento talmudico enunciato da Emil Fackenheim, che, insieme a Claude Lanzmann, è il Maestro a cui ho guardato per stendere la rappresentazione di Hitler come “non-persona”.
E’ mio desiderio ringraziare, uno per uno, i lettori che finora si sono dimostrati interessati a confrontarsi con la prospettiva che Hitler avanza, acquistando il libro e ricavandone qualunque impressione, anche ostile – nel qual caso invito a esporre le ragioni del disaccordo, poiché il romanzo è un invito al dialogo e ogni prospettiva alternativa od opposta a quella contenuta del libro mi farebbe piacere discuterla. Perciò, se avete desiderio di farlo, inviatemi pure interventi di contestazione a quanto letto – è anche nel “no” che si sutura la ferita all’empatia e all’umanismo perpetrata dal carnefice del Terzo Reich, è anche in un dialogo tra opposte posizioni che si impedisce la vittoria postuma a Hitler.

Intervista a “Grazia” sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDue pagine su Grazia dedicate a un’intervista che la critica Silvia Bergero ha fatto al Miserabile sottoscritto. Ore di conversazione con una giornalista che esorbita per sua natura la professione giornalistica e che mi ha sottoposto a domande spiazzanti, paralleli illuminanti, osservazioni che mi hanno dato molto da riflettere. Poi il tutto va condensato, come è ovvio, in un articolo. Sono perciò in debito con Silvia Bergero per quella che non è stata un’intervista, bensì un’esposizione di prospettive diverse e di sguardi che tengono presente uno spettro amplissimo, esito evidentemente di una sommatoria di letture ed esperienze esistenziali a dire poco invidiabili. Il mio ringraziamento a Silvia Bergero e alla direzione di Grazia, per l’attenzione e l’interesse dedicato al romanzo Hitler.
Qui sotto, la prima parte dell’intervista, che è visionabile in jpg nella sua integralità e impaginazione originale cliccando i due link qui sotto.
La prima pagina dell’intervista a Grazia
La seconda pagina dell’intervista a Grazia

«HITLER È SEMPRE STATO HITLER»

di SILVIA BERGERO
grazia_mini.jpgUna bolla vuota, una non-persona, il non-essere, Hitler. Giuseppe Genna, al suo dodicesimo libro, dopo il
noir – d’autore e esorbitante il genere – dopo le trame e le stragi del nostro passato, le sette, i complotti internazionali che sono stati sostanza della sua narrativa (Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago, Grande madre rossa, Mondadori), dopo L’anno luce (Saggiatore) e Dies Irae (Rizzoli), affronta l’inaffrontabile: quell’ombra nera e lunga che ha scavalcato il secolo breve (e tre generazioni, altre guerre e genocidi), senza che la coscienza dell’Occidente l’abbia elaborata o superata. E l’affronta non da storico o biografo, da narratore (Hitler, Mondadori). Racconta una storia, Genna, dove sono ammessi salti cronologici, dotato di una potentissima lente d’ingrandimento, messa a fuoco su una persona, un episodio, li guarda con l’immaginazione, li vede, li “sente” e li restituisce con le parole della sua poetica.
Perché Hitler?
«Perché non bisogna concedergli nessuna vittoria postuma, neppure come male assoluto, nessuna mitologia, neanche negativa. Nessuna giustificazione psico-sociologica: il padre violento, la povertà, la frustrazione delle sue velleità artistiche perché significherebbe deresponsabilizzarlo. Hitler è una non-persona, il vuoto, non prova emozioni, nessuna empatia, finge di provare, di piangere. È solo gelo. Io non lo spiego, l’ho guardato in faccia: è l’unica cosa da fare»….

Audiofile: l’intervento a “Fahrenheit” su “Hitler”

romanzo_hitler_mini.jpgfahrenheit_hitler.jpgCome anticipato, ieri il Miserabile sottoscritto è stato ospite dei microfoni di Fahrenheit, su Rai RadioTre, per una conversazione con Tommaso Giartosio sul romanzo Hitler, davvero alta e intensa. Devo ringraziare per l’ospitalità, l’attenzione, la competenza e l’intelligenza delle domande il conduttore e lo staff tutto della trasmissione. Per ascoltare, basta cliccare qui sotto, disponendo di Real Player.
Ascolta l’intervento a Fahrenheit [in streaming]

Il romanzo Hitler già in seconda edizione!

hitlercovermedia.jpgA nemmeno una settimana dalla sua uscita in libreria, il romanzo Hitler è già in seconda edizione: Mondadori ha deciso oggi di farne una nuova tiratura. E’ per me un dato importante, non tanto dal punto di vista autoriale o dal punto di vista dell’eventuale vendita del libro – è per me importante che ci sia diffusione della “cosa” che Hitler affronta. Francamente sarei felice se altri scrittori affrontassero la materia, magari criticando la mia personale prospettiva, ma comunque contribuendo al tentativo letterario (finora rimosso) di disgregare la mitologia e l’immaginario (non la memoria) che si sono eretti sul fondamento del carnefice del Terzo Reich. In un periodo di devastante dilagare di revisionismo e di pubblica incoscienza e dimenticanza di quanto è stato e quanto continua a essere, ritengo che l’opera letteraria debba esprimere una valenza politica, che sta proprio nel lavoro sull’immaginario: da un lato si tratta di costruire un immaginario, dall’altro – ed è il caso di Hitler – di decostruirlo. Poiché il mio Hitler affronta la prospettiva storica e la prospettiva metafisica secondo i dettami della teologia della Shoah, sarebbe importante (e il successo estero di Littell lo ha confermato) che oggi venisse praticata la disgregazione, la deviazione e la dissoluzione di un periodo storico la cui lezione stenta a essere recepita a tutt’oggi e che questo venisse letterariamente fatto affrontando la traiettoria sociologica, quella storica pura, quella documentale e, al di fuori di Hitler ma non del nazismo, quella finzionale. Del resto, ho informazioni che proprio intorno a queste tematiche stanno lavorando alcuni dei migliori scrittori italiani. Se il contagio letterario si allarga, sono felice in quanto intellettuale. Per questo la seconda edizione di Hitler è per me un onore. E per questo voglio ringraziare tutti coloro che finora hanno letto e dedicato attenzione al libro.

La responsabilità di Hitler nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIeri, discutendo con due eccelsi intellettuali, di cui uno ha letto in anteprima Hitler, spiegavo la necessità della disgregazione di ogni mitologizzazione di Hitler, foss’anche quella dell’Invasato dal Male, a favore della piena responsabilizzazione di ciò che Hitler ha compiuto e dell’orrore a cui ha condotto la storia umana. Il fatto che, seguendo la nozione di “non-persona” elaborata da Fest, io sia giunto alla necessità narrativa di fare muovere il personaggio Hitler nella sua bolla vuota e congelata, destava alcune perplessità, che posso comprendere, nel secondo interlocutore, che il libro non l’aveva letto. L’argomento oppostomi è: se Hitler è il non-essere che appare, la deresponsabilizzazione non è ai suoi massimi di intensità? La risposta, a mio avviso, è no: soltanto ravvedendo in Hitler il non-essere, che corrode l’essere e frattura l’empatia che corre tra umano e umano, si giunge alla piena responsabilizzazione di questo carnefice. La sua specificità, se è la specificità del non-essere che appare nell’essere, non è quella del canale attraverso cui una supposta sostanza, che definisco non-essere, scorre e devasta il mondo. Tutt’altro: il non-essere che appare è topico ed è il culmine dell’individuazione. Mi è molto chiaro che queste categorie sono in disarmonia con quelle a cui apparentemente sarebbe abituato l’umanismo occidentale, ma il fatto è che proprio tali categorie sono la premessa a ciò che sto enunciando. Hitler è sempre se stesso e solamente se stesso. Nessuno entra nella sua bolla vuota – ogni empatia è interdetta, nessun affetto penetra il non visibile (ma assai sensibile) diaframma che separa Hitler dagli altri. Ciò è evidente a chi studi qualunque buona biografia hitleriana: da subito, Hitler è un individuo assoluto, che non ammette se non se stesso. Questo “se stesso” non è mai ambiguo: è incerto, è abulico, non sa a volte cosa fare, ma non irradia l’ambiguità umana, la possibilità effettiva di assumere su di sé il peso dei propri errori (nonostante Hitler ripetutamente dica di volerlo fare – ma è pura finzione). In questo senso egli diviene il più responsabile degli individui: poiché è il più individuato, non è umano. Dentro la bolla vuota, atmosfere di paura, panico, delirio si alternano – ma stanno in quella bolla. La condivisione è per Hitler un problema emotivo? No: non prova emozioni. Le emozioni provate (soprattutto per la morte della nipote Geli) sono finte: svaniscono nel giro di quarant’otto ore. La condivisione è per Hitler un problema perfino organizzativo: egli raddoppia le cariche e le competenze nel suo Stato maggiore e nella sua alta burocrazia, appositamente, perché si creino conflitti che soltanto lui può risolvere. Che non esista un ordine scritto firmato da Hitler che dà inizio al sistematico sterminio del popolo ebreo, è sintomatico: la scrittura non esce da quella bolla in cui abita l’apparenza della non-persona, e ciò corrisponde a una sua ossessione che data dagli inizi della sua vita: mai nulla di scritto deve essere lasciato, mai nessuna traccia scritta deve dare conto del non-essere che appare. La sua memorabilità gli pare garantita anche da questo essere individuato al di là di ogni possibilità osmotica e soprattutto da ogni traccia scritta di volontà personale.
Qui si incrociano i due piani del romanzo Hitler: quello storico e quello metafisico. Sul piano della storia, Hitler appare e compie quanto gli storici testimoniano e ricostruiscono; sul piano metafisico, Hitler è il punto terminale del non-essere che deflagra nell’essere. La sua responsabilità è dunque massima sul piano che mi interessa, cioè il metafisico; questione per storici è il consenso e la condivisione degli atti che vengono compiuti in armonia con la responsabilità assoluta e individuale di Hitler. La letteratura non è però sociologia. Io non affronto il problema del consenso, che da Kershaw a Goldhagen ha interpreti vari e discordi. A me interessa la quintessenza della non-persona Hitler: che non è un’essenza. Se scavo, ravvedo il vuoto (di qui l’impossibilità di una letteratura e la scelta di una letteratura: il personaggio che è la non-persona apparsa storicamente non può essere affrontata in termini di romanzo, esorbita e distrugge il romanzo, si autopotenzia nell’invenzione finzionale – Hitler non può essere il personaggio di un romanzo).
Ciò non significa che la responsabilità evapori: al contrario, la responsabilità è al culmine. Lo sterminio è ascrivibile a un massimo di responsabilità: che sta nella bolla vuota di questa non-persona. Lo è metafisicamente e lo è storicamente. Al polo opposto, che è l’umano aggredito, non esiste responsabilità: gli sterminati sono anzitutto privati di ogni responsabilità, si cerca cioè di separarli dall’umano. Il tentativo di Hitler, visto nella prospettiva del non-essere, è annullare, rendere non-essere, coloro che vengono sterminati. Nel sacrificio di queste vittime, che non hanno responsabilità del proprio eccidio, sta tutta la resistenza umana all’avanzamento del non-essere. Ciò determina che queste persone sono, al massimo grado dell’essere. E che, se io sono umano, è grazie a loro. Essi si autoperpetuano nell’essere: non è possibile che accada con la non-persona, a cui va vietata l’autoperpetuazione. La trasmissione del loro essere, in quanto umani alla massima intensità, permette la letteratura che rigetta le premesse dell’umanismo occidentale (e questa letteratura permessa dall’essere delle vittime è ciò che chiamo letteratura) che, rovesciandosi secondo propria coerenza interna, è diventato un antiumanismo – cioè l’impossibilità di porsi la domanda metafisica, di assumersi la responsabilità, di vivere l’ambiguità, di avvertire l’empatia, di stare in comunione con l’altro prima che intervenga l’idea occidentale dell’essere.

Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?

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Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: “Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere – con Bataille (caro a Littell) – che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali”. Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l’Olocausto non intrattiene da cinquant’anni un facile rapporto.
Se è vero che “il bene non fa romanzo” (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale…), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l’estremalità della Storia, che fu l’Olocausto – essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all’umano) e non il Male (il relativo all’inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l’esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell’umanesimo.

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