Dall’Almanacco Guanda: IL CORPO DEL CARDINALE

almanaccoguanda.jpg[E’ in tutte le librerie l’annuale Almanacco Guanda, curato da Ranieri Polese. A partire dal caso Gomorra, convocando critici e scrittori, che intervengono teoricamente o attraverso racconti, si discute di rapporti tra politica e narrazione, dagli scrittori «noir» (Lucarelli, De Cataldo, Fois ecc.) all’opera di romanzieri come Cordelli (Il duca di Mantova) e Siti (Troppi paradisi, Il contagio). Intervengono Arpaia, Biondillo, Breda, Caprara, Casadei, Casalini, Cordelli, Cortellessa, De Cataldo, Desiati, Franchi, Genna, Polese, Rebori, Savatteri, Stajano. Pubblico qui, ringraziando l’editore per il permesso, il mio racconto, in perfetta continuità con Italia De Profundis, l’ultimo romanzo, appena uscito per minimum fax. gg]
IL CORPO DEL CARDINALE
di Giuseppe Genna
Sia osservato.
E’ nudo. E’ anziano, ma ha il volto di un bambino gonfiato dal cortisone dopo una purpurea. L’incarnato è pallido, è della tonalità di certe fotografie ovoidali in ceramica sulle lapidi. I capelli radi, senza la zucchetta rosso porpora, erano insospettabili capelli di quella foggia chemioterapica. E’ nudo. Le braccia parallele al costato e alle anche e ridotte a una circonferenza minima, i bicipiti assenti, il ventre che sporge come una protesi e invece è gonfio per il rilascio addominale.

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Desavianizzare Saviano

roberto_saviano.jpgLe drammatiche vicende che da un anno e passa accompagnano Roberto Saviano sono dunque giunte al loro acme. E’ dai tempi della strage tra mafiosi calabresi in Germania, a Duisburg, il ferragosto 2007, che veniva fornita all’opinione pubblica la notizia dell’esistenza di un piano per uccidere l’autore di Gomorra. Ma era ferragosto, appunto, e quindi a chi cavolo gliene fregava, di tutto e di tutti, nel momento in cui si deve stare belli tranquilli e rilassati? Tanto più sconcertante diventa dunque, per me, la sollevazione spettacolare alle parole normali di Roberto Saviano, il quale annuncia di volersene andare dall’Italia, perché desidera vivere un’esistenza che sia degna di questo nome. Ha 28 anni, Saviano. Si è fatto un culo tanto, ha subìto – e lo dice a chiare lettere nell’intervista concessa a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica – l’onda anomala che comportano il successo e il repentino carcere mobile impostogli per motivi di sicurezza. Si è guardato dentro, ha scavato in sé. Quest’opera conferma che ci troviamo davanti a un umano-umano e, probabilmente, è il magistero più alto che Saviano commina a una nazione che, dell’umano, si è strafottuta le gonadi, non gliene frega più un beato nulla, tutta presa a tutelare i suoi interessi coi Bot già denigrati in fase maniacale quando ci fu quella svendita che chiamarono “privatizzazioni”. Oggi, sul Corriere, iniziano a trapelare i dati delle violenze domestiche, soprattutto sulle donne: molto italiane, per nulla rumene, specchio di una Paese letamizzato nel senso più generale del termine. Poche pagine più avanti, Dacia Maraini e Diego De Silva e Massimo Carlotto si fanno portavoci della solidarietà a Saviano da parte di tutti gli scrittori. Gli scrittori italiani, credo senza eccezione alcuna, si sentono fraterni e grati rispetto a quanto ha fatto questo ragazzo ostinato, talentuoso, capace di attirare l’attenzione del mondo su una cosca di cui agli italiani non è mai fottuto nulla perché ai media e allo spettacolo generalizzato non fotteva nulla.
Ora Roberto Saviano dice che si sente solo e che se ne vuole andare. Per me (e sottolineo le due parole) il problema diventa: come è possibile non fare sentire solo Saviano? Cosa chiede Saviano per non essere solo? Chiede di cazzeggiare, di tornare a immergersi nel flusso discontinuo e incoerente dell’esistenza, di essere spostato dalle cose e dalle persone – spostato, non ucciso o minacciato. Entrare in una libreria, bersi una birra. Posso inviare mail a Saviano, posso telefonargli, posso esprimere la mia solidarietà in ogni modo – ma il fatto è che Saviano, quando denuncia questa solitudine, sta esprimendo qualcosa che in pochi comprendono, a partire dall’ex ministra Melandri, che vuole lanciare la campagna “Nessuno tocchi Saviano”: gran conoscenza della retorica, nel loft PD, visto che lo slogan richiama Caino e immediatamente viene in mente che Saviano è Caino, cioè uno che ha ucciso un fratello. Ecco, qui sta la solitudine di Saviano – emblematicamente sta qui, in questa miscomprensione di ciò che sente e che, se esprime pubblicamente ciò che sente (il che è una delle condanne implicite comminategli: se parla, parla sempre pubblicamente, corrono a sentire cosa ha da dire), scatena una reazione che è quella dello spettacolo della solidarietà. Sai quanto gliene frega a un camorrista delle magliette con su scritto “Nessuno tocchi Saviano”? Questa ignoranza, questa adesione incommensurabilmente idiota allo spettacolo, questa quintessenza del Paese unificato da un’omertà consapevole (quella di chi continua a tutelare sul territorio i Casalesi, senza rendergli la vita impossibile lì, a casa loro) e un’omertà frizzantemente buona e spettacolarmente inutile, perfino lugubre in quanto già coi caratteri di ciò che è è postumo…
Di fronte a ciò: come fare sentire a Roberto Saviano che non è solo?

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Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l’evoluzione del genere storico. E’ il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L’autrice dell’articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un’estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.
L’articolo integrale sul Corriere (in jpg)
Tendenze – Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l’estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI
Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c’è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un’inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l’autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l’autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L’ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l’esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l’eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula “non si estetizza un’emozione”. Oggi mi sembra che ci sia una sorta di “ideologia del documento”, per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell’impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell’800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell’invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel ’51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l’arte in genere. D’altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d’altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l’invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c’è un punto in cui l’invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c’è un’altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c’è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L’impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».

Subsonica: nel nuovo album, L’ECLISSI, una canzone dedicata a Saviano e una ispirata dal Miserabile



[Ho ripetutamente affermato una sconfinata ammirazione per quanto i Subsonica stanno facendo, in questi anni, per la cosiddetta “società civile”, per la ripresa dell’impegno e per la nuova letteratura italiana. Apprendo oggi dal Corriere della Sera (mentre bevo il cappuccino informativo) che nel nuovo album dei Subsonica, L’ECLISSI, un pezzo è dedicato a Roberto Saviano e Gomorra, mentre un secondo è ispirato a un libro del sottoscritto (si intitola Canenero ed è ispirata a un episodio del Dies Irae). I Subsonica producono anche nuove band e nuovi talenti, attraverso CasaSonica, che ha realizzato la colonna sonora di Manituana di Wu Ming. In proprio, pubblicano: Boosta è autore di uno splendido romanzo tarantiniano, Un’ora e mezza, che ho recensito qui.
Vorrei pubblicamente ringraziare i Subsonica, invitando i Miserabili Lettori a visitare in profondità il loro sito ufficiale e a considerare che ciò che questo gruppo sta facendo è la letteratura.
Riproduco il trafiletto del Corriere della Sera. gg]

dal Corriere della Sera, 20/11/07
MILANO — Un omaggio a Roberto Saviano e una canzone sugli abusi sessuali sui minori ispirata da un romanzo di Giuseppe Genna. C’è tanto della nuova letteratura italiana nelle canzoni di «L’eclissi», ultimo album dei Subsonica che esce venerdì.
«Dopo gli Anni 90 i musicisti hanno rinunciato alla sfida di confrontarsi con l’esterno. Il vuoto lo hanno riempito gli scrittori», spiega Max Casacci, chitarrista e mente della band torinese.
«Saviano ha fatto sentire una realtà della camorra vicina anche a chi geograficamente è lontano», aggiunge Samuel Romano, il cantante.
Il titolo del cd?
«Una metafora sul nostro tempo che fatica a percepire il futuro», dice Casacci.
Musicalmente c’è un ritorno all’elettronica: «Per la prima volta la usiamo in funzione narrativa», conclude il tastierista Boosta. ( a. laf.)

Roberto Saviano. “Scampia-Erzegovina”

savianomariospadadi ROBERTO SAVIANO

[Roberto Saviano è come un certo mohicano, e non lo dico per la foto lombrosiana che qui pubblico: è l’ultimo dei giornalisti. La sua scrittura è allucinatamente realistica e sconvolgente, ma la materia di cui tratta lo è ancor più. Leggere i reportage e le narrazioni di Saviano è una terapia che estenderei alla nazione. Il suo sguardo non è soltanto un bisturi umanista, poiché lo scrittore non è semplicemente un umanista, e non è nemmeno un ultraumanista: è ciò che la letteratura compie quando si trova di fronte alla realtà – la abbraccia, la pugnala e ne è pugnalata. Questo racconto-reportage di Roberto Saviano, pubblicato nell’antologia Generazioni. Nove per due (Ancora del Mediterraneo, 13.50 euro) mi è stato inviato da Piero Sorrentino: desidero ringraziare entrambi per l’onore che mi fanno. gg]

«Io la velocità della luce la so, ma la velocità del buio non ce l’hanno ancora insegnata…»
(Dino, 12 anni, Zagabria)

Quando sono arrivato era a terra, morto. Un nugolo di carabinieri camminavano nervosi dinanzi al negozio dove era avvenuto l’agguato. L’ennesimo. «Ormai un morto al giorno è la cantilena di Napoli», dice un ragazzo nervosissimo che passa di là. Si ferma, si scappella dinanzi al morto che non vede, ma sa che c’è e va via. Quando i killer sono entrati nel negozio stringevano già i calci delle pistole. Era chiaro che non volevano rapinare ma uccidere, punire.
Attilio ha tentato di proteggersi dietro al bancone. Sapeva che non serviva a salvarsi ma magari sperava che il gesto di nascondersi segnalasse che era disarmato, che non c’entrava nulla, che non aveva fatto niente, aveva capito forse che quei due erano soldati della camorra, della guerra voluta dai Di Lauro. Gli hanno sparato, hanno scaricato i loro caricatori e dopo il servizio sono fuggiti via, qualcuno dice con calma, come se avessero acquistato un telefonino piuttosto che massacrato un uomo. Attilio è lì. Sangue ovunque. Sembra quasi che l’anima gli sia uscita da quei fori di proiettile che gli hanno marchiato tutto il corpo. Quando vedi tanto sangue per terra inizi a tastarti, controlli che tu non sia ferito, che in quel sangue non ci sia anche il tuo, inizi a entrare in una psicotica ansia, cerchi di assicurarti che non ci siano falle nell’epidermide, che per caso senza che te ne sia accorto ti sei ferito. E comunque non credi che in un uomo solo possa esserci tanto sangue e sei certo che in te ce n’è sicuramente molto meno. Quando ti accerti che quel sangue non è tuo, non basta, ti senti svuotato anche se l’emorragia non è tua. Tu stesso diventi emorragia, senti le gambe che ti mancano, la lingua impastata, senti le mani sciolte in quel lago denso, vorresti che qualcuno sbirciasse sotto i tuoi occhi a constatare una crisi d’anemia. Vorresti fermare un infermiere e chiedere una trasfusione, vorresti avere lo stomaco meno chiuso e mangiare una bistecca, se riesci a non vomitare devi chiudere gli occhi ma non respirare. L’odore di sangue rappreso che ormai ha impregnato anche l’intonaco della stanza sa di ferro rugginoso. Devi uscire fuori prima che gettino la segatura sul sangue perché l’impasto genera un tanfo terribile come di carne tritata andata a male, che fa crollare ogni resistenza al vomito.

Non capisco perché accetto sempre di venire sui posti degli agguati. Mi chiamano, qualcuno vuole che vada a vedere, che vada a capire, che magari possa trovare formule letterarie che diano corpo a qualche verità che sappia traghettare il meccanismo di morte, la scossa del dolore estremo. La guerra di Scampia ha generato in due mesi oltre quaranta morti, almeno venti ne avrò visti, per terra, inzaccherati dal sangue, sfigurati in volto dai colpi, addormentati dalla morte. Non è importante mappare ciò che è finito, il dramma terribile che è accaduto, è inutile osservare i cerchi di gesso intorno ai rimasugli dei bossoli, che quasi sembrano un gioco infantile di biglie smarrite. È necessario invece riuscire a capire se qualcosa ancora è rimasto. Questo forse vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia d’umano ancora e se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una vera risposta che dia il reale senso di ciò che sta accadendo. Il corpo di Attilio è ancora per terra quando arrivano i familiari. Due donne, forse la madre e la moglie, non so. Nel percorso si stringono, camminano avvinghiate, spalla incollata all’altra spalla, ormai sono le uniche a sperare che non sia come ormai già hanno capito e sanno benissimo. Ma sono allacciate, si mantengono l’un con l’altra, un attimo prima di trovarsi dinanzi alla tragedia. È in quegli attimi, nei passi delle mogli, delle madri verso l’incontro con il corpo crivellato, che si intuisce un’irrazionale, folle, balorda fiducia nel desiderio umano. Sperano, sperano, sperano e sperano ancora che ci sia stato un errore nella comunicazione, una bugia nel passaparola, un fraintendimento nelle parole del maresciallo dei carabinieri che annunciava l’agguato e l’assassinio. Come se ostinarsi maggiormente nel credere qualcosa possa davvero mutare il corso delle cose. In quel momento la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta senza minima alcuna. Ma non c’è nulla da fare. Le urla, i pianti mostrano la forza di gravità della realtà.

Attilio e lì per terra. Lavorava in un negozio di telefonia e poi per arrotondare in un callcenter. Lui e sua moglie Natalia non avevano ancora un bambino. Non era ancora il momento giusto, non c’era forse la possibilità economica di sostenerlo e perché no, magari aspettavano prima di generarlo la possibilità di farlo crescere altrove, magari al nord. Le giornate si almanaccavano di ore di lavoro e quando c’è stata la possibilità e qualche risparmio Attilio ha creduto buona cosa poter diventare azionista di quel negozio dove ha trovato la morte. L’altro socio però ha una lontana parentela con Pariante un capozona di Bacoli, un colonnello di Di Lauro, uno di quelli che si sono messi contro il boss. Attilio non sa o quantomeno sottovaluta, si fida del suo socio, gli basta sapere che è una persona che vive del suo mestiere, faticando molto, troppo. Insomma in questi luoghi non si decide della propria sorte, il lavoro sembra essere un privilegio, qualcosa che una volta giunto si tiene stretto, quasi come una fortuna che ti è capitata, un destino benevolo che ha voluto centrarti, anche se questo lavoro ti porta fuori casa per tredici ore al giorno, ti lascia mezza domenica libera e mille euro al mese che a stento ti bastano per pagare un mutuo. Comunque sia venuto il lavoro, bisogna ringraziare e non fare troppe domande a sé e al destino. Ma qualcuno fa cadere il sospetto. E il suo corpo rischia di venire sommato a quello dei soldati di camorra ammazzati in questi mesi. I corpi sono medesimi, le ragioni della morte sono però diverse anche se si cade sullo stesso fronte di guerra. Sono i clan che decidono chi sei, quale parte occupi nel risiko del conflitto di camorra. Le parti sono determinate indipendentemente dalle volontà, quando gli eserciti scendono per strada non è possibile tracciare una dinamica esterna alla loro strategia, il senso lo concedono loro, i motivi, le cause. In quell’istante quel negozio dove Attilio lavorava era espressione di un’economia legata al gruppo degli spagnoli, coloro che volevano in silenzio spodestare il boss Di Lauro, gli scissionisti, che quando sentono chiamarsi così sogghignano. Si combatte nelle strade di periferia e i soldati, come in ogni guerra, sono i disperati che ammazzano con un indennizzo di 2.500 euro a omicidio, che prendono salari di 700 euro mensili e che sperano di arrivare agli stipendi dei dirigenti militari, quelli che possono intascarsi anche ventimila euro al mese. Ma le economie in palio sono astronomiche, quella dei Di Lauro supera i 500 milioni di euro annui, e possiedono i perimetri dei continenti, si muovono con i money transfer in Canada, Australia, Gran Bretagna, Svizzera, come dimostrano le inchieste della Dda di Napoli del luglio 2004, investendo in aziende, negozi, ristoranti, alberghi. I dirigenti di queste economie hanno i profili dei finanzieri, degli imprenditori internazionali, non hanno la foggia dei criminali dei quartieri degradati, risiedono nelle città europee, a Tenerife, Monaco, Varsavia, viaggiano da Pechino a Bogotà e investono negli Usa, in Germania, in Francia. Fabbriche di vestiario, indotti di pezzi d’alta tecnologia, aziende di trapani. Qui si combatte solo la guerra. A questi quartieri è lasciata la feccia della trincea, altrove però ci sono i tavoli dove si decidono le strategie aziendali e gli snodi finanziari. La Cina è il paese con più investimenti delle imprese della camorra napoletana. Di Lauro controlla nei dintorni di Pechino le fabbriche di macchine fotografiche, telecamere e strumenti ad alta tecnologia. È arrivato in Cina dieci anni prima che confindustria si accorgesse della necessità di investire in Catai. Le macchine fotografiche vengono prodotte dagli stessi indotti delle grandi case di produzione. I clan si appropriano solo del marchio finale, per meglio introdursi nel mercato ma il prodotto è il medesimo. Ormai i mercati dell’Est Europa sono invasi con potenza da monopolio dai prodotti delle aziende dei clan che di falso hanno solo il marchio di cui si appropriano abusivamente. Lo stesso accade con il vestiario. Valentino, Ferragamo, Alcott, Prada, Ferré: la camorra, dopo averne gestito gli indotti per anni nei paesini del napoletano, ha iniziato a produrre essa stessa i capi ultimati e a porre marchi falsi. I prodotti sono i medesimi anche in questo caso, manca solo l’ultimo passaggio, l’autorizzazione da parte dell’azienda a porre la propria firma sul capo. Ma questa autorizzazione le fabbriche dei clan se la danno da soli. Il centro delle attività imprenditoriali della camorra in Italia è soprattutto al Nord. Castelnuovo del Garda è il posto dove i clan di Secondigliano hanno installato le loro maggiori attività legali legate alle imprese tessili. Ma i magazzini che raccolgono i vestiti delle aziende della camorra per venir successivamente distribuiti al dettaglio sono disseminati in ogni parte del mondo, dalla Spagna al Brasile passando per la Germania e l’Inghilterra. La cosa però che risulta più strana è che le aziende che vengono falsificate non denunciano. Fingono di non vedere, o forse questo mercato non gli è poi così d’intralcio. Il motivo è semplice. Centinaia di negozi, di centri commerciali, centinaia di ditte di trasporto, di magazzini sono gestiti dai clan, mettersi contro il loro potere economico significherebbe avere prezzi aumentati, trattamenti sfavorevoli, distribuzione complicata. Oltre a ciò la camorra ha in mano le fabbriche nell’Est Europa e la possibilità di intervenire su quelle italiane, in breve i bassissimi costi di produzione sono garantiti anche dall’intervento dei sodalizi camorristici. In fondo quindi alle grandi griffe e alle grandi aziende sembra convenire spartire la propria fetta di mercato ancor più perché i marchi usati sono i propri e quindi non si crea una concorrenza a vantaggio di un’altra azienda. Il guadagno è comune e dove tutti ricevono profitto non c’è motivo di lamentela, lo dice anche Bill Gates. Ma i clan napoletani facendo così hanno conquistato il mercato tecnologico rumeno, polacco, ungherese e quello del vestiario in Provenza, in California e in Germania. Paradossalmente ha molto meno a che fare la periferia di Scampia e Secondigliano con la camorra che Pechino, Los Angeles, e il Veneto dove l’economia camorristica trionfa e fattura capitali astronomici falsando il libero mercato, potendo godere del plusvalore criminale e trasformandosi essa stessa in gruppo imprenditoriale che fagocita concorrenza e tenta, attraverso il proprio preziosissimo valore aggiunto, di infiltrarsi nei più potenti e noti gruppi economici. Ma è nella periferia napoletana che scorre il sangue, saltano in aria negozi e si ammazzano quattro persone al giorno. È qui che si tagliano le teste con il flex, si riempie la bocca di benzina e si mette uno stoppino tra i denti cosicché quando si dà fuoco le guance e la calotta cranica possano esplodere. È qui che la fantasia più barbarica trova il suo laboratorio d’avanguardia. Quindi è qui che si guarda e non altrove. È qui che con colpevole ingenuità si crede risieda il problema.

Natalia, Nata come la chiamava Attilio, è una ragazza stordita dalla tragedia. Si era sposata appena quattro mesi fa, ma non viene consolata, al funerale non c’è presidente della Repubblica, ministro, sindaco che le tiene la mano. Meglio così forse, si risparmia la messa in scena istituzionale. Ma ciò che aleggia sulla morte di Attilio è una ingiusta diffidenza. E la diffidenza è l’assenso silenzioso che viene concesso all’ordine della camorra. L’ennesimo consenso all’agire dei clan. Ma i colleghi del callcenter di Attila, come lo chiamavano gli amici per la sua violenta voglia di vivere, organizzano fiaccolate, e si ostinano a sfilare anche se sul percorso della manifestazione avvengono ancora agguati, il sangue ancora traccia la strada. Procedono, accendono luci, fanno capire, tolgono ogni onta, cassano ogni sospetto. Attila è morto sul lavoro e con la camorra non aveva rapporto alcuno. In realtà dopo ogni agguato il sospetto grava su tutti. Troppo perfetta è la macchina dei clan. E non c’è errore. C’è punizione. E così è ai boss che viene data fiducia, non ai familiari che non capiscono, non ai colleghi di lavoro che sanno, non alla biografia di un individuo. In questa guerra le persone vengono stritolate senza colpa alcuna, vengono rubricate negli effetti collaterali o nei probabili colpevoli. Un ragazzo, Dario 26 anni, ucciso nel dicembre 2004, di sera viaggiava sulla sua vespa quando viene sparato in faccia, al petto, lasciato morire a terra nel suo sangue che ha avuto il tempo di impregnare la camicia. Non aveva parenti camorristi, due fratelli entrambi con un passato da carabiniere. Un ragazzo innocente, gli è bastato essere di Casavatore, un paese martoriato da questo conflitto perché divenuto una sorta di feudo simbolico degli spagnoli. Questa è stata condizione sufficiente per divenire bersaglio, obiettivo, messaggio di terrore da urlare con la sua morte stessa, busta innocente di carne da inviare ai camorristi del suo paese. Per lui ancora silenzio, incomprensione. Nessuna epigrafe, né targa, né ricordo. «Quando si è uccisi dalla camorra, non si sa mai», così mi dice un vecchio postino che si fa il segno della croce nei pressi del luogo dove Dario è caduto. Non si sa mai, così come non si è saputo per Gelsomina, 22 anni, ammazzata nel novembre 2004, presa nel mucchio, aveva frequentato per qualche tempo un ragazzo che dopo un po’ era entrato nel clan, come molti in questa città, piccoli lavori, autista, corriere. Poi questo ragazzo ha deciso di partecipare col suo capozona al golpe contro Di Lauro e per Gelsonima quelle giornate trascorse con lui per qualche giro in vespa, quelle ore di frequentazione sono bastate per condannarla a morte. Torturata, uccisa, bruciata. Gelsomina lavorava, e duramente perché la sua famiglia era in seria difficoltà. Suo padre aveva perso il lavoro e la malinconia l’aveva divorato. Eggià perché anche chi abita qui, chi abita a Scampia e Secondigliano divenute ormai quasi archetipo dell’aberrazione, quando perde il lavoro, finisce con l’ammalarsi l’anima. E non ti alzi più dal letto, e senti di non farcela perché al Nord il tuo curriculum neanche lo leggono e poi a ricominciare tutto daccapo così lontano non ce la fai, e qui non sai a chi rivolgerti per campare e non hai né la voglia né il coraggio di entrare in un clan. Anzi neanche ti affiliano perché sei troppo vecchio o troppo inaffidabile, perché per troppo tempo hai avuto diffidenza verso la camorra e ora loro hanno diffidenza verso di te. E allora fai dire a tua moglie o a tuo figlio, alle persone che chiedono di te, che sei finito in carcere. Non esci dalla tua stanza per un anno, meglio far credere che sei andato a finire dentro per una rapina al Nord, magari ai camion, meglio far sapere che ti hanno beccato dopo un furto che invece far sapere che sei depresso, fermo a letto senza neanche la forza di accendere la luce. Ma è difficile vedere questo negli oltre ottocento colpi di pistola, mitra e fucile a pompa sparati in questa guerra, avere la pazienza di capire, di scremare, di comprendere chi e cosa nell’inferno non è inferno. E quasi sembra una difesa trovare una colpa, dire che in qualche modo il morto è colpevole della sua sorte. Se l’è cercata. Faceva parte del suo mestiere. Così si allontana la paura, la possibilità che possa accadere a chiunque vive in terra di camorra, in economia di camorra. Dare una colpa a chi non ce l’ha concede il senso del falso che però conforta. Qui non si muore per caso o errore, si muore perché il sistema camorra decide della morte e soprattutto della vita di tutti. In questo momento la cinetica del potere ha il volto di Cosimo Di Lauro, il leader della cosca, il rampollo che da solo ha sventato il golpe. Erano in minoranza, suo padre e i suoi uomini. I colonnelli, i fedelissimi del clan volevano gestire da soli l’azienda, ma Cosimo – secondo le accuse – ha imbastito una guerra basandola sulla spietatezza. Tutti devono morire, parenti, amici, vicini di casa di chi ha ordito e osato pensare di spodestare suo padre dal vertice. Come nella guerra in Bosnia, come a Sarajevo, quando era impossibile alle bande capire a quale ceppo di presunta razza appartenevi, bastava uccidere il tuo vicino, il cane, l’amico o un tuo familiare. Una voce di parentela, una somiglianza di pregiudizio è condizione ragionevole per diventare bersaglio. Bastava che passassi per una strada per ricevere subito un’identità di piombo. L’importante era concentrare il più possibile dolore, tragedia e terrore. Indiscriminatamente con l’unico obiettivo di mostrare la forza assoluta, il dominio incontrastato, l’impossibilità di opporsi al potere vero, reale, imperante. Non vi è altro motivo che disseminare un terrore capace di far sentire la propria volontà come un congegno di cui temere e quindi agire e pensare sempre guardandosi bene da come verrà interpretato il proprio comportamento. E così ci si trasforma sino ad abituarsi a pensare come coloro che potrebbero risentirsi di un gesto o una parola. Stare attenti, guardinghi, silenziosi, per salvarsi la vita, per non toccare il filo ad alta tensione della vendetta. Le bande serbe che scorazzavano in Bosnia del resto hanno imparato dai clan camorristici. Come un’informativa del Sismi del 1994 segnala, Zeljco Raznjatovic, meglio conosciuto come la tigre Arkan, mandò il suo fidato Radovan Stanisc in Italia a prendere accordi con diversi personaggi tra cui il boss di Casal di Principe nel casertano, Francesco Schiavone, il capo di uno dei gruppi imprenditoriali e camorristici più potenti d’Europa, i casalesi. Arkan è stato uno dei criminali di guerra serbi più spietati, ammazzato nel 2000 in un albergo di Belgrado capace con le sue scorribande di radere al suolo interi paesi musulmani di Bosnia, fondatore di un gruppo nazionalista, i Volontari della guardia serba, che quando una giovane inviata della Cnn in Erzegovina lo citò per un’intervista a una donna bosniaca questa svenne di colpo. Arkan – secondo le indagini – volle stringere patto con Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, la tigre della Malesia. Le due tigri si allearono, Arkan chiese armi per i suoi guerriglieri e soprattutto l’intervento di Schiavone per due cruciali problemi: far star buoni i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinargli la sua guerra, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi, e aggirare l’embargo che gli impediva di commerciare con l’estero e ricevere i capitali riciclati sul piano internazionale. Sandokan acquietò i suoi alleati albanesi facendo passare serenamente i carichi di armi, concedendo ad Arkan una tranquilla guerriglia e un pacifico sterminio di slavi islamici. Mosse poi i suoi contatti bancari per aggirare l’embargo e far arrivare il danaro in Serbia sotto forma di aiuti umanitari. In cambio gli imprenditori amici del clan (che vanno da Treviso a Capua) acquistarono ad ottimi prezzi aziende, imprese, negozi, masserie, allevamenti, disseminando così in mezza Serbia la vincente impresa italiana. Arkan prima di entrare nel fuoco della guerra ha interpellato la camorra e ha preso da essa armi, droga, metodi d’affari e strategie per aggirare l’embargo. Cosimo Di Lauro ha invertito la rotta, prima di dettare la sua strategia militare ha appreso dalla Bosnia, dagli stermini etnici degli ustaša e dei nazionalisti serbi la condotta vincente da far tenere ai suoi eserciti.

Quando lo hanno arrestato Cosimo si nascondeva in un buco di quaranta metri quadri, dormendo su un letto quasi sfondato. L’erede di un sodalizio criminale capace di fatturare esclusivamente con il narcotraffico un milione di euro circa al giorno, e che aveva fatto progettare una villa pompeiana da tre milioni di euro nel cuore di uno dei quartieri più miseri d’Italia, era costretto a rintanarsi in un buco fetoso e microscopico. Quando Cosimo sente sbattere gli anfibi dei carabinieri, rumoreggiare i fucili, non tenta di scappare, non si arma neanche. Si mette davanti allo specchio. Bagna il pettine, tira indietro i capelli dalla fronte e poi li lega nel codino all’altezza della nuca, lasciando la zazzera riccia cascare sul collo. Poi indossa sopra il dolcevita scuro l’impermeabile nero. Cosimo Di Lauro s’imbandisce da pagliaccio del crimine, da guerriero della notte, scende per le scale impettito. È claudicante, qualche hanno fa è caduto rovinosamente dalla moto e la gamba zoppa è la dote avuta da quell’incidente. Ma quando scende dalle scale ha pensato anche a questo. Poggiandosi sugli avambracci dei carabinieri che lo scortano riesce a non mostrare il suo handicap, riesce a fingere di camminare con passo felpato. Ha passato come molti ragazzi della sua medesima età a fissare i fotogrammi di Matrix, forse avrà avuto nella sua stanza il poster del film Il Corvo, e avrà sognato di dimagrire per somigliare a Brandon Lee. È chiaro che ha questi modelli in mente, è a loro che il boss si ispira, i nuovi sovrani militari dei sodalizi criminali napoletani non si atteggiano da guappi di quartiere, non hanno gli occhi sgranati e folli di Cutolo, non pensano di doversi atteggiare come Luciano Liggio o come caricature di Lucky Luciano e Al Capone, non si fanno crescere l’unghia del mignolo sinistro, mostrando che non lavano neanche il piatto dove mangiano. Matrix, The Crow, Pulp Fiction riescono con maggiore capacità e velocità a far capire cosa vogliono e chi sono. Sono modelli che tutti conoscono e che non abbisognano di eccessive mediazioni. Lo spettacolo è superiore al codice sibillino dell’ammiccamento o alla circoscritta mitologia del crimine da quartiere malfamato. Cosimo fissa le telecamere e gli obiettivi dei fotografi, abbassa il mento, sporge la fronte e tira le pupille in alto. Non si è fatto trovare come Brusca con un jeans liso e una camicia sporca di salsa, non ha il volto terrorizzato come quello Riina, né è stato arrestato in pigiama nascosto dietro un armadio come capitò a Misso. È un guerriero che si è imbattuto, da incensurato, nella sua prima sosta. Paga per il troppo coraggio, l’eccessivo zelo nella guerra che ha condotto. Non sembra che sia tratto in arresto ma semplicemente che muti il luogo del suo comando. La gente del quartiere al solo guardarlo si sente bruciare lo stomaco. Inizia la rivolta, rovesciano auto, riempiono bottiglie di benzina e le lanciano. La crisi isterica non serve a evitare l’arresto come potrebbe sembrare, ma a scongiurare vendette. Ad annullare ogni possibilità di sospetto. A segnalare al principe Di Lauro che nessuno lo ha tradito. Che nessuno ha spifferato, che il geroglifico della sua latitanza non è stato decifrato grazie ai suoi vicini di casa. È un enorme rito quasi di scusa, una metafisica cappella di espiazione che le persone del quartiere vogliono costruire con le volanti dei carabinieri bruciate, i cassonetti posti a barricate, il fumo nero dei copertoni. Se Di Lauro posa il suo sospetto su di loro, non avranno neanche il tempo di fare le valigie, la mannaia militare si abbatterà sul quartiere come l’ennesima spietata condanna. Due settimane dopo l’arresto del rampollo del clan, il volto arrogante che fissa le telecamere campeggia sugli screen saver dei telefonini di decine di ragazzini e ragazzine delle scuole di Torre Annunziata, Quarto, Marano. Certo gesti di mera provocazione, di banale balordaggine adolescenziale. Ma Cosimo sapeva. Così bisogna agire per essere eletti capi, per raggiungere il cuore degli individui, bisogna saper usare anche lo schermo, l’inchiostro dei giornali, bisogna sapere annodare il proprio codino e fissare gli bene gli obiettivi. Perché sin quando non sarai temuto non riuscirai mai a essere realmente rispettato.

Mentre sono sul bus, mentre mi allontano i pensieri iniziano a pesare come sfere d’acciaio nel vuoto del cranio. Inizi a capire perché non c’è mattina che tua madre ti guardi con sospetto, non capendo perché non te ne vai dal sud, perché non fuggi via, perché continui a vivere in questi luoghi d’inferno. Cerco di almanaccare da quando sono nato quanti sono i caduti, gli ammazzati, i colpiti. Non bisognerebbe contare i morti per comprendere le economie della camorra, anzi sono l’elemento meno indicativo del potere reale ma sono quanto meno la traccia più visibile e quella che riesce d’immediato a piagare lo stomaco. Inizio la conta: 100 morti nel 1979, nel 1980 140, 110 nel 1981, 264 nel 1982, 204 nel 1983, 155 nel 1984, 107 nel 1986, 127 nel 1987, 168 nel 1988, 228 nel 1989, 222 nel 1990, 223 nel 1991, 160 nel 1992, 120 nel 1993, 115 nel 1994, 148 nel 1995, 147 nel 1996, 130 nel 1997, 132 nel 1998, 91 nel 1999, 118 nel 2000, 80 nel 2001, 63 nel 2002, 83 nel 2003, 142 nel 2004, 12 nei primi due mese del 2005…. Tremilacinquecento morti. Mi sovviene in mente un’immagine. Quella della cartina del mondo che spesso compare sui giornali, soprattutto su quelli francesi. Campeggia sempre in qualche numero di «Le Monde Diplomatique» quella mappa che indica con un bagliore di fiamma tutti i luoghi della terra dove c’è un conflitto. Kurdistan, Sudan, Kosovo, Timor Est. Mi viene spesso di gettare l’occhio sull’Italia del sud. Di sommare i cumuli di carne che si accatastano in ogni guerra che riguardi la camorra, la mafia, la n’drangheta, i sacristi in Puglia o i basilischi in Lucania. Oltre diecimila morti. Ma sulla cartina non c’è traccia di lampo, non v’è disegnato alcun fuocherello. Qui è il cuore d’Europa. Qui si foggia la parte maggiore dell’economia della nazione. Quali ne siano le strategie d’estrazione di ricchezza poco importa. Necessario è che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie, schiattata nei grovigli di cemento e mondezza, nelle fabbriche a nero e nei magazzini di coca. E che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni. E allora comprendi anche il ghigno dei tuoi amici che sono emigrati, e tornano da Milano o da Padova e non sanno tu chi sia diventato per continuare a vivere dove vivi. Ti squadrano dall’alluce alla fronte per cercare di soppesare il tuo peso specifico e intuire se sei un chiachiello o uno bbuono. Un fallito o un camorrista. E dinanzi alla biforcazione delle strade sai quale già stai percorrendo e non vedi nulla di buono al termine del percorso.

Scendo dal bus e inizio a correre. Forte, sempre più forte, le ginocchia si torcono, i talloni tamburellano i glutei, le braccia sembrano snodate e si agitano come legni di burattino. Corro, corro, corro ancora. Il cuore batte, in bocca ho la saliva che mi annega la lingua e sommerge i denti. Mi fermo. Sento il sangue che gonfia la carotide, tracima nel petto, non ho più fiato, dal naso prendo tutta l’aria possibile che subito rigetto come un toro. Riprendo a correre, sento le mani gelide, il viso bollente, chiudo gli occhi. Sento che tutto quel sangue visto a terra che ho sentito perso come rubinetto aperto sino a spanare la manopola, l’ho ripreso, ora lo risento nel corpo. Maledetta terra, maledetti luoghi, maledetto me stesso che non soffoco in un bolo sordo il dolore ma lo frammento e moltiplico con le parole. Arrivo finalmente al mare. Salto sugli scogli, il buio è impastato di foschia, non si vedono bene neanche i fari delle navi che scorazzano nel golfo. Il mare si increspa, alcune onde iniziano ad avvicendarsi, sembrano non voler toccare la fanghiglia della battigia ma non tornano neanche nel gorgo lontano dell’alto mare. Rimangono immobili nell’andirivieni dell’acqua, resistono ostinate in un’impossibile fissità aggrappandosi alla loro cresta di schiuma. Ferme, non sapendo più dove il mare è ancora mare.