Aspirando a Walser

“Lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada”.

La stanza degli spiriti, dove scrivo, comunica una tetraggine da laboratorio anatomopatologico, da gabinetto alchemico in cui fallisce l’operazione prima.
I pensieri confondono il reale (diciamo “la struttura di base”: e cioè il lavoro, essenzialmente) e ciò che profondamente è emotivo, confuso esso stesso (diciamo “il sembiante che signoreggia troppo”).
La lucidità non scardina gli spettri, così il raggio di azione si riduce a un nonnulla. L’esercizio interiore prescrive lo scioglimento di nodi, ma i nodi sono più che uno e difficili da slegare: non esiste esercizio interiore, se non la passività, alla quale si denega la postura corretta di quella che, sembrando passività, è azione immobile.
Lo sguardo e la pelle non riescono ad accedere a consolazioni di sorta. Il futuro è demonico. Inoltre, niente salva, nulla capita a sottrarre, a divergere, cioè a divertire.
Non si riesce a giungere nemmeno a quella fase transitoria che lo scrittore elvetico Robert Walser descriveva all’inizio de La passeggiata (in Italia è edito da Adelphi) – fase evanescente per quanto consolatoria, e prodromo del ricovero in clinica psichiatrica:

“Per quando mi riesce di ricordare, appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in una disposizione d’animo avventurosa e romantica, che mi rese felice.
Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva così bello come se lo vedessi per la prima volta.
Tutto ciò che scorgevo mi dava una piacevole impressione di affettuosità, di bontà, di gioventù.
In breve dimenticai che fino a poco prima, su nella mia stanzetta, ero rimasto ad almanaccare tetramente su un foglio bianco.
Mestizia, dolore e tutti i pensieri cupi erano come scomparsi, sebbene continuassi a percepire acutamente, dinanzi e dietro di me, una certa nota grave”.

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