Un racconto di David Means

di DAVID MEANS | da Episodi incendiari assortiti, minimum fax | traduzione di MATTEO COLOMBO

Questa preghiera in forma di lamento – se mi passate l’espressione – cominciò il giorno in cui eravamo in campeggio a Sleeping Bear e Rondo uscì ubriaco fradicio e si perse. Quando alle dieci noialtri ci svegliammo, distrutti, con la luce che non ci lasciava tenere gli occhi aperti, fummo presi dal panico. Amy era in mutandine nel chiarore arancio della tenda, china in avanti, che tentava di infilarsi nei jeans.
Cazzo, Rondo è sparito. Non disse altro.
Cooosa?, saltò su Ricky. Eravamo in tre, lì dentro, addormentati come altrettanti sassi.
Quel coglione stanotte non è rientrato, disse lei, picchiandosi in testa un paio di volte il palmo della mano, come se cercasse di spostare qualcosa, di ripristinare un collegamento saltato. Rondo era il suo ragazzo, e il panico che le stava affiorando nella voce mi rendeva vagamente geloso, perché anch’io provavo una certa attrazione per lei, anche se lui in teoria era il mio migliore amico; giocavamo a hockey insieme alla State University, ci davamo pacche sulle spalle, bevevamo insieme e via dicendo, ostentando una facciata di cameratismo quando in realtà il vero legame che ci univa era avvolto dal mistero, o forse semplicemente fisico; eravamo due ragazzi pieni di energie, nel fiore del nostro sviluppo – mai più saremmo stati belli, forti e virili come in quell’autunno. L’esatto contrario si poteva dire di Sam – il protagonista del mio lamento – che era impacciato e dalla presenza fisica inesistente, sudicio e ripugnante, con i capelli lunghi e unticci che gli sbattevano sul giubbotto di pelle come una coda di castoro.
Quello spaventoso mattino ero certo che avremmo trovato il corpo fradicio d’alcol e ormai gonfio di Rondo abbandonato sulla riva, cullato e rigirato mollemente dai tre metri di risacca del lago Michigan. Chi vive al di fuori del Midwest crede che io esageri quando descrivo l’estensione delle onde del lago Michigan, allo stesso modo in cui può sembrare delirante l’idea di un’enorme duna di sabbia fine nel bel mezzo della campagna o quella che fra uomini che si considerano eterosessuali, quali il sottoscritto, possa nascere l’amore…
Non pensai a Sam fino a che non fu trascorsa un’ora buona di ricerche, durante la quale percorremmo la spiaggia in tutta la sua lunghezza, passando accanto ai resti carbonizzati del nostro falò di fortuna, alla ghirlanda di lattine di Bud rosse e bianche accartocciate, risalendo in cima alla grande duna e proseguendo giù per il terreno ondeggiante, in ogni anfratto e avvallamento…Non pensai a Sam fino a quando non mi lasciarono solo in fondo a uno dei parcheggi, seduto sulla sbarra più alta di una staccionata, con il viso affondato tra le mani, arreso – con la profonda convinzione che Rondo fosse ormai morto e che la corrente lo stesse trasportando verso Chicago, che il suo corpo stesse imboccando la grande curva all’altezza di Gary, nell’Indiana, accanto alle rigurgitanti ciminiere della U.S. Steel. Avvertivo un enorme, profondo vuoto in fondo al cuore ripensando al suo torace muscoloso, al suo sorriso ironico e al modo in cui riusciva a risucchiare la birra in enormi sorsate che gli facevano ondeggiare il profilo della gola. Mi piace pensare di aver imparato in quel momento la mia prima lezione sulla stupidità del machismo; su quanto fossi leggero, nel corpo, nello spirito, e su come il rozzo ideale dell’essere veri uomini mi andasse stretto.
Forse l’avevo sempre saputo.
Perché una sera, anni fa, dopo essere rientrato a piedi da casa di Sam, andai in camera mia e piansi. Ecco come mi piace immaginarmi: un ragazzino ancora né carne né pesce, biondiccio e con gli occhioni sgranati, che affronta per la prima volta l’atrio buio e vuoto della casa di Sam, giù vicino alle fabbriche, quella sua stanza in cui Natale era passato lasciato un unico giocattolo. Non avrei mai potuto recitare la parte del bulletto strafottente che una volta entrato in casa sorrideva con disprezzo; che appena uscito correva dagli altri bambini a raccontare che quel cacasotto di Sam non aveva un giocattolo che fosse uno con cui valesse la pena di giocare, giusto una base spaziale Matt Mason, la stessa che chiunque aveva ricevuto l’anno prima; che la sua casa era spoglia, vuota, e che quando scendemmo al piano di sotto il suo vecchio, appena tornato dalla fabbrica – con quella sua pettinatura alla Elvis – era lì che grugniva attaccato a una lattina di birra, gomiti puntati sulla tavola, faccia spenta; che le sue prime parole furono Tutto a posto, testa di cazzo?, e che Sam, il viso rosso acceso di vergogna, mi accompagnò alla porta, mi allungò la giacca e uscì insieme a me. Andiamo via, disse. Bastardo.
Piansi?
Oppure il giorno dopo andai a scuola e raccontai tutto quanto a Ted Nelson, che era alla ricerca costante di un motivo per sfottere Sam? E gli feci una sorta di riassunto per sommi capi della casa – i punti spelacchiati al centro di ogni singolo gradino delle scale, la lunga crepa in mezzo al pavimento in legno del corridoio piena zeppa di polvere? E rivelai a Nelson, quasi fosse un’informazione top-secret, la realtà della situazione di Sam: che era povero in canna? Finestre rotte piene di spifferi rappezzate col cartone. Una stalattite di lerciume verdastro sotto il rubinetto della vasca da bagno. Lampadine fulminate. Materassi per terra. Un unico merdoso giocattolo per Natale.
Seduto sulla staccionata del parcheggio a Sleeping Bear, pensai a Sam per la prima volta da quattro o cinque anni a quella parte, visualizzai un’immagine di quel tardo pomeriggio a casa sua, l’unica volta che c’ero mai stato, di me che entravo nella sua cucina e vedevo suo padre, occhi rossi, stanco, con indosso il camice verde oliva delle cartiere, una piccola toppa rotonda in alto a destra sul petto con il suo nome, ED, ricamato a lettere rosse larghe e flosce; suo padre, logoro e stanco, annoiato e deluso dalla vita, che si porta la lattina di birra alle labbra prima di dire quello che deve dire…Mi venne in mente, lì sulla staccionata a Sleeping Bear – mentre quasi mi procuravo una crisi di nervi al pensiero del corpo di Rondo, del suo cadavere laggiù nel lago – che quel giorno uscimmo di casa, attraversammo la strada, tagliammo fra i due edifici della fabbrica e di lì verso l’enorme bacino di scarico in cui le cartiere Allied Paper riversavano i liquami, e dove noi (quelli della mia banda) ci divertivamo a sfidarci in stupide prove di forza e di coraggio; era pericolosissimo, un enorme lago di scorie sulla cui superficie si formava una crosta simile a ghiaccio, che in certi giorni diventava tanto dura da poterci fare persino qualche passo, poi qualche altro ancora, se eri certo che fosse abbastanza spessa da tenere.
Ci proviamo? Sam non disse altro, mi pare, immobile, osservando la luce del crepuscolo che moriva sulla superficie compatta e corrugata della pozza. Alle sue spalle, sull’altra riva, davanti a una fila di alberi stremati, uccelli invernali scendevano e risalivano sopra la sponda del fosso…L’industria brulicava tutt’intorno, ma a quei tempi noi non lo sapevamo, né ci importava di saperlo, e in quell’istante eravamo soltanto due ragazzini che si sfidavano in silenzio a fare qualcosa di meravigliosamente stupido.
La verità è che in quel momento Sam non stava davvero chiedendo a me di farlo, stava parlando con se stesso, con le sue gambe curve e il suo parka di nylon da due soldi con la fodera arancione e il bordo di finta pelliccia intorno al cappuccio. Sembrava più che altro intento a recitare una preghiera per invocare la protezione divina, mentre a passi incerti si avvicinava al bordo, con il vento freddo della sera che gli arruffava i capelli, e con la punta dei piedi saggiava la superficie della pozza – era una sostanza infida, né carta né ghiaccio, non somigliava a nient’altro, una robaccia extraterrestre – e prima che potessi dire Come no e incamminarmi anch’io, lui già stava prendendo il largo a piccoli passi, studiando la tensione della melma, testando l’elasticità della superficie sotto le sue calosce o le sue vecchie scarpe da ginnastica o qualunque altra cosa avesse ai piedi quel giorno. Avanzò. Riuscì a fare cinque o sei metri. Non avevo mai visto nessuno dei miei amici spingersi tanto in là su quella crosta. Eravamo strasicuri che la superficie solida sprofondasse quasi subito di almeno quindici metri, praticamente ad angolo retto. Alla nostre spalle la locomotiva si avvicinava, flettendo e facendo stridere i binari, e quando Sam ebbe raggiunto la distanza che voleva lentamente si voltò verso di me e mosse le labbra, disse qualcosa, non saprò mai esattamente cosa, ma le sue labbra si mossero un bel po’, qualcosa come cinque frasi, recitando una cosa che, per quanto riuscivo a capire, poteva essere il discorso di Gettysburg, che quell’anno a scuola tutti quanti avevamo dovuto imparare a memoria. Stanco e patetico, con quel suo parka leggero da due soldi a proteggerlo dal vento sempre più forte., Sam, il ragazzino che possedeva un unico misero giocattolo, in piedi in mezzo alla melma parlò:

Ottantasette anni fa i nostri padri crearono su questo continente una nuova nazione, concepita nella libertà, e fondata sull’affermazione che tutti gli uomini sono creati uguali…

Finché a un tratto la melma cedette e lui affondò fino alle ginocchia – alle mie spalle il treno continuava ad arrancare, ora però lento abbastanza da far udire il grido di Sam al di sopra del suo sferragliare – in una densa poltiglia di diossina e pasta di legno, di solventi e composti chimici indelebili. Come un Cristo che cammini sulle acque e cade, con le gambette secche e fragili a infrangere la superficie della poltiglia che gli si appiccicava ai jeans e li imbrattava, Sam avanzò faticosamente verso di me. Quando infine uscì, aveva perso uno stivale (o una scarpa).
Arrancando sulla via del ritorno, oltre i binari, attraverso la strada, Sam si scrostò quella robaccia dalle gambe con un bastone e mi fece giurare che non avrei rivelato a nessuno quello che aveva fatto.
Me lo prometti?, continuava a ripetere.
Prometto. Giuro su Dio. Su una montagna di Bibbie. Sull’abito da sposa di mia madre. Non lo dico a nessuno. È una cosa fra me e te.
L’avrei detto a tutti. Era una storia troppo divertente per tenerla nascosta. Con l’immagine di Sam, quel povero coglione che affonda nella melma fino alle ginocchia, avrei informato il mondo. Solo che nella mia versione della storia in quella schifezza ce l’avrei fatto affondare fino ai fianchi, o forse addirittura nuotare.
Sentii Amy chiamarmi per cognome, Means. Mi voltai e la vidi dall’altra parte del parcheggio che gesticolava freneticamente verso di me.
Avevano trovato Rondo, mi disse, facendosi scorrere un dito dentro il bordo dei jeans per allentare una qualche fastidiosa tensione nell’elastico delle mutandine; mi sforzai di non guardare. Attendevo di sapere se Rondo era vivo o morto e al tempo stesso nella mia mente e nella mia memoria riviveva l’immagine di Sam, durante le prove dell’orchestrina di classe, un attimo dopo che il sottoscritto gli aveva sferrato uno schiaffo sulla campana della tromba; aveva lo sguardo sbigottito e confuso della persona appena colpita, un attimo prima che esploda la gigantesca vampata del dolore; nei suoi occhi si leggeva, mi piace pensare oggi, il lungo e ampio balzo verso la grazia che tutto redime. Due dei suoi denti anteriori rimasero sul bordo dell’imboccatura, schizzata di colpo verso l’interno; tutta quella forza si era spostata lungo la curva della campana, snodandosi lungo la tubolatura e andando a concentrarsi sul bordo metallico dell’imboccatura 7C; ero perfettamente conscio, mentre scagliavo il palmo aperto della mano contro la campana della sua tromba, del meccanismo fisico che avrei innescato. Oggi non posso più negarlo come feci allora. All’epoca non sapevo da dove venisse la mia rabbia, ora sì. La lezione che ho ricavato dalle mie azioni è lampante: ero reo di molte colpe nei confronti di quel ragazzino dell’orchestra che in prima media si era già fatto crescere i capelli lunghi e portava giacche di pelle rubate. Mi piace pensare che gli ruppi i denti per vergogna; avevo raccontato al mondo della sua casa, di suo padre e di come era sprofondato in quella crosta di melma (dopo averci camminato sopra come Gesù Cristo per cinque secondi buoni).
Sta bene, disse lei. era così fuori che ha perso l’orientamento e alla fine si è addormentato per terra nel campeggio, accanto ai cessi.(…)

Lo schianto dell’imboccatura contro i denti gli spinse i due comesichiamano davanti verso l’interno, danneggiandogli dentina, gengiva e nervi abbastanza da ucciderli. Nel giro di qualche settimana lo smalto divenne grigio e infine, un mese dopo, caddero entrambi. Non l’avevo fatto apposta, dissi al professor Tear, il nostro insegnante di musica. La colpa ricadde sulle spalle di Sam.

Le cose andarono così: Sam scomparve, come Rondo quel mattino, con la differenza che lui abbandonò questa terra per davvero: si levò in aria, dispiegò le ali d’angelo e volando attraversò il grande lago fino al Wisconsin. Era con alcuni amici (questo lo so per certo), quattro ragazzi della nostra città poveri come lui, a cazzeggiare, farsi le canne e roba del genere; era con loro, ma a un certo punto prese e si allontanò per i fatti suoi (almeno così pare). E scomparve per una settimana. Questo noi non lo sapevamo. Fosse scomparso uno di noi la notizia sarebbe finita in prima pagina, ma che uno come Sam sparisse dalla faccia della terra per una settimana non era cosa degna di nota…
Alla fine però si resero conto che qualcosa non andava e spedirono delle squadre di ricerca a scandagliare la sabbia delle dune. Uomini che conficcavano lunghe aste qua e là, lavorando a gruppetti, tracciando quadranti con picchetti e spago. Cercavano la morbidezza della carne, l’elasticità di un cadavere. Ci volle una settimana. Lo spazio da perlustrare era enorme.
Ecco come immagino la scena, e mi piace pensare che questa ipotesi sia qualcosa di più di un semplice passaggio del mio lamento. Che sia davvero andata così.
Fu un tizio di nome Mel, che lavorava per la forestale, mento sporgente, occhi spioventi e sigaretta perennemente tra le labbra; un uomo con gli occhi tristi che viveva in una delle roulette messe a disposizione dallo Stato vicino al campeggio di Sleeping Bear; un uomo ben felice di starsene solo con la sabbia e con il vento che sferzava le dune incessantemente. Stava ricontrollando un quadrante per la seconda volta. Si era fatto un’idea su dove potesse trovarsi il corpo. Anni e anni di lavoro come guardia forestale gli avevano fatto sviluppare un sesto senso riguardo al modo in cui la sabbia si muoveva; riusciva a individuare i punti che stavano per cedere, quelli che potevano franare. Si piazzò in quel punto e prima di infilare la sonda nella sabbia guardò il cielo. Quattro gabbiani punteggiavano l’aria scura del crepuscolo. Fece un bel respiro, pronunciò una preghiera silenziosa, piantò la sonda e la sentì affondare in qualcosa di morbido. Capì immediatamente che il destino aveva voluto che fosse lui a scoprire il corpo del ragazzo morto; che avrebbe ceduto il passo agli altri uomini – quelli della scientifica, gli esperti – perché finissero il lavoro, e i badili avrebbero sibilato mentre lui si fumava una sigaretta e osservava l’ennesimo stormo di gabbiani scendere a mangiare i pesci morti per gli sbalzi termici prodotti dagli scarichi della centrale elettrica a centocinquanta chilometri da lì. Avrebbe finito la sua sigaretta, salutato Mike, il suo capo, e lentamente si sarebbe incamminato giù per la stradina che rientrava nel parco…Camminando avrebbe pensato a suo figlio, che viveva con sua moglie a Paw Paw, e a quanta paura aveva per lui, la stessa paura che, ne era certo, da qualche parte un altro padre aveva avuto per quel povero ragazzo. Si sarebbe fermato un istante sentendo qualcosa muoversi tra i cespugli, una rondine, un passero, forse una coppietta, e lì avrebbe pronunciato una sorta di preghiera per quell’anima e si sarebbe inchinato a modo suo al cospetto delle immense forze naturali che avevano creato quella gigantesca lingua di sabbia lungo il guantone dello Stato del Michigan, e che avevano congiurato per trovare il modo di uccidere un ragazzino che probabilmente non si aspettava affatto di morire sotto una frana di sabbia. La cosa fantastica di questo momento, secondo me, è che in un attimo Sam riceve più amore di quanto ne abbia ricevuto in tutta la sua vita: quell’amore sconfinato e profondo di un padre per un figlio di cui tutti abbiamo bisogno, un amore più grande di quello che io, o quello stronzo di suo padre, o chiunque al mondo ancora cammini su questa terra gli abbia mai dato.
Devo immaginare tutto questo e interrompermi così, mentre Rondo, sulle dune, grida il mio nome nel vento e mi dà del coglione e mi dice di alzare il culo e andare che dobbiamo tirare giù la tenda e fare i bagagli e tornare a casa in tempo per il fischio di inizio della partita dei Notre Dame. Continua a sbraitare, con la voce disturbata dal vento e dalle onde, e io resto seduto sulla staccionata e penso che qui dovrò tornarci da solo, farmi altre quattro ore di macchina dopo averli scaricati a casa a ritrovare questo stesso punto per comunicare con Sam, trovare un modo per chiedergli scusa. E penso proprio che lo farò, tornerò qui e mi siederò e ripenserò a tutto quanto da capo; al momento in cui mi sono trovato sulla soglia della sua stanza – e lo farò non nei panni della persona che sono diventato, e nemmeno in quelli di un bambino dall’animo gentile, bensì in quelli di qualcuno che ancora avverte la desolazione della stanza con la base spaziale Matt Mason al centro del pavimento, il materasso da due soldi buttato nell’angolo, la flessibile membrana di cartone della finestra a registrare il respiro della fredda aria invernale che quel giorno freme in quella zona della città.
Una volta tornato qui piangerò quei due denti davanti, che naturalmente lui non poté mai farsi sistemare o sostituire. Morì senza, inghiottito dalla terra in un pomeriggio d’estate, mentre i suoi amici saltellavano come sulla luna giù per il fianco della grande duna di sabbia, con le braccia tese verso il cielo, gustando a ogni salto per pochi istanti il sollievo della gravità, fatti di benzedrina e acidi e solitudine, con le sigarette fumanti tra le labbra che lasciavano scie a zigzag contro il cielo azzurro come razzi traccianti.

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