Su NON IO di Filippo Robboni

“Entrai in contatto con alcune immagini che non lo erano. Erano sfregi al tempo, non sfregi procurati dal tempo. Strappi, dilacerazioni. Di cosa? Dell’immensa carne, questo aggregato colloidale che è il nostro eden o il nostro carcere, in cui siamo e ci muoviamo, la carne tutta intrisa di io…”

[Si inaugura questa sera, 23 marzo, dalle 18.30, a Milano, presso la galleria OSART di via Fogazzaro 11, la mostra NON IO dell’artista Filippo Robboni – mostra che durerà fino al 30 aprile. L’esposizione è curata da Stefano Castelli. Un mio scritto accompagna il testo di curatela: lo pubblico qui di seguito. gg]

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Galleria NON IO

Filippo Robboni è per me il veicolatore di un’opera d’arte perturbante. Di quest’opera, NON IO, intendo parlare qui senza rifare il nome di Filippo Robboni, che la ha realizzata. Il titolo stesso della mostra credo giustifichi prescindere dai nomi, così come la mostra giustifica prescindere dalle forme.

Primo incontro con non io

Eravamo accanto a dove sono stati reperiti a Milano scheletri minati da patologie inquietanti, ciondoli secenteschi, resti umani ambigui, sotto i Bastioni di Porta Romana. Eravamo seduti a pochi metri da quella dissepoltura, da quella carne evaporata nel corso di secoli, da quelle tracce fossili, lugubri. Ciò che rimane, “non omnis moriar”.
Sul microtavolo del bar, mentre sorseggiavo il decaffeinato acidulo, sotto una luce calda che pioveva a perpendicolo sulle riproduzioni di non io, io entrai in contatto con alcune immagini che non lo erano. Erano sfregi al tempo, non sfregi procurati dal tempo. Strappi, dilacerazioni. Di cosa? Dell’immensa carne, questo aggregato colloidale che è il nostro eden o il nostro carcere, in cui siamo e ci muoviamo, la carne tutta intrisa di io. E poi: denti, avorio umano, buchi, narici, osculi, pertugi, cumuli di grasso, defibrillazioni di forme guanciali, lombrosiane, parietali.
I colori sono mentali.
Se penso ora il volto di mia madre: non riesco a riconoscere il vero colore della carne di mia madre. C’è un colore mentale, al posto di quello che percepisco in quella porzione della realtà che è lo stato di veglia. Se incontro mia madre in sogno: il colore del suo incarnato è ancora differente. Se dormo e non sogno, non c’è colore.

Quindi capii, a fronte di queste immagini, quanto per me fosse esausta, esaurita la scrittura, la letteratura tutta: non riusciva più a contenere, la lettera del testo, quella non infinita compresenza di possibilità statiche e dinamiche che queste non-immagini facevano vibrare – spettri, fantàsmata, operazioni occulte e palesi di lavorii animici, persuasioni, psiche, più che psiche.
Gli involucri che avevo davanti, nemmeno bidimensionali seppure riprodotti sulla carta, erano vasi che contenevano l’etere, il quale è ovunque – la vibratile sostanza sottile di cui è fatto quanto appare, nell’universo di veglia e in quello mentale.
Ovunque: io.

Ciò che vedo io

Una celebre polemica filosofica a distanza di epoche viene condotta in Fenomenologia della percezione da Maurice Merleau-Ponty. L’obbiettivo è Blaise Pascal, il quale aveva sostenuto di riuscire a pensare l’umano senza piedi testa gambe, ma non senza pensiero. Merleau-Ponty ritiene che non si possano considerare “astrattamente” mani piedi testa: “Un uomo senza mani o senza apparato sessuale è tanto inconcepibile quanto un uomo senza pensiero”.
Se osservo la galleria NON IO, ecco vedo mani teste, perfino carne con una forma non riconoscibile, ma non vedo l’uomo e nemmeno il pensiero. Guardo, scruto, mi incanto, a un certo punto – mi accorgo – non sto pensando.

Nell’esposizione che ne fa Tertulliano nel De carne Christi, secondo l’eresia del Docetismo il corpo di Cristo avrebbe solo una “apparenza” di corpo umano e la carne di Cristo sarebbe solo una “carne apparente” (“caro putativa”, “phantasma carnis”). Eccone la descrizione: “Una carne compatta ma priva di ossa, solida ma senza muscoli, sanguinante ma senza sangue, vestita ma senza tunica, affamata ma senza fame, che mangiava ma senza denti, che parlava ma senza lingua e […] con una fantasmatica parvenza di voce”.
Se osservo la galleria NON IO, ecco vedo precisamente questa carne e non c’è traccia di Cristo qui.

Secondo Gilles Deleuze, che riflette in Francis Bacon. Logica della sensazione su un pittore il quale nulla ha a che vedere con le opere NON IO, “la significanza è inseparabile da un muro bianco su cui inscrive i suoi segni e le sue ridondanze. E la soggettivazione è inseparabile da un buco nero in cui insedia la sua coscienza, la sua passione, le sue ridondanze. […] Il viso costruisce il muro di cui il significante ha bisogno per rimbalzare, costituisce il muro del significante, il quadro e lo schermo. Il viso scava il buco di cui la soggettivazione ha bisogno per apparire, costituisce il buco nero della soggettività come coscienza o passione”. Il viso, secondo Deleuze, è il buco nero da cui origina io. Sia chiaro: io non è individuale, è un fenomeno di carattere generale: “i volti non sono anzitutto individuali, definiscono zone di frequenza o di probabilità, delimitano un campo che neutralizza in anticipo le espressioni e connessioni ribelli alle significazioni conformi”. Se questa è per me una perfetta descrizione di quanto appare dalla carta e dai “colori” di non io, ancora più precisa è la fenomenologia e la genealogia di questa sola carta che è non io, per come si esprime Deleuze: “È un errore credere che il pittore si trovi dinanzi a una superficie bianca. All’origine della credenza nella figurazione c’è questo errore: se infatti il pittore fosse dinanzi a una superficie bianca, potrebbe riprodurvi un oggetto esterno, che quindi fungerebbe da modello. Ma non è così. Il pittore ha molte cose nella testa, attorno a sé o nell’atelier. E tutto ciò che egli ha nella testa, o attorno a sé, è già nella tela, più o meno virtualmente, più o meno attualmente, prima che il pittore cominci il suo lavoro. Tutto questo è presente sulla tela sotto forma di immagini, attuali o virtuali. Sicché il pittore non deve riempire una superficie bianca, semmai dovrebbe svuotare, sgomberare, ripulire”.
I tagli e i segmenti lineari che segnalano che quei tagli esistono ma anche non esistono, in NON IO, sono il tentativo di manifestare le molte possibilità da cui si condensa l’immagine. E’ il tentativo di un’analogia, l’unica funzione retorica che si consentono le sacre icone.

Cosa significa che questa pittura appaia oggi, nel mio tempo, qui e ora, davanti a me e in me? Essa mi è contemporanea. Che cos’è ciò che è contemporaneo? Per tentare di circoscriverlo, il filosofo Giorgio Agamben scrive che “tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri”. Tuttavia, “che significa vedere una tenebra, percepire il buio? […] Che cos’è il buio che vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio”. E’ sconcertante: “Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare”. Secondo Agamben, quindi, “può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità”.
Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Ciò spiega perché mi sono contemporanee le opere NON IO. Ricevo in pieno viso il fascio che proviene dal mio tempo.

Il non formale come intensificazione della potenza

Quando ho conosciuto l’artista che ha fatto NON IO, sono rimasto incuriosito dalle prospettive critiche sulla sua opera. C’è una pigrizia di cui tutto l’esercizio critico è vittima noncurante, così come si può dire che un morto è noncurante del proprio cadavere. E così, per pigrizia, viene affermato che quest’opera è figurativa, il pittore è un figurativo.
Se ci si pone senza pregiudizi davanti a quell’eruzione apparentemente informe di carne allo stato puro, carne fresca, animalità priva di forma che, a mio parere, costituisce l’acme della galleria NON IO – sarà difficile davvero esprimere un giudizio inerente al figurativo. Siamo qua di fronte a una vibrazione potente – è il “non formale”, che nulla ha a che vedere con la tradizione nota come “informale”. Si danno infatti qui plurime, indefinite forme, che ineriscono a un’unica forma, la quale non è possibile percepire. Sono questi i fantasmi a cui accenna Aristotele nel De Anima. Potenze incerte quanto a forma, che si condenseranno in una forma tra le molte in cui possono incarnarsi. Come l’angelo necessario di Wallace Stevens, se questa eruzione di carne potesse parlare direbbe che in sé racchiude l’essere e il conoscere. E’ uno come noi, e ciò che è e sa per essa come per noi è la stessa cosa. O forse è è soltanto una figura a metà, intravvista un istante, un’invenzione della mente, un’apparizione tanto lieve all’apparenza da sparire dopo un istante.
La galleria NON IO non ha nulla a che fare con il Cristo, ha molto a che fare con l’angelologia.

Non è nemmeno vero, da quanto riesco a vedere, che non io non abbia a che fare con il Cristo. Secondo me ce l’ha e con un Cristo in particolare: con il Cristo salvatore di Toledo, realizzato nel 1614 da El Greco. Se si considerano i cinque colori di base del dipinto, si noterà un’inquietante familiarità con quanto vibra cromaticamente in non io:

La cornice è metafisica

Sembrerebbe paradossale chiudere con la premessa di tutto quanto è stato scritto. Sembrerebbe paradossale anche una mostra che si intitola NON IO. Chi si mostra, infatti, se non quello che si dice io? E cosa si mostrerebbe da un supposto “al di fuori dell’io”, se tutto quanto tu percepisci per te esiste solo in ragione del filtro del tuo io? Possiamo dire che, relativamente a te, tutto ciò che non è te sarebbe non io. E’ fondamentale quell’avverbio: “relativamente”. Poiché, in assoluto, non si ha esperienza di un non io. C’è soltanto io. NON IO viene percepito da IO. Però, se c’è una mostra di NON IO, ci sarà bene qualcuno che vede tutto questo. Chi è che vede e IO e NON IO?
Chieditelo, tu che passi.

***

[box]Filippo Robboni: “NON IO”

A cura di Stefano Castelli e con un testo di Giuseppe Genna

OSART Gallery

Milano via fogazzaro 11

Dal 23 marzo al 30 aprile

Inaugurazione 23 marzo, h. 18.30 – 20.30

La galleria OSART presenta “Non io”, personale del pittore Filippo Robboni (Novara, 1980, vive e lavora a Milano). Sin dall’inizio della carriera, Robboni persegue una ricerca sulla figurazione che tende a ripensare i canoni del genere, adattandoli alle istanze del nostro tempo sia in senso estetico che a livello di contenuti. La sua pittura vive di due fasi concomitanti e volutamente stridenti: mentre affina al massimo livello l’esattezza e la ricchezza della pittura e della rappresentazione, contesta dall’interno il proprio soggetto e i canoni della tradizione figurativa. La mostra “Non io” è interamente composta da acquerelli, nuovo banco di prova che consente alla ricerca di Robboni di orientarsi verso spiccate caratteristiche di sintesi e arditezza formale. Il soggetto umano è qui portato al massimo della tensione: la trama della pittura si condensa nel delineare l’incarnato, sospeso tra sussistenza e sfaldamento; dall’altro lato, la composizione e la concezione della figura sottopongono il soggetto a torsioni, frammentazioni, rotazioni, spingendo il ritratto al massimo della tensione, un attimo prima del punto di rottura. I volti sono colti in espressioni e gesti ambigui, spezzati da geometrie irregolari che rendono gli sfondi bianchi costitutivi tanto quanto le zone dipinte. L’estrema anticonvenzionalità del trattamento di un soggetto classico come il ritratto costituisce allo stesso tempo un esperimento sulle possibilità linguistiche della pittura e un’incalzante interrogazione sul destino odierno e futuro dell’individuo. L’esposizione comprende una decina di lavori di grande formato. Oltre al testo del curatore, Stefano Castelli, la mostra è accompagnata da uno scritto di Giuseppe Genna.[/box]

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