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April 16, 2015 at 05:20PM


Con sgomento leggo in questi giorni le dissennate e ingiuste e ingrate e inaudite considerazioni di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, che dice cose incredibili sulle elezioni che gli abbiamo permesso di vincere in tanti: acrimonie sputate in un libro contro persone, scelleratezze piccinissime, insulti impliciti in una forma nemmeno bella. Non mi è mai piaciuto Pisapia. Anni fa ero all’ospedale, mi avevano investito, avevo rischiato di morire, sono lì col polmone bucato e la costola rotta, mi telefona uno e mi dice: si candida Giuliano Pisapia, tu sei uno scrittore di Milano, ci stai a sostienere e collaborare? Gli dissi che ero onorato, ma che ritenevo l’uomo volatile e violento al contempo. Mi spiego, spiego cosa intendo per violento: non è la violenza reclamata dal delirio morattiano in pubblica scena durante un vergognoso dibattito tv; è invece la conseguenza di aridità e concezione proprietaria, che riporta a sé e si impadronisce di ciò che è comune. Il comunismo di Pisapia è falotico in quanto inadatto a ciò che è comune e, come si è visto, anche al Comune. La serie di sconsiderazioni con tanto di stoccatine e gomitate imbellamente comprensibili agli addetti ai lavori è, da questo punto di vista, la prova provata di una simile aridità. Il signor Pisapia ha fatto questo, con nochalance tipica dell’anemotivo: ha buttato a mare un’esperienza umana, coinvolgendo in questo tutti quanti gli sono stati vicini e hanno sperato. Il signor Pisapia è stato eletto sindaco grazie a tutti quanti gli hanno dato il voto e grazie alla speranza di queste persone, che hanno in animo una politica della sincerità e della condivisione di esperienze, emozioni e conoscenze. Il signor Pisapia ha deluso in due giorni tutte queste persone. Non me tra queste, e non perché non gli abbia dato il voto, bensì perché ero deluso in partenza ed ero certo di cosa avrebbe vissuto questo stesso signore. Chi accusasse la consorte del signor Pisapia, la signora Pisapia, di tramare come un’emulazione fallita di Claire Underwood – costui avrebbe torto. Sarebbe come dire, e lo ha detto Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera, che là hanno i Clinton e qui abbiamo i Mastella. No, semplicemente le cose sono più prosaiche: si tratta della vecchia lotta di classe nella sua accezione italiana, e cioè deteriore, in cui ognuno di noi non deve affatto essere grato al padronato e ha l’obbligo intimo e pubblico di rimanere consapevole che i re, come i reucci e i furbetti del quartierino, li tiriamo giù in un batter d’occhio. Di quale quartierino è Pisapia? La sua battaglia senza quartiere è dunque una battaglia di quartierino e precisamente di *quel* quartierino. La sua esperienza arancione, che finge di difendere non si sa da chi e da cosa, è stata la nostra esperienza arancione. Le sue valutazioni sugli assessori non coincidono con le nostre: a Milano deve stare attento a girare l’assessore al traffico, i taxisti lo odiano e la gente comune, a qualunque colore appartenga, lo odia pure essa. E’ proprio il non capire che si embrica nel non sentire: di questo ha dato prova sia Giuliano sia Pisapia. L’incredibile assalto continuato che pratica da anni nei confronti di Stefano Boeri, per esempio, questa sorta di persecuzione sesquipedalmente reiterata, a prescindere da torti o ragioni, di cui nulla so e di cui nulla mi frega, è emblematica. Non è la prima volta che mi rivolgo al Sindaco Pisapia e nemmeno l’ultima: non mi sto rivolgendo affatto a Giuliano Pisapia: io lo sto giudicando, al pari di quanto e di come giudicava Andreotti il sempiternamente compianto Pasolini. Certo, uno si dice: il Genna non è Pasolini. Detto che non ha senso questo parallelo, non ha senso nemmeno il parallelo tra Andreotti e Pisapia, poiché io ricordo Andreotti e non ricorderò Pisapia. Nemmeno l’ex sindaco Borghini ha fatto questa fine: lo garantisco ai non milanesi. Che patrimonio è stato sprecato e che bel matrimonio è stato fatto! Però va anche detto: è già acqua passata, sapete quanta acqua è passata per i Navigli da quando sono stati realizzati? Il piatto in cui si è sputato ti resta lì sul tavolo, mentre i Navigli portano via tutto, verso nessun mare. Ciao ciao, Giuliano, ricorderemo l’amaro Giuliani e non l’amaro Giuliano.

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