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April 27, 2015 at 09:49AM


Come scrivevo qualche giorno addietro, sono non tanto sorpreso dal fatto che non registro alcuna reazione, dico di ordine minimamente pubblico (trafiletti su stampa, aperture di microdibattiti, etc.), rispetto al saggio “Io sono”. Non è la prima volta che ciò mi capita e, rispetto a un testo che affronta la possibilità di una psicologia orientata metafisicamente tanto quanto una letteratura leggibile secondo questo medesimo orientamento, la cosa era ipotizzabile a priori. “Io sono” non è un testo da promozione, non c’è marketing o strategia comunicativa che tenga. E’ un libro che c’è e non è più di questo: è lì, se si vuole affrontarlo. E’ presente. Questa prospettiva ne apre ulteriori. Per esempio, una di carattere intellettuale ed emotivo. E’ quella che pratica Daniele Lamuraglia, regista drammaturgo e attore, il quale mi onora di un giudizio davvero intenso, non soltanto perché è la prima persona che mi comunica di avere terminato la lettura del saggio, ma perché ne dice così: «Ho finito di leggere “Io Sono” di Giuseppe Genna, e adesso leggerò alcuni altri testi che da qui si dipanano, altri che su questo stesso cammino avevo tenuto in attesa o in sospeso, e poi andremo a ritrovare alcuni altri testi che in questo percorso sono compagni importanti per me, come quelli di Platone, Aristotele, Meister Eckhart, Giordano Bruno, Giovanni Della Croce, Spinoza, Nietzsche, Freud, Artaud, Bataille, Caillois, Blanchot, Lacan, Derrida, Deleuze, e altri che stanno dentro e accanto e che sono stati riconvocati, come Kafka, Melville e Walser, e altri forse, che sono in questi paraggi. Ci ritireremo in silenzio a meditare in quegli angoli concessi dal tempo che si affaccia sul beato vuoto».

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