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May 06, 2015 at 11:23PM


Stasera vado a prendere un deca dal cinese, trafelato, tipo alle nove meno un quarto, entro e assisto alla seconda partita più bella della mia vita. Era il Barcellona contro il Bayern Monaco, è incredibile. Semifinale di Champions, al Camp Nou. Sapete tutti che alla squadra di Pep Guardiola mancavano Robben e Ribéry, quindi si partiva con un deficit di fantasia, compensato soltanto parzialmente dalla mobilità scoordinata ma efficace di Muller e dall’eroismo di Lewandowski, che, con adeguata ma inquietante protezione facciale, ha voluto essere in campo otto giorni dopo la frattura del naso e dell’osso mandibolare e il trauma cranico rimediati nella semifinale della coppa tedesca, perduta ai rigori inaspettatamente col Borussia, che quest’anno è andato maluccio e ha perso pure Klopp, che ha annunciato l’addio a fine stagione. Dall’altra parte: il trio. Messi insieme a Suarez (sì, proprio lui) e a Neymar (anche lui: sì), coordinati da un mai sazio Iniesta e dalla non sostenibile geometria tattica dell’uomo che fa perfettamente i due tempi, Raketic. E Dani Alves? C’era anche lui, mettiamocelo pure nel conto, nel mazzo di carte a disposizione di Luis Enrique. La volitiva mascella del quale non stava in sede naturale nemmeno un istante: mastica la gomma, la copre con la mano a favore di telecamera per via del labiale, mentre Pep inappuntabile con i pantaloni a sigaretta, lo stesso taglio di quelli strappati nell’epica rivincita col Porto, rimandava sofisticati segnali ai suoi, soprattutto a Xabi Alonso, mai sotto le aspettative. Orchestrazioni e velocità di esecuzione stellare, stratosferica, ma non basta: quei disimpegni apparentemente lenti e invece istantanei, con la sola eccezione di Benatia, sotto lo sguardo colmo di buonsenso di Rizzoli, si accompagnavano a ripartenze sempre spiazzanti. Folate dell’una squadra, ma anche dell’altra. Con una personalità veniva a giocarsela l’undici tedesco, ma attenzione anche a Piquet: nella difensiva non puoi dire proprio nulla, di Piquet. Grande Neuer, spiace per Gigi Buffon, ma è davvero il numero uno. Interditori al lavoro oscuro: praticamente, zero. Da non credere che per tre quarti dell’incontro, nella bellezza cristallina delle trame e negli a tu per tu coi portieri, la sfera non abbia violato le porte, insaccandosi nell’angolino: Neuer ci ha messo i piedoni, ma anche Lewandowsky ha graziato la difesa blaugrana. Due congegni perfetti disegnati da due designer di pregio, il meglio che il mercato delle idee può offrire. Di fronte a questo spettacolo, sfiguriamo: non c’è Allegri che tenga. Se Messi ti punta, è immarcabile. Neymar nervoso, Rizzoli lo ha graziato. Poi il Bayern è crollato, ovvero: si è acceso Messi. Una delle rare leggerezze di Bernard e Dani Alves si inserisce: numero e palla a Messi, che si inventa un numero e un tiro da fuori area capace di bucare Neuer – e ce ne vuole. Stadio in delirio, ma su una ripartenza, Messi va a riprendersi la palla e non è che dribbla Boateng: lo fa crollare. Neuer, si sa, fino all’ultimo resta in piedi, allora Messi lo infila, con una rapidità d’esecuzione a cui il quattro volte Pallone d’Oro non ci ha mai abituato: 2-0. A questo punto saltano i meccanismi. La gara si è trascinata con un’intensità pazzesca. Sparisce C’è Xavi dalle retrovie e Rafinha, il figlio di Mazinho, che ha in Thiago il fratello che gioca sul fronte opposto, entra anche lui, a risultato acquisito, un pesante passivo per Guardiola e i suoi, che però ci hanno abituato a rovesciamenti inaspettati sulla strada per Berlino. Quando diresti che i giochi sono fatti, cosa si inventa Neymar: imbeccato non in fuorigioco, ha una prateria davanti a sé e beffa Neuer allo scadere del recupero. 3-0. Probabilmente vuol dire finale.
L’altra partita bella che vedevo nella vita, quella più bella, era Real Madrid-Milan di sacchi 1 a 1, prima del mitico 5-1 aperto da Ancelotti al ritorno di San Siro, perfino Evani fece un partitone.

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