“Fuoco al cielo”, l’ibrido assoluto di Viola Di Grado

E’ un tempo, questo, di molte scritture, di autorialità finita per eccesso di diffusione e disintensificazione dell’autorialità. Non ho più nulla da dire a proposito di questo: non soltanto sono disinteressato al 90% delle scritture che circolano, ma proprio mi infastidiscono, mi nauseano e mi fanno giungere all’esito naturale della nausea. Questa premessa mi sembra personalmente necessaria per dire che: grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente. In questa eccellenza, e non da ora, inscrivo l’opera e la scrittura di Viola Di Grado. Questa prosatrice in poesia è una poetessa in prosa e costituisce uno dei vertici qualitativi nell’attuale paesaggio basso padano della narrazione contemporanea in Italia. In quanto è un’acuzie, Di Grado è riconosciuta non soltanto in Italia, è tradotta e apprezzata un po’ ovunque e, per ciò che concerne la percezione collettiva potrebbe apparire un equivalente nazionale di Amélie Nothomb e infatti ciò appare ai giornalisti nostrani, quando non c’entra nulla di nulla con la scrittrice belga, a cui, secondo il generalismo cronachistico italiano, la accomunerebbe il fatto di vestire e truccarsi *strana*. Di Grado in realtà a me non pare c’entrare niente con Nothomb e, al tempo stesso, niente anche con la supposta tradizione prosastica e narrativa in lingua italiana. E’ uno strappo che Di Grado compie, da subito, violentemente, per appartenenza anche generazionale a una nuova anagrafe italiana, che non è più tale: né anagrafe né italiana. La sua specificità è accogliere, modificare, inventare, tragicizzare storie dal nuovo mondo, che è un nuovo tempo – un tempo molto feroce. Molto più di sue colleghe e suoi colleghi, Di Grado affronta il dramma di una nuova sostanza del tempo, che tende all’abolizione dell’autorialità e, per paradosso, all’imporsi soltanto dell’autorialità, ovunque e sempre. Questa supponenza dell’epoca è, credo, uno degli avversari impliciti della narrazione di Di Grado, che reagisce esaltando la lingua italiana, poeticamente avvertita e restituita in pagina, attraverso stridori e crepature, stupri e tenebrosità, rintocchi del cristallo e dolcezza pensativa, che ha in Pascoli forse il referente naturale, dal cosmismo all gracchìo del fantasma, della natura morta eppure ancora esistente. Le prose di Viola Di Grado sono ibridazione, sempre, tra acrilico e lana, tra bambini e ferro e, adesso, tra fuoco e cielo. Con il nuovo romanzo, “Fuoco al cielo”, edito da La nave di Teseo e in libreria dal 21 marzo, si accoglie la prova forse più radicale dello helter skelter privato e poetico (dunque: collettivo) del percorso iniziato con il sorprendente “Settanta acrilico trenta lana”: una vicenda di psichismo intensissimo, così difficoltoso da reggere, nell’assolutezza di una amore privo di compromessi e ricco di compromissioni, un gorgo di anime in un’ambientazione ibrida e carcinomatosa per eccellenza, in Siberia, nella zona più radioattiva del pianeta e nell’epoca più sconvolgente di sempre, per chi visse la dissoluzione del gigante sovietico a inizio Novanta. Regesto di forze all’opera secondo una psicologia dell’aberrazione che coincide con la corruttela di tutte le cose, mutagena e tumorale, in un esotismo impressionante, che sposta chi legge fuori dal cerchio prestabilito del controllo di sé e della conoscenza mitigata da ciò che è familiare. Una paratassi che conferisce velocità suprema, conturbante, mai assolutoria, e la precisione ottica, ma anche fonica, in una spirale che avvolge di colpo, tragicamente, senza insinuarsi, senza sedurre: questo movimento circolare è per ibridazione una frontalità che non dà scampo, l’onda anomala delle parole che si schianta e spacca il temporale umano per pressione, soffoca il brochìolo, fa battericidio del vivente, non gose mai: mai, mai, mai. Questo avverbio di tempo diviene in Di Grado un’ontologia, un antiumanismo che è l’ultima salvezza della specie che scriveva e che ora, forse, va a non scrivere più, perché si limiterà a ricevere visioni. In “Fuoco al cielo” è tutto un corpo, un avvinghiarsi dei boa umani come in gruppo laocoontico, una spigolarità scabrosa e scalena, urtante, tossica. E’ una delle prose più artisticamente valide e impietose che abbia letto in questi anni. Sono onorato e orgoglioso di affrontare il discorso con l’autrice, Viola Di Grado, il 15 marzo alle 17 presso BookPride.

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“Capitano fragile”: il fenomeno che non è un fenomeno

C’è una dimenticanza, una disattenzione di massa, e dico non dei seguaci del fascismo collettivo ispirato a Salvini: quest’uomo di mezza età, paffuto e via via mascherato con felpe da mercato rionale e divise militaresche, è fragile perché banale, è debole perché portato in alto da uno stato di cose e non da una propria intelligenza. Non esiste alcun Salvini grande politico, come invece si affannano a enfatizzare i corsivisti e i mediatori mediatici – e dico coloro che sarebbero critici. Il ragazzotto nullafacente che partecipava a “Il pranzo è servito” nell’edizione condotta di Mengacci (nemmeno quella eroica di Corrado…) è privo di voli pindarici, sprovvisto di retoriche e acuzie dell’ingegno, un sottoprodotto degli anni Ottanta e della generazione-sandwich. La sua incapacità a comunicare, scambiata per una raffinatezza del tutto inesistente, mi fa venire in mente certi muri ciechi della Barona a Milano, certi triangoli di prato all’incrocio di tangenziale e Forlanini, certo kebab mangiato sotto un fungo per il riscaldamento d’inverno, certi panzerotti di Luini: una produzione di massa, cioè, del tutto coerente con le kilocalorie e i trigliceridi. Questa vulgata, dimentica della paciosità normodotata del Medesimo, si scorda che Salvini e i suoi collaboratori non sono cime (l’unica cima, a onor del vero, sarebbe Giorgetti: ma è proprio quello che come ministro per la scuola ha scelto il Bussetti, dimostrando assai poca lungimiranza), che la Lega non dispone della benché minima classe dirigente, che questi qua si schiantano contro i giovani e le donne. Per correggere il tiro, dunque, rimanderei alla fragilità del capitano (con la minuscola, che si fa maiuscola solo perché a inizio titolo), con cui Marco Damilano intercetta su L’Espresso la cifra grigia, fumigosamente spersa tra cassoela e possa Girella, di un fenomeno che non è un fenomeno.

La fine del libro è la fine di me?

Una riflessione molto idiosincratica, che concerne ciò di cui mi sto occupando sui social e nel blog da un po’ di tempo. Non so da quanto non affronto *libri*. Fino all’anno passato, mi sembrava doveroso recensire, entrare in dialettica con romanzi e romanzieri, con la poesia nazionale e non soltanto, con la saggistica più o meno d’avanguardia. Da circa un anno, no. Non leggo meno di prima. Lo faccio sicuramente meno di amici e colleghi, impegnati nella divulgazione e nel discorso più o meno letterario. Cosa sta dunque accadendo? Sia chiaro che posso parlare di ciò che accade a me, non di ciò che starebbe accadendo al mondo. E’ sempre bene precisarlo, in questi anni di accelerazione, distrazione ed emotività isterizzata dalle medesime. Il fatto è che proprio il sentimento dell’accelerazione mi porta a contrarre l’attenzione a ciò che, a mio sindacabile parere, offre un raggrumarsi e un’intensificazione del *senso*, ovvero del *progetto*, come momento qualitativo della vita velocizzata, neurotizzata, abbacinata. Quanto credo di percepire in me, nel campo politico e culturale in cui mi sto muovendo, disegna una sitiuazione personale in cui scalo dalla questione della memorabilità dei momenti che vivo, poiché sto esperendo un tempo che attualmente sembra fuggire dai canoni e quindi dalla memorabilità dell’esperienza – e dunque accedo esclusivamente alla sensazione di *significatività* delle esperienze stesse, dimenticando l’archivio e l’identità costruita sulla storicizzazione di ciò che appunto vivo. Per essere più chiaro, visto che per dire questa cosa, per me nuova, non dispongo di una koinè linguistica, posso fornire un esempio: ho visto due volte il film “Roma” di Alfonso Cuarón al cinema e ne ho tratto l’idea di un capolavoro della mia epoca, ma per l’appunto non riesco ad accedere a un sentimento del canone e pronunciare esattamente “della mia epoca”. Ho la sensazione che il repertorio della storia si sia sfarinato, nella velocità definitivamente occidentale delle cose tutte. Ciò significa anche che l’identità mi sta slittando dal per me usuale metabolismo: compio delle esperienze, esse costituiscono la mia vicenda, le richiamo come principio di individuazione di me stesso. Non mi funziona più la secrezione culturale che componeva il principio di identità come momento genetico del me stesso. Invece l’esperienza non decresce nel suo valore di incanto e scorticamento: anzi, il fatto di non doverla collocare in un canone o in una cristallizzazione storica, rende più luminoso il momento in cui la esperisco. Rinunciare alla memoria non è una questione: ricordo e mi costituisco su ciò che inserisco nell’immane (eppure piccolissima) dispensa della memoria. Tuttavia, per continuare la metafora, io mi sento *dispensato* dall’obbligo di rappresentare la memoria in termini di collettività. Osservo questo paesaggio da un finestrino del treno: prima impiegava sei ore da Milano a Roma e potevo annoiarmi o estasiarmi al già veloce ma ancora lento incedere tra le campagne fumiganti di questo scorcio padano in cui vivo – e ora c’è un’altissima velocità e Trenitalia non mi permette più di apprezzare con un tempo ideale gli alberi contorti e solitari nelle pianure campestri della mia orrenda regione di appartenenza. A una simile velocità, pochi particolari colpiscono intensamente la mia attenzione ed essa comunque decresce al ritmo dell’accelerazione. D’altro canto, in quanto tutto si contrae a nuclei di senso, pochi e penetranti, la realtà tridimensionale in cui sono elemento natatorio, con le sue perenni contraddizioni, si fa sempre più *drammatica*, secondo un ritmo direttamente proporzionale all’incremento della velocità di tutte le cose. Poiché mi appare sempre più drammatica e il dramma è per me una categoria letteraria della realtà, io finisco per acuire la lettura della realtà stessa, proprio nell’era in cui la realtà non sembra più costituire un macrotesto da interpretare secondo i canoni della lettura, del libro-mondo. Mi scuso per questa idiolessi che potrà apparire indecifrabile, ma non so come esprimere compiutamente ciò che tento di dire e che confusamente avverto. Poiché la realtà mi diventa l’unico testo interessante, mi interessano sempre di meno i testi che ne derivano o che discutono la realtà stessa. I testi vanno tutti nella grande sentina del piacere cieco e io ho da sempre qualche difficoltà con il piacere. Non riesco dunque più a trovare il tragico nei testi derivati, ovvero nei libri, e non perché non ci sia in sé il tragico, ma proprio perché io non riesco a recepirlo. Ogni narrazione, nella saturazione che l’atmosfera subisce con il surplus di trame plot storytelling e pseudopoesia, mi appare pallida, fragilissima e definitivamente *non significativa*. Osservo con allibimento le persone che lavorano alacremente in una zona che a me e soltanto a me pare irrilevante. L’opera di costruzione dell’irrilevanza mi ha sempre colpito nella vita, ma oggi ben più che un tempo. Se pure mi affaccio su queste scritture che avverto prive di stile e di poetica, trattarne mi fa impressione, mi sembra che io costruisca irrilevanza sull’irrilevanza. Questo cedimento al nemico interno, che è sempre il corrosivo nichilismo, mi pare uno sconfinamento in territorio nemico, una guerra che si combatte a un livello aliena rispetto al piano in cui si sviluppano i testi derivati dalla realtà. Eppure scrivo. E scrivo perché avverto la sensazione di senso dell’attività di scrittura, di meditazione sulla e nella scrittura. Non mi viene minimamente in testa l’idea che io stia lavorando, con i miei testi, a una qualsiasi memorabilità. Forse è perché non ho mai fatto esperienza del successo editoriale, sia quello per me più umano a cui si poteva accedere nel passato sia quello per me teratogeno che si tributa nel presente a scritture e scriventi. La fragilità della narrazione comporta che la parola della poesia si faccia asilo estremo della sensazione di senso – ma appunto io non trovo da leggere una poesia decisiva, ultimativa, assoluta e mai assolutoria. La realtà fa dramma, la letteratura non lo sta facendo: è questa l’impressione che traggo dal momento storico: una questione di mesi, di pochi anni, ma in ogni caso per me effettiva e, ciò che più conta, efficace. Vedo Nietsche e Hölderlin nell’esplosione tecnologica e nella cupa politica che ne scaturisce o che la anticipa come preparazione del fenomeno umano a una traslazione speciale: di specie. Non leggo Nietzsche o Hölderlin nei testi: né i loro stessi testi né in quelli che dovrebbero derivarne. Ci sono pochissime eccezioni, come è ovvio, ovvero i momenti di alta significatività – mi vengono in mente per esempio “Bontà” di Siti e “Il dono di saper vivere” di Pincio. Però qui si entra nella categoria del gusto. In gioco c’è una mia sensazione, non un’oggettività testuale o storica. Quale sarà il passo successivo per me? Un ulteriore innamoramento per la realtà e la linea di fuga che essa mi sembra avere intrapreso? Un accecamento che mette in ombra qualsiasi testo? La contemplazione distaccata della piccola vita che non smette di prosperare intorno ai libri? Una comunità? Una solitudine? La fine del libro è la fine di me?
Ripeto: la fine del libro è la fine di me?

Torna “Gli ultimi giorni di Lucio Battisti” di Igino Domanin

Stasera 26 febbraio alle ore 19, alla libreria Verso in Milano, Alessandro Bertante e Alessandro Beretta presentano la nuova edizione de “Gli ultimi giorni di Lucio Battisti” di Igino Domanin, pubblicata per Laurana, nella collana Reloaded, diretta da Demetrio Paolin. Sarò presente all’incontro. E lo sarò semplicemente perché credo, con molta fermezza e a mio parere ottime motivazioni, che la raccolta di racconti di Domanin sia uno dei libri più belli negli ultimi vent’anni di produzione narrativa e poetica in Italia. Uscì 14 anni orsono, era l’esordio letterario di uno scrittore assai versato in filosofia, ma ancor più nell’invenzione linguistica o, per essere più preciso, nell’apertura di zone inqualificabili in cui l’immagine risultava colante, come certi orologi di Dalì, e il ritmo e il lessico risultano coincidenti nello spalancare fessurazioni psichiche, in cui cola l’identità di chi legge. E’ una trasmutazione, la prosa di Domanin. Ed è una fenomenologia, un giro d’orizzonte sull’arcaica e sempre contemporanea malattia occidentale. Qualcosa di apocalittico e di spettacolare, laddove però lo spettacolare è a portata di mano, o perlomeno di ricordo, ultimo bagliore a insinuarsi tra la mitologia e una spesa al supermarket: sono sì gli ultimi giorni, però lo sono di Lucio Battisti. Il quale viene avvistato proprio in un centro commerciale, prima di essere intercettato in preagonia al balcone della sua maison di Poggio Bustone. Questa anomalia della realtà che si pensava a portata di mano ed era invece un sintomo, ambiguamente scintillante, di una leggenda collettiva a bassa intensità, sempre a bassa intensità: uno svisamento minimo, un’aberrazione di pochi gradi, uno strabismo né di Venere né di Giove. Così il genere spy-story viene implicato nel racconto, a metà tra James Bond e Gianni Pettenati, e così le matematiche markoviane fruttano un complotto impossibile, mentre riverberi dell’immaginario e dell’ideologia dell’occidente sotto Guerra Fredda esplodono lentamente oppure restano propriamente inesplose – e quindi *molto rischiose*. La pressione del pericolo sempiternamente incombente è una delle funzionalità psichiche attivate dalla prosa allucinatoria di Domanin e lo è per motivi tutti occidentali, o, sempre per essere più preciso, per l’inadeguatezza della mente occidentale a praticare la chince metafisica che giunge del tutto ovvia alla mente orientale, la quale, se non si libera da se stessa o dal mondo, comunque pratica più degnamente il trascendimento di tutte le cose e, ciò che più importa all’autore, di tutto l’io. Del quale Domanin non sa nulla e dichiara di non sapere nulla: ne è travolto, smagato, evocato, in un clima torrido da foresta pluviale: una foresta pluviale in quale tempo? In quale epoca ci troviamo ai per nulla tristi tropici allestiti dalla poetica di Domanin? E’ proprio lo slittamento dei tempi la moneta e il valore che vengono compromessi ne “Gli ultimi giorni di Lucio Battisti”: una dilatazione delle epoche, un crollo delle ere, un’ambizione a trasformare l’istante in eone. L’audio di Lucio Battisti, ossessivamente reiterato, «dischiudeva la mia via idiosincratica all’ espansione della coscienza», che passa per l’allestimento di un filetto alla Stroganov e adesso ve ne dò un saggio incongruo per un post nel 2019 – eccovi la lunghissima, ma appagante, citazione dal libro che, se siete di stanza o di passaggio a Milano, dovete venire a vedere presentato stasera alla libreria Verso (ripeto: ore 19): «Preparo un filetto Stroganov. Si tratta di una antica ricetta russa settecentesca. Figura da sempre nei menu storici della cucina internazionale. Gli Stroganov erano dei monopolisti. Ottennero il monopolio delle saline della Russia settentrionale. E quello delle pellicce e della pesca. Accumulano fortune oniriche. In seguito sfruttano i giacimenti minerari e le risorsa forestali degli Urali. Diventano talmente potenti che possono battere moneta in proprio. Lo zar è strozzato dai debiti che deve contrarre verso di loro. Gli Stroganov sono una potenza temuta in tutta Europa anche per le loro manovre finanziarie. Lo zar deve tenerli buoni. Hanno gusti difficili. Sono arroganti. Me li immagino con i baffoni biondi e la facce leonine. Una cresta di capelli troneggia sulle loro teste. Sono commensali irritabili. Per questo motivo lo Zar ordina ai cuochi della sua corte di cucinare il manzo in modo assolutamente speciale. In questo modo nasce la ricetta che devo eseguire. Ho comprato nei giorni scorsi tutti gli ingredienti necessari. Mi preparo sempre con minuzia in vista della esecuzione di un piatto. Non mi fa piacere dividere la mia cena con nessuno. La mia gozzoviglia deve essere intima e segreta…».

Orgoglio Mondadori: negli Oscar la nuova edizione di “Io Hitler” e l’intera pentalogia dell’ispettore Lopez in un unico volume

Notizie praticamente eccezionali sui libri del Genna a favore di lettrici e lettori: a marzo viene ripubblicato in nuova edizione da Mondadori negli Oscar il romanzo “Hitler”, che riacquisisce il titolo originale “Io Hitler”; a luglio, e questo per me è appunto l’eccezionale, i cinque thriller noir con protagonista l’ispettore Guido Lopez saranno pubblicati in un unico volume, una sorta di Meridiano thrilling, un opus magnum della mia produzione di genere, una pentalogia che include “Catrame”, “Nel nome di Ishmael”, “Non toccare la pelle del drago” (che riacquisirà il titolo originale: “Gotha”), “Grande Madre Rossa” e “Le teste”. Ne sono entusiasta, è un onore e un orgoglio che mi fa il mio storico editore. Tutto ciò spinge potentemente alla stesura del nuovo romanzo, che è in corso e che da adesso accelera. Il ringraziamento non va soltanto agli Oscar Mondadori, ma coinvolge tutte le lettrici e tutti i lettori che, in qualche modo fedeli negli anni, hanno permesso questo risultato: davvero grazie, amiche amici.

Parte il nuovo “L’Espresso”: costruire il campo culturale

Questa sera a Roma, dalle 21 al Teatro Argentina, Marco Damilano e tutti i componenti della squadra de “L’Espresso” presentano la nuova stagione del giornale: ripensato, compattato, imperniato su tre sezioni, dalla “Prima pagina” alle “Idee” alle “Storie”, si tratta di qualcosa di più di un magazine che assalta l’attualità con inchieste e commenti sempre penetranti. Vorrei spendere qualche parola intorno a questo ciclo del settimanale, per me il più bello e necessario che c’è (lo era ben da prima che avessi l’onore di collaborarvi). C’è una discontinuità assai percepibile, rispetto all’editoria giornalistica dei tempi che hanno preceduto questo, confusivo e accelerato, tragico e cupamente caotico ma, proprio per questo, clamorosamente vivo, in formazione entusiasmante, in un tempo rinnovato e che procede a una velocità inedita per la storia italiana e planetaria. In tutto ciò, da scrittore, posso dire cosa ravvedo io nel lavoro più recente che “L’Espresso” ha compiuto nel Paese: è una delle poche e qualificate zone di costruzione di senso, ovvero di discorso, ovvero di testualità, ovvero di campo culturale. Ci sono in questo senso sintomi che non possono sfuggire all’occhio attento di lettrici e lettori – a partire dal momento più simbolico per un giornale, ovvero la copertina. Cito due copertine: quella ormai mitologica con Matteo Salvini e Aboubakar Soumahoro intitolata “Uomini e no” e la prima del 2019 con il quadro donato al Presidente Mattarella da un’associazione che si occupa di autismo. Il segno è oggi una delle assolute defaillance dello stanco discorso di establishment, ma è anche la strumentazione con cui si smonta la comunicazione devastante del suprematismo sovranista e dell’incipiente neofascismo che sta contagiando il nostro continente. Il valore del segno, dell’immagine e della parola in senso umanistico e per nulla astratto, ma appunto vivente come vivente è l’epoca che attuale, è in sé tutto il discorso che non deve essere dismesso e, al contrario, va impulsato e diffuso. In ciò “L’Espresso” sta dimostrando da mesi che tessere il discorso e il testo non soltanto è possibile o utile, ma è imperativo. Le firme, le prospettive, gli stili di questo patrimonio del giornalismo di inchiesta e di opinione vengono da ora collocate in una rivoluzione di palinsesto: nella contemporaneità i palinsesti tradizionali non funzionano più (per esempio: attualità-interni-esteri-cultura-economia erano un palinsesto ad altezza di soggetto borghese fine Novecento) e serve un salto creativo per fare di un organo di informazione e commento uno hub di idee che circolano e che *è interessante leggere*. E quest’opera di elaborazione culturale a me sembra che il nuovo “L’Espresso” la stia realizzando. Invito amiche e amici romani o di passaggio nella capitale a non perdersi l’evento di presentazione del nuovo corso del giornale: vorrei essere lì anche io, siateci voi per e con me. ♥️

Tav, Foibe, terrorismo, gilet gialli, Satana: lo sguardo analitico di Wu Ming

Oggi vorrei rendere riconoscimento a Wu Ming, per la chirurgica analisi e il lavoro culturale con cui ha identificato con largo anticipo snodi dell’orrore politico italiano attuale, mettendo a disposizione strumentazioni per smontare e discutere ciò che oggi inquietantemente accade. Credo sia il caso di soffermarsi sul valore della battaglia culturale, che è indistinguibile da quella politica, nell’attuale desolante orizzonte – e desolante è dire poco, perché siamo davanti a uno scenario in cui visceralità fasciste si applicano con scientezza e costanza a erodere l’istanza democratica, la quale è fragile se si svuota di sentimento popolare e di conoscenza del mondo, il che sta accadendo precisamente da mesi in Italia. Provo a metterla così: se osserviamo cosa gli orrendi governativi propalano e aggrediscono di giorno in giorno, osserveremo che lo scontro politico e il tentativo di riabilitare il reazionariato più esplicito, a danno di folle che si fanno menare per il naso e non verificano nulla e rispondono alle stimolazione della terapia elettroconvulsivante di massa praticata da chi oggi gestisce il potere italiano (dal governo e anche dai banchi dell’opposizione), incontriamo, così a caso, ma nemmeno poi troppo a caso, temi ed eventi che nelle ultime settimane identificano: l’explicit osceno della questione degli anni di piombo con l’ostensione di Cesare Battisti quale bestia da fiera; il vorticoso sciamare di falsificazioni e interpretazioni preconcette circa la sommossa popolare dei Gilet Gialli in Francia; le incredibili imprecisioni, le distorsioni da sistema spettacolare sulla questione della TAV, in cui dovrebbe suonare perlomeno sospetta la coincidenza tra le fole propugnate da Salvini e le posizioni tecnicamente eccepibili che il residuale del Partito Democratico abbraccia, facendo propria la piazza da colletti bianchi, guidata da madamìne torinese che, per loro stessa ammissione, non conoscono nello specifico il problema; l’emersione di un rigurgito nazionalista improprio sulle foibe, nel cosiddetto giorno del ricordo, con l’ex presidente del Senato che parla di massacri nel 1947 e un dibattito storiografico denegato per pure ragioni di “pacificazione nazionale” e “memoria condivisa”, che si reggono peraltro su falsificazioni non ignorabili; infine, la crociata contro Satana, comicamente condotta da Salvini, con tutta la sua truppa di cattolici tradizionalisti al limite del lefebvriano, per intestarsi il voto cattolico, con un semplicismo che lascerebbe attoniti, se non fosse il costume à la page oggi in questo Paese. Sul “caso Battisti” molto è stato detto, anche dal sottoscritto e da Wu Ming 1, in tempi che non si possono definire non sospetti, in quanto qualunque tempo italiano era è e sarà sospetto. Sulla questione Gilet Gialli, Wu Ming è la voce forse più autorevole ad avere identificato e divulgato la composizione plurima di quel movimento transalpino, che non è affatto identificabile con la destra, a differenza di quanto enuncia il mainstream, che si rifiuta come sempre di entrare nelle specificità del fenomeno da indagare e di riconoscere la complessità di un cosmo in movimento – e ciò non volendo significare che si tratta di un moto politico privo di ambiguità, anzi: bisogna proprio riconoscere tutte le componenti, per comprendere l’ambiguità generale. Sulla questione TAV, addirittura Wu Ming 1 ha pubblicato un intero e sconcertante libro, “Un viaggio che non promettiamo breve”, edito da Einaudi (downloadabile gratis qui), che in un contesto culturale normale e non italiano chiarirebbe molto su un problema che sembra inerente al trasporto e invece coinvolge il momento prettamente politico con cui un Paese autointerpreta se stesso e agisce di conseguenza. Sulle foibe, il collettivo Nicoletta Bourbaki e Wu Ming hanno prodotto talmente tanto materiale, contestando l’univocità dell’interpretazione di una storiografia al momento vincente, ma che mostra crepe da ogni parte e dovendo affrontare l’infamante accusa di negazionismo o revisionismo, quando proprio negazionismo e revisionismo sono gli obbiettivi di un dibattito da compiersi per la appropriarsi della storia storica di questa dissennata nazione; su Satana, satanismi, papé satàn vari, Wu Ming intervenne a proposito della vicenda dei Bambini di Satana e di Marco Dimitri, prima di essere elevato a protagonista nel caso di un’incredibile invenzione del complotto satanista in salsa nordamericana (il celebre caso QAnon), e fornendo negli anni un arsenale di conoscenze per comprendere mappe e dinamiche dell’utilizzo che si compie, sempre spettacolarmente, quando viene tirato in ballo il Grande Avversario. Da ciò si desume che Wu Ming si pone come soggetto culturale e politico attivo, capace di opporre conoscenza: sul terrorismo nei Settanta, su cui si è compiuta in queste settimane un’evidente spettacolarizzazione da parte di componenti chiaramente fasciste, a scapito dell’elaborazione collettiva, che ancora è da venire; sui Gilet Gialli, a proposito dei quali avanza il tentativo dell’estrema destra di eterodirigere, molto goffamente, un fenomeno vasto, complesso e contraddittorio; sulla questione TAV, dove parla la roboante voce del partito delle grandi opere, élite imprenditoriale in testa, che direbbe le stesse cose a proposito del ponte sullo Stretto di Messina; sulle foibe, dove la costituzione di un mito nazionalista di stampo fascista annulla la comprensione di quanto è avvenuto e invera un revisionismo violento e indiscusso; su Satana, che viene sbandierato quale nemico dei lepantisti salviniani. Direi che, comunque la si pensi in merito a tali questioni nodali, si deve riconoscere al collettivo Wu Ming di avere individuato, trattato e ribaltato, con precisione geometrica, la vita morente del paesaggio in cui il governo gialloverde, che personalmente considero una compagine di destra profonda, opera per avvizzire il rigoglio democratico. Sia dato merito di questo a Wu Ming.