2001: il Miserabile intervista Andrea Zanzotto

[Questa intervista ad Andrea Zanzotto fu realizzata nel 2001, in occasione della pubblicazione di Sovrimpressioni, il libro che precede la recente uscita, ancora mondadoriana, di Conglomerati, di cui su Carmilla si può leggere recensione e intervista a cura di Gilda Policastro]

Una certa critica ha pensato che Meteo equivalesse a un libretto di congedo, un po’ come fu il Composita solvantur di Fortini. Con Sovrimpressioni Lei spiazza questa critica: c’è un lavoro in corso, fluido, che agglomera nuclei. Si prepara a una nuova Trilogia, Zanzotto?

Finché si sopravvive – dico fisicamente -, c’è la spinta a dire, a reagire a ciò che accade intorno e a dare rappresentazione a ciò che si vomita da dentro. Poiché la vita si rappresenta più come spravvivenza che come vivenza, ci si abbandona a flussi di ricordi e a reazioni contro il presente: per esempio contro quello che mi accade attorno, al territorio attorno a me, e che io ho definito “cannibalismo del territorio”.
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Il Miserabile e la Rete letteraria sul “Corriere della Sera”

Si parla di Rete, di scrittori, di letteratura. Si parla anche di Carmilla. E si rende implicita una Cosa che sta nascendo. Il Miserabile è contento come una puerpera a pochi giorni dal parto… Per leggere la versione pdf, basta cliccare sull’immagine.

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Quel matrimonio (inevitabile) tra Internet e letteratura
Genna: «È cambiato il linguaggio». Moresco: «Messaggi superficiali»
di PAOLO DI STEFANO
[dal Corriere della Sera]

Che rapporto c’è tra letteratura e nuovi media? Ammettiamolo pu­re, sono passati oltre dieci anni dal­la nascita del web e ancora nessu­no saprebbe rispondere con precisione a que­sta domanda. Eppure, indubbiamente il pa­norama letterario (che non significa ancora la Letteratura) è molto cambiato. Il primo (e visibilissimo) effetto di Internet è che se pri­ma il dibattito, il confronto, l’informazione si tenevano soltanto sui giornali e sulle riviste (cartacee), da qualche anno le sedi di discus­sione sulla letteratura si sono moltiplicate e «democratizzate». L’era del blog ha reso ac­cessibile a tutti un’area in cui prima avevano diritto di parola solo gli addetti ai lavori.
Tutto ciò ha finito spesso per creare un sol­co ancora più netto tra apocalittici (che resi­stono alla nuova barbarie) e integrati (i nuovi barbari, appunto). Su questi temi si interro­gherà per un fine settimana, tra il 2 e il 4 otto­bre, Oronzo Macondo , una «Writer’s Factory» che raccoglierà nell’Agriturismo Vil­la Conca Marco di Vanze (provincia di Lecce) un gruppo di intellettuali web-integrati: scrit­tori (da Gianni Biondillo a Paolo Nori e Anto­nio Pascale), critici, teorici e sociologi della rete (come Carlo Formenti e Michele Trecca). Le domande possibili sono tante: per esem­pio, se il web ha comportato o comporterà un mutamento nelle forme di scrittura, se è cambiato lo statuto della critica militante, quali sono le conseguenze dei nuovi canali nel mercato editoriale. Le esperienze italiane in tal senso sono varie e per molti versi con­traddittorie. Lo mette subito a fuoco lo scrit­tore Giuseppe Genna, cui si devono apporti quasi pionieristici a Clarence , poi alle riviste I Miserabili e Carmilla con Evangelisti: «Fino­ra — dice Genna — solo una parte minima di intellettuali italiani ha discusso di contenuti in rete: all’inizio erano cinque o sei e tutto sommati non sono aumentati di molto. Po­chi hanno capito che c’è uno spostamento di baricentro che comporta l’acquisizione di nuovi linguaggi. E gli intellettuali che hanno operato nel web non sono stati ascoltati dalle istituzioni culturali, in primo luogo gli edito­ri ». Detto questo, è anche vero che molti siti nati con grandi speranze hanno chiuso per la superfetazione di materiale inerte: «Diciamo che quelli che resistono vedono aumentare i lettori in maniera impressionante. Carmilla, fatta da tre-quattro scrittori nei ritagli di tem­po, raggiunge 320 mila lettori al mese, una cifra impensabile in passato per riviste anche importanti come Alfabeta . È una realtà (non proprio virtuale) che non si può ignorare. E bisogna aggiungere che i nuovi hardware moltiplicheranno ancora gli effetti. Poi è an­che vero che aprire a tutti i commenti produ­ce spesso un carnaio che porta all’implosio­ne ».
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Il corpo e il sangue di Eluana Englaro: lo stupro assoluto

di Giuseppe Genna
eluana_englaro.jpgPrima di iniziare qualunque discorso sulle drammatiche ore che sta vivendo il Paese, poiché queste ore si scatenano utilizzando in maniera oscena e quasi triviale il corpo e il sangue di Eluana Englaro, è a lei – a quello che è stata e a quella crisalide abbandonata che è ora – che dovrebbe andare un silenzio meditativo e privo di giudizio. Il suo corpo e il suo sangue non sono offerti in dono, e comunque non affinché l’eventuale dono si tramuti nel massacro volgare a cui stiamo assistendo. Il suo corpo inabile poiché inabile è il suo organo cerebrale, e quei 17 anni di pura vegetazione: la tragedia prima è questa, cioè l’artificialità con cui la natura è stata soppressa da una seconda natura, violentissima, che ne ha stuprato la volontà certa, comprovata, che lei non avrebbe desiderato per sé l’artificio che mantenesse respirante un corpo incapace di sopravvivere, nemmeno di vivere, senza l’ausilio di questo emblema della tragedia tutta, che è “il sondino”.
Davvero non coglie pietà a fronte di un corpo rattrappito, una persona che non detiene più il principio di personalità? Pietà pura, intendo: non giudizio pietoso o pietistico, e tantomeno ideologico.
Raffiguratevela mentalmente e sentitevi lei. Perché, se non si riaccende l’empatia e la pietà, cioè l’amore stesso, ogni parola è vana e ciò che si sta per leggere diventa ulteriore rumore nella lugubre e drammatica caciara di queste ore italiane – nell’espropriazione definitiva dell’Italia repubblicana da se stessa, che è la fase che ci stanno facendo vivere: a noi, non a Eluana.

MilanoNera: Intervista al Miserabile Scrittore

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

Intervista a Giuseppe Genna
Su “Italia De Profundis” e oltre
di SERGIO PAOLI
[da MilanoNera Web Press]
Giuseppe Genna, milanese, classe ’69, scrittore e non solo. Come scrittore i libri che ha pubblicato sono riassunti (spero tutti) qua. Come “non solo”, è stato consulente della Presidenza della Camera dei Deputati, curatore del sito web di Mondadori, tra i fondatori dell’indimenticato portale Clarence, sceneggiatore per RaiTre, autore di teatro (Fabula Orphica, Museo Trascendentale), giurato alla Biennale di Venezia.
Oggi, in Rete, dà vita all’e-zine letterario Centraal Station, cura il sito (sotto la direzione di Valerio Evangelisti) Carmilla, entra nel pool esploso di contributori di Macchianera, il blog più letto del Web italiano, fondato – manco a dirlo – da Gianluca Neri.
Oggi, ci regala anche un nuovo testo, Italia De Profundis (Minimum Fax), di cui parleremo tra pochissimo.
Ciao Giuseppe, grazie per questa intervista-conversazione. Comincio così: “la storia non siamo noi, noi siamo i sogni, che si avverino o meno”. Nessuno si senta offeso, mi verrebbe da dire, tantomeno De Gregori, o Maurizio Seymandi. Ci parli della videomeditazione che hai proposto, disponibile qua?
GG: Si tratta di un corollario a “Italia De Profundis”, una sorta di azione parallela riguardo a uno dei livelli testuali, e cioè quello che concerne la rappresentazione del “noi” e i suoi rapporti con l’”io”. Il tema è ambiguo e, dunque, la modalità di montaggio spinge verso l’ambiguità. Dal rapporto tra finzione (che per me non è inesperienziale) e realtà, al rapporto tra persona e personaggio, il video propone domande. Per questo il suo acme, almeno nelle intenzioni, è la scena fondamentale di “Benny’s Video” di Haneke – una violenza vera, rappresentata e quindi non vera, e però continuamente reale. Questa modalità rimbalza in meditazione su quanto e come rappresentare con la letteratura.
Quella scena di Haneke mi ha ricordato Kubrick. Ma la violenza vera, nel nostro tempo, quale è e come la si può rapresentare in letteratura?
GG: Qui si tratta di un’accezione molto particolare che io conferisco a quella potenza che si dice “violenza”. Perché mi interessa la scena di Haneke? Perché il video, la testimonianza della violenza, è inerte e privo di giudizio. E’ uguale a ciò che Spirit e Opportunity fanno su Marte: noi vediamo Marte come Haneke ci fa vedere quella stanza in cui si consuma un atto psichico indicibile, che è un omicidio chiesto da una suicida, per nichilismo e gioco e disperazione e, quindi, anche fede. Questo sguardo non è umano, anche se noi umani lo percepiamo. La violenza è tutto. Non esistesse la specie umana, lo scontro tra due galassie sarebbe violento senza che nessuno valutasse quella violenza. Sbalza, da ciò, il verso eschileo: “Agire è soffrire”, che si attaglia a qualunque cosa si muova in questo universo, animata o meno, compreso ma anche escluso l’umano. La violenza è uno stato delle cose che il giudizio morale riporta, da un’ambiguità essenziale e naturale, all’interno del cerchio morale. Il giudizio morale stesso, quindi, è un atto di violenza: necessario, spesso – ma deve esserci consapevolezza che è così.
Cosa è la Storia per te, e come entra nel tuo modo di narrare?
GG: E’ uno dei livelli testuali, che sono tutti embricati tra loro, divisibili l’uno dall’altro solo per indebita astrazione – almeno nelle intenzioni, poi altro è l’esito testuale, che può risultare fallimentare. La Storia è la vicenda del fantastico, il rimbalzo sulla domanda inerente la natura di se stessi e del rapporto col mondo. I fantasmi popolano la Storia, la vicenda umana è ambigua in quanto è assoluta finché c’è l’umano, ma non lo è affatto a fronte della certezza che la specie, prima o poi, finirà di esistere storicamente, mentre i suoi sogni no, la sua immaginazione no.
“Ah! come siamo vivi come tutto accade per tutt’altri motivi.” A me viene da pensare che raccontare la storia è una scelta. Ci sono tanti percorsi, tanti bivi e vicoli ciechi. C’è anche chi ce la racconta con sfondo di cieli azzurri e sorrisi finti, e adesso la pubblicità. Con Italia De Profundis tu come ce la racconti?
GG: Trai questo verso da una canzone di Lucio Battisti, con testo di Pasquale Panella, che ho usato in uno dei booktrailer. La domanda che poni è difficile, perché io affronto un conflitto interno, che è quello tra narrazione e racconto della Storia. La narrazione è aperta, disposta a sperimentare, nell’accezione che dò al termine; mentre il racconto è apparentemente concluso, in qualche modo leggibile anche linearmente, teso a piacere, a utilizzare qualunque dialettica che non pratichi il dissolvimento della dialettica stessa. Mi interessa la narrazione, che è fatta per salti, balzi, scarti, improvvise apparizioni di buchi neri, inesplicabilità, noia, stridìo, dolore, gioia esplosiva, sempre accadimenti che accadono per quali motivi? La realtà è viva, si vive – la pubblicità racconta, non narra. La vita vivente e nervosa della cosa che percepiamo e che denominiamo “realtà” è un flusso di storie di storie, indefinite, ramificantisi. Se io blocco un frame di questa realtà e lo rappresento, passo a ciò che io chiamo racconto – sono comunque destinato a fallire, perché la potenza di ciò che diviene mi farà incappare in uno scarto decisivo, prima o poi.
Viene da pensare che è impossibile raccontare il reale, perché qualcosa ti sfugge sempre, e se cerchi di incastonarlo, comunque fallisci.
GG: Prima proviamo a raccontare l’”io” e vediamo se è possibile, se sfugge qualcosa, se si fallisce. Senza “io”, per l’umano, dov’è il reale?
Perché DE PROFUNDIS? Non c’è più niente dopo? Neanche una speranza, una piccola fiammella? La verità, da qualche parte esiste?
GG: E’ un problema di questi giorni. Devo lavorare all’”In Excelsis” e non so come fare. Verranno altri libri, prima. Non è che non c’è speranza, è che proprio mi sembra assurda e culturale la polarità speranza/disperazione – è emotività. Il sogno trascende questa dialettica, spinge la storia verso l’orizzonte sempre in divenire dell’utopia.
I quattro booktrailer del libro IDP mi hanno lasciato un profondo senso di angoscia, e di disperazione. E una tra le tante, infinite possibili domande. Quante volte si può morire?
GG: Continuamente. Dal punto di vista identitario: continuamente. Appena si muore, si nasce, però. Posizione del tutto personale, sia chiaro.
“Povera patria, schiacciata dagli abusi di potere”, dice Battiato. “Quale patria e quali abusi del potere? La patria non esiste e gli abusi del potere sono semplicemente il potere. E la classe dirigente fa la vita reale, la plasma, ce la presenta e dice: -Ecco, voi siete così e noi siamo così. Dunque, accontentatevi”, dice Loriano Macchiavelli, in una conversazione di qualche giorno fa.
GG: Concordo completamente con l’ammiratissimo Loriano. La patria è un’astrazione indebita, un’acculturazione della violenza implicita che l’umano desidera profondamente esplicitare. Sarebbe come dire che un sogno ha dei confini. Verrebbe da ridere. Il problema del potere è più complesso, però. Ogni atto che compio, e quindi anche la scrittura, sottintende che sto esercitando potere. La realizzazione del desiderio sembra abolitre il potere e lo invera. O si fa un lavoro su di sé e quindi non ci si sente estranei al potere, o tutto diventa separabile con atto di violenza.
Cosa è, cosa rappresenta per te l’opera di Pier Paolo Pasolini?
GG: Caino.
Il fratello cattivo? Perché?
GG: Perché mi è fraterno nel darmi alcune chiavi di volta narrative e pensative, ma anche non induce al fenomeno della coscienza da cui emerge il fenomeno “io” – per come leggo il Pasolini della “Divina Mimesis”, ma anche di “Petrolio”, c’è un movimento di contraddizione, di lacerazione, di distruzione dell’”io”, di definizione della morte che non mi appartiene. Del resto, io non sono Pasolini, non sto mica a quel livello letterario. Ma posso sottrarmi, nel momento in cui Pasolini – e non può farne a meno – è l’autorità che invade il futuro attraverso l’atto culturale, anche se la volontà è quella di distruggere l’atto culturale. Qui io rinvengo una sorta di “reazionariato” pasoliniano (che non è l’accusa di nostalgismo che gli si commina spesso) – è che sa cosa fare con l’ambiguità, ha un’idea piuttosto precisa di non risolverla, ma non è così che per me si lavora sull’ambiguità. La domanda deve essere posta dall’ambiguità, mentre in Pasolini io percepisco che Pasolini offre una domanda ambigua: è diverso, è implicitamente omicida sul piano culturale, come ogni padre oppure ogni fratello che non si centri nella posizione coscienziale.
De Cataldo una volta mi ha detto, a proposito del rapporto tra Storia e narrazione, e di Romanzo Criminale, di “un tentativo, non nuovo e non originale (penso a Balzac, Flaubert, Tolstoi, Dickens, sino a Ellroy), di de-costruire la propaganda e ri-costruirla in chiave metaforica. La Storia è una grande miniera di conoscenze: soprattutto, a studiarla bene, ti svela tanti “trucchi” utilissimi ai fini drammaturgici.” Che ne pensi?
GG: Sono assolutamente d’accordo con De Cataldo. La sua operazione è linguisticamente interessante perché lo è politicamente: agisce con la storia raccontata per ridurla a narrazione di storie, spostando ogni metafora, ricostituendola. La sua narrazione allora diventa allegorica, diventa la storia del Potere, cioè una storia universale che non vale più solo per la Roma dai Settanta all’inizio dei Novanta, e il “Vecchio” esonda, non è più nemmeno il “Grande Vecchio” della paranoia narrativa, bensì un concentrato di mitologie intorno a cui il fantastico secreto dall’umano continua ad aggregarsi. De Cataldo, in questa dichiarazione, sta accennando a una tensione shakesperiana che sarebbe cieco non ravvisare.
Vorrei parlare di NIE, e di un tema che mi sta a cuore: i rischi di elitarismo. Su Anobii ne abbiamo discusso con Kai Zen, Sarasso, Dimitri e altri che spiace non citare. Questo rischio, secondo te c’è, se prendiamo la parola “elitaria” non in senso ristretto, ma la riferiamo al milione di persone che segue Saviano, che è lo stesso che legge molti libri, che è lo stesso che guarda Report, che è lo stesso che si preoccupa dell’Ambiente ecc ecc ecc? Insomma i soliti, pallosi comunisti, in fondo (tra i quali, me medesimo). Tristi, uh come sono tristi, e in fondo pochi, no? E gli altri 49 e passa milioni? Esiste ancora una vera cultura pop o ormai è stata soppiantata dalla cultura dell’Isola dei famosi?
GG: “L’isola dei famosi” è letteratura – non comprenderlo significa, credo, non comprendere una componente molto importante del memorandum di Wu Ming 1. Tu hai una situazione shakesperiana, che la tv mutua dalla letteratura. Hai lo Stronzo, la Puttana, la Pettegola, l’Ambiziosa, il Volgare. L’”isola” è allegorica. L’allegoria si declina in una direzione sottoculturale, ma ciò che va fatto è ravvisare il nucleo allegorico e riportarlo al centro della rappresentazione. Rifiutare la sottocultura è assurdo: il pop non è mai né altoculturale né sottoculturale. Il pop esprime nuclei allegorici. Se poi essi non vengono intercettati, non è colpa se non di chi sarebbe preposto a intercettarli ed elaborarli: cioè gli artisti e gli intellettuali, in primis.
Questo porta a pensare ad una responsabilità degli artisti e degli intellettuali, nel sentirsi elitè e nello snobbare molte cose. Sarebbe utile riprendere in mano la lezione di Andy Warhol (ad es. “Credo che sia un artista chiunque sappia fare bene una cosa; cucinare, per esempio.”) o dei movimenti punk?
GG: Il problema dell’arte è per me legato a una retorica specifica e a una possibilità di allusione al trascendimento. Cucinare, no. Cucinare nel tempo mitico è culturale e simbolico, stabilisce rapporti col dio. Ma questo è già uno sguardo da antropologo. Un cuoco è un cuoco, uno scrittore è uno scrittore. Dipende da cosa ci fai col tuo artigianato. Sono cose distantissime, per me. L’affermazione di Warhol nasce da una possibilità che è l’estetica diffusa spettacolarmente: invera l’oggetto della sua critica.
“In Italia si legge poco perchè per generazioni e generazioni, intellettuali e presunti tali, gonfi palloni pieni d’aria marcia, hanno martellato il fatto che la letteratura è educazione, è cultura, è intelletto. E finchè continuiamo a pensare che noi scrittori/lettori/critici siamo elite (elite buona e gentile, per carità, che deve amorevolmente arrivare alle masse, ma sempre elite), non avremo colto il punto.”, dice Francesco Dimitri. Che ne pensi?
GG: E’ ciò che rispondevo sopra. Sono d’accordo fino a un certo punto, tuttavia. Nel senso che manca una domanda previa: perché gli intellettuali si sono comportati in questa maniera in un determinato periodo e in una determinata area geografica? A quale generazione anagrafica ci riferiamo? Che rapporto con l’auctoritas è stato interrotto? Che rapporto d’amore è stato interrotto? Quale magistero affettivo è stato negato?
Come lavori quando scrivi un romanzo?
GG: Dipende dai romanzi. Generalmente studio moltissimo. Non scaletto quasi mai, tranne che in casi eccezionali (in “Hitler” era impossibile fare a meno di una scaletta), però ho in mente dove andare. Finora, una scena o un’immagine trascinano: voglio arrivare là e non so come farlo. Lo faccio, con paura di non riuscire. Scrivo molte ore al giorno, concentro la scrittura in periodi compatti, mentre scrivo continua a studiare, spesso faccio entrare casualità dovute alla cronaca in ciò che sto scrivendo.
Sei uno scrittore molto attento alla multimedialità. Il web 2.0 può essere un’opportunità per l’oggetto”libro”? O sarò solo l’ennesimo canale promozionale che useranno tutti?
GG: Il Web 2.0 per me non esiste: è il Web che dispone di un accesso di banda maggiore rispetto a prima. Il problema del Web è individuare il suo specifico e fare arte con quello. Per quanto riguarda la comunicazione, è già avvenuta la rivoluzione. Se la specie non avrà problemi ben più seri nei prossimi anni (il che io credo), allora vedremo ulteriori rivoluzioni, prima delle quali, per quanto concerne l’editoria, la distribuzione dei libri, il ritorno potente del catalogo, uno stravolgimento verso il basso della prezzatura.
Una curiosità: ti occupi tu direttamente della realizzazione dei tuoi booktrailer?
GG: Sì, certo, in maniera estremamente dilettantesca. Li chiamo “booktrailer” per comodità, ma non lo sono affatto: sono corollari tematici.
Non conoscendoti per niente, mi dai l’impressione di essere, nei confronti di qualunque forma d’arte che apprezzi, una persona bulimica, che divora e si appropria, rielaborandola in modo personalissimo, di ogni cosa interessante che ti capiti a tiro. Sbaglio?
GG: Questo è l’ologramma “Giuseppe Genna”. O, anche, certo temperamento di “Giuseppe Genna”. In realtà c’è un soggetto che scrive in cerca di amore, tentando di dare amore. A volte sperimenta per sperimentarsi e incontrare l’altro. L’ologramma risulta contraddittorio, iperbolico, bulimico appunto – ma è ologramma, cioè fantasma. Io sono una narrazione, vale a dire che “io” è una narrazione.
Forse non sbaglio anche se dico sei un autore che vuole donarsi completamente, quasi appartenere al lettore. Vuoi essere questo?
GG: No. La mia posizione è: non sono l’autore e chi legge non è chi legge. Dunque: chi siamo? Una madre lascia, in tempi nemmeno tanto antichi, il suo neonato alla Ruota degli Abbandonati e poi sparisce per sempre. Ha partorito quel figlio, verrà allevato da altri, camminerà nel mondo. Che c’entra quella madre con la sua vita? Io desidero l’abbraccio con chi legge attraverso il testo, ma in questo senso: coincidiamo in qualche parte in cui non sappiamo più dire né “noi” né “io”? Lì si dà un amore privo di oggetto, che ha una forte ricaduta sui comportamenti concreti, mondani – cioè politici.
Loriano (Macchiavelli) dice: “All’aspirante giovane (e anche vecchio, perché no?) scrittore consiglio di svegliarsi dal sogno. Il mestiere dello scrivere, per come lo vedo io, prevede un contatto con la realtà. Altro che sogno!”. Che ne dici?
GG: Per me la realtà è un sogno apparentemente coerente. Non muta il rapporto fondamentale: soggetto che conosce | conoscenza | oggetto conosciuto. Quindi, non vedo differenze. Comprendo però cosa dice Macchiavelli, e concordo: il sogno della realtà, soprattutto in questo frangente, è molto importante.
Un autore che ami, e un suo libro. E perché. Uno solo, sopra tutti, però.
GG: Don DeLillo e il suo “Body Art”. Entra in ciò che non si sa, e dico che non si sa per ora. Lo fa indistintamente con stile di superficie, lingua profonda, sguardo, struttura. Enuncia letteralmente, è impossibile interpretare. Perturba. Toglie dall’attaccamento psicologico, senza strappare con violenza. Scrive divinamente in maniera del tutto naturale. Cultura, natura, soprannaturale sono messi in cortocircuito senza che si avverta il peso di un’intenzione. E’ la perfetta allegoria vuota. Specifico che ho scelto appositamente un testo contemporaneo. Altrimenti avrei detto “Amerika” di Kafka.
La musica che ascolti?
GG: Elettronica. E Glass e Part. Ora, soprattutto Murcof. Sentieri Selvaggi e il compositore Filippo Del Corno. Ma sono un profano.
Come ti sei avvicinato al mondo della scrittura? Quale è la prima cosa che hai scritto e hai fatto leggere a qualcuno con l’idea di “pubblicare” e cosa ti hanno detto? Quando hai capito che potevi fare lo scrittore in senso professionale?
GG: Non è accaduto così. Fin da piccolo bazzicavo l’ambiente della poesia contemporanea. La pubblicazione è stato un processo senza difficoltà. Scrivere professionalmente è un incubo cui vorrei sottrarmi. La prima cosa scritta e mostrata, ma senza l’idea di pubblicare, è stato un poemetto dato al poeta Antonio Porta, che mi prese e mi istruì. E’ tuttora la figura di riferimento, non edipica, che Valerio Evangelisti ha sostituito a distanza di anni. L’altro riferimento parallelo è per me inesplicabile ma effettivo, molto fraterno – cioè Tommaso Pincio. Il collettivo Wu Ming mi ha insegnato il rapporto, l’abolizione del lavoro in solitaria, l’artigianato di certe componenti fondamentali del narrare.
Hai dei sogni, e quali?
GG: Non ho nessun sogno in particolare: ho tutti i sogni. Soprattutto che regni l’amore, ovunque, continuamente. Non è possibile, l’uomo non si accorge che l’odio è una forma di amore. Io stesso non realizzo questo sogno, perché sono umano, troppo umano, a volte al di sotto dell’umano.
Grazie!

Wu Ming 1: NEW ITALIAN EPIC 2.0

di WU MING 1
Edizione aggiornata, annotata, arricchita del memorandum di Wu Ming 1
[download in pdf – per altri formati, clicca su CONTINUA. Tutto sul New Italian Epic nell’omonima area di “Carmilla”]
Metopa del Partenone raffigurante la lotta tra un Centauro e un Lapita
PREMESSA
Il vero pensiero si riconosce in questo: che divide.
– Mario Tronti, La politica al tramonto

Dobbiamo essere pazienti gli uni nei confronti degli altri e rallegrarci quando riusciamo – sia noi che gli altri – ad avanzare. Restare non dobbiamo.
– Károly Kerényi, lettera a Furio Jesi, 5/10/1964

In un modo o nell’altro, in un tempo o nell’altro, la guerra sarebbe tornata.
– Alan D. Altieri, Magdeburg, l’eretico

Memorandum.
Sintesi provvisoria.
Primo tentativo.
Instabile oscillante reazione ancora in corso.
Sono passati sei mesi da quando ho adoperato queste espressioni in New Italian Epic – testo di cui si continua a discutere, proposta aperta, abbozzo di lettura comparata, albo di appunti da tenere sotto gli occhi, ricordare, utilizzare.
Non a caso l’avevo chiamato “memorandum”. Il dizionario De Mauro dà come primo significato del termine: “documento, foglio, fascicolo in cui sono esposti per sommi capi i termini di una questione.” Per sommi capi, infatti, descrivevo un insieme di opere letterarie scritte in Italia negli ultimi quindici anni, cercando parentele inattese o, all’inverso, sciogliendo legami troppo spesso dati per scontati.
Ne è nato un dibattito che non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva e si innalza a ogni bava di vento.

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Letizia Muratori: La casa madre

muratori_casamadre.jpgCon colpevole ritardo, mi accingo ad affrontare uno dei testi a mio parere più importanti tra quelli pubblicati in Italia quest’anno: frecciabr.gif La casa madre (Adelphi, € 16) di Letizia Muratori. Se si tentasse una definizione attraverso le categorie standard a cui si è ciecamente votata la “critica ufficiale”, non riuscirei ad afferrare l’oggetto. Poiché, tuttavia, io sono un “critico ufficioso”, e peraltro un collega di Muratori, posso permettermi di aggrapparmi a una definizione lanciata da un altro collega, cioè Wu Ming 1, nel suo memorandum sul New Italian Epic. E’ infatti opportuno circoscrivere il libro di Letizia Muratori in un campo magnetico, da cui emerge come realtà proteiforme – si tratta, cioè, di un perfetto Oggetto Narrativo Non Identificato. E’ una narrazione, composta apparentemente da due racconti che sono al tempo stesso speculari e incrociati, e tuttavia una “sostanza”, non solamente linguistica, corre a unificare i due racconti, che fuoriescono così dal genere della narrazione breve. La coerenza per salto radicale trova, credo, la sua più nitida referenza in certi sbalzi tra capitoli di Kafka, in particolare nel Processo. Con La casa madre, Muratori scrive un testo che è capace di ingannare ogni sguardo che non sappia farsi obliquo secondo la gradazione del libro stesso. Uno strabismo che apre voragini impressionanti e mette in discussione lo statuto di certa tradizione preacquisita e tipicamente occidentale della narrativa. E’ un libro a mio parere imperdibile.

Stella del mattino: romanzo beyond-gender di Wu Ming 4

stelladelmattino_wuming4.jpgdi MONICA MAZZITELLI
Dopo la pubblicazione di un brano di Stella del mattino, l’iper-romanzo di Wu Ming 4 edito da Einaudi Stile Libero (qui acquistabile con risparmio di 5 euro), e prima di una articolata intervista all’autore, pubblico un’intensa recensione di Monica Mazzitelli al libro, che consiglio di leggere in integrazione alle riflessioni dedicate a Stella del mattino nell’intervento “Poiesis in origine indica il fare” di R.S. Blackswift, pubblicato su Carmilla.
Ho letto questo romanzo in 24 ore, sapendo che non avrei dovuto; che avrei fatto meglio a rallentare, tornare indietro a certi passaggi, lasciar scendere alcuni dialoghi, ripensare alla Storia e le metafore del presente, le scatole cinesi geopolitiche stratificate che avrebbero entusiasmato Sbancor. Ma non ci sono riuscita. Avevo urgenza di restare nel flusso, di correre con i personaggi nella loro stessa smania.
Stella del mattino è un romanzo sentimentale* che mette una pietra tombale sopra le distinzioni di genere, nel senso che è “beyond-gender”: smette di porsi il problema. Una narrazione con profondità e sensibilità femminile che descrive atti virilmente maschili messi a fuoco su protagonisti spesso omosessuali. Di più, protagonisti per i quali la preferenza sessuale è subordinata alla scelta consapevole di un legame omeo-patico [“sofferenza tra simili”], che porta la sessualità sullo sfondo e finalmente la devolgarizza, le toglie freudiana coazione. Il fulcro di Stella del mattino è il valore dell’amicizia, del cameratismo in senso letterale. Poesia degli affetti che restano incontaminati anche nella puzza marcia delle trincee, e perfino nel tradimento. Grandi tradimenti generati da grandi amori.
E poi: un romanzo dalla tonalità dolente, invernale. Anche nel cieli più assolati restano presagi di pioggia, di freddo, di bagnato e di ghiaccio che entra in tutte le fessure e le dilata spaccando, fa di tutto polvere riarsa. Deserto nitido che cerca purezza dell’anima in grandi solitudini. Che sia lo spazio di un prato di erba fangosa di Oxford o il Grande Nefudh non cambia molto, resta comunque il senso di sbigottimento nell’incontrare se stessi nell’assenza di distrazioni e non osare guardarsi negli occhi. Per questo servono gli amici: per il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchio. E quindi prendere atto di ciò che si è, capire che il destino è “ciò che va fatto” perché è scritto in come scegliamo di leggere le nostre stelle. Accettare di avere atti da compiere per portarci a termine, spendere il nostro talento. Di nuovo gli spettri di Manituana che indicano la strada a un Tolkien macbethiano, che potrà tornare a dormire solo se capirà che è lui stesso che uccide il suo sonno. La scrittura come terapia ma anche, comme d’habitude, come mitopoiesi.
Leggevo Stella del mattino e rileggevo Tolkien, trent’anni dopo: la magia di Gandalf, la Compagnia, Gollum e l’Unico Anello… decine di riferimenti nascosti e spiegati tra le righe che chissà come ricordo ancora, la Trilogia che fa da trama all’ordito di Stella del mattino, e con lei anche il Beowulf e le saghe nordiche che ho letto vent’anni fa, prima di vivere qualche anno a Stoccolma dove ho capito/trovato vertigini da buio nordico e quelle giornate senza sole che imbibiscono Stella del mattino/Il signore degli anelli di cupezza di morte, di ghiaccio contaminato dall’avvicinarsi verso la fornace vulcanica del Male, la guerra che si alimenta di morte e dolore. E del sangue che sgorga a fiotti e bagna le trincee, la terra, il fango, la sabbia, l’asfalto di Piazza Alimonda. Sempre lo stesso sangue, sempre la stessa assenza di senso.
Ma poi c’è sempre lo sforzo, la vis wuminghiana di orientare tutto questo alla speranza, il tentativo della rinascita, la stella del mattino che ogni giorno risorge e indica al via. Non poteva mancare, ma non è ciò che resta di questa lettura, non diciamoci cazzate. Quello che resta è la malinconia del dolore che non si può cancellare ma solo sopravvivere, anche se con rabbia. L’amicizia e l’amore come unico antidoto per non impazzire dentro se stessi. E le storie, che sono l’unica cosa immortale come la Terra.
* Nonostante Liala