Con la cacca al culo che ti segue

caccaIeri, mentre si discorreva di finta critica e fumosa polemica pseudoculturale sui quotidiani, la mia amica D. ha forgiato l’immortale e bilanciatissimo decasillabo del titolo (còl | la | càc | cal | cù | lo | ché | ti | sè | gue). Un finto novenario stercorario: poiché la materia della discussione era dopotutto stercoraria. Si discuteva in particolare di una domanda a un certo scrittore – domandessa effettuata da un critico di questi tempi (nel senso che appartiene a questi tempi, non che critica questi tempi): un tappeto di domanda, un lunghissimo entimema fintamente teorico, lo scrittore parla del comico e questo gli fa una domanda straordinariamente noiosa e narcisa, dove cita un filosofo a proposito di un saggio a cui familiarmente tronca il titolo, ma che anche col titolo completo non avrebbe richiesto quell’oscena interpretazione formularia datane dal supposto critico.
La critica è finita. La teoria della letteratura invece non è mai morta. Anche alla teoria della letteratura i pallidissimi critici de noantri tentano da anni l’assedio, tentano di piantare la bandierina: non ci riescono, lì si parrà loro ignobilitate. La critica è un genere giovane, quintessenzialmente fragile. Può conferire un certo successo in questo presente, uno sberluccichìo: poi però non sarà più quello sberluccichio, sarà lo sberlone dell’oblio. Curatele suppostamente prestigiose ottenute allargando le papille sopralinguali per editori che rasentano l’orlo della fine dell’editoria e già mettono il piedino nel vuoto abisso in cui staranno per almeno quindici anni, immani e disumani desideri di vincere i premi a colpi di feste con veline e veleni affinché potere esistere legittimati nel presente e spaccare le gonadi e le ovaie a tutti e tutte, recensioni di cui fotte a 32 persone che recensiscono a loro volta per 32 persone e in cui si consumano cattiverie, anticipazioni stupendissime di mattoni abnormi che manifestano l’ansia non della reclamata libertà e invece del desiderio di passare all’immortalità – è uno scenario da helter skelter culturale a cui non bisogna credere eppure non per questo non bisogna disimpegnarsi e opporsi. Va presa come la prendeva Leopardi nello Zibaldone:

Due gran dubbi mi stanno in mente circa le belle arti. Uno se il popolo sia giudice ai tempi nostri dei lavori di belle arti. L’altro se il prototipo del bello sia veramente in natura, e non dipenda dalle opinioni e dall’abito che è una seconda natura. Della prima quistione se mi verrà in mente qualche pensiero lo scriverò poi.

Quanto ai pochi Miserabili che continuano a cercare empatia, intensità, profondità in un testo altrui – non si sta male in monastero neomedievale, vero? Si ricerca, si trasforma ciò che si tramanda, non si trama. Si getta via la trama, ma non la tramatura.
E rispetto al casino confusionario che si può osservare silenziosamente, privi di astio ma anche no, poiché mi pare giusto sfogare l’astio per chi rovina qualcosa di bello e attacca l’umano per sterminarlo senza neanche accorgersene, c’è un passo di Italia De Profundis che mi ha detossificato: e quindi lo propongo sperando nel medesimo effetto per altri:

La situazione peculiare italiana è percepita, dallo striminzito e giustamente inascoltato comparto degli intellettuali, come decadenza. L’analisi degli intellettuali, che nella maggioranza non dispongono di strumenti di analisi all’altezza della complessità della situazione, poiché non sanno nulla di neuroscienze e nuova psicologia e macro e microfisica e quantistica e teoria delle supercorde e paradigma universale olografico e astronomia e chimica e geopolitica e strategia di intelligence e tecnologia militare e climatologia e storia universale del pianeta e matematica e logica computazionale e intelligenza artificiale e teoria dei consumi e neosociologia e controstoria della modernità e della contemporaneità e farmacologia e fisiatria e scienza del sistema immunitario e scienza aeronautica e aerospaziale – questi intellettuali che non sono all’altezza né della contemporaneità né dei loro predecessori immaginano, con pessimismo apocalittico, che il Paese sia arretrato. Enunciano inaccettabili apodissi. Sono ignoranti a un grado tale da provocare il disgusto in chiunque conosca anche un brandello della realtà che è coperta dalla finzione. Le loro analisi coincidono con misinterpretazioni delle profezie filosofiche degli anni Cinquanta e Sessanta. Del resto, costituiscono una comunità che grida nel deserto, legittimamente inascoltato quel grido da parte della società che essi, con sogno inconsciamente platonico, vorrebbero rimettere su chissà quali giusti binari valoriali. Intendo che, insieme alla Chiesa, la finta élite intellettuale italiana è la componente più reazionaria che sta operando nel Paese.

Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?

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