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Esce per il Saggiatore “Gladiatori” di Antonio Franchini

1918040_10207669032791343_6529785181622914643_nE anche Antonio Franchini, col suo Gladiatori, sbarca tra i tipi de Il Saggiatore. E’ uno dei migliori scrittori italiani contemporanei. E’ in libreria dal 14 gennaio 2016. Questa nella foto è la prima copia arrivata or ora in casa editrice.
Ho ritrovato proprio oggi per puro caso, all’interno in un archivio on line che fotografa il Web e i suoi contenuti e fa oggi da macchina del tempo, una assai impressionistica “recensione in forma di narrazione” a proposito di Gladiatori, che postai il 27 settembre 2005 su I Miserabili, un sito che gestivo ai tempi. La ripubblico qui, sotto il nostalgico screenshot.

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da I Miserabili, 27 settembre 200

In un anno che non ricordo più, un anno perduto nella melma dello scorso decennio, io vissi una delle serate più assurde e quindi interessanti della mia intera esistenza. Garantisco che, di serate assurde, ne ho vissute parecchie: ma questa che vi racconto…
Lavoravo presso Mondadori, facevo il web di Segrate. Internet (credo fosse il ’97) era in Italia un protocollo non precisamente di massa, a quei tempi; figuriamoci quant’era popolare all’interno di un’organizzazione industriale che percepiva la Rete come minaccia futura incombente sulle vendite del suo prodotto. Venivo pagato con un giustificativo patafisico: ero i viaggi inesistenti di un dirigente. Era un bel periodo. Mi piaceva stare ad ascoltare per ore, sorbendo pessima brodaglia alla macchinetta da Camera Cafè, gli aneddoti e le strategie di scrittori ed editor, quando non di editor-scrittori. In questo caso, la qualifica si riferiva essenzialmente a tre persone: il romanziere Ferruccio Parazzoli, il poeta Antonio Riccardi e il narratore Antonio Franchini. Erano tutti miei amici e lavorare con persone che ti stimano senza mai minimamente dubitare delle tue qualità è confortante. Mi sentivo accolto da un abbraccio. Era bello. E’ stato uno dei periodi più intensi della mia vita. Discutere le copertine, ragionare sui testi, immergersi in un brainstorming senza fine, sperimentare dall’interno il funzionamento della macchina: impagabile. Senza quei tre amici non avrei mai scritto una riga di prosa, avrei continuato con le mie poesiuole, precludendomi un’esperienza fondante (lasciamo perdere i risultati: sto occupandomi del vissuto interno).
Un giorno di quell’anno dimenticato, Antonio Franchini mi dice: “Sabato vieni a casa mia. Ti faccio fare un’esperienza eccezionale”.
Gli credetti, e feci un’esperienza eccezionale. Che, evidentemente, non si è ancora conclusa, se oggi, a distanza di quasi dieci anni, quell’esperienza eccezionale si prolunga in un oggetto narrativo eccezionale: Gladiatori, proprio di Antonio Franchini (Mondadori Strade Blu, 15 euro).
Prima di affrontare il libro, però, devo affrontare quell’esperienza. Del resto, non penso di andare fuori tema: trapassare dalla letteratura all’esperienza è in toto la poetica di Franchini.
Dunque un sabato canicolare (mi pare fosse maggio ’97 o ’98, un maggio da effetto serra) presi la mia moto Guzzi sgangheratissima e andai a casa di Antonio Franchini. Antonio Franchini non era ancora sposato e non aveva ancora figli. Viveva da solo, in un appartamentino minuscolo in un condominio dalle parti di Maciachini o giù di lì: comunque a nord di Milano. Zone oscure, per me: pericolose. Labirinti umidi. Le zone a nord equivalgono per me a paludi rischiose. Se uno supera Maciachini, penetrando verso la Bovisa e verso Affori e verso Comasina, si accorge che la temperatura, climatica e spirituale, subisce una brusca metamorfosi: tutto è umido, freddo, appiccicaticcio. Gli uomini sono cupamente assorti in una forma di renitenza assoluta. L’aria digrigna. Un’intera vasta comunità sadomaso, che pratica i suoi riti neri, alligna lì più o meno segretamente.
Quando giunsi nell’appartamento di Antonio Franchini restai talmente impressionato che, dopo qualche mese, lo descrissi inAssalto a un tempo devastato e vile, trasformando Franchini in un sottoproletario extracomunitario, il pugile Gadal. Franchini, al culmine del pomeriggio, di sabato, stava incantato davanti allo schermo della tv, a guardarsi un film di Bruce Lee. Le due stanze erano un disastro che, da single già allora inveterato, conoscevo bene. Il sentore di biancheria smessa, l’arruffamento ubiquo di tessuti e vesti indossate giorni prima, il letto sfatto, i residui di cibo sul tavolo, il lavabo della cucina strapieno: ecco il crisma del solitario metropolitano. Accanto a questi segni di banale comunanza, una variabile che aveva per me, a dire poco, dell’esotico: un sacco da pugile, foto libri e vhs di marziani lottatori, boxatori alieni, leggende sconosciute delle arti marziali.
Franchini, infatti, e da sempre, ha una passione che più hemingwaiana non si può: è un adepto delle palestre di combattimento, degli spogliatoi e di ogni tipo di ring, della violenza controllata e regolata (ma non per questo meno primaria) che si combatte in oasi dove la modernità non entra e dove si realizza la fusione tra l’atavismo della specie e la sua contemporaneità culturalizzata. Il mondo di Antonio Franchini è spaccato in due emisferi nettamente distinti, che sono tuttavia in continua osmosi: la letteratura e la lotta. L’osmosi permette a Franchini di rendere letteraria la lotta (sperando che la lotta persista a essere letterale: uno scacco a priori) e di fare della letteratura un ring (altro scacco a priori). Questi due emisferi raggiungono in Franchini l’apice di un culto. Culto complesso: da un lato, non conosco persona più cinica, disillusa, nichilista, scettica e voltairiana di Franchini; d’altro canto, in realtà, non conosco persona più entusiasta e vitalista del medesimo Franchini. E’ l’adepto di un culto post-nietzschano: egli si entusiasma alla possibilità che esista un dio, sapendo che dio o è morto o non c’è. Franchini, e lo scrittore e l’uomo (e, immagino, il combattente), è sempre in bilico tra agonismo e agonia.
Dunque quella presera Franchini mi prende, mi carica sulla sua (mi pare) Tipo blu, mi porta al PalaTrussardi, che allora era noto come PalaVobis: un angosciante luogo per concerti e grandi eventi che, a oggi, si chiama PalaMazda, in una sorta di strabismo onomastico tra la sponsorship e l’eco di religioni d’epoca zoroastriana (in Gladiatori, di cui non sembra che qui si parli ma di cui invece si sta parlando, Franchini intercetta questo strabismo). Al PalaTrussardi, non epico residuo di grandeur socialista meneghina, si tiene Oktagon. E’ una manifestazione incredibile: poteva essere uscita da un romanzo di DeLillo (ebbi quella sensazione perché erano i giorni in cui scoprivo DeLillo, inculcatomi a forza da un altro editor e amico di Mondadori, Edoardo Brugnatelli: quello che oggi è il responsabile di Strade Blu, la collana in cui esce l’oggetto narrativo Gladiatori). Si trattava di un mischione fetente e anabolizzato (così pensavo) del wrestling della mia pubertà: quello con Antoni Hinochi e l’Uomo Tigre, commentato su Italia 7 da Diego Fusaro. Le mie aspettative vennero presto non deluse, ma illuse con tanto di mantenimento della promessa. Le star convocate a scontrarsi, con tecniche diverse e tutte autenticamente violente, provenivano dagli otto angoli del pianeta. Tuttavia l’attrazione principale era un italiano: Di Clemente. Sulla Tipo, Franchini mi aveva raccontato di questo Di Clemente: colossale mastino napoletano, egli era violentissimo, faceva parte di un giro di incontri clandestini in Brasile dove si poteva morire, aveva cicatrici da coltello e proiettile ovunque. Era certo: avrebbe trionfato all’Oktagon. Un pubblico davvero immenso (vidi) era venuto entusiasta ad assistere a questo trionfo. Ma c’era un problema.
Il problema era che gli organizzatori non avevano capito niente. Gli organizzatori di Oktagon erano essenzialmente una persona: uno che aveva fatto il portaborse di Giorgio La Malfa e che aveva una palestra in via Melzo a Milano. Egli era osteggiato da molta della comunità italiana dedita alle arti marziali. Come in un’emulazione fallita di un film di Frank Capra, costui, che identificai immediatamente come “il Cattivo”, si era fidanzato con una ragazza bellissima che era pure campionessa di una qualche specialità, mi pare kickboxing. Era in effetti una strafiga, penso che si chiamasse Chantal. Bionda, apparentemente una di quelle crocerossine afflitte e pallidissime che sono il mio archetipo sessuale, però anche una potenziale modella (il che non rientra tra i miei archetipi sessuali). Non era affatto né una modella né una crocerossina: menava fendenti pazzeschi. Tuttavia non era una campionessa. Lo era solo grazie alle manovre del Cattivo, che le faceva vincere titoli su titoli. Questo Cattivo, organizzando l’Oktagon, forse essendo distratto da Chantal, aveva piazzato nel medesimo hotel di Milano il maciste Di Clemente e un olandese che era il suo nemico giurato, un bulldog umano che mi ricordava il biondo dei Kim & The Cadillac con molti muscoli. Ne era nata una rissa in albergo che aveva fatto strage degli arredi e della lounge hall di questo hotel. Di Clemente aveva rimediato, nella rissa, una tumefazione allucinante all’occhio (mi pare il sinistro). Non poteva combattere: il Cattivo, plenipotenziario dell’Oktagon, glielo impediva. Era uno scandalo.
Io e Franchini ci accomodammo sugli spalti. Franchini era mesto. Aveva intervistato Di Clemente due giorni prima, era allora entusiasta. Si sentiva suo amico. Di colpo, gli avevano tolto l’acme dello spettacolo. Io, Franchini e le migliaia di intervenuti al PalaVobis assistemmo a una farsa di incontro tra Chantal e un’altra: vinse Chantal…
Di colpo, irruppe qualcosa.
Era davvero qualcosa. Non era umano. Era Di Clemente.
Circondato dallo staff napoletano, questo massiccio montuoso di carne e miofibrille si dirigeva verso il ring. Gli era interdetto. Cercava il prolungamento della rissa. Voleva strozzare il Cattivo con le sue mani, perché costui, con mossa maliziosa e pavida, gli aveva interdetto il PalaVobis. Franchini scattò dagli spalti, trascinandomi nell’occhio del ciclone. Un nugolo di carabinieri, peraltro individualmente spaventatissimi, cercava di contenere il twister Di Clemente. Il Cattivo era scappato, letteralmente si era dato alla fuga. L’aria era ozono e tensione: una tensione fisica, una cosa che spaventava. Tra spintoni e diplomazie da Scampia, Di Clemente e lo staff vennero allontanati dal ring. Fu sulle scale fuori dallo spazio del PalaVobis che Franchini, per il mio stupore, parlò a Di Clemente e quello gli rispose. I carabinieri volevano allontanare Franchini, pensavano fosse un provocatore, e Di Clemente, per giustificarne la presenza e la legittimità, esclamò un’invocazione che suonava assurda sulle sue labbra di divoratore di astici e carne umana: “Lasciatelo stare, è uno scrittore!”.
In quel momento sperimentai la memorabilità.
Poi qualcuno disse che arrivava il clan dell’olandese, ci fu una baraonda…

Non è finita. Continua. L’esperienza e il racconto dell’esperienza, giunti all’acme, continuano.
L’altro giorno sono alla Bovisa, sto andando a fare dance therapy.Dance therapy è tutto tranne ciò che il nome evoca. Non è nulla di new age e nulla di ballerino. E’ una disciplina neopsichiatrica rigorosissima, che mira a scavalcare ogni protocollo terapeutico verbale, una delle molte porte strette attraverso cui passerà la psicologia dopo la seconda morte di Freud. Io sperimento questa cosa e lo faccio in un posto che sta ad Affori. Non ho più la Guzzi, devo andarci in motorino. Passo sempre vicino alla casa che fu di Antonio Franchini, ogni settimana, è lontanissimo ed esasperante per me, piove sempre quando devo andare lì. Ad altezza Maciachini, penso sempre in maniera esasperante a quella serata vissuta con Franchini. A dance therapy funziona così: nessuno ti dà istruzioni, devi muovere il corpo. Muovi il corpo senza musica. E’ allucinante. Il corpo automaticamente assume posture che, dopo un anno di pratica, ho ricostruito essere asana di hatha-yoga o posizioni base del tai-chi. E’, rinnovata e lontana dalle ossessioni di Franchini, l’esperienza a cui Franchini mi fece assistere.
Dunque, l’altro giorno esco dal lab dove faccio dance therapy, in piena Affori, prendo il motorino e a un certo punto vengo speronato da un’auto. E’ guidata da tarri. E’ colpa loro, danno la colpa a me, non posso nemmeno discutere, scendono due tarri enormi, alla Di Clemente, e senza che io abbia il tempo di pronunciare una sillaba mi prendono a schiaffi. Sono choccato, devo scappare, è l’unica cosa che si può fare. Scappo, quelli mi inseguono con l’auto per speronarmi ancora e buttarmi giù, li stacco, e dopo la paura, ecco il vecchio corredo, l’antico, il risaputo: la rabbia, la frustrazione, il senso di colpa per la vigliaccheria.
Io, a quel punto, ho compreso Antonio Franchini.

Se prendete Antonio Franchini e gli dite che ha scritto un bel libro, sotto i vostri occhi prenderà forma una manifestazione di inspiegabile diniego. Silenzio, la curvatura della spalla destra aumenta a scapito di quella della sinistra: il pugile che si mette in guardia. Gli fate un complimento e sembra che gli abbiate tirato un jab. C’è un’inermità a priori, un senso di colpa a priori, che fa l’uomo e lo scrittore. In quei momenti si ha l’impressione che lo scrittore si senta in colpa: verso la vita. Si sente colpevole di non essere dentro la vita. Insanabile ferita. La vita sarebbe altrove: sarebbe la Vita. La Vita si manifesterebbe nello scrittore solo grazie a due attività cognitive ed emotive: l’assistere, da fuori della Vita, alla Vita (e, quindi, scriverne); l’emergere di una delicatezza colpevole rispetto a questa attività non infamante, ma certamente infame. Non è cosa di Franchini soltanto: è di moltissimi. Una fitta al cuore che prende se arriva uno e ti dice: fai lo scrittore, lavorare in miniera è altro, lavorare in miniera è la Realtà. Mettiamoci poi nei panni di uno scrittore il cui giudizio è eventualmente una mannaia per gli altri scrittori, oppure un autobus per il paradiso: Franchini è responsabile della narrativa italiana della più grande casa editrice nella nazione. E’, dunque, sovraesposto a uno tsunami di narcisismi, pietismi, furberie patetiche, angoscianti tentativi di attracco – ciò che fa lo scrittore, non la letteratura. Da questa fluviale invasione di umanaio, si ricava un cinismo devastante.
Inermità, confronto con la Vita idealizzata e disillusione per sovraesposizione al lumpen letterario sono tra le correnti radianti che hanno fatto quello che finora è, a mio parere, il miglior libro di Franchini, cioè Cronaca della fine, laddove viene a incarnarsi una delle più potenti allegorie italiane della narrativa contemporanea – l’uomo nonuomo scrittore nonscrittore Dante Virgili. Stento ad affermare che quello fosse un romanzo perché sono convinto, da una decina e passa d’anni, che Franchini sia tra gli autori più avantpop di cui disponiamo. Ora Franchini non è più solo: con Pincio, i singoli dei Wu Ming, con Domanin, Mancassola, Colombati etc, quell’etichetta non ha più senso, e del resto era un nome di comodo per dire che gli scrittori passano, dal produrre romanzi algebrici, allo scrivere oggetti narrativi. E tuttavia, in tempi in cui l’oggetto narrativo che supera il romanzo algebrico stentava a farsi vedere, Franchini scriveva Quando vi ucciderete, maestro? – testo che considero fondamentale per una ricognizione poetica dell’ultimo quindicennio di narrativa italiana.
Il nuovo libro di Franchini, Gladiatori, quando lui me ne ha parlato, veniva definito così: “Ma è una cazzata, una cosa minore”. Per niente. Si tratta di un autogiudizio formulato in regime di colpa. Gladiatori è invece il recto di cui Cronaca della fine è il verso. Là il motore tematico e poetico era, in fondo, il rapporto tra la letteratura e la Vita. Qui il motore tematico è il rapporto tra la Vita e la letteratura. Là sembrava esplodere in continuazione una tempesta magnetica le cui particelle erano di carattere e identità letterari. Qua la tempesta è la Vita che costeggia la Verità e lo Spettacolo, inerendo con furibonda esplosione di forze a una letteratura scomparsa, una letteratura che nel ring in cui appaiono i Gladiatori non sembra entrare. Questione, come è ovvio, di apparenze. Uno apre Gladiatori e la prima cosa che si trova davanti è una lunghissima sconcertante citazione ciceroniana.
Con Gladiatori, Franchini completa il suo personale (non solo suo e ben più che personale) Tao. Metà bianco e metà nero, con la presenza dell’opposto sempre attiva in campo avverso. C’è da meditare profondamente quando Franchini affronta di petto questa consapevolezza, discettando su quella che si dice essere “la Nobile Arte”, cioè non la letteratura, ma il pugilato. Il suo vitalismo qui raggiunge le vette di un antivitalismo che avverte l’esistenza in entrambe le sue facies: l’oscura e la luminosa. Le tenebre orrorifiche, in cui Franchini procede in un diluvio di paillettes, sono a conti fatti il suo Stige. La riproposizione di un arcaico che si realizza effettivamente nel contemporaneo è identica a quanto accade in Metallo Urlante di Evangelisti. Queste profezie latine in epoca di cloni sono un modulo poetico che si sta trasformando, che sta trasformando la letteratura, dentro e fuori quelle categorie imbarazzanti che furono i “generi”. C’è del latino da Tacito del Germania, anzi, da inno a Mavors in epoca preimperiale, in queste incursioni profonde, che rasentano la fisicità non ultramondana di un orfismo ben noto alla tradizione letteraria. La presenza di foto (bellissime, opera di Piero Pompili) in Gladiatoricertifica una sensibilità secentesca (ma un Seicento non arcadico, non giocosamente barocco: un Seicento alla Taylor, elisabettiano). Un museo fisiognomico che si inscrive nel campo visivo del Benjamin delDramma barocco. Tra Piranesi e Lombroso: figurazione di un’ossessione che alimenta la scrittura di Franchini da sempre, e di cui lui mi pare solo parzialmente consapevole. Non più una scrittura, una visione: piuttosto, una potenza. Una potenza perturbante.
Questo libro è perturbante. I suoi Gladiatori sono anche gli scrittori morti che, come in un dramma di Kantor, lottano in un’immobilità esasperante, prossima alla calma perfetta degli atleti marziali che operano sul prana più che sul fisico denso. Ciò è, ancora una volta e per sempre, la letteratura.

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Un racconto di Antonio Franchini: ‘Abbandonare’

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Tra i migliori narratori italiani di questi ultimi due decenni, Antonio Franchini (nato a Napoli nel 1958) è forse il più paradossale: in vista nel mondo editoriale, vi si trova al contempo nascosto. In quanto direttore della narrativa mondadoriana, è forse l’addetto ai lavori più riconosciuto e rispettato del ring letterario nostrano; in quanto autore, fa appositamente scomparire con discrezione assoluta il suo ologramma pubblico. Ciò non toglie che si tratti davvero di uno degli scrittori più importanti del nostro panorama. Fondamentale il suo Quando vi ucciderete, maestro? (Marsilio, 1996), che ha segnato una generazione di narratori italiani, introducendo un ibrido di generi e intuendo le potenzialità dell’autofiction che stava incombendo, col suo imminente e soffocante successo. E’ autore di una memorabile raccolta di racconti, Camerati: quattro novelle sul diventare grandi (Leonardo, 1992), e di altri romanzi importanti, quali L’abusivo (Marsilio, 2001), Cronaca della fine (Marsilio, 2003), Signore delle lacrime (Marsilio, 2010).

 

***

 

Abbandonare

di ANTONIO FRANCHINI | da Officina Italia 2011

 

Fu a Lipari che successe, l’isola della lucida ossidiana e della pietra pomice di cui si favoleggiavano distese bianche, che scivolavano fin dentro il mare. Ma io non le vidi e soprattutto la più famosa non trovai, quella da cui si diceva che ci si potesse rotolare, come da un pendìo nevoso, fino all’acqua trasparente, senza rischi, come nel borotalco. La discesa che mi trovai davanti era invece fitta di pietre, la polvere di pomice appena un velo, e a lasciarsi cadere da là chiunque si sarebbe scorticato a morte, ma forse era perché arrivavo troppo presto, mi dissi, era l’inizio di giugno.
Che sciocchezza, pensai subito dopo: la polvere sfarinata della pietra è forse soggetta alle stagioni? Si scalda come l’acqua d’estate?
Tornando deluso, su una strada assolata, incontrai un gatto piccolissimo. Era un micio appena nato, mi venne dietro, lo presi e lo carezzai, poi volevo lasciarlo in un posto protetto, che non c’era; c’era solo quella strada abbacinante e vuota che sembrava non portare in nessun posto, per cui mi domandai come ci fosse finito, quel gatto, in un luogo così senza ripari, senza nascondigli, senza niente.
Dovevo proseguire, perciò lo lasciai in mezzo alla strada. Ma come non aveva ripari lui, così ero senza vie di fuga io perché, quando cominciò a seguirmi, miagolando lamentosamente, non trovavo nessun posto, neanche una semplice curva dove svoltare, perché l’abbandono si consumasse senza traumi e senza rimorsi.
Il gattino prese a seguirmi tenendosi al centro della via e il suo lamento era amplificato fino a un’intensità insopportabile dal silenzio della strada vuota. Affrettai il passo e a un certo punto dovette accelerare anche lui, perché non mi abbandonava. Cominciai allora quasi a correre, non proprio a correre, perché mi vergognavo di correre per sfuggire a una minaccia così risibile, ma di buon passo, sì, di buon passo andavo, tuttavia non quanto sarebbe bastato a sperderlo.
Per un bel pezzo durò quello strazio, mi sentivo un assassino, un padre che abbandona i suoi figli, un uomo che affama la prole, ma io proprio non potevo tenerlo con me. Perché mi seguiva così? Continuammo a girare i tornanti di quella strada deserta e assolata finché arrivò una zona d’ombra a darmi respiro. Ombra significava alberi, cespugli, recessi. Mi voltai, il gatto dovette pensare che mi ero deciso a prendermi finalmente cura di lui e mi attese. Lo sollevai, il suo corpo tremava tutto, gli picchiava il cuore contro le costole. Lo alzai e lo deposi con cautela dietro il reticolato che bordava un orto. Da lì non poteva arrampicarsi per seguirmi. Me ne scappai senza voltarmi a guardarlo, neanche l’avessi schiacciato sotto le suole, ma contro il miagolio non potevo fare niente e da allora me lo sento risuonare nelle orecchie.

Il mio barista è un toscano poliedrico, rinascimentale. Dipinge quadri facili con i velieri nella tempesta, i nudi e i vasi di fiori, ma dipinge; suona la quinta di Beethoven, Stardust, la toccata e fuga di Bach e Yesterday su una tastiera elettrica che tiene dietro al bancone, ma suona; legge i libri che gli consiglio e gli porto io, ma legge.
Una mattina entrai nel bar più tardi del solito. C’era un altro avventore, al banco, e il barista me l’indicò con sollecitudine: «Sono contento di potervi presentare, è tanto tempo che lo volevo fare, perché sono convinto che voi avreste delle cose da dirvi, ognuno di voi mi ricorda un poco l’altro. Lui, Francesco, lavora nel mondo dei libri», disse presentando me. «Lui, Luca, è il mio amico musicista, musicista jazz».
«Veramente è un bel po’ di tempo», disse Luca, «che faccio più il lettore che il musicista».
«Ah!» esclamai io, perché non sapevo che dire e le presentazioni improvvise mi mettono in imbarazzo, ma questo signore aveva una faccia simpatica, che mi ricordava un’altra persona, poi mi venne in mente quale e conclusi che la faccia di Luca sembrava più simpatica in virtù di quella somiglianza. Stavo entrando nell’età in cui comincia a diventare difficile incontrare una persona che non te ne ricorda un’altra.
«Qual è quel bel libro che mi dicevi?» gli chiese il barista per avviare la conversazione.
«Ah, sì, la Trilogia di New York di Paul Auster. Quello sì, è un bel libro che mi sono proprio divertito a leggere».
«Ah, Paul Auster, certo», ripetei con aria competente, come uno di quelli che di Paul Auster sanno vita, morte e miracoli. In effetti qualcosa sapevo, per esempio che le persone brillanti lo chiamano Pollaster, con quella confidenza ironica che lascia intendere lunga frequentazione. Nessuno avrebbe detto che non avevo letto la Trilogia di New York.
Scoprimmo anche di avere un’amica in comune, io e il jazzista, la moglie di un altro mio amico che fa la cantante jazz. Anche questo era il segno che ormai, in una città di due milioni di abitanti, potevo risalire da una persona all’altra, potevo fare dei percorsi raccogliendo i capi di gomitoli lasciati cadere nei corridoi di un labirinto immenso dove tuttavia esistevano zone dove ero già passato.
È tanto, da quando mi occupo professionalmente di libri, che non entro in una libreria per comprarmi un libro, come il pasticciere che non mangia i dolci, ma uscendo dal bar ero contento al pensiero che al più presto sarei andato a comprarmi una copia della Trilogia di New York.
Desideravo proprio farlo e ne sentivo gioia perché col tempo diventa sempre più difficile avere davvero voglia di fare qualcosa.

Quello stesso giorno un collega mi aveva detto che mi sarei divertito a incontrare la vecchia scrittrice Giorgia e il suo ex marito Piero, altrettanto famoso pittore, per scegliere insieme le fotografie che dovevano corredare l’ultimo libro di lei.
Forse me l’aveva detto perché sinceramente convinto che la visita potesse procurarmi qualcosa di diverso dalla pena che era prevedibile e che infatti mi aspettavo.
Piero e Giorgia erano stati marito e moglie per trent’anni, poi lui l’aveva lasciata, poco prima che lei si avviasse a trasformarsi in una vecchia ingombrante e subito dopo che lui era diventato un artista di successo.
L’avevo chiamata più volte al mattino, per confermarle l’appuntamento: con i vecchi non si sa mai. Per quattro o cinque volte il telefono squillò a vuoto. La sesta volta lei rispose, ma non sentiva. Continuava a ripetere pronto? pronto? e a emettere versi lamentosi.
La porta di casa me l’aprì un cameriere indiano, ma lei comparve subito alle sue spalle. Sembrava che l’avesse rincorso, come se non potesse resistere all’ansia.
«Accomodati, accomodati», mi disse, «ti devo fare strada. Qui c’è un sentiero da percorrere, un sentiero, altrimenti non si passa».
Il sentiero era tra pile di libri, di scartafacci, di riviste, di giornali, di vecchi schedari di metallo.
Non mi erano mai sembrati così funebri, i libri, così disperatamente inutili, carta morta. Già era un periodo che non sopportavo più le biblioteche, con tutti quei loro dorsi di volumi schierati, come militari in piedi su un infinito, inutile attenti.
Figuriamoci i libri ammonticchiati senz’ordine, come nelle fosse comuni, impossibili da riscattare, da mobilitare, anche volendo, per richiamarli al loro dovere: restituire il ricordo di una parola, di una frase, di un verso.
Piero era seduto sull’unico divano da cui le pile fossero state per l’occasione rimosse, forse dal cameriere indiano.
Piero, il famoso pittore, era un vecchio vestito come un artista giovane, con le scarpe da ginnastica nere, i calzettoni a scacchi, i jeans, una camicia aperta e una giacca di taglio giovanile, che avrei avuto qualche problema a indossare io, in ufficio. E aveva il codino, un codino di capelli bianchi, dove l’età aveva appiccicato il suo smorto incendio di sfumature giallastre. Un’acconciatura con cui certi vecchi possono allo stesso tempo ostentare eccentricità, rievocare grazie settecentesche e mascherare stempiature. Aveva un aspetto ancora vigoroso e le sue esibizioni di giovanilismo potevano essere tipiche di quei vecchi che non sono stati veramente giovani quando dovevano, perché di solito chi è stato giovane davvero la gioventù l’ha bruciata e sepolta, non la rievoca più.
Che lui non fosse stato giovane quando doveva lo compresi sfogliando le fotografie.
Lei aveva preparato il tè, il tè e dei pasticcini dall’aspetto freschissimo che contrastavano con tutto il marcio di quelle torri di carta. I pasticcini sul tovagliolo bianco stavano in equilibrio precario in mezzo alle scartoffie, e ancora più precario era l’equilibrio della teiera e delle tazze.
Anche lui mi ricordava qualcuno: un mio vecchio professore, uomo assai compiaciuto di sé, affascinante e superficiale.
«Prima di cominciare», disse Giorgia presentandosi con due pacchetti, «ho una sorpresa per voi, una sorpresa di carta».
«Posso aprirlo?» chiesi
Li aprimmo insieme.
«È bellissima», dissi. «Avevo proprio bisogno di un’agenda. Io ho sempre bisogno di agende».
Piero scartocciò la sua e la infilò in tasca senza dire niente, poi si riaccomodò sul divano.
«Così, ogni ogni volta che le aprite, penserete a me».
Piero afferrò il primo pacco di fotografie, slegando con attenzione lo spago che le teneva insieme.
«Vediamo un po’…».
«Vediamo, sì, questo libro sarà un libro bellissimo, sai?»
«Certo che sarà un libro bellissimo. Sono sicuro che sarà un libro bellissimo».
«È un miracolo avere qui quest’uomo», disse lei fissandolo e sedendosi di fronte a lui sul divano. «È un uomo molto importante. Non è mai libero».
«Posso togliermi la giacca?» domandai.
«Puoi toglierti quello che vuoi. Anche i pantaloni. Tanto, sotto avrai i boxer».
«Adesso, insomma…», sogghignò Piero continuando a sfogliare le foto. «Ho controllato la tua lista, eccola qui, ma molte delle foto che hai chiesto non ci sono…».
«Come non ci sono?».
«Sto rimettendo a posto l’archivio, lo sai. Ho tutto per aria… Qui, per esempio, leggo Ruth Welsh… Ma noi non abbiamo fatto nessuna fotografia di Ruth Welsh…».
«Come no?».
«La giapponese non ne ha trovata nessuna. La giapponese, sai, è scrupolosa, mi sta ristrutturando tutto l’archivio… ma tu poi, scusa, nel libro parli di Ruth Welsh?».
«Io? Io non lo so se parlo di Ruth Welsh, forse… oddio, forse ne parlo nell’autobiografia… Non so più dove ne parlo…».
«Però nella lista me l’hai messa».
«Sì, no… non l’ho messa, non lo so… non so più niente, sto facendo troppe cose…»
«E poi mi hai segnato Max Ernst, ma lo sapevi benissimo che Max Ernst non l’ho mai fotografato. M’imbarazzava fotografare Max Ernst…».
«Questa, guarda questa», mi disse porgendomi una sua fotografia, «guarda qui com’ero bella… Non sono sempre stata un mostro».
«Se è per questo», disse lui sporgendosi appena a sbirciarla, ce ne sono decine molto più belle. Di ritratti tuoi ce ne sono almeno duemila in archivio».
«Lo so, sì, lo so…».
«Questa? Chi era questa?» mi vidi passare davanti una donna dall’acconciatura alta e un filo di perle al collo. Una foto d’inizio anni sessanta, forse.
«Non so chi è. Sarà stata una delle tue amanti, caro».
Lui la mise sotto alle altre senza dire niente.
«E questo? È quel pittore di Parma. Adesso non me ne ricordo il nome».
Sfogliava le fotografie con metodo, vidi un nudo a cavallo di una motocicletta, lo indicai debolmente, lui lo estrasse. Era una performance a Parigi nel sessantasette.
Avevano vissuto insieme trent’anni e per trent’anni lui aveva fatto fotografie di ogni loro viaggio, di ogni cena con gli amici, mostra, cinema, teatro. Adesso con aria esperta e fredda sfogliava e tirava fuori i provini, fogli con decine di fotografie minuscole, da ingrandire e sviluppare, circolettate di rosso. Ogni tanto tra le stampe s’infilava anche qualche negativo, come un viscere pendulo, dimenticato dall’imbalsamatore dentro al corpo secco.
Trent’anni a fare fotografie di artisti, pittori, scrittori, attori, musicisti.
«Trent’anni siamo stati assieme prima che lui si accorgesse che non gli andavo più bene», mi aveva già confessato lei più di una volta.
Era una sua ossessione quell’abbandono. E poi ripeteva a tutti «quella gli faceva i pompini, ecco perché se n’è andato, perché quella gli faceva i pompini!», parlando della donna per la quale lui l’aveva lasciata.
Ma adesso aveva preparato i pasticcini e il tè e vuoi che ti versi il tè? gli chiedeva e lui continuava a sfogliare le fotografie senza dire né sì né no, poi fece girare una cordicella di spago attorno al mazzo delle foto e armeggiò un poco per chiuderlo.
«Ecco, come si vede che non fa più niente da solo, come si vede che ha tre segretarie. Non sei più capace di fare un pacco…».
Lui senza rispondere le accennò solo il punto in cui doveva mettere il dito per fare il nodo. Lei posò il dito dove lui le indicava con un movimento vezzoso. Ogni loro serata, ogni loro gesto, ogni loro amico e conoscente era stato fotografato, non avevano perso niente. Volendolo, lo potevano sempre ritrovare. Che martirio…
«Chi è questa?» chiesi sfilando una foto di donna di profilo, abbronzata, al mare, forse su una barca.
«Come, chi è? Non vedi, sono io!».
«Non è lei», disse lui.
«Come non sono io?» disse lei con un tono per la prima volta roco, addolorato, cavernoso. «Come non sono io?».
«Non sei tu».
«Ma che cosa stai dicendo?».
«Guarda questo profilo!» disse lui chiamandomi a giudice, «vedi un po’ se può essere lei».
Io non sapevo che dire, forse poteva essere lei, le fotografie possono essere false, tutti lo sanno. Molti ci contano, anche, su quanto possono essere false le fotografie.
«Vuoi dire che non sono io perché sono troppo bella?».
«Non voglio dire questo. Dico che non sei tu».
«Ma guarda, ma guarda», la voce di lei rantolava.
«Forse potresti essere tu», dissi, «ma sai…».
«Ma sono io!» urlò lei.
«Qui c’è Frank Vocca. Tu parli di Frank Vocca nel libro?».
«Parlo di Frank Vocca? Certo… No, non so. Parlo di Frank Vocca nell’autobiografia, sicuramente lì parlo di lui, ma non mi ricordo se ne parlo in questo, forse no, non ne parlo».
«Se non ne parli lasciamo perdere, perché la giapponese mi ha segnato che le altre foto di Vocca, quelle migliori, stanno nella parte d’archivio ancora non schedata. La giapponese è precisa».
«Allora vado a prendere le fotografie che ho io», disse lei con una specie d’esaltazione. «Voglio andare a prendere le foto di quando sarò morta!».
«Che cosa sono le foto di quando sarai morta?».
«Sono le mie foto più belle, quelle che voglio che si vedano quando sarò morta».
«Ma figurati….».
«Le vado a prendere».
«Le trovi?».
«Certo che le trovo, anche in questa confusione. Tu credi che io sia proprio fuori? Io le trovo…».
«È una bella casa, la tua».
«Quale bella casa? Lo vedi come è ridotta, non ci sto, non ci sto più, questa è la casa in cui mi ha messo questo signore…».
«Ma è in pieno centro, è perfetta!».
«Sì, la posizione è buona, ma le sue amanti stanno meglio. Però vedi quel quadro, lo vedi? Quello è un pezzo da museo… Lo riconosci, no? La “Venere seduta” di Piero, è uno dei suoi quadri più belli. Grazie, amore, per avermelo dato. Io sono contenta che lui abbia questo successo, che credi?».
«Vai a prendere le foto di quando sarai morta».
«Vado, vado».
C’erano anche le immagini di lui, quand’era giovane. Una, sulla neve, a Saint Moritz, indicava la scritta dietro, era del ’56. Allora sembrava più vecchio, allora non giocava a fare il giovane, non aveva il codino, né la giacca larga, “destrutturata”, né le scarpe da ginnastica; era vestito sobrio, di scuro.
«Questo è lei?».
Mosse appena il capo, i suoi gesti erano parchi e lenti: «Sì».
«Ecco. Che cosa diresti adesso se dicessi che non sei tu? Ma tu guarda, non ti ricordi neanche com’ero…».
«Questa è bellissima. Qui eri molto bella», osservai.
«No, qui già cominciavo a essere un mostro. Non vedi che ho il faccione?».
«È bello il sorriso. Avevi un bel sorriso».
«Devi vederne altre per capire quant’ero bella. Quella dove ho le gambe nude. Dov’è quella dove avevo le gambe nude?».
«È questa?».
«Ecco, questa. Vedi, questo è il costume del modello che portava Brigitte Bardot».
«Vuoi che vedano questa quando sarai morta?».
«No, scherzavo. Prendi qualche altro pasticcino».
«Ti ringrazio, ma ne ho mangiati troppi. Questa pure è bella». Era lei che entrava in un ricevimento al braccio di un’altra donna.
«Questa foto mi ricorda un’esperienza dolorosa. Molto, molto dolorosa…».
Indugiava come per spingermi a chiederle quale? Quale esperienza? Era la sera che ti ha detto che ti lasciava?
«Quale esperienza?» chiesi, quasi di sfuggita, per non fare pesare l’indiscrezione.
«Molto… molto dolorosa. Che serata orribile!» ripose la foto nel mucchio. Non commentai, mi rivolsi a Piero, dissi: «Non mi sembra che ci siamo molto con queste fotografie, non sappiamo bene nemmeno che cosa cercare. Forse è il caso che io venga a indagare nel suo archivio, che mandi una persona… Ma poi, è proprio necessario metterle, queste fotografie?».
«Secondo me, no» disse l’artista. «Conta il testo».
«Che cosa stavate dicendo?».
«Stavamo dicendo che conta il testo», le ripeté lui scandendo le sillabe, lento e paterno. «È importante il tuo libro, non le fotografie».
«Non è vero, la gente vuole le fotografie, questi libri si vendono per le fotografie».
«Allora bisogna prendere un appuntamento al suo studio».
«Certo, si può fare».
«Figurati se si può fare. Quest’uomo non ha mai tempo. È un miracolo averlo qui per un’ora, è un assoluto miracolo…».
«Lunedì».
«Lunedì no, devo fare un’operazione».
«Come devi fare un’operazione?» saltò su lei.
«Cioè no. Devo fare gli accertamenti per l’operazione di cataratta. Devo andare dall’oculista».
«Anche io devo andare dall’oculista».
«Vai dal mio. Te l’avevo già dato l’indirizzo, no? È il migliore che c’è».
«Allora possiamo fare martedì, mercoledì?».
«Certo, certo. Ci telefoniamo, ci mettiamo d’accordo. Mi chiami un taxi?».
«Anche io devo andare. Devo andare alla mostra di Fishman. Mi accompagni? Mi accompagni alla mostra di Fishman?» mi chiese.
«Ti ci accompagno. Giorgia, prendiamo un taxi insieme, ma dopo devo andare».
«Devi andare? Dove devi andare?»
«Ho un impegno».
«Ah, hai un impegno? Quand’ero giovane, nessuno aveva impegni, mi volevano accompagnare tutti dappertutto. Adesso tutti hanno impegni. Chissà perché! Chissà poi perché!».

«Ecco. Già andato via. È sempre stato così impegnato. Prendi un altro cioccolatino…».
«Giorgia, ne ho mangiati tanti, davvero non posso più».
«Prendi tutta la scatola».
«Ma non posso… sono buoni…»
«Certo che sono buoni! Pensi che te li avrei dati se fossero stati cattivi?».
«Ma possono servire a te, scusa, per un altro ospite…».
«Quale altro ospite? Qua non viene nessuno. Tu quando credi che verrà un’altra volta, lui? Tra sei mesi, tra un anno? Tu non sai che miracolo era averlo qui!».
«Be’, adesso non fare la vittima. La settimana prossima verrò io».
«E quando verrai ne troverai pronta un’altra scatola», ribadì vezzosamente.
«Se è così, va bene».
«Sai… io, la prossima settimana, non ci voglio venire allo studio di Piero… tu non sai… quello è un bordello!».
«Come un bordello? In che senso?».
«Un bordello! Un bordello! Lo sai che cos’è un bordello? Lo sai che cosa si fa in un bordello? La giapponese è una delle sue amanti, tutte in quell’ufficio sono sue amanti. Gli fanno i pompini. Certo, quando io gli dovevo comprare anche i calzini, non era così. È cominciato quando ha fatto i soldi, ma io sono contenta che li abbia fatti, io sono contenta che abbia avuto successo, cosa credi? Che sia una star. Adesso è una star».
«Giorgia, se devi andare forse è meglio che chiamiamo un taxi».
«Aspetta, vado a prepararmi».

Così rimasi solo, in mezzo alle pile di quei libri morti, nei corridoi creati dalle cataste dei giornali, dietro la parete alzata dagli schedari di metallo dai cassetti arrugginiti, in quel cimitero di carta.
E su una pila di libri avvistai la Trilogia di New York di Paul Auster, ancora incellofanata, un libro nuovissimo che galleggiava su quello sfascio come il corpo d’Ismaele aggrappato alla bara di Quiqueg dopo il naufragio del Pequod.
Dovevo farlo. Mi guardai attorno, poi lo rubai. Lo presi infilandolo subito nella busta con le poche fotografie che eravamo riusciti a racimolare. Avevo sentito un impulso a farlo, un impulso potente come di rado mi è successo nella vita. Lo dovevo fare.

Poi uscì e mi chiese devi andare in bagno? No, risposi.
«No, non hai capito. Tu devi andare in bagno. Mia nonna diceva che prima di uscire bisogna sempre andare in bagno. Vuoi far dispiacere mia nonna?»
«Per nessuna ragione».
In bagno pensai adesso mi scopre. Adesso apre la busta per infilarci un’altra fotografia e ci trova dentro il libro. Che cosa mi dirà, urlerà che sono un ladro, che sono venuto a casa sua a rubare, oppure sarà fredda, sibilerà che non capisce, che bastava che glielo chiedessi, se proprio lo volevo, oppure strillerà che altro hai preso, ladro, che altro hai preso da qua dentro?
Invece sulla porta dell’ascensore è scoppiata a piangere.
«Hai capito perché sto scrivendo questi libri», singhiozzava, «hai capito? Perché non voglio morire come una casalinga, solo per questo, perché non voglio finire così».
Le ho detto che cosa ti viene in mente? Che parole dici? Morire…

Io lo so che tutto questo è esagerato e sinceramente non credo che, dopo la nostra morte, ci tocchi ancora di vedere qualcosa o d’incontrare qualcuno. Però, fosse anche dalla voce del silenzio, sono sicuro che mi verrà chiesta ragione di tutte le persone, gli animali e le cose che nel corso della vita ho abbandonato. Allora tenterò di scolparmi dicendo che salvai un libro da un cimitero di carta e lo portai a casa e poi lo lessi anche, avendolo tolto a una donna che non era più in grado di capirlo, io che allora, invece, avevo tutti i sensi intatti.
Io lo so che questo sembrerà eccessivo, ma è contro la mia stessa volontà che ne sono sicuro. Io lo sento che mi sarà rinfacciato il lamento di quel gatto e che i miei atti di misericordia sembreranno gocce nel mare e allora pagherò per tutto.