Cura esistenziale

Consulenza esistenziale: a chi serve

Se dovessi mettermi nel punto di osservazione di un counselor (il che in parte sono), o perfino di uno psichiatra o psicoterapeuta, adotterei una fenomenologia ben diversa da quella di scuola (freudiana, junghiana, lacaniana, cognitivo-comportamentale), scartando le categorie delle difese nevrotiche e delle eccezioni parapsicotiche. Direi che le persone che si rivolgono a un professionista per un aiuto, a oggi, sono inseribili in tre fasce problematiche, che coincidono con lo statuto anagrafico ed esperienziale: ci sono le persone che arrivano al prepensionamento, al pensionamento o comunque in uscita dal sistema produttivo, il cui problema non consiste soltanto, come era un tempo, nella domanda su cosa fare, bensì sono di fronte all’impossibilità di dare un senso retroattivamente a ciò che hanno compiuto nei decenni, il che costringe ad affrontare un momento buio quanto a senso, identità e autocollocazione nel paesaggio mondano in cui non smettono di essere iscritte; ci sono le persone under 60, che includono la mia generazione e quindi me direttamente, esposte all’impossibilità di fare fronte al senso nel mentre lo si vive in un sistema produttivo impazzito, che impone una serie di effetti collaterali impressionanti, dai mutamenti di grammatica dell’agire a quelli etici alla necessità di affrontare transizioni identitarie di eccessiva portata, il che crea nichilismo e malessere, crollo dell’autovalutazione, in generale una condizione da entità aliena in un mondo troppo veloce, a cui si fatica non soltanto a stare dietro, ma a stare dietro provando senso e desiderio; infine c’è la fascia più ricca di questioni irrisolte e soggetta a trasmutazioni, delle quali non può rendersi conto, poiché vive da sempre nella trasmutazione continua e non è stata mai immersa in un canone, in grammatiche “dure” e in qualche modo lente a evaporare – ed è la fascia degli under 30, il cui sistema osseo, il che è una metafora per le competenze emotive e cognitive, è cartilagineo, una situazione che determina un malessere di cui si fatica ad accorgersi, poiché l’emotivo è uno sconosciuto e ne spaventa la gestione, un’adolescenzialità è protratta (in questo caso “adolescenza” è una metrica del passato che fu, una determinazione a partire da categorie oramai superate), l’incapacità a resistere allo scorrere del tempo è comprovata, con enormi danni per le persone, e le abilità relazionali sono impallidite e faticose da attivare e manovrare. Queste tre popolazioni esprimono richieste urgenti e disagi acuti, a cui è necessario rispondere con ben altre grammatiche rispetto al passato. Per esempio, la narrazione di se stessi è fondamentalmente liberatoria e automaticamente foriera di soluzione realistica dei problemi. Va affrontato il dato esistenziale, in termini di autoconsapevolezza e di attenzione alle risorse di libertà – poi, se si vuole praticare una psicoterapia, lo si faccia, ma si abbia l’accortezza di misurare se una psicoterapia, al giorno d’oggi, non invada il campo di una riflessione esistenziale, che ha le sue tecniche, di cui la psicoterapia nulla sa. Se volete, apro lo studio e iniziamo le sedute.

Cura coscienziale, testualità, senso di sé

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Tra concetti fluidi e analogie creative, tra esperienze di canoni disciplinari e determinismi, tra idealizzazioni dell’esame universitario o di maturità ed emergentismi, tra analisi e sintesi, io non ho altra possibilità che il fare. Il mio fare è, in qualche modo, il fare un testo. Da decenni sono automaticamente avvilito al pensiero e alla consapevolezza di conoscere davvero poco, e dico nozionisticamente, quasi che io dovessi essere ciò che non sono, ovvero un critico, e non uno che, il libro, lo scrive. Non mi è ancora riuscito di “coscienzializzare” il fatto che la mia comprensione del mondo e di me stesso avviene nel fare un testo. Non sono mai riuscito a raggiungere il livello del piacere di leggere un testo: l’ho sempre letto per rubare meccanismi, parole, flussi, per costruire teorie e decostruirle appena venivano accennate o rese implicite o esplicitate. Ho in pratica sempre letto da scrittore: in pratica, letteralmente: facendo una cosa, facendo prassi, praticando. Mi è stata data in sorte una fortuna, che era quella di operare in un mondo che considerava il testo un’evenienza necessaria o perlomeno importante. Ciò significa avere avuto la buona sorte di esperire un magistero intorno a ciò che è il leggere e comporre un testo, poetico o prosastico, artistico o saggistico.
Mi rendo perfettamente conto che oggi non è più così. Incontro pochissime persone interessate al testo e, se si scende a un livello di reificazione del testo stesso e cioè il libro, ho a che fare con pochi soggetti che attribuiscono al libro un valore veritativo. Il momento e la situazione che stiamo vivendo, con la sua perenne e troppo intensa stimolazione del sistema nervoso centrale e di quello periferico, mentre il tempo è eroso e non si trovano spazi di pace e sentimento di se stessi, questo panico generalizzato a intensità più o meno bassa, che è un adattamento agli stimoli imposti dal mondo stesso – questa congerie che si chiama Italia 2016 è del tutto disinteressata a inserire tra gli stimoli la lettura di un libro. Il piacere della novità, di una “scena” artistica che regala passi in avanti nello sviluppo delle arti, progressivo e sociale, sembra un esotismo che appartiene a un secolo andato, laddove si ha memoria di un tempo più calmo. Come occuparsi di se stessi, di sentirsi, di essere visti e ascoltati è, a mio avviso, un problema determinante di chi vive insieme a me un simile contesto storico. Per questo ritengo che la cura di sé sia un affare da scrittori e propongo uno spazio in cui il sentimento di se stessi sciolga ciò che impedisce un pieno contatto con la propria mente, il che significa anche con il proprio corpo, con la propria storia, con il proprio apparato emotivo. Questo filtro ostativo è la psiche. La psiche non è la mente. Essa simula un’autonarrazione che è oggi generalmente fallace, perché non restituisce senso a ciò che si fa e che si vive. La psiche manifesta la difficoltà a stare in contatto con la mente, la quale è la potenza di sé, è vasta molto più della funzione psichica. L’ansia generalizzata è risolvibile agendo sulla mente, sul sentimento di sé, molto più che sulla psiche e non sto nemmeno a dire del tentativo di soluzione attraverso il corpo, per esempio con la cura psicofarmacologica. Non che non servano gli psicofarmaci a mettere tranquilli, se la situazione del soggetto è quella sismica e panica. Ciò che sfugge in questo intervento attraverso la chimica cerebrale è il senso di sé, e quindi del mondo, che non risiede nel piano psichico, ma in quello mentale, che laicamente definiamo “esistenziale”. Serve un intervento sul senso, sul senso di sé. Da scrittore posso dire che questo problema del sentimento di se stessi è identico a quello che colpisce il sentimento immersivo della lettura riuscita. Ciò accade anzitutto perché qualunque piano di qualunque umano vivente nell’attuale contesto si presenta in forma di testo e tenta di trascendere la testualità, facendone continua esperienza. La volatilizzazione dell’esperienza testuale mette in crisi l’intero sistema percettivo, non la testualità, che persiste come funzionamento del mondo e di se stessi. Nel saggio “Io sono” (è edito da il Saggiatore) espongo i principi di una terapia della mente, intesa come nuda attività di coscienza e percezione di sé. Tale terapia enuncia la possibilità di un rapporto di cura di sé e della propria vita, che può essere interpretato come counseling, cura coscienziale o esistenziale, auditing attivo, ascolto trasformativo, neopsicologia.E’, insomma, la premessa a un’alleanza concreta che sciolga il problema del senso, ovvero lavori su un’eziologia coscienziale del complesso psichico. E’ dunque anche la premessa per un intervento concreto: è un lavoro ed è identico alla scrittura di un libro, praticata insieme – io, lo scrittore e terapeuta, insieme al cliente o paziente, a sua volta scrittore e terapeuta di se stesso. Il dipinto di scuola tantrica del XVII secolo, allegato qui accanto, significa di fatto la situazione esterna e interna di tale terapia Quando parlo di testo o testualità, del resto, non intendo esclusivamente qualcosa di scritto, bensì la trama e l’ordito e il vuoto interiore ed esteriore in qualunque manifestazione che venga percepita dall’umano, con qualunque senso, specificamente con il senso interno, che sintetizza e restituisce appunto una testualità. Il dipinto tantrico è dunque un testo ed è la situazione terapeutica a cui mi riferisco. Questa situazione è uno spazio in cui avviene il testo, tra due persone, all’interno delle due singole persone. Ciò si dice, nel momento in cui appare la parola: letteratura. La letteratura non è intaccata dal momento storico, mentre ne siamo intaccati noi, il che definisce un problema non letterario, che la potenza del testo è in grado tuttavia di risolvere a pieno.

Lavorare con la cura esistenziale

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C’è un punto in cui la psicoterapia non funziona né come presidio né come dispositivo di scioglimento: è la cura esistenziale. L’ammanco del sentimento di senso (di ciò che si fa, dell’attività amorosa, di ciò che una volta si diceva: progettualità) è un dato che emerso in modo sconvolgente nell’ultimo decennio e che nulla c’entra con la psiche, è un fattore energetico individuale e collettivo che non ha a che vedere col dato psicopatologico.
Il “funzionamento dell’io” funziona fin troppo bene: chiunque, oggi, in occidente, a qualunque classe sociale appartenga, qualunque opzione esistenziale scelga o sia costretto ad adottare, fa i conti quasi esclusivamente con il funzionamento. E’ un efficientismo che si potrebbe non ravvisare in alcune aree dell’esperienza – che so?, il divertimento, per esempio, o il rapporto col fatto estetico. Davvero? Chi oggi è in grado di maturare senso nel rapporto con un fatto estetico? La passerella di massa sul lago è divertimento e fatto estetico oppure è una tipologia di funzionamento?
L’accumulo di esperienze svuotate di senso, il crollo del senso nella relazione con l’altro, che non ascolta e non vede e non intercetta e non entra in risonanza con te, lascia imperturbati i ricettori interni del senso? Da anni mi occupo di questa piega che ha preso l’esperienza qui, in questa landa che favorì il disfunzionale e oggi implementa il dissociativo – laddove i due aggettivi vanno intesi con significato esistenziale. A chi parli veramente? Chi ti ascolta davvero? Che rapporto hai con la profondità di te stesso o stessa? Sembrerebbero domande oziose, poi uno si rende conto che c’è l’esplosione della mindfulness e della naturopatia, accanto a un utilizzo massivo di psicofarmaci che vengono prescritti per tamponare non una situazione psicopatologica, ma un disagio esistenziale profondissimo.
La sensazione del senso è da restaurare.
Su questa materia sottile, circa la quale mi sono permesso di pubblicare un saggio (“Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, edito da il Saggiatore) intendo lavorare direttamente nel prossimo futuro.

Lavorare alla cura esistenziale

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Si va verso la cura esistenziale.

E’ un periodo in cui mi riesce poco di essere oggettivo e, quindi, mi pare sia il caso di astenersi da affermazioni apodittiche, da visioni che non siano mirate a oggetti concreti o particolari. Però mi permetto un’osservazione, che concerne una sensazione intorno a ciò che è un generalmente, sia pure relativo alla mia singolarità. Da mesi mi capita che moltissime persone mi manifestino due generi di disagio: microscopicamente fisico e sintomatico di uno smarrimento circa il senso dell’esperienza attuale. Cerco di spiegarmi brevemente. (altro…)