Prodromi a “Io sono”

La copertina provvisoria di "Io sono" di Giuseppe Genna
La copertina provvisoria di “Io sono” di Giuseppe Genna

Purtroppo non ce la faccio a terminare in tempo la stesura del testo saggistico “Io sono – La terapia della coscienza” (il Saggiatore), dove tento una scalata in un àmbito che frequento da tanti anni e che potrei definire “neopsicologico” – un ossimoro a cui mi costringe l’ambiente e il momento storico, poiché si tratta di esplorare le possibilità terapeutiche di una psicologia metafisica, una clinica e una prassi che oggi in territorio occidentale sembrano non avere diritto d’asilo. C’è una sezione dedicata all’interpretazione della testualità (e in particolare di certa testualità narrativa), che è terminata e pronta per la pubblicazione (Melville, Kafka, Lovecraft, Burroughs, DeLillo come produttori di “buchi bianchi” e non di personaggi e trame), c’è in corso di lavorazione la sezione sulla “religione del trauma” e l’interpretazione del dato metafisico in Freud e Bion e Winnicott e Lacan. Infine c’è totalmente da lavorare il passo introduttivo, che è un lavoro umiliante, poiché devo abbandonare i saperi e risulto, in maniera per me impressionante, un estensore di bigino impressionistico che dice cosa sarebbero il nondualismo e l’occidente: andrebbero stesi diciotto volumi di canone filosofico, storiografico, antropologico, psicologico, neuroscientifico – ma non avrebbe senso alcuno. Si deve andare in una zona dove anzitutto ci si spoglia delle spoglie e, quindi, si risulta imbarazzati, essendo nudi, il che è un’antica malattia dell’età adulta. Lo studio è terminato, il perimetro è completato, manca soltanto la stesura, però la data di consegna del 2 luglio proprio non riesco a rispettarla (è la prima volta nella vita che non rispetto la data di consegna). Per interessate o interessati a questo lavoro, ripubblico il testo dell’aletta: «Uno spettro si aggira per l’occidente: è l’attività della coscienza, che sfugge da sempre ai tentativi di definizione da parte della fisica e delle discipline psicologiche o neuroscientifiche. E mentre sembra entrata in crisi la teoria e la pratica della terapia interiore, sempre più schiacciata dal predominio della cura farmacologica e dall’esplosione in una miriade di pratiche specialistiche, termini come “consapevolezza”, “presenza”, “attenzione” – tutti legati alla costellazione della coscienza – stanno orientando profondamente teorici e operatori della psiche. Partendo dalla centralità del “fenomeno coscienza”, questo saggio avanza una proposta, anche clinica, che ridefinisce l’idea stessa di terapia e di spazio psichico, con i suoi nodi, le sue emanazioni, le sue latenze. Trauma, sintomo, tragedia, conflitto, simbolo e sé vengono interpretati alla luce della tradizione metafisica, che è anzitutto una pratica interiore della coscienza, un processo di guarigione e di evoluzione, una sintesi operativa. Attorno al minimo comune denominatore della “sensazione di essere” vengono a incontrarsi il Vedanta, Platone, il “De anima” di Aristotele, Freud, Bion, , Winnicott, le più recenti conquiste delle neuroscienze e la “psicoterapia senza l’io” di Epstein. Illuminate dalla prospettiva di una “metafisica terapeutica”, Kafka, Melville, Burroughs, Lovecraft e il loro personaggi letterari diventano figure di una pratica “coscienziale e realizzativa”, che unifica e va oltre l’illusione dell’io e della sua legione di forme in conflitto tra loro.»

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Alexander Lowen: da “Paura di vivere”

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di ALEXANDER LOWEN | Da Paura di vivere (Astrolabio-Ubaldini Editore)

41v8ASduhtL._SS500_Di solito non si definisce la nevrosi come paura della vita, ma è proprio questo che è: il nevrotico ha paura di aprire il proprio cuore all’amore, paura di scoprirsi o di farsi valere, paura di essere pienamente se stesso. Possiamo spiegare queste paure da un punto di vista psicologico: aprendo il proprio cuore all’amore, si diventa vulnerabili alle ferite; scoprendosi, ci si espone al rifiuto; facendosi valere, si rischia di essere distrutti. Ma questo problema ha un’altra dimensione. Per un individuo, avere una vita più intensa o più sensazioni di quanto non sia abituato è fonte di paura, perché ciò minaccia di schiacciare il suo Io, di oltrepassare i suoi limiti e di indebolire la sua identità. Essere più vivi e avere più sentimenti fa paura. Una volta mi sono occupato di un giovane che presentava una forte insensibilità corporea. Era teso e contratto, gli occhi erano spenti, il colorito terreo, la respirazione superficiale. Grazie a una respirazione più profonda e ad alcuni esercizi terapeutici, il suo corpo acquistò una maggiore sensibilità. Gli occhi gli brillavano, il colorito si ravvivò, provò sensazioni stimolanti in alcune parti del corpo e le gambe cominciarono a vibrare. Ma allora, mi disse: “Questa è troppa vita. Non posso resistere”.
Credo che, in gradi diversi, siamo tutti nella situazione di questo giovane. Vogliamo essere più vivi e sentire di più, ma ne abbiamo paura. La nostra paura della vita si rivela nel nostro continuo affaccendarci per non sentire: corriamo per non affrontare noi stessi, ci diamo ai liquori o alle droghe per non percepire il nostro essere. Poiché abbiamo paura della vita, cerchiamo di controllarla o di dominarla. Crediamo che essere trasportati dalle emozioni sia nocivo o pericoloso. Ammiriamo le persone calme, che agiscono senza emozionarsi. Il nostro eroe è James Bond, agente segreto 007. Nella nostra cultura si dà importanza all’azione, al fatto compiuto. L’individuo moderno è tenuto ad avere successo, non a essere una persona. Egli appartiene alla ‘generazione attiva’ il cui motto è fare di più, ma sentire di meno. Questo atteggiamento caratterizza gran parte della sessualità moderna: più azione, ma meno passione.
A prescindere da quanto bravi possiamo essere nel lavoro, come persone siamo un fallimento, e io credo che la maggior parte di noi senta il fallimento dentro di sé. Percepiamo indistintamente il dolore, l’angoscia, e la disperazione esistenti appena sotto la superficie, ma siamo decisi a vincere la debolezza, a superare le paure e sormontare le angosce. Per questo i libri su come migliorare se stessi o su come fare una data cosa sono così popolari. Purtroppo, questi sforzi sono destinati a fallire perché essere una persona non è qualcosa che si può fare; non è un atto definito: è un qualcosa che ci obbliga a interrompere il nostro lavoro frenetico, a prendere il tempo di respirare e sentire. Questo può farci sentire dolore, ma se abbiamo il coraggio di accettarlo, proveremo anche piacere. Se sappiamo far fronte al nostro vuoto interiore, riusciremo a realizzarci. Se siamo in grado di andare in fondo alla nostra disperazione, scopriremo la gioia. E in questa impresa terapeutica abbiamo bisogno di aiuto.
È destino dell’uomo moderno essere nevrotico, avere paura della vita? La mia risposta è sì, se consideriamo l’uomo moderno appartenente a una cultura i cui valori dominanti sono il potere e il progresso. Poiché questi valori caratterizzano la civiltà occidentale nel ventesimo secolo, ne risulta che ogni persona che vive in questa civiltà è nevrotica.
L’individuo nevrotico è in conflitto con se stesso. Una parte del suo essere cerca di dominarne un’altra. Il suo Io tenta di sottomettere il corpo; il suo pensiero razionale, di controllare le emozioni; la sua volontà, di superare paure e angosce. Sebbene questo conflitto sia per lo più inconscio, il suo effetto è di esaurire le energie di una persona e di distruggere la pace della mente. La nevrosi è conflitto interno. Il carattere nevrotico assume forme diverse, ma tutte implicano una lotta all’interno dell’individuo tra quello che è e quello che crede di essere. Tutti i nevrotici sono coinvolti in questa lotta.
Come nasce questo stato di conflitto interno? Perché è destino dell’uomo moderno soffrirne? Nel caso individuale la nevrosi nasce nel contesto familiare. Ma la situazione familiare riflette quella culturale, perché la famiglia è soggetta a tutte le forze della società a cui appartiene. Per capire le condizioni esistenziali dell’uomo moderno e per conoscerne il destino, dobbiamo cercare le cause del conflitto nella nostra cultura.
Conosciamo bene alcuni conflitti nella nostra cultura. Per esempio, parliamo di pace, ma prepariamo la guerra. Difendiamo la conservazione della natura, ma sfruttiamo spietatamente le risorse naturali della terra per ottenere ricchezza. I nostri obiettivi sono il potere e il progresso, eppure vogliamo il piacere, la serenità e la stabilità. Non ci rendiamo conto che potere e piacere sono valori opposti e che spesso il primo rende impossibile il secondo. Il potere conduce a una lotta che spesso oppone il padre al figlio, il fratello al fratello. È una forza separatrice in una comunità. Il progresso implica un’attività costante per trasformare il vecchio in nuovo, con la convinzione che il nuovo sia sempre superiore al vecchio. Anche se questo può essere vero in alcuni settori tecnici, si tratta di una convinzione pericolosa. Generalizzando, ciò implica che il figlio sia superiore al padre o che la tradizione sia semplicemente il peso morto del passato. Ci sono culture in cui dominano altri valori, dove il rispetto del passato e della tradizione è più importante del desiderio di cambiamento. In queste culture il conflitto è minimizzato e la nevrosi rara.
I genitori, come rappresentanti della cultura, hanno la responsabilità di infondere i propri valori ai figli. Esigono da loro atteggiamenti e comportamenti destinati a inserirli nella matrice sociale e culturale. Da una parte il bambino oppone resistenza a queste richieste perché equivalgono a un addomesticamento della sua natura animale. Per diventare parte del sistema, deve essere domato. D’altra parte il bambino desidera conformarsi a queste esigenze per ottenere l’amore e l’approvazione dei genitori. Il risultato dipende dalla natura delle richieste e dal modo in cui sono imposte. Con l’amore e la comprensione è possibile insegnare al bambino le abitudini e le regole di una cultura senza soggiogare il suo spirito. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, il processo di adattamento del bambino alla cultura indebolisce la sua personalità, e ciò lo rende nevrotico e timoroso della vita.
Il problema essenziale nel processo di adattamento culturale è il controllo della sessualità. Non c’è cultura che non imponga un freno al comportamento sessuale. Questo controllo sembra necessario per impedire che si sviluppino contrasti all’interno della comunità. Gli esseri umani sono creature gelose e inclini alla violenza. Anche nella maggior parte delle società primitive il legame del matrimonio è sacro. Ma i conflitti che nascono da simili restrizioni sono estranei alla personalità. Nella civiltà occidentale, la norma è di far sentire in colpa una persona per le sue sensazioni sessuali e per pratiche sessuali come la masturbazione, che non minacciano in nessun modo la pace delle comunità. Quando senso di colpa o vergogna si associano ai sentimenti, il conflitto è interiorizzato e crea il carattere nevrotico.
L’incesto è un tabù in tutte le società umane, ma le sensazioni sessuali di un bambino per il genitore di sesso opposto sono reprensibili solo nelle società moderne. Si crede che questi sentimenti rappresentino un pericolo per il diritto esclusivo del genitore alle attenzioni sessuali del partner. Il bambino è considerato come un rivale dal genitore dello stesso sesso. Anche se l’incesto non avviene, il bambino si sente in colpa per queste sensazioni e questi desideri naturalissimi.
Quando Freud studiò, con l’analisi, le cause dei problemi emotivi dei suoi pazienti, in tutti i casi trovò che c’era di mezzo la sessualità della prima infanzia e della fanciullezza, in particolare le sensazioni sessuali per il genitore di sesso opposto. Scoprì anche che ai sentimenti incestuosi si associavano desideri di morte verso il genitore dello stesso sesso. Osservando l’analogia con il mito di Edipo, egli definì la situazione del bambino una situazione edipica. Egli pensava che, se un ragazzo non avesse represso i propri sentimenti sessuali verso la madre, avrebbe subito il destino di Edipo, cioè avrebbe ammazzato il padre e sposato la madre. Per impedire il compimento di questo destino si minaccia di castrazione il bambino che non reprime il proprio desiderio sessuale e i propri sentimenti ostili.
L’analisi non solo rivelò che questi sentimenti erano repressi, ma che la stessa situazione edipica era rimossa; gli adulti, cioè, non ricordavano il triangolo in cui erano stati coinvolti tra i tre e i sei anni. La mia stessa esperienza clinica conferma queste osservazioni. Pochi pazienti possono ricordarsi il desiderio sessuale per il genitore. Freud credette che questa rimozione fosse necessaria se una persona voleva avere una normale vita sessuale all’età adulta. Egli pensava che la rimozione rendesse possibile il trasferimento del primo desiderio sessuale dal genitore a un coetaneo; in caso contrario, si sarebbe verificata una fissazione sul genitore. Così, per Freud, la rimozione era il mezzo per risolvere la situazione edipica, permettendo al bambino di raggiungere l’età adulta attraverso un periodo di latenza. Se la rimozione era incompleta, la persona diventava nevrotica.
Secondo Freud, il carattere nevrotico rappresentava un’incapacità di adattarsi alla situazione culturale. Riconosceva che la civiltà negava all’individuo la piena gratificazione istintuale, ma credeva che questa negazione fosse necessaria al progresso culturale. In effetti, accettò l’idea che il destino dell’uomo moderno fosse quello di essere infelice. Tale destino non era affare della psicanalisi, che si limitava ad aiutare un individuo ad adeguarsi al sistema culturale. La nevrosi era considerata un sintomo (fobia, ossessione, coazione, malinconia, ecc.), che interferiva con il normale funzionamento.
Wilhelm Reich aveva un’opinione diversa. Pur avendo studiato con Freud ed essendo membro della Società di Psicoanalisi di Vienna, si rese conto che l’assenza di sintomi inabilitanti non era affatto un criterio di salute emotiva. Lavorando con pazienti nevrotici trovò che il sintomo si sviluppava da una struttura caratteriale nevrotica e poteva essere completamente eliminato solo se si cambiava tale struttura. Per Reich non si trattava di un adattamento alla cultura, ma di una capacità individuale di darsi pienamente al sesso e al lavoro. Questa capacità permetteva alla persona di trarre piena soddisfazione dalla vita. Nella misura in cui questa capacità era carente, la persona era nevrotica.
Nel suo lavoro terapeutico Reich considerò la sessualità come la chiave per la comprensione del carattere. Tutti i nevrotici hanno problemi legati alla risposta orgastica: non possono abbandonarsi pienamente agli spasmi piacevoli e involontari dell’orgasmo: hanno paura delle sensazioni travolgenti dell’orgasmo totale. Se, in seguito alla terapia, la persona raggiunge questa capacità, diventa emotivamente sana, scompaiono tutti i disturbi nevrotici di cui soffriva: inoltre, fino a quando conserverà la sua potenza orgastica sarà libera dalla nevrosi.
Reich vide una relazione tra impotenza orgastica e problema edipico. Affermò che l’origine della nevrosi era nella famiglia patriarcale autoritaria in cui si reprimeva la sessualità. Non voleva accettare che l’uomo fosse inevitabilmente votato a un destino infelice. Secondo Reich, un sistema sociale che negasse la piena soddisfazione dei bisogni istintuali era malato e doveva essere cambiato. Nei primi anni di psicoanalisi Reich era anche un attivista sociale; tuttavia negli ultimi anni della sua vita giunse alla conclusione che gli individui nevrotici non potevano cambiare una società nevrotica.
Sono stato molto influenzato dal pensiero di Reich. Fu il mio maestro dal 1940 al 1953 e il mio analista dal 1942 al 1945. Sono diventato psicoterapeuta perché credevo che il suo approccio ai problemi umani sul piano teorico (analisi caratteriale) e tecnico (vegetoterapia) rappresentasse un importante progresso nel trattamento della nevrosi. L’analisi caratteriale fu il più grande contributo di Reich alla teoria psicoanalitica. Per Reich il carattere nevrotico era il terreno su cui si sviluppavano i sintomi nevrotici. Egli credeva che per ottenere un ulteriore miglioramento, l’analisi dovesse mettere a fuoco il carattere piuttosto che i sintomi. Con la vegetoterapia, il processo terapeutico esplora la dimensione somatica. Reich si accorse che la nevrosi, oltre ai conflitti psichici, si manifestava con un disturbo del funzionamento vegetativo. Nell’individuo nevrotico la respirazione, la motilità e i piacevoli movimenti involontari dell’orgasmo erano fortemente limitati da tensioni muscolari croniche. Egli definì queste tensioni un processo di corazzatura, che si ripercuoteva sul carattere a livello somatico e affermò che l’atteggiamento corporeo di una persona è identico dal punto di vista funzionale al suo atteggiamento psichico. Il lavoro di Reich è la base dello sviluppo dell’analisi bioenergetica, che ne ha ampliato le idee in alcuni aspetti importanti.
Uno: l’analisi bioenergetica porta a una conoscenza sistematica della struttura caratteriale a livello psichico e somatico. Questa comprensione rende possibile la lettura del carattere di una persona e dei suoi problemi emozionali a partire dall’espressione del suo corpo. Essa dà inoltre la possibilità di immaginare la storia della persona, poiché le sue esperienze di vita si sono strutturate nel corpo. L’informazione ottenuta dall’interpretazione del linguaggio del corpo è integrata al processo analitico.
Due: mediante questo strumento di conoscenza, l’analisi bioenergetica offre una comprensione più profonda dell’effetto dei processi energetici del corpo sulla personalità. Il Grounding si riferisce alla relazione energetica tra i piedi di una persona e la terra o il terreno, poiché riflette la quantità di energia o di emozione che un individuo accorda alla parte più bassa del proprio corpo e indica la sua relazione con il terreno su cui sta in piedi. Si appoggia saldamente o è instabile? I suoi piedi sono ben fissi? Com’è il suo portamento? I sentimenti di sicurezza e indipendenza sono intimamente collegati alla funzione delle gambe e dei piedi, e influenzano fortemente la sessualità.
Tre: l’analisi bioenergetica dispone di molte tecniche corporee attive e di esercizi per aiutare una persona a rinforzare il proprio portamento, ad aumentare la propria energia, ad arricchire e approfondire prima la percezione e poi l’espressione di sé. Nell’analisi bioenergetica il lavoro del corpo è coordinato al processo analitico, in una modalità terapeutica che associa il corpo alla mente nell’affrontare i problemi emotivi.
Ho praticato la terapia per più di trenta anni e ho cercato di aiutare i pazienti a raggiungere gioia e felicità nella vita. In questo tentativo, è stato necessario uno sforzo continuo per capire il carattere nevrotico dell’uomo moderno nella sua situazione culturale e individuale. Il mio centro d’interesse è stato ed è l’individuo che lotta per dare un significato alla propria vita e per trarne una soddisfazione; in altre parole, la sua lotta contro il destino. Tuttavia, questa lotta avviene in una precisa situazione culturale. Senza una conoscenza del processo culturale non possiamo capire la profondità del problema.
Il processo culturale che ha dato origine alla società moderna e all’uomo moderno è stato lo sviluppo dell’Io. Questo sviluppo è associato all’acquisizione della conoscenza e alla conquista del potere sulla natura. L’uomo appartiene alla natura come qualsiasi altro animale ed è completamente soggetto alle sue leggi; ma egli è anche al di sopra della natura, poiché agisce su di essa e la controlla. Si comporta nello stesso modo con la sua intima natura; una parte della sua personalità, l’Io, si ribella alla parte animale, il corpo. L’antitesi tra Io e corpo produce una tensione dinamica che favorisce il processo della cultura, ma contiene anche un potenziale di distruzione. Questo può capirsi meglio con l’analogia dell’arco e della freccia. Più si tende l’arco, più la freccia volerà lontano. Ma se lo si tende troppo, si spezzerà. Quando la separazione tra l’Io e il corpo è tale che non esiste più contatto, il risultato è il crollo psicotico: credo che nella nostra cultura abbiamo raggiunto questo momento pericoloso. Il crollo psicotico è abbastanza comune, ma la paura del crollo, a livello personale e sociale, è ancora più diffusa. Qual è il destino dell’uomo moderno, nella cultura a lui specifica e con il carattere da essa determinato? Se la storia di Edipo può valere come profezia, essa predice che si può ottenere il successo e il potere di cui si va in cerca, solo per poi trovare il proprio mondo diviso in due o crollato. Se il successo si misura in termini di ricchezze materiali, come nei paesi industrializzati, e il potere in termini della capacità di fare e di andare (macchine ed energia), la maggior parte della gente nella civiltà occidentale ha successo e potere: il crollo del loro mondo è l’impoverimento della loro vita interiore o emotiva. Assorbiti dal successo e dal potere, essi hanno poco altro per cui vivere. E come Edipo, sono diventati vagabondi sulla terra, esseri sradicati che non trovano mai pace. Tutti gli individui, in misura diversa, si sentono alienati dai propri simili e ognuno porta dentro di sé un profondo senso di colpa che non capisce: questa è la condizione esistenziale dell’uomo moderno. La sfida all’uomo moderno è di riconciliare gli aspetti antitetici della sua personalità. Nel corpo egli è come un animale, ma a livello dell’Io si vorrebbe simile a una Divinità. Il destino dell’animale è la morte, che l’Io cerca di evitare con aspirazioni divine. Ma cercando di evitare il suo destino, l’uomo ne crea uno anche peggiore, cioè vivere con la paura della vita.
La vita umana è piena di contraddizioni, e riconoscerle e accettarle è una prova di saggezza. Dire che l’accettazione del proprio destino ne determina un cambiamento può sembrare una contraddizione, ma non lo è. Quando si smette di lottare contro il destino, ci si libera dalla nevrosi (conflitto interno) e si raggiunge la serenità. Il risultato è un atteggiamento diverso (non più paura della vita) espresso da un carattere diverso e unito a un destino diverso. In questo modo l’individuo avrà il coraggio di vivere e di morire e riuscirà a realizzarsi. La storia di Edipo, la mitica figura il cui nome è legato al problema chiave della personalità dell’uomo moderno, si conclude così.

Tom Wolfe: BRAIN IMAGING

tomwolfebi2di TOM WOLFE

Essendo poco al passo coi tempi, avevo appena sentito parlare della rivoluzione digitale nel febbraio scorso, quando Louis Rossetto, cofondatore della rivista “Wired”, tenendo una conferenza al Cato Institute con addosso una camicia senza colletto e con i capelli lunghi come quelli di Felix Mendelssohn, simile in tutto e per tutto al tipico giovane visionario della California, ha annunciato l’alba della civiltà digitale del Ventunesimo secolo. Ha preso spunto da un testo di Pierre Teilhard de Chardin, scienziato e filosofo gesuita “controcorrente”, il quale cinquant’anni fa pronosticò che la radio, la televisione e i computer avrebbero creato una “noosfera”, una membrana elettronica che avrebbe ricoperto la terra e avrebbe collegato tutta l’umanità in un unico sistema nervoso. Tutto, secondo il filosofo, sarebbe diventato irrilevante: località geografiche e confini nazionali, ma anche i concetti tradizionali di mercato e di processo politico. Con la diffusione, a ritmo vertiginoso, di Internet da un capo all’altro del pianeta, ha annunciato Rossetto, il prodigioso evento modemico è quasi alle porte.
Può darsi. Ma qualcosa mi dice che nel giro di dieci anni, entro il 2006, tutto quanto l’universo digitale sembrerà cosa alquanto banale a paragone di una nuova tecnologia, che per il momento è solo un tenue bagliore che emana da un numero esiguo di ospedali e laboratori americani e cubani – sì, proprio cubani. Si chiama brain imaging, e probabilmente chi è disposto ad alzarsi di buon’ora per assistere all’alba veramente accecante del Ventunesimo secolo vorrà tenerlo d’occhio.
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Il romanzo Hitler su “Musicaos”

hitlercovermedia.jpgRiporto un lungo e articolato intervento sul romanzo Hitler, a firma di Luciano Pagano, apparso sulla rivista elettronica di letteratura Musicaos.it, uno degli snodi fondamentali della blogosfera letteraria che ha retto al crollo della medesima. Sono onorato di tanta “intercettazione” e ancora più dell’immagine testuale da Primo Levi con cui viene introdotta la complessa recensione di Luciano Pagano: è un’immagine fondamentale, perché qui non si sta tanto nella biografia romanzata di Hitler, quanto nel perno dell’unicità della Shoah, secondo un magistero che è desunto proprio da Primo Levi (più avanti, quando le acque si saranno calmate, vorrei scrivere un’autoglossa che riprende una valutazione degli esiti letterari del libro rispetto alle intenzioni: una sorta di autorecensione dopo una lettura fatta con gli occhi di un estraneo – e il primo punto da chiarire è proprio il primato di questo perno, costituito dalla sezione tra due pagine nere, Apocalisse con figure).
Al critico e allo staff tutto di Musicaos.it (praticamente un portale, non un blog: si invitano i Miserabili Lettori a visitarlo in profondità) vanno i miei ringraziamenti per l’attenzione profusa e lo spazio concesso.

Alcune considerazioni su “Hitler” di Giuseppe Genna

di LUCIANO PAGANO
Mi ero accostato alla lettura di questo romanzo con un’unica cautela, quella di capire se questo fosse davvero, come annunciato dall’autore del medesimo, il primo romanzo su Hitler. Durante la lettura mi sono accorto di condividere appieno il giudizio. Non esiste un punto della biografia di Hitler dove tutto ha avuto inizio, giustificare un inizio significherebbe forse ammettere che senza quell’inizio la vita di Hitler sarebbe stata simile a quella di molti altri. Non è così. Hitler, come racconta Giuseppe Genna, nella disamina delle fonti e delle riviste di antisemitismo dozzinale, è letteralmente circondato dal sentimento antisemita della Germania del suo tempo. Ogni antisemita è un Hitler in potenza, un pensiero che non offre redenzione. La scrittura di Hitler è distante da quella del romanzo precedente, Dies Irae. In quest’ultima opera Genna ha trovato una soluzione differente che non cede nulla all’esagerazione linguistica, che non esorbita. Tanto la materia gli offriva possibilità di onirismo strabordante, tanto la lingua è trattenuta in un periodare netto. Costruito per quadri, delinea la scena in modo succinto. Mai eccessivo. Gli unici momenti che eccedono il limite imposto sono momenti lirici, nei quali ciò che viene narrato a un certo punto trascende, ci si affida alle parole di T. S. Eliot, Mario Luzi, alle similitudini dantesche. Alcuni degli episodi, quello della lotteria, sono presenti anche nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (La parte dell’altro, E/O), in questi episodi è come se in modo sottile si cercasse di lanciare una sfida al pensiero dell’eterno ritorno del male, che cosa sarebbe accaduto se? Sono ipotesi che vengono smentite in modo puntuale, Hitler ha voluto tutto ciò che ha fatto, ogni suo passo era compiuto per assecondare un’idea abominevole di grandezza che non conosceva limite. Fino al racconto degli eventi che narrano l’ascesa del potere tutto il male che emana da questa figura è circondato dalla luce di un bagliore accecante, creato da tutta la corte di cui Hitler si circonda, che annienta tutto ciò che cerca di avvicinarsi al nucleo primordiale e personale di questa non-persona. Se Hitler fosse il personaggio di un romanzo potremmo scrivere che le cose gli vanno bene finché tutti i suoi sogni di dominio si concentrano su qualcosa che è esterno a sé. Quando il suo potere si involve su se stesso declina nella sconfitta. Giuseppe Genna fa incontrare Hitler, di sfuggita, con Sigmund Freud. “L’altro” Hitler di Schmitt si recherà dal medico scopritore della psicoanalisi per farsi curare dagli svenimenti che gli procurano le visioni dei corpi nudi delle modelle, presso l’Accademia dove è riuscito a iscriversi passando l’esame. Questo è un altro punto che assume un significato teorico importante. L’incontro cioè tra l’uomo che ha dispiegato il male, sentimento irrazionale per eccellenza, con chi invece ha cercato di ricondurre le pulsioni ancestrali di ogni individuo in un sistema di interpretazioni, analisi, diagnosi e cura. Quest’incontro può cambiare la storia? No. Ancora una volta la risposta è un secco no. Perfino la psicoanalisi è arrivata in ritardo, così come è arrivato in ritardo, a giochi già in corso, chi governava i paesi europei nel periodo in cui l’astro di Hitler ascendeva indisturbato. Si pensi all’analisi di Erich Fromm contenuta ne L’anatomia dell’aggressività umana. Ogni analisi psicologica, in tal senso, è un riduzionismo. Ogni spiegazione arriva tardi, quando non serve più. L’unico modo di fermare il male era quello di fermarlo sul terreno irrazionale della sua forza, con la guerra. Con un gesto altrettanto potente e maligno, come un assassinio o con un attentato. Ma è troppo presto, in fondo Hitler non è ancora nessuno, e l’autore del romanzo ce lo presenta così come è, un giovane che cova astio esponenziale. Sono diversi i momenti in cui l’autore ci accompagna, fermandosi e discutendo con il lettore, per fare riflettere sulla figura che si sta componendo in un affresco rapido, non frettoloso. Sappiamo quel che dovrà accadere, come i condannati che conoscono la pena che verrà loro inflitta, così da spettatori di una Storia già scritta è come se chiedessimo di non procrastinare l’attuazione della pena. La vicenda storica in cui Hitler si muove è storia universale, il fine, il bunker, il termine, il 1945, lo Sterminio. Durante la lettura succede che si percepisca una sorta di ipervisione di un finale che è già lì, apparecchiato, pronto per essere narrato. Cos’è che sfugge da questo quadro? L’evento peggiore, quello che avrà più ripercussioni nella storia e nel pensiero dei nostri giorni, non c’è, viene accennato, se ne parla per approssimazioni. La tragedia del popolo ebraico, la soluzione finale. Uno degli assunti principali del romanzo è contenuto in epigrafe “è fatto e divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”. Quando Hitler cadeva già c’era chi pensava a come spartirsi l’Europa, così racconta Giuseppe Genna. Il romanzo narra la vita di una non-persona con la quale non può esserci identificazione, il messaggio è tuttavia chiaro, qualora dovesse sorgere un processo identificativo c’è una parte di quella storia, l’Olocausto, che non potrà mai essere soggetta a revisione. E che occupa una parte a sé, nel finale, dal corpo del romanzo. Anche perché in “Hitler”, per quanto l’autore abbia scritto di un uomo che viene definito come la non-persona, vengono raccontati i fatti che sono accaduti. La non-persona non si produce in non-azioni ma in azioni spropositate, che non tengono conto della realtà in cui accadono, emblematici a riguardo i giudizi che Hitler esprime in materia di cose che gli sono del tutto sconosciute o che conosce sommariamente. È quindi apprezzabile che la parte finale sia così costituita, con un infittirsi di citazioni; come a sottolineare che romanzare la storia è possibile (e qui non si è certo davanti a un primo tentativo) ma riscrivere la storia sottoponendola a revisioni narratologiche, quello no, non si può fare. Il romanzo di Giuseppe Genna secondo me non cede una virgola a retoriche di nessun genere. Himmler, Göring, Speer, Eva Braun, Stalin, Mussolini, sono tutti succubi di Hitler, una non-persona che si è spinta nell’attuazione del crimine peggiore dell’umanità. Leggendo “Hitler” il lettore di Giuseppe Genna si accorge che un libro del genere poteva essere scritto e in questo modo soltanto dal Miserabile Autore, uno dei pochi attualmente in grado di descrivere il delirio trasmettendo la febbre. A ciò si aggiunge il dato storico, frutto di ricerca minuziosa, che bilancia la narrazione senza farsi sopraffare da questo ‘motore immobile’ del male. Non c’è proprio nulla che ‘faccia la differenza” tra ciò che sarebbe potuto non accadere e ciò che è stato, neppure la rapidità di anni in cui viene apparecchiato il disastro, né il fatto che tutti i segnali, tutte le avvisaglie, vengono rintracciate nell’inesorabile abulia di un popolo. Il 12 settembre del 1919, Adolf Hitler prende la parola in una riunione del DAP, il partito dei lavoratori. Da quel giorno in poi acquista la consapevolezza che tutti i suoi deliri micromegalomaniaci, curati e cresciuti in un paese che versa nella crisi, coincidono con il desiderio della massa, la maggior parte delle persone di cui si circonda. È l’inizio, per Adolf Hitler, l’eterno inizio, e per il mondo è l’inizio della Fine.
Da quel momento in poi saranno determinanti le amicizie altolocate e le relazioni con gli antisemiti nel mondo, si faranno avanti da soli, da oltreoceano, come Henry Ford, per ricoprire d’oro la Caria Umana, il nulla che ha la tracotanza inusitata di raccontare loro come vorrebbero che fosse il mondo nuovo, l’orripilante visione, il mondo senza ebrei. Alcuni fermo immagine: Jesse Owens che taglia il traguardo, i cadaveri di ebrei gettati nelle fosse comuni, mentre si muovono ancora, le lettere dei soldati tedeschi dal fronte della disfatta sovietica, la comparsa nella vicenda di Winston Churchill. Questo “Hitler”, se letto come un libro di storia, perfino nei punti più ‘imaginifici’ – per intenderci quelli dove vengono descritte le incursioni del “Lupo” – non si discosta di molto dallo stile di certi storici, che condiscono con narrazioni le descrizioni di fatti documentati e frutto di ricerca; credo che Giuseppe Genna fosse consapevole del fatto che sarebbe stato facile, nella scrittura di questo romanzo, cedere alle lusinghe della retorica; in alcuni punti si verifica il contrario, cioè che l’autore potrebbe approfittare della sua condizione di Dominus per calcare la mano, cosa che non si verifica, non c’è sadismo, ma neppure commiserazione. L’autore non arretra di una virgola dalla sua posizione, ed è un bene, anche per il frutto che ne deriva, cioè un ottimo romanzo. C’è un momento in cui un soldato tedesco durante la ritirata, incappa nei cadaveri lasciati durante l’avanzata, si chiede se siano potuti essere loro gli artefici di ciò. Ecco, il delirio della potenza era così terribile che soltanto una sconfitta poteva riportare lo sguardo sulla propria coscienza. Questo libro secondo me fornisce ottimi spunti per la lettura della realtà storica. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.