Tom Wolfe: BRAIN IMAGING

tomwolfebi2di TOM WOLFE

Essendo poco al passo coi tempi, avevo appena sentito parlare della rivoluzione digitale nel febbraio scorso, quando Louis Rossetto, cofondatore della rivista “Wired”, tenendo una conferenza al Cato Institute con addosso una camicia senza colletto e con i capelli lunghi come quelli di Felix Mendelssohn, simile in tutto e per tutto al tipico giovane visionario della California, ha annunciato l’alba della civiltà digitale del Ventunesimo secolo. Ha preso spunto da un testo di Pierre Teilhard de Chardin, scienziato e filosofo gesuita “controcorrente”, il quale cinquant’anni fa pronosticò che la radio, la televisione e i computer avrebbero creato una “noosfera”, una membrana elettronica che avrebbe ricoperto la terra e avrebbe collegato tutta l’umanità in un unico sistema nervoso. Tutto, secondo il filosofo, sarebbe diventato irrilevante: località geografiche e confini nazionali, ma anche i concetti tradizionali di mercato e di processo politico. Con la diffusione, a ritmo vertiginoso, di Internet da un capo all’altro del pianeta, ha annunciato Rossetto, il prodigioso evento modemico è quasi alle porte.
Può darsi. Ma qualcosa mi dice che nel giro di dieci anni, entro il 2006, tutto quanto l’universo digitale sembrerà cosa alquanto banale a paragone di una nuova tecnologia, che per il momento è solo un tenue bagliore che emana da un numero esiguo di ospedali e laboratori americani e cubani – sì, proprio cubani. Si chiama brain imaging, e probabilmente chi è disposto ad alzarsi di buon’ora per assistere all’alba veramente accecante del Ventunesimo secolo vorrà tenerlo d’occhio.
Il brain imaging indica un complesso di tecniche che consentono di osservare il cervello umano in funzione in tempo reale. Le forme più avanzate di brain imaging sono attualmente l’elettroencefalografia tridimensionale che si avvale di modelli matematici; la più familiare Pet (tomografia a emissione di positroni); la nuova fMri (immagini da risonanza magnetica funzionale), che permette di seguire l’andamento dell’irrigazione sanguigna del cervello; l’Mrs (spettroscopia a risonanza magnetica) che misura le variazioni biochimiche; e l’ancor più nuova tecnica Pet chiamata gene reporter/sonda reporter, tanto nuova che si porta ancora dietro questo nome lungo e ingombrante. Utilizzata per il momento solo sugli animali e su alcuni bambini affetti da malattie incurabili, questa tecnica individua e segue l’attività di alcuni geni specifici. Grazie a essa è addirittura possibile vedere i geni dentro il cervello che, letteralmente, si illuminano sullo schermo di uno scanner.
Rispetto agli standard del 1997 si tratta di congegni sofisticati, ma fra dieci anni potranno apparire primitivi in confronto alle nuove e stupefacenti finestre che si aprono per guardare dentro il cervello.

Il mondo delle neuroscienze

Il brain imaging è stato inventato per la diagnosi medica. Ma ha un’importanza di gran lunga maggiore, in quanto potrebbe confermare, in modi troppo precisi per essere confutabili, certe teorie sulla “mente”, “l’io”, “l’anima” e il “libero arbitrio” in cui credono devotamente alcuni studiosi appartenenti a quello che è oggi il settore di punta del mondo scientifico: le neuroscienze. Ovvio, con tutte quelle scettiche virgolette, uno si mette subito sul chi vive; ma lo Scetticismo Supremo fa parte del fulgore dell’alba che ho promesso prima.
Le neuroscienze – le scienze del cervello e del sistema nervoso centrale – sono sulla soglia di una teoria unificata che avrà ripercussioni vaste quanto quelle suscitate cent’anni fa dal darwinismo. C’è già un nuovo Darwin, o forse è meglio dire un Darwin aggiornato, dal momento che nessuno ha mai creduto più religiosamente di lui nel Darwin I. Si chiama Edward O. Wilson. Insegna zoologia a Harvard ed è autore di due libri che hanno avuto una eco eccezionale: The Insect Societies e Sociobiologia: la nuova sintesi. Si noti: non “una” nuova sintesi, ma “la” nuova sintesi. Vista la statura dell’autore nell’ambito delle neuroscienze, non è mera vanteria.
Wilson ha creato una nuova disciplina, l’ha chiamata sociobiologia, e ne ha compresso il postulato di fondo in un’unica frase. Ogni cervello umano, sostiene, nasce non come una tabula rasa in attesa di essere riempita dall’esperienza, ma come “un negativo impressionato, in attesa di essere immerso nel liquido di sviluppo”. Questo negativo si può sviluppare bene oppure male, ma comunque sia, nel risultato che si ottiene vi è ben poco che non sia già impresso sulla pellicola. La stampa è dunque la storia genetica dell’individuo nell’arco di migliaia di anni di evoluzione, e ci si può fare ben poco. Per giunta, dice Wilson, la genetica determina non soltanto cose come il temperamento, le preferenze in fatto di ruoli, le risposte emotive e i livelli di aggressività, ma anche molte delle nostre scelte morali più significative, che non sono affatto scelte nel senso del libero arbitrio, bensì tendenze impresse da sempre nell’ipotalamo e nella regione limbica del cervello – concetto questo che viene largamente sviluppato in un libro che ha fatto molto rumore, The Moral Sense, pubblicato nel 1993 da James Q. Wilson (nessuna parentela con Edward O.).
Questa visione neuroscientifica della vita è diventata la postazione strategica che tutto il mondo accademico si contende, e la lotta per la sua conquista ha già travalicato le discipline scientifiche, raggiungendo addirittura il grande pubblico. Si sforzano di occupare questo terreno sia liberal che conservatori completamente digiuni di scienza. Ad esempio, il movimento per i diritti dei gay si è abbarbicato a uno studio pubblicato nel luglio del 1993 da Dean Hamer, uno scienziato molto rispettato degli Istituti nazionali di sanità, il quale annuncia la scoperta del “gene gay”. Ovviamente, se l’omosessualità è un carattere geneticamente determinato, come l’essere mancini o avere gli occhi color nocciola, qualsiasi legge e sanzione contro gli omosessuali non è che un tentativo di legiferare contro la Natura. Dal canto loro, i conservatori si sono attaccati a studi secondo cui, per effetto della lunga storia dell’evoluzione, il cervello dell’uomo e quello della donna sono programmati in maniera talmente diversa che le richieste femministe di aprire alle donne i ruoli tradizionalmente maschili sono anch’esse un tentativo, condannato al fallimento, di violare la legge di Natura.
Su questo punto lo stesso Wilson si è cacciato in un ginepraio. Personalmente, Wilson è un tipico liberal politically correct, come si dice oggi. Da bravo esponente del corpo accademico di Harvard, ha a cuore i problemi ambientali e tutte le solite cose. Però ha affermato che “attribuire per forza le stesse identità di ruolo” a uomini e donne “contraddice apertamente le migliaia di anni in cui i mammiferi hanno mostrato una marcata tendenza alla divisione sessuale del lavoro. Dal momento che questa divisione del lavoro permane, dalle civiltà dedite alla caccia e alla raccolta fino alle società agricole e poi industriali, sembra di poterne desumere un’origine genetica. Ora, non sappiamo a che punto dell’evoluzione umana questo tratto sia emerso, né quanta resistenza opponga alle continue e giustificate pressioni esercitate in nome dei diritti umani”.
Nella parola “resistenza” si sente Darwin II, il neuroscienziato. Nella parola “giustificate” si sente tutto il progressista harvardiano politically correct. Beh, il suo progressismo e la sua political correctness non sono bastati: le femministe hanno invaso per protesta la sala dove Wilson stava dando una conferenza, gli hanno vuotato in testa una brocca d’acqua con cubetti di ghiaccio e tutto, e poi hanno cominciato a sbeffeggiarlo perché era bagnato. Gloria Steinem, la più famosa femminista d’America, è andata in televisione e in un’intervista con John Stossel dell’Abc ha dichiarato insistentemente che bisogna smetterla subito con gli studi sulle differenze genetiche fra il sistema nervoso del maschio e della femmina.

In città come nella giungla

Ma nel dramma politico a forti tinte attualmente in corso attorno alle neuroscienze, questo è sembrato un episodio minore. Nel febbraio del 1992 Frederick K. Goodwin, noto psichiatra e capo dell’amministrazione federale preposta ai problemi dell’alcol, della droga e della salute mentale, nonché del tutto inesperto di pubbliche relazioni, ha commesso l’errore di commentare, nel corso di un incontro pubblico a Washington, un’iniziativa dell’Istituto nazionale di salute mentale, che andava avanti da dieci anni senza che nessuno ne avesse mai parlato. Si tratta della cosiddetta “Iniziativa violenza”, un programma sperimentale la cui ipotesi di partenza era che, come fra le scimmie della giungla (Goodwin è noto per i suoi studi sulle scimmie), gran parte dei guai prodotti dalla criminalità negli Stati Uniti sarebbe provocata da alcuni maschi relativamente giovani che vi sono geneticamente predisposti; in breve, costoro sarebbero “programmati” per commettere crimini violenti. Sembra che là nella giungla, fra i parenti più stretti dell’uomo nel mondo animale, gli scimpanzé, un pugno di maschi giovani geneticamente tarati sia responsabile praticamente di tutte le uccisioni immotivate di altri maschi e delle violenze fisiche perpetrate sulle femmine. E se fosse lo stesso fra gli esseri umani? E se si scoprisse che in ciascuna comunità sono un manipolo di giovani maschi dal Dna tossico che fanno schizzare alle stelle le statistiche sulla delinquenza? Per questo, l’Iniziativa violenza prevedeva di individuare questi criminali fin dall’infanzia – non si sa come, non si sa quando – e sottoporli a una terapia farmacologica. Insomma, a quanto pare, per Goodwin l’idea che le città americane invase dalla criminalità fossero una “giungla” non era soltanto una metafora un po’ trita.
Bel guaio. Le sue dichiarazioni sono state probabilmente la cosa più stupida mai uscita di bocca a un esponente ufficiale americano nel 1992. Le reazioni indignate non si sono fatte attendere. Il senatore Edward Kennedy del Massachusetts e il deputato John Dingell del Michigan (che, come si è saputo in seguito, viene colto da attacchi di idrofobia ogni volta che si parla di progetti scientifici) non soltanto hanno condannato in quanto razziste le affermazioni di Goodwin, ma hanno anche emesso il loro verdetto scientifico: la ricerca sui primati costituisce “una base quanto mai improbabile” per analizzare un fenomeno complesso come “la delinquenza e la violenza criminale che imperversano oggi nel nostro paese”. Questa notizia ha molto sorpreso gli scienziati della Nasa, che per primi addestrarono uno scimpanzé di nome Ham e gli fecero compiere un volo spaziale suborbitale a bordo di un razzo Redstone, poi ne addestrarono un altro di nome Enos che compì un volo spaziale orbitale intorno alla Terra a bordo di un razzo Atlas, riuscendo così a prevedere in modo esatto ed esauriente le risposte fisiche e psicologiche e la capacità di eseguire compiti degli astronauti umani Shepard e Glenn, i quali mesi dopo ripeterono la missione e le attività dei due scimpanzé. L’Iniziativa violenza è stata addirittura paragonata agli studi eugenetici promossi dai nazisti con il fine di sterminare gli indesiderabili.
Il deputato John Conyers, collega di Dingell nel Michigan, presidente della Commissione operazioni governative e membro anziano dell’organizzazione che raccoglie tutti i neri che fanno parte del Congresso americano, ha chiesto le dimissioni di Goodwin e di lì a due giorni le ha ottenute; dopodiché il governo, stavolta per voce del dipartimento della Sanità e dei Servizi umani, ha negato che sia mai esistita un’Iniziativa violenza. E così, per dirla con Orwell, essa è stata inghiottita nel buco della memoria.
Nel maggio del 1993, all’Università del Maryland, era in programma un convegno di criminologi e altri studiosi interessati agli studi neuroscientifici svolti fino a quel momento nel quadro dell’Iniziativa violenza – convegno finanziato in parte con fondi degli Istituti nazionali di sanità (National Institutes of Health, Nih). Anche quello è stato annullato: quelli dei Nih l’hanno soppresso come si affoga un gattino. Nel 1995 un esperto in questioni legali della stessa università, David Wasserman, ha cercato di radunare furtivamente le truppe disperse, riunendole in una sala fuori dal raggio visivo di chiunque, in una cittadina detta Queenstown, sperduta fra le nebbie e gli acquitrini della contea Queen Anne, lungo la costa orientale del Maryland. Dimostrando di esser duri di comprendonio, i Nih hanno erogato in segreto un finanziamento di 133mila dollari, non prima di aver fatto promettere a Wasserman di cautelarsi da possibili grane invitando anche studiosi che respingevano la tesi di una possibile origine genetica della delinquenza, e mettendo all’ordine del giorno una sessione “a sorpresa” che avrebbe trattato estesamente le nefandezze del movimento eugenetico di inizio secolo. E invece, niente da fare. Un esercito di protestatari ha scovato quei poveri diavoli tutti tremanti e ha fatto irruzione nella sala al grido di: “Inutile nascondervi: lo sappiamo che professate il genocidio!”. Ci sono volute due ore prima che si annoiassero abbastanza da andarsene, dopodiché il convegno si è chiuso in un caos totale, e la corrente politically correct, espressamente reclutata per evitare grane, ha emesso un comunicato che diceva: “Gli scienziati, al pari degli storici e dei sociologi, devono guardarsi dal fornire una facciata di rispettabilità accademica alla pseudoscienza razzista”. A tutt’oggi, nell’ambiente dei Nih, il termine Iniziativa violenza è sinonimo di tabù.
Il momento attuale ricorda quell’epoca del Medioevo in cui la Chiesa cattolica proibì la dissezione di cadaveri umani nel timore che quel che si scopriva al loro interno potesse suscitare dubbi sulla dottrina cristiana secondo cui Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.

La componente genetica dell’intelligenza

Ancor più radioattiva è la questione dell’intelligenza, così come si misura con i test del quoziente intellettuale. In privato (pochi sono disposti a parlarne in pubblico) la stragrande maggioranza dei neuroscienziati è convinta che la componente genetica dell’intelligenza di ogni individuo sia notevolmente elevata. L’intelligenza si può migliorare con l’aiuto di un mentore capace e motivato, oppure può essere tarpata da un’educazione carente – come dire, il negativo può essere sviluppato bene o male – ma quelli che fanno la differenza sono i geni. Probabilmente, il gran baccano suscitato di recente dal libro The Bell Curve di Charles Murray e Richard Hermstein non è che un assaggio delle aspre polemiche che questo tema è destinato a provocare.
Non molto tempo fa, secondo due neuroscienziati che ho intervistato, una ditta di nome Neurometrics si è messa in cerca di finanziatori per tentare di commercializzare una semplice ma geniale invenzione denominata Iq Cap, o berretto per testare l’intelligenza. L’idea era trovare un modo di misurare l’intelligenza che fosse totalmente immune da qualsiasi pregiudizio culturale, cioè in cui il soggetto non fosse costretto ad avere a che fare con parole o concetti che potrebbero suonare familiari a chi appartiene a una data cultura, ma non a chi appartiene a un’altra. L’Iq Cap si limitava a registrare le onde cerebrali, mentre i risultati venivano analizzati da un computer, anziché da un addetto umano, potenzialmente affetto da pregiudizi. Il dispositivo si basava sugli studi di neuroscienziati, come E. Roy John, attualmente uno dei principali pionieri del brain imaging elettroencefalografico; o Duilio Giannitrapani, autore di The Electrophysiology of Intellectual Functions; o David Robinson, autore di The Wechsler Adult Intelligence Scale e Personality Assessment: Toward a Biologically Based Theory of Intelligence and Cognition, e molti altri lavori monografici famosi fra i neuroscienziati. Ho parlato di persona con un ricercatore che aveva progettato anche lui un Iq Cap ripetendo un esperimento descritto da Giannitrapani nel già citato The Electrophysiology of Intellectual Functions.

Sedici secondi

La procedura non era complicata. Si trattava di applicare sedici elettrodi al cuoio capelluto del soggetto da testare. Bastava scompigliargli un po’ i capelli, ma non c’era bisogno di raderli e neppure di tagliarli. Poi gli si faceva fissare un segno posto su una parete bianca (il ricercatore con cui ho parlato usava una puntina da disegno color rosso lampone). Si azionava un interruttore a levetta, e nel giro di 16 secondi il computer del Cap ti sfornava una previsione esatta (con una deviazione standard di mezzo punto) del punteggio che il soggetto avrebbe realizzato in tutti e undici i sottoinsiemi della scala Wechsler per misurare l’intelligenza degli adulti o, in caso si trattasse di un bambino, nella scala Wechsler per misurare l’intelligenza dei bambini. Il tutto a partire da 16 secondi di onde cerebrali. Nel test non c’era la minima traccia di pregiudizio culturale. Che cosa poteva mai esserci di culturale nel fissare una puntina da disegno piantata in una parete? Per di più, si realizzava uno spettacolare risparmio di tempo e di soldi. Solo per completare il test convenzionale del quoziente d’intelligenza ci volevano due ore, e i costi aggiuntivi, in termini di compenso degli addetti a preparare il test, a effettuarlo e a valutare i risultati, più l’affitto del locale, arrivavano ad almeno cento dollari l’ora. Invece, con l’Iq Cap, bastavano 15 minuti e 16 secondi (di cui circa 15 minuti per applicare gli elettrodi al cuoio capelluto) e circa un decimo di centesimo per l’elettricità.
I finanziatori della Neurometrics si fregavano le mani e si leccavano i baffi. Stavano per fare affari d’oro. E invece il loro maledetto Iq Cap non l’ha voluto nessuno!
Non era soltanto il fatto che nessuno credeva possibile misurare un quoziente d’intelligenza a partire dalle onde cerebrali. Era che nessuno voleva credere che fosse possibile. Nessuno voleva credere che la mente umana fosse tanto prevedibile. Nessuno voleva veniva a sapere in un battibaleno che… la genetica trucca le carte. Nessuno voleva scoprire di essere… una mediocrità geneticamente determinata… e che il meglio in cui poteva sperare in questa Sentina di Umana Follia era di restare per tutta la sua mediocre vita un’allegra nullità. Barry Sterman dell’Università della California a Los Angeles, capo dell’ufficio scientifico di una società di nome Cognitive Neurometrics, che ha escogitato anche lui una tecnologia basata sulle onde cerebrali da applicare alle ricerche di mercato e ai sondaggi, considera possibile testare il quoziente d’intelligenza a partire dalle onde cerebrali ma, nel clima attuale, “uno non ha la minima probabilità di ottenere i finanziamenti necessari”.
E qui cominciamo ad avvertire il senso di gelo che emana dal settore più scottante del mondo accademico. La premessa inespressa e in larga misura inconscia di tutta l’aspra contesa attorno al terreno strategico delle neuroscienze è: viviamo in un’epoca in cui la scienza è un tribunale che non concede appello. E questa volta, alla fine del Ventesimo secolo, la posta in gioco non è l’evoluzione della specie, che si può anche considerare una cosa remota, ma la natura del nostro prezioso io interiore.
I veterani del settore, come Wilson, sono ben consapevoli di tutto ciò e si muovono cautamente, o cautamente in confronto alla nuova generazione. Wilson continua a ritenere possibile – io credo che ne dubiti, ma non ne esclude ancora la possibilità – che a un certo punto della storia dell’evoluzione, la cultura abbia cominciato a influenzare lo sviluppo del cervello umano in modi che non si possono spiegare in base alla più rigorosa teoria darwiniana. Invece, la nuova generazione dei neuroscienziati non dà la minima prova di cautela. Nelle conversazioni private, nei dibattiti informali che chiamano bull sessions [chiacchierate fra uomini], e che determinano il clima mentale di qualsiasi scienza nuova e di punta (e io adoro parlare con queste persone), esprimono un irriducibile determinismo.
Cominciano con la frase più famosa di tutta la filosofia moderna, “cogito ergo sum” di Cartesio, che considerano la quintessenza del “dualismo”, cioè dell’idea vecchia e superata che la mente sia qualcosa di distinto dal suo meccanismo, il cervello e il corpo (fra un istante verrò alla seconda frase più famosa). Essa è anche nota come l’illusione dello “spirito nella macchina”, cioè la bislacca convinzione che da qualche parte dentro il cervello vi sia un “io” fantasma che ne interpreta e ne dirige il funzionamento.
I neuroscienziati che si occupano di encefalografia tridimensionale vi diranno che nel cervello non esiste neanche quel posto in cui la coscienza o l’autocoscienza (cogito ergo sum) avrebbe sede. È una mera illusione, creata da un gran numero di sistemi neurologici che agiscono sinergicamente. La giovane generazione va ancora oltre. Dal momento che la coscienza e il pensiero sono prodotti completamente fisici del nostro cervello e del nostro sistema nervoso, e dal momento che il cervello lo riceviamo bell’e predisposto alla nascita, che cosa ci fa pensare di possedere un libero arbitrio? Da dove potrebbe mai venire? Quale “spirito”, quale “mente”, quale “io”, quale “anima”, quale “qualcosa” non immediatamente catturabile da quelle sprezzanti virgolette potrebbe mai produrre il rigonfiamento del midollo spinale necessario per darcelo? Ho sentito neuroscienziati avanzare la teoria che, dato un computer abbastanza potente e sofisticato, sarebbe possibile prevedere istante per istante lo svolgimento della vita di qualsiasi essere umano, compreso il fatto che il povero diavolo scrollasse il capo pensando a quella stessa teoria. Dubito che un calvinista del Sedicesimo secolo abbia mai creduto tanto profondamente nella predestinazione quanto questi che sono i giovani scienziati più sofisticati e i più intensamente razionali degli Stati Uniti sul finire del Ventesimo.
Dalla fine degli anni Settanta, nell’era di Wilson, gli studenti di college sono entrati a frotte nelle neuroscienze. Alla sua fondazione, nel 1970, la Society for Neuroscience aveva 1.100 iscritti. Oggi, a distanza di una generazione, sono più di 26mila. Al suo ultimo congresso, tenutosi a San Diego, hanno partecipato 23.052 persone, facendone uno dei più seguiti raduni professionali del paese. Nel venerabile settore della filosofia accademica, un numero imbarazzante di giovani docenti cambia cavallo e passa alle neuroscienze. Puntano dritti ai laboratori. In fondo, perché mai combattere con Dio, Libertà e Immortalità di Kant, quando è solo questione di tempo e poi le neuroscienze – probabilmente attraverso il brain imaging – sveleranno il concreto meccanismo fisico che spedisce queste costruzioni mentali, queste illusioni, su su per le sinapsi fino ai centri di Broca e di Wernicke?

Un grande avvenimento

Il che ci conduce alla seconda frase più famosa di tutta la filosofia moderna: “Dio è morto”, di Nietzsche. Era il 1882 (e il libro era Die Fröhliche Wissenschaft, La gaia scienza). Nietzsche disse che quella non era una dichiarazione d’ateismo, anche se lui era effettivamente ateo, ma soltanto l’annuncio di un grande avvenimento. Definì la morte di Dio un “avvenimento enorme”, il più grande della storia moderna. La notizia era che le persone istruite non credevano più in Dio, come risultato dell’ascesa del razionalismo e del pensiero scientifico (darwinismo compreso) nel corso dei 250 anni precedenti. Ma prima di mettervi a sventolare le bandiere in segno di trionfo, disse Nietzsche, voialtri atei pensate alle implicazioni. “La storia che ho da raccontare”, scrisse, “è la storia dei prossimi due secoli”. E profetizzò (in Ecce Homo) che il Ventesimo secolo sarebbe stato un secolo di “guerre come non se ne sono mai viste sulla Terra”, guerre catastrofiche al di là di qualsiasi immaginazione. E perché? Perché gli esseri umani non avrebbero più avuto un dio cui rivolgersi per farsi assolvere dalle loro colpe, ma dal senso di colpa avrebbero continuato a esser tormentati, poiché il senso di colpa viene instillato nei bambini da piccolissimi, ancor prima dell’età della ragione.
Di conseguenza gli uomini non si sarebbero odiati a vicenda, ma avrebbero odiato se stessi. La fede cieca e rassicurante che un tempo nutrivano in Dio, disse Nietzsche, adesso l’avrebbero riversata nella credenza in barbariche confraternite nazionalistiche: “Se”, scriveva nelle Considerazioni inattuali alludendo al darwinismo, “le dottrine (…) della mancanza di ogni diversità cardinale fra l’uomo e l’animale – dottrine che io ritengo vere ma micidiali – saranno scagliate nel popolo ancora per una generazione (…) nessuno si dovrà poi meravigliare se (…) poi compariranno forse sulla scena dell’avvenire sistemi di egoismi particolari, affratellamenti a scopo di rapace sfruttamento dei non fratelli (…)”.
L’idea che Nietzsche aveva del senso di colpa, sia detto per inciso, è anche quella dei neuroscienziati di un secolo dopo, per i quali è una di quelle tendenze impresse nel cervello fin dalla nascita. In alcune persone, l’opera genetica non è completa, ed esse si dedicano ad azioni criminali senza il minimo rimorso, la qual cosa affascina i criminologi, che poi pensano bene di varare Iniziative violenza e di indire convegni sull’argomento.
Nietzsche diceva che l’umanità avrebbe continuato per tutto il Ventesimo secolo a credere stancamente a quella cosa “miserevole e irrisoria” che sono i vecchi codici morali in disarmo, tutti imperniati sull’idea di Dio. Ma poi, nel Ventunesimo, sarebbe venuta un’era ancor più spaventosa delle grandi guerre, un’epoca di “eclissi totale di ogni valore” (cfr. Volontà di potenza). Sarebbe stata anche un’epoca di frenetico “ripensamento”, in cui gli uomini avrebbero cercato di trovare nuovi sistemi di valori per sostituire gli scheletri osteoporotici di quelli vecchi. Ma fallirete nell’intento, ammonì, perché non potete credere in codici morali senza al tempo stesso credere in un dio che vi punta contro il temibile dito indice, dicendo “devi” e “non devi”.
Ora, perché mai dovremmo prendercela per una cupa profezia, se essa appare improbabile come quella dell’”eclissi totale dei valori”? Per via dei precedenti dell’umanità, direi. In fin dei conti, in Europa, negli anni Ottanta del secolo scorso dev’essere apparso ancor più bislacco che qualcuno prevedesse le guerre mondiali del Ventesimo secolo e la nascita di quelle confraternite barbariche che sono stati nazismo e comunismo. Ecce vates! Ecco il profeta! Quali altre prove si possono pretendere della capacità profetica di un uomo?
Trent’anni fa, quelli che si preoccupavano per la morte di Dio potevano consolarsi a vicenda con il fatto che, come zavorra morale, avevano ancora il loro fulgido io e la loro inviolabile anima, e per tracciare la rotta avevano i prodigi della scienza moderna. Ma che dire se si scoprisse, come sembra probabile, che il più gran prodigio della scienza moderna è il brain imaging? E se di qui a dieci anni il brain imaging dimostrasse al di là di ogni dubbio che non soltanto Edward O. Wilson, ma anche gli scienziati delle giovani generazioni, hanno ragione?
Gli anziani, come lo stesso Wilson e come Daniel C. Dennett, autore di Darwin’s Dangerous Idea: Evolution and the Meanings of Life, o Richard Dawkins, autore di Il gene egoista e L’orologiaio cieco, sostengono che non c’è niente da temere dalla verità, dallo spingere alle estreme conseguenze la pericolosa idea di Darwin. Con eleganti argomentazioni, essi spiegano perché le neuroscienze non dovrebbero in alcun modo ridurre la ricchezza della vita, la magia dell’arte o la giustizia delle cause politiche, compresa, aggiungiamo noi, la political correctness a Harvard o a Tufts, dove Dennett dirige il Centro per gli studi cognitivi, o a Oxford, dove Dawkins insegna una disciplina che si chiama più o meno “immagine pubblica della scienza” (Dennett e Dawkins, esattamente come Wilson, sono sinceramente, alacremente politically correct). E tuttavia, malgrado i loro sforzi siano animati dalle migliori intenzioni, le neuroscienze non raggiungono il grande pubblico sull’onda delle rassicurazioni degli esperti. Però avanzano, e rapidamente. La conclusione che trae chi sta fuori dalle mura del laboratorio è: giusto, esiste la predisposizione genetica! Siamo tutti preprogrammati! E ancora: non ve la prendete con me, sono programmato in modo sbagliato!

Il secolo di Marx e Freud

Questo repentino passaggio dalla fede nella Cultura, sotto forma di condizionamento sociale, a quella nella Natura, sotto forma di genetica e fisiologia del cervello, è il grande avvenimento intellettuale, per dirla con Nietzsche, del tardo Ventesimo secolo. Finora, le due idee più influenti del secolo sono state il marxismo e il freudianesimo. Entrambe poggiavano sulla premessa che gli esseri umani e i loro “ideali” – anche Marx e Freud conoscevano l’uso delle virgolette – sono completamente determinati dall’ambiente in cui vivono. Per Marx, l’ambiente determinante era la classe sociale di appartenenza; “ideali” e “credenze” erano concetti imposti dalle classi superiori alle inferiori come strumenti di controllo sociale. Per Freud, l’ambiente determinante era il dramma edipico, l’inconscio copione sessuale che si inscenava in famiglia nei primi anni di vita del bambino. Gli “ideali” e le “credenze” di cui siete tanto orgogliosi non sono che il mobilio da salotto che sfoggiate per ricevere gli ospiti, diceva Freud; io vi mostrerò la cantina, la caldaia, le tubazioni, il vapore sessuale che manda avanti la casa. Alla metà degli anni Cinquanta, ormai, anche gli antimarxisti e gli antifreudiani avevano fatto propria la centralità del dominio di classe e gli impulsi sessuali condizionati dal complesso di Edipo. A tutto questo si sono aggiunti Pavlov, con i suoi “meccanismi stimolo-risposta” e B.F. Skinner, con il suo “condizionamento operante”, che hanno trasformato la supremazia del condizionamento in qualcosa che si approssima a una forma precisa di progettazione.
E allora, come mai questa brillante moda intellettuale è finita in modo tanto brusco e ignominioso?
Il tramonto del freudianesimo si può riassumere in una sola parola: litio. Nel 1949 uno psichiatra australiano, John Cade, sottopose per cinque giorni (per motivi completamente sbagliati) a una terapia a base di litio un malato psichiatrico di 51 anni a tal punto affetto da mania depressiva e da iperattività, talmente incomprensibile e incontrollabile, che per vent’anni si era dovuto tenerlo sotto chiave in manicomio. Al sesto giorno, a causa dell’accumulo di litio nel sangue, egli tornò un essere umano normale. Tre mesi dopo venne dimesso, e da allora visse felicemente a casa sua. L’uomo era stato rinchiuso e assoggettato a due decenni di logorrea freudiana senza il minimo risultato. Nel corso dei vent’anni successivi, farmaci antidepressivi e tranquillanti hanno completamente soppiantato le chiacchiere freudiane nel trattamento dei disturbi mentali gravi. Alla metà degli anni Ottanta i neuroscienziati consideravano ormai la psichiatria freudiana alla stregua di una curiosità superata che si fondava in larga misura sulla superstizione (come l’interpretazione dei sogni: santo cielo, l’interpretazione dei sogni!), come la frenologia e il mesmerismo. Oggi, fra i neuroscienziati, la frenologia gode addirittura di migliore reputazione della psichiatria freudiana perché, in modo molto rozzo, ha precorso l’elettroencefalografia. Invece gli psichiatri freudiani sono ormai considerati dei vecchi ciarlatani con false lauree in medicina, o come grandi orecchie irte di peli duri come ferro, che gente con più soldi che buon senso ingaggia per parlarci dentro.
Il marxismo è stato tolto di mezzo ancora più rapidamente – nel giro di un solo anno, il 1973 – facendo uscire clandestinamente dall’Unione Sovietica e pubblicando in Francia il primo dei tre volumi di Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzhenitsyn. Altri autori, in particolare lo storico inglese Robert Conquest, avevano già denunciato la vasta rete di campi di concentramento dell’Urss, ma la loro opera si basava per lo più su testimonianze di profughi, osservatori di cui si soleva dare per scontata la mancanza di obbiettività e il risentimento. Invece Solzhenitsyn era cittadino sovietico, risiedeva ancora in territorio sovietico, e lui stesso era stato per undici anni uno zek (termine gergale russo con cui si indicano i prigionieri dei campi di concentramento). La sua credibilità aveva come garante nientedimenoché Nikita Kruscev, il quale nel 1962 aveva autorizzato la pubblicazione della sua novella sul gulag Una giornata di Ivan Denisovic per ridimensionare la figura ingombrante del suo predecessore Stalin. “Ebbene sì”, aveva detto Kruscev, “quel che dice questo Solzhenitsyn è vero. Questi sono stati i crimini di Stalin”. Dunque, quella breve descrizione letteraria dello sfruttamento di una manodopera schiava in Unione Sovietica aveva già fatto parecchi danni. Ma Arcipelago Gulag, con le sue duemila pagine di resoconto fittamente particolareggiato e non letterario del sistematico sterminio messo in atto dal Partito comunista sovietico ai danni di decine di milioni dei suoi nemici, reali e immaginari, dei suoi concittadini, per mezzo di un “sistema di smaltimento degli esseri umani” (così lo chiama Solzhenitsyn) enorme, metodico, controllato dalla burocrazia – ebbene, Arcipelago Gulag ha avuto effetti devastanti. In fin dei conti, nel Ventesimo secolo non era più possibile usare scappatoie ideologiche per evitare di affrontare il problema dei campi di concentramento. Immediatamente, fra gli intellettuali europei, persino fra quelli francesi, il marxismo è crollato in quanto forza spirituale.
Ironicamente, è durato ancora un po’ negli Stati Uniti, prima di ricevere il pietoso colpo di grazia finale il 9 novembre 1989, con la caduta del Muro di Berlino, che ha dimostrato in modo inequivocabile che fiasco fossero stati i 72 anni di esperimento socialista nell’Unione Sovietica (oggi sopravvive stentatamente, acrobaticamente, nelle università americane sotto una forma manieristica che ha per nome decostruttivismo, dottrina letteraria per cui il linguaggio stesso è un insidioso strumento utilizzato dal Potere per ingannare proletari e contadini).
Il freudianesimo e il marxismo – e con loro ogni fede nel condizionamento sociale – sono stati abbattuti in modo tanto brusco e improvviso che l’ascesa delle neuroscienze è avvenuta nel vuoto intellettuale. Né occorre essere scienziati per accorgersi che stanno spopolando.
Chiunque abbia un figlio che va a scuola conosce fin troppo bene i segni. Io ho dei figli che vanno a scuola e sono sbalordito dalla fede che i genitori d’oggi hanno (la mania è nata all’incirca nel 1990) negli psicologi che diagnosticano ai loro figli un difetto noto come “disturbo da deficit dell’attenzione”. Naturalmente non ho modo di sapere se questo “disturbo” sia effettivamente un’affezione fisica, neurologica o no; ma tanto non lo sa nessun altro, visto che le neuroscienze sono ancora in una fase iniziale. I sintomi della presunta malattia sono sempre gli stessi. Il ragazzo – in 49 casi su 50 si tratta di maschi – a scuola è irrequieto, non riesce a star fermo a sedere, non sta attento, distrae i compagni durante le lezioni e va male. In altri tempi sarebbe stato esortato a stare attento, a studiare sodo e a dare prova di un po’ di autodisciplina. Ma ai genitori invischiati nel nuovo clima intellettuale degli anni Novanta questo approccio appare crudele, perché il problema di mio figlio è che… è programmato male! Poverino… il difetto ce l’ha dalla nascita! Le lamentele dei genitori sono invariabilmente le stesse: “L’unica cosa che gli va di fare è stare davanti alla tivvù, guardare i cartoni animati e giocare coi videogiochi”. E quanto ci sta? “Quanto ci sta? Ore e ore”. Ore e ore. Come vi potrà dire qualsiasi neuroscienziato, anche giovane, magari quel ragazzino avrà pure un problema, ma non si tratta di deficit dell’attenzione.

Il boom del Ritalin

Eppure, da un capo all’altro dell’America si assiste allo spettacolo di un’intera generazione di ragazzini – decine di migliaia – cui viene propinato il rimedio elettivo per il deficit dell’attenzione: il Ritalin, nome commerciale dato dalla Ciba-Geneva allo stimolante metilfenidato. Io ho conosciuto il Ritalin per la prima volta nel 1966 a San Francisco, dove svolgevo ricerche in preparazione di un libro sul movimento psichedelico o hippie. Una certa specie del genere hippie andava sotto il nome di Speed Freak, e un particolare ceppo di Speed Freak era noto come Ritalin Head. I Ritalin Head adorano il Ritalin. A volte li vedevi completamente immersi in un delirio totale da Ritalin. Non un gesto, non un’occhiata: potevano sedere assorti in qualsiasi cosa – un tombino, le rughe del palmo delle proprie mani – per un tempo indefinito, saltando un pasto via l’altro, fino all’insonnia più incoercibile… puro nirvana da metilfenidato. Fra il 1990 e il 1995 le vendite di Ritalin della Ciba-Geneva sono aumentate del 600 per cento, e non per l’avidità di qualche sottoinsieme della specie Speed Freak di San Francisco, ma perché un’intera generazione di ragazzini americani – dai migliori collegi del Nordest alle scuole pubbliche più sfigate di Los Angeles e San Diego – era ormai assuefatta al metilfenidato, che le veniva diligentemente somministrato ogni giorno dal pusher di fiducia, il medico scolastico. L’America è un paese meraviglioso! Dico davvero. Nessuno se la sentirebbe in buona fede di smentire questa affermazione. La commedia umana non è mai a corto di materiale: non ha mai fine!

L’io fuori moda

Nel frattempo, il concetto di io – un io dotato di autodisciplina, capace di rinviare le gratificazioni, di tenere a freno gli appetiti sessuali e di astenersi dalle aggressioni e dai comportamenti criminali, un io in grado di diventare più intelligente e di elevarsi alle vette della vita con i propri mezzi tramite lo studio, l’esercizio, la perseveranza e il rifiuto di arrendersi anche nelle condizioni più avverse – quest’idea démodé che il successo si conquista con grinta e intraprendenza, ormai sfuma e scompare inesorabilmente. La fede tipicamente americana nella capacità dell’individuo di trasformare se stesso da miserabile nullità a gigante fra gli uomini, fede che va da Emerson (“Fare affidamento su di sé”) ai racconti di “Luck and Pluck” di Horatio Alger a “Come trattare gli altri e farseli amici” di Dale Carnegie a “Come vivere in positivo” di Norman Vincent Peale a “Il più grande venditore del mondo” di Og Mandino, ebbene, quella fede è ormai moribonda come il Dio di cui Nietzsche scrisse il necrologio nel 1882. Oggi essa sopravvive soltanto sotto la forma ormai decrepita del famoso “pistolotto motivante” (così lo chiamano i conferenzieri) tipicamente impartito da campioni di football in pensione come Fran Tarkenton a sale piene di uomini d’affari, in maggioranza atleti mancati (come chi scrive). Esso ha per tema “la vita è una partita di football” e generalmente dice così: “La partita sta per finire, voi siete sotto di 13 punti, gli avversari non vi fanno toccare palla e avete due uomini in panchina. Che fate?”. Scusa tanto, Fran, ma la partita sta per finire, la predisposizione genetica esiste e il nuovo messaggio viene ora pompato massicciamente attraverso i mass media e la televisione a un ritmo vertiginoso. Chi sono le pompe? Sono una razza nuova che si è data il nome di “psicologi dell’evoluzione”.
Puoi star certo che vent’anni fa le stesse persone si sarebbero definite freudiane, ma oggi sono dei deterministi genetici, e la stampa pende avidamente dalle loro labbra qualsiasi cosa dicano. Attualmente, lo studio che gode di maggior notorietà – in televisione ne parlano ancora, a distanza di mesi – è quello compiuto da David Lykken e Auke Telleken all’Università del Minnesota su duemila gemelli, e che secondo i due psicologi dell’evoluzione dimostrerebbe che la felicità degli individui dipende soprattutto da fattori genetici. Alcuni sono programmati per essere felici e altri no. Ogni successo (o fallimento) in faccende di cuore, di soldi, di fama o di potere è passeggero; nel giro di poco tempo si torna al livello di felicità per cui si è predisposti geneticamente. Tre mesi fa, la rivista Fortune ha dedicato un lungo servizio riccamente illustrato a uno studio condotto da alcuni psicologi dell’evoluzione dell’Università di St. Andrews, in Inghilterra, secondo cui tutti noi giudicheremmo la bellezza esteriore delle persone che incontriamo non in base a standard sociali determinati dal momento storico in cui viviamo, ma in base a criteri programmati nel nostro cervello fin dalla nascita. In altre parole, la bellezza non sta nell’occhio di chi la contempla, ma è iscritta nei suoi geni. E difatti oggi, ad appena tre anni dalla fine del millennio, se uno è abbastanza avido di giornali, riviste e trasmissioni televisive, ricava rapidamente l’impressione che nella vita non c’è nulla, neppure il contenuto in grassi del proprio corpo, che non sia predeterminato geneticamente. Mi sia consentito elencare solo alcune delle verità rivelatemi negli ultimi due mesi dagli psicologi dell’evoluzione: il maschio della specie umana è geneticamente predisposto per essere poligamo, cioè infedele alla sua compagna ufficiale. Qualsiasi lettore maschio di riviste capisce subito che cosa intendo dire (anch’io l’ho capito, grazie a ben tre milioni di anni di evoluzione!). Le donne corrono dietro ai maschi celebri perché sentono, per predisposizione genetica, che il maschio di prima categoria sarà più bravo nella cura della prole (“Pupa, nella piscina dei geni io sono il bagnino”). Le teenager sono geneticamente predisposte alla promiscuità sessuale e non più capaci di astinenza di un cane al parco (i preservativi li passa la scuola). La maggioranza degli omicidi è frutto di compulsioni geneticamente determinate (i carcerati, siccome sanno leggere anche loro, raccontano allo psichiatra della prigione: “A un certo punto mi ha preso un raptus… so solo che la lama del coltello è affondata”).
A questo punto, dove va a finire l’autocontrollo? Dove va a finire, se la gente si convince che questo io fantasma non esiste e il brain imaging lo dimostra una volta per tutte? Pratiche invasive
Fino a oggi le teorie neuroscientifiche si sono basate per lo più su prove indirette, ricavate da studi sugli animali o sulle modifiche che subisce un cervello normale quando viene invaso (per effetto di un incidente, di una malattia, di un’operazione chirurgica radicale o dell’inserimento di aghi per qualche esperimento). Lo stesso Darwin II, Edward O. Wilson, possiede limitate conoscenze dirette del cervello umano. Fa lo zoologo, non il neurologo, e alle sue teorie ci è arrivato estrapolando dall’approfondito lavoro che ha svolto nella sua specialità, lo studio degli insetti. Il chirurgo francese Paul Broca scoprì l’area che porta il suo nome – uno dei due centri del linguaggio situati nell’emisfero sinistro del cervello – solo quando uno dei suoi pazienti ebbe un ictus. Anche la tomografia a emissione di positroni e la tecnica Pet del gene reporter/sonda reporter sono, tecnicamente, pratiche mediche invasive, perché richiedono l’iniezione di sostanze chimiche o di virus nel corpo, ma consentono di farsi una prima idea di quello che probabilmente sarà il brain imaging non invasivo del futuro.
Mentre il paziente viene sottoposto alla tomografia a positroni, il neuroradiologo può leggergli ad alta voce un elenco di argomenti riguardanti lo sport, la musica, l’economia, la storia, qualsiasi cosa, e quando nomina quello che interessa il paziente, sullo schermo si vede una particolare area della corteccia cerebrale che s’illumina. Un giorno, via via che il brain imaging viene perfezionato, il quadro potrebbe diventare chiaro e completo come quei modelli trasparenti che si vedono nei musei, e che mostrano “dal di dentro” il funzionamento del motore a combustione interna. A quel punto, sarà chiaro a tutti che ci troviamo davanti a un meccanismo, a un computer chimico analogico che elabora le informazioni tratte dall’ambiente. Tutto qui; perché si può guardare dentro il cervello finché si vuole, senza trovarci né un io fantasma né una mente né un’anima.
A quel punto, nel 2006 o nel 2026, salterà fuori un novello Nietzsche che proclamerà: “L’io è morto”, tranne che avendo una predisposizione per il poetico, come Nietzsche I, probabilmente dirà: “L’anima è morta”, precisando che si limita ad annunciare il più grande avvenimento del millennio: “L’anima, ultimo rifugio dei valori, è morta perché le persone istruite non credono più alla sua esistenza”. A meno che le rassicurazioni dei Wilson e dei Dennett e dei Dawkins non si diffondano a macchia d’olio, la scandalosa baldoria che si scatenerà farà apparire troppo blanda l’espressione “eclissi totale di ogni valore”.
Se io fossi uno studente universitario d’oggi, non credo che resisterei alla tentazione di dedicarmi alle neuroscienze. Questa disciplina ci pone di fronte a due degli interrogativi più appassionanti del Ventunesimo secolo: che cos’è la mente umana e che cosa succede al genere umano quando giunge a conoscersi a fondo. In ogni caso, nell’era in cui viviamo è impossibile e futile rifiutare di guardare in faccia la verità.
Ironicamente, ha detto Nietzsche, questo occhio indomito per la verità, questo gusto per lo scetticismo sono retaggio del Cristianesimo (per ragioni complesse che non possiamo spiegare in questa sede). E ha aggiunto un’ultima ironia, in un frammento contenuto in uno dei taccuini scritti prima che uscisse di senno (per effetto della sifilide, grande flagello venereo della fine del Diciannovesimo secolo). Egli pronosticò che un giorno la scienza moderna avrebbe rivolto la malefica potenza del suo scetticismo contro se stessa, avrebbe messo in discussione la validità dei suoi stessi fondamenti, li avrebbe smontati di sana pianta e si sarebbe autodistrutta.
Ho ripensato a questa tesi nell’estate del 1994, quando un gruppo di matematici e di informatici ha tenuto al Santa Fe Institute un convegno sul tema “Limiti della conoscenza scientifica”. Tutti erano d’accordo nel ritenere che la mente umana, essendo in fin dei conti un apparato interamente fisico, una specie di computer, il prodotto di una particolare storia genetica, è una mente finita quanto alle sue capacità. Essendo finita, preprogrammata, probabilmente non avrà mai la capacità di comprendere l’esistenza umana in modo completo.
Sarebbe come se un gruppo di cani indicesse un convegno per cercare di capire che cos’è Il Cane: potrebbero provarci con tutti i mezzi, ma non andrebbero mai molto lontano. I cani sono in grado di comunicare soltanto circa 40 concetti, tutti primitivi, e non registrano nulla: il tentativo sarebbe fin dall’inizio condannato al fallimento. Il cervello umano è di gran lunga superiore a quello del cane, ma è comunque limitato. È quindi condannata al fallimento anche ogni speranza che un essere umano giunga a una teoria definitiva, completa e autosufficiente dell’esistenza umana.
Da allora, questo Scetticismo Supremo della scienza non cessa di diffondersi. Negli ultimi due anni persino il darwinismo, sacro principio degli scienziati americani da settant’anni in qua, è stato assediato dal dubbio. Alcuni scienziati – non certo dei teologi – e in particolare il matematico David Berlinski (“The Deniable Darwin”, in Commentary, giugno 1996) e il biochimico Michael Behe (Darwin’s Black Box, 1996) hanno cominciato ad attaccare il darwinismo sostenendo che è una semplice teoria e non una scoperta scientifica, e per di più manca deplorevolmente di prove fossili che la sostengano e ha al cuore una logica semplicemente inconsistente (Dennett e Dawkins, per i quali Darwin è l’Unigenito, il Messia, protestano indignati. Sono fuori di sé, completamente apoplettici. Wilson il gigante, mantenendo la calma, è rimasto al disopra della mischia). Aveva già cominciato il fisico Petr Beckmann dell’Università del Colorado, che nel 1990 se la prendeva con Einstein. Beckmann ammirava grandemente Einstein per la famosa equazione su materia ed energia, E=mc2, ma definiva la sua teoria della relatività alquanto assurda e grottescamente impossibile da verificare.
Beckmann è morto nel 1993 e il testimone, anzi la clava, è passata a Howard Hayden dell’Università del Connecticut, che ha numerosi ammiratori fra la prossima generazione di giovani fisici Supremamente Scettici. Lo scherno con cui questi virgulti demoliscono la meccanica quantistica (“non ha applicazioni nel mondo reale”, “una favola con le fatine che ti spruzzano equazioni negli occhi”), la teoria unificata dei campi (“esca per acchiappare Nobel”) e la teoria del big-bang (“creazionismo da cretini”) è ormai raggelante. Ah, se soltanto fosse vivo Nietzsche! Si godrebbe lo spettacolo fino in fondo.

Le fondamenta della scienza

Recentemente conversavo con una nota geologa della California la quale mi diceva: “Quando ho cominciato a occuparmi di geologia, tutti credevamo che chi fa scienza crea, attraverso la sperimentazione e lo studio attento, uno strato consistente di scoperte, e poi ne aggiunge un altro, come un secondo strato di mattoni, sempre con molta attenzione, poi un altro e un altro ancora. Ogni tanto, capita che uno scienziato avventuroso cominci a mettere i mattoni uno sull’altro per fare una torre, ma poi queste torri si rivelano inconsistenti e vengono abbattute, e allora si ricomincia a posare strati con gran cura. Ma adesso ci rendiamo conto che neanche i primissimi strati poggiano su fondamenta solide. Si reggono in equilibrio su bolle d’aria, su concetti vaghi; oggi queste bolle vengono fatte scoppiare una dopo l’altra”.
In quel momento, ho visto di colpo l’intero, sbalorditivo edificio che crolla e l’uomo moderno che sprofonda di nuovo a capofitto nel brodo primordiale. Eccolo che sguazza e si dibatte, boccheggia tentando di respirare e intanto si agita nel brodo. A un certo punto sente una cosa enorme e liscia passargli sotto e spingerlo verso l’alto: sembra un delfino onnipotente. Non lo distingue chiaramente, ma sente che è formidabile. Decide di chiamarlo Dio.

NEW YORK, 2 DICEMBRE 1996