Meditazioni kafkiane: congedo sine die dalla scrittura

“Io, soltanto io sono l’osservatore della platea.”

“Ogni cosa mi si presenta come costruzione.”

“Le scoperte si sono imposte all’uomo.”

“Quando estirperò queste cose?”

“‘Il tonante grido dell’estasi dei serafini’.”

Quella di Franz Kafka, nei Diari che “tanto lo commuovono”, è un’ascesi. Il suo persistere, all’interno di una necessità non più fisica, non più emotiva e non più psichica, nell’allusione a cui tende la lingua tutta (discorso, narrazione, personaggio, retorica, ritmo, significato, comunicazione) decreta il fallimento dell’ascesi stessa. Che giunga a dire che

“Ciò che è possibile avviene già”

– questo è poi il rovesciamento di un tale fallimentare esito.
Kafka è l’onnipotenziale – non l’onnipotente della scrittura.

* * *

Enormi bizzarrie pensate, castelli in aria, fantasticherie voluttuosamente perverse circa la leggibilità, la narrazione, i supposti generi, quando invece Kafka risolve tutto il supposto genere nero così, in due righe di Diario:

“La porta si aprì a spiraglio. Vi apparvero una rivoltella e un braccio teso.”

Contemporaneo a me è proprio non comprendere che la radice di ogni epica, tragedia, poesia, prosa è un punto di narrazione iniziale che costituisce la prima incarnazione linguistica di un’assai estesa possibilità di espansione: questo è il punto primigenio, la storia sta tutta qui. L’allusione è il culmine finale, in cui va a rastremarsi la narrazione, e di cui l’evocazione costituisce l’inizio, il big bang retorico e perciò narrativo.
Se fosse compreso quanto Kafka, in posizione iniziale assoluta, è così vicino alla fine, poiché la sua evocazione è la stessa cosa dell’allusione finale, sarebbe letta una storia come questa, che sta nei Diari:

“Un giovane in sella a un bel cavallo esce dal portone di una villa.”

Non è compreso. Quindi: il tempo umano non è compiuto.

* * *

Ma ci sono Diari in cui “cocchiere”, “cavallo”, “costruzione”, “serafini”, “io”, “platea” tornano, e tornano incessantemente. Una struttura mobile, elettrica, immateriale, liquida nell’etere della mente di chi legge o scrive, un organismo vivente di una vita troppo sopraffina perché possa passare attraverso il mantice dei polmoni umani: questi sono i libri, le narrazioni che non interessano il contemporaneo a me. Eppure sono l’ultimo luogo ormai in cui mi interessa eventualmente andare scrivendo. Insufficienza dei mezzi: per quei luoghi stratosferici le mie ossa sono grezze, pesanti, non ho il metabolismo adatto.
Luoghi di circolazione atmosferica priva di ossigenazione e tuttavia esistenti. Batteri extratmosferici, forme di vita che esistono anche senza respirare.
Così lo Zibaldone di pensieri è una narrazione epica, potentissima, al pari dei Diari kafkiani. E’ che i contemporanei a me, nella loro generalità e fatte salve poche eccezioni a me note, continuano a cercare un’unità avendo in testa l’idea monolitica, immobile, strapiena.
L’unità è invece il luogo dove si vede tutto ciò che è avvenuto e può avvenire, poiché è già avvenuto, e lo è in quanto poteva avvenire.
Manca all’uomo contemporaneo il senso letterale della possibilità.
L’ermeneutica del contemporaneo abolisce la possibilità per vedere l’attualità, la cosa tetragona, come se l’esserci della cosa presente e realizzata non fosse che una variabile tra le infinite che la possibilità offre.
Niente vibra per il malato occidentale.
Ha orrore del silenzio, che per lui coincide con la morte.
Tale stato è un sintomo ulteriore dell’errore della morte, poiché il mio contemporaneo è una forma finale che concepisce la morte.

* * *

Allora io non so più che scrivere – ecco, la cosa è detta.
Non scrivo perché davvero non esiste un legame di essere tra me e ciò che leggo e che viene letto, e all’interno e all’esterno: non c’è, letteralmente, interesse.
Si va in un luogo dove non so. So cosa è quel luogo, anche se non so come arrivarci e infatti non ci arriverò mai. Sarebbe finito, il pungolo della scrittura, che non mi serve per la psiche più, se non fosse che non riuscirò mai a raggiungere quel luogo che desidero – quindi vedo un desiderio fuori dalla psiche, che mi trascina e necessita un tipo di scrittura altro, poiché altra è ormai la necessità di scrivere, e alla cui altezza non ho i mezzi per stare.
Qui interviene una forza che mi è impossibile descrivere. Tale forza sostanzia l’allusione tutta.
Il luogo è per esempio la storia che segue qui sotto e che non sarò mai in grado di rappresentare, dal che si desume lo stato di scacco perenne in cui verserò e la falsità quintessenziale di tutto ciò che eventualmente scriverò. Non scriverò mai un libro come quello che segue qui, un libro infinito come questo, una storia di storie che annullano l’idea stessa contemporanea di storia, un libro come questo che Kafka ha circoscritto in poche parole, infilandoci dentro la biblioteca di Alessandria intera:

“Il profilarsi di un uomo con le braccia alzate a metà e in modo diseguale si volge verso la nebbia compatta per entrarvi”.

Con la cacca al culo che ti segue

caccaIeri, mentre si discorreva di finta critica e fumosa polemica pseudoculturale sui quotidiani, la mia amica D. ha forgiato l’immortale e bilanciatissimo decasillabo del titolo (còl | la | càc | cal | cù | lo | ché | ti | sè | gue). Un finto novenario stercorario: poiché la materia della discussione era dopotutto stercoraria. Si discuteva in particolare di una domanda a un certo scrittore – domandessa effettuata da un critico di questi tempi (nel senso che appartiene a questi tempi, non che critica questi tempi): un tappeto di domanda, un lunghissimo entimema fintamente teorico, lo scrittore parla del comico e questo gli fa una domanda straordinariamente noiosa e narcisa, dove cita un filosofo a proposito di un saggio a cui familiarmente tronca il titolo, ma che anche col titolo completo non avrebbe richiesto quell’oscena interpretazione formularia datane dal supposto critico.
La critica è finita. La teoria della letteratura invece non è mai morta. Anche alla teoria della letteratura i pallidissimi critici de noantri tentano da anni l’assedio, tentano di piantare la bandierina: non ci riescono, lì si parrà loro ignobilitate. La critica è un genere giovane, quintessenzialmente fragile. Può conferire un certo successo in questo presente, uno sberluccichìo: poi però non sarà più quello sberluccichio, sarà lo sberlone dell’oblio. Curatele suppostamente prestigiose ottenute allargando le papille sopralinguali per editori che rasentano l’orlo della fine dell’editoria e già mettono il piedino nel vuoto abisso in cui staranno per almeno quindici anni, immani e disumani desideri di vincere i premi a colpi di feste con veline e veleni affinché potere esistere legittimati nel presente e spaccare le gonadi e le ovaie a tutti e tutte, recensioni di cui fotte a 32 persone che recensiscono a loro volta per 32 persone e in cui si consumano cattiverie, anticipazioni stupendissime di mattoni abnormi che manifestano l’ansia non della reclamata libertà e invece del desiderio di passare all’immortalità – è uno scenario da helter skelter culturale a cui non bisogna credere eppure non per questo non bisogna disimpegnarsi e opporsi. Va presa come la prendeva Leopardi nello Zibaldone:

Due gran dubbi mi stanno in mente circa le belle arti. Uno se il popolo sia giudice ai tempi nostri dei lavori di belle arti. L’altro se il prototipo del bello sia veramente in natura, e non dipenda dalle opinioni e dall’abito che è una seconda natura. Della prima quistione se mi verrà in mente qualche pensiero lo scriverò poi.

Quanto ai pochi Miserabili che continuano a cercare empatia, intensità, profondità in un testo altrui – non si sta male in monastero neomedievale, vero? Si ricerca, si trasforma ciò che si tramanda, non si trama. Si getta via la trama, ma non la tramatura.
E rispetto al casino confusionario che si può osservare silenziosamente, privi di astio ma anche no, poiché mi pare giusto sfogare l’astio per chi rovina qualcosa di bello e attacca l’umano per sterminarlo senza neanche accorgersene, c’è un passo di Italia De Profundis che mi ha detossificato: e quindi lo propongo sperando nel medesimo effetto per altri:

La situazione peculiare italiana è percepita, dallo striminzito e giustamente inascoltato comparto degli intellettuali, come decadenza. L’analisi degli intellettuali, che nella maggioranza non dispongono di strumenti di analisi all’altezza della complessità della situazione, poiché non sanno nulla di neuroscienze e nuova psicologia e macro e microfisica e quantistica e teoria delle supercorde e paradigma universale olografico e astronomia e chimica e geopolitica e strategia di intelligence e tecnologia militare e climatologia e storia universale del pianeta e matematica e logica computazionale e intelligenza artificiale e teoria dei consumi e neosociologia e controstoria della modernità e della contemporaneità e farmacologia e fisiatria e scienza del sistema immunitario e scienza aeronautica e aerospaziale – questi intellettuali che non sono all’altezza né della contemporaneità né dei loro predecessori immaginano, con pessimismo apocalittico, che il Paese sia arretrato. Enunciano inaccettabili apodissi. Sono ignoranti a un grado tale da provocare il disgusto in chiunque conosca anche un brandello della realtà che è coperta dalla finzione. Le loro analisi coincidono con misinterpretazioni delle profezie filosofiche degli anni Cinquanta e Sessanta. Del resto, costituiscono una comunità che grida nel deserto, legittimamente inascoltato quel grido da parte della società che essi, con sogno inconsciamente platonico, vorrebbero rimettere su chissà quali giusti binari valoriali. Intendo che, insieme alla Chiesa, la finta élite intellettuale italiana è la componente più reazionaria che sta operando nel Paese.

L’UOMO TEMPORALE

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Rendo disponibile l’installazione L’UOMO TEMPORALE, cut-up dallo Zibaldone dei pensieri di Giacomo Leopardi, immagini del regista Carlo Arturo Sigon e colonna sonora da Cuerpo celeste di Murcof (il pezzo scelto si intitola “Cosmos I”).
L’installazione è stata proiettata presso la Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano, nell’àmbito della Festa dei Teatri e dell’iniziativa G. Leopardi – Operette Morali – Appunti per un progetto teatrale (curata da Fabio Francione – qui il programma completo).
Viene proposta una suggestione leopardiana che potrebbe risultare illegittima a chi non abbia meditato a fondo o compreso quello straordinario ipertesto che è lo Zibaldone: qui emerge un autore che venne evidentemente a contatto con testi di metafisica orientale (il sostegno filologico c’è: il contatto si creò attraverso riviste francesi). E’ soltanto una prospettiva tra molte, contraddittoria rispetto alla legittima vulgata critica leopardiana.
E’ possibile visionare l’installazione in formato html (quindi chi usa Mac ha a disposizione quest’opzione) oppure scaricare (solo per chi usa pc) direttamente il file .exe che, una volta fatto doppio clic sull’icona azzurra del file downloadato e aperta l’installazione, cliccando la freccia arancione diagonale nella barra in basso permette una visione a schermo intero.
La durata dell’installazione è di 9’01”.
Si consiglia il download a chi disponga di banda larga o di adsl.
L’UOMO TEMPORALE – versione html – 8.3M
L’UOMO TEMPORALE – versione .exe – 9.0M

Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
C’è un passo dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi che, per metafora, colpisce esattamente quanto penso sia errato nell’atteggiamento etico che Littell sfodera nell’affrontare, ne Le Benevole, la questione ontologica degli esiti del nazismo, con tutta la sua poetica che fa perno su tale atteggiamento. Leopardi oppone due specie di filosofi, che vanno qui sostituiti con l’idea di “scrittore”. Siamo al momento iniziale, preiniziale della stesura: siamo al momento dell’assunzione di responsabilità rispetto all’intenzione di narrare quell’estremalità della storia. La prima specie di scrittori ben rappresenta, a mio parere, il tentativo di Littell. La seconda specie è la premessa necessaria invocata e praticata da Lanzmann, Fackenheim, Levi – ed è la mia personale posizione. Da questi diversi gradi di consapevolezza rispetto alla rappresentazione, segue tutto quanto può seguire, e sommamente quanto Wu Ming 1 afferma rispetto all’autore delle Benevole: cioè, che il romanzo gli è sfuggito di mano, ma non sul piano letterario – su quello ideologico e poetico.
Ecco il passo (Zibaldone/1085-6):
Parecchi filosofi hanno acquistato l’abito di guardare come dall’alto il mondo, e le cose altrui, ma pochissimi quello di guardare effettivamente e perpetuamente dall’alto le cose proprie. Nel che si può dire che sia riposta la sommità pratica, e l’ultimo frutto della sapienza.

Risposte su VISIONE PADRE

VISIONE PADRE – slideshow – 7.3M – 15’05”
visionepadre.jpgL’installazione VISIONE PADRE ha sortito i medesimi effetti della pubblicazione on line (e cartacea su Lulu.com) di Medium: sono arrivate molte mail di condivisione di esperienza, con taglio diverso da quelle che mi hanno inondato la casella di posta elettronica a proposito del romanzo. C’è una domanda ricorrente, che è anfibia, circa una parte per me decisiva dell’installazione: cioè la sequenza estesa e molto ritmata in cui volti si sovrappongono a volti – evidentemente volti di scrittori. Viene chiesto, dai lettori che mi hanno scritto, se è possibile specificare la sequenza delle identità degli autori e il motivo per cui proprio quegli scrittori e non altri sono fatti apparire. Rispondo all’ultima questione, anzitutto, prima di dare la sequenza precisa dei nomi. Ai volti degli scrittori, secondo intervalli irregolari e aritmici, si sovrappongono il volto di mio padre e il mio. Gli scrittori sono quelli della mia formazione, desunta dalla libreria in salotto quando ero piccolo. Manca il volto del primo autore che ho letto in assoluto, cioè lo Charrière di Papillon. La mia formazione si sovrappone poi all’aggiornamento finale che mio padre ha da me recepito, circa alcuni contemporanei e anche autori più classici che si mise a rileggere. Ciò sta a significare che un dialogo tra figlio e padre è avvenuto attraverso la letteratura – si tratta quindi di un profondo ringraziamento da parte del figlio.
Ecco, ora, la sequenza intera dei volti e dei nomi, che inizia all’accelerazione di Useless dei Depeche Mode nella versione remix di Dave Clarke, al minuto 4’50” e dura 1’30” (ricordo che per visionare l’installazione, basta scaricare il file .exe e cliccare due volte sull’icona blu che apparirà; per vedere a schermo intero, un clic sulla freccina obliqua in basso alla schermata; il download è consigliato per chi dispone di fibra ottica o adsl):
mio padre – Dante Alighieri – Thomas Stearns Eliot – William Seward Burroughs – mio padre – Giacomo Leopardi – il sottoscritto – Paul Celan – Louis Ferdinand Céline – Wallace Stevens – Howard Philip Lovecraft – Franz Kafka – mio padre – Michel Houellebecq – Don DeLillo – il sottoscritto – Edgar Allan Poe – Herman Melville – Leon Tolstoj – Fedor Dostoevskij – il sottoscritto – Walter Benjamin – Pier Paolo Pasolini – mio padre – Platone – Aristotele – Plotino – mio padre – il sottoscritto – mio padre.
NB. Ai lettori che hanno chiesto circa la voce e il testo della chiusura, specifico che si tratta di me mentre leggo un cut-up dalla pagina finale del Dies Irae, sull’immagine dell’Imperator Mundi di Andrea Mantegna.

“La lingua italiana porta pericolo”

Thumbnail image for leopardicadavere.jpgLa lingua italiana porta pericolo, non solo quanto alle voci o locuzioni o modi forestieri, e a tutto quello ch’è barbaro, ma anche, (e questo è il principale) di cadere in quella timidità povertà, impotenza, secchezza, geometricità, regolarità eccessiva che abbiamo considerata più volte nella lingua francese. In fatti da un secolo e più, ella ha perduto, non solamente l’uso, ma quasi anche la memoria di quei tanti e tanti idiotismi, e irregolarità felicissime della lingua nostra, nelle quali principalmente consisteva la facilità, l’onnipotenza, la varietà, la volubilità, la forza, la naturalezza, la bellezza, il genio, il gusto la proprietà, la pieghevolezza sua. Non parlo mica di quelle inversioni e trasposizioni di parole, e intralciamenti di periodi alla latina, sconvenientissimi alla lingua nostra, e che dal Boccaccio e dal Bembo in fuori, e più moderatamente dal Casa, non trovo che sieno stati adoperati e riconosciuti da nessun buono scrittore italiano.

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