Meditazioni kafkiane: congedo sine die dalla scrittura

“Io, soltanto io sono l’osservatore della platea.”

“Ogni cosa mi si presenta come costruzione.”

“Le scoperte si sono imposte all’uomo.”

“Quando estirperò queste cose?”

“‘Il tonante grido dell’estasi dei serafini’.”

Quella di Franz Kafka, nei Diari che “tanto lo commuovono”, è un’ascesi. Il suo persistere, all’interno di una necessità non più fisica, non più emotiva e non più psichica, nell’allusione a cui tende la lingua tutta (discorso, narrazione, personaggio, retorica, ritmo, significato, comunicazione) decreta il fallimento dell’ascesi stessa. Che giunga a dire che

“Ciò che è possibile avviene già”

– questo è poi il rovesciamento di un tale fallimentare esito.
Kafka è l’onnipotenziale – non l’onnipotente della scrittura.

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Enormi bizzarrie pensate, castelli in aria, fantasticherie voluttuosamente perverse circa la leggibilità, la narrazione, i supposti generi, quando invece Kafka risolve tutto il supposto genere nero così, in due righe di Diario:

“La porta si aprì a spiraglio. Vi apparvero una rivoltella e un braccio teso.”

Contemporaneo a me è proprio non comprendere che la radice di ogni epica, tragedia, poesia, prosa è un punto di narrazione iniziale che costituisce la prima incarnazione linguistica di un’assai estesa possibilità di espansione: questo è il punto primigenio, la storia sta tutta qui. L’allusione è il culmine finale, in cui va a rastremarsi la narrazione, e di cui l’evocazione costituisce l’inizio, il big bang retorico e perciò narrativo.
Se fosse compreso quanto Kafka, in posizione iniziale assoluta, è così vicino alla fine, poiché la sua evocazione è la stessa cosa dell’allusione finale, sarebbe letta una storia come questa, che sta nei Diari:

“Un giovane in sella a un bel cavallo esce dal portone di una villa.”

Non è compreso. Quindi: il tempo umano non è compiuto.

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Ma ci sono Diari in cui “cocchiere”, “cavallo”, “costruzione”, “serafini”, “io”, “platea” tornano, e tornano incessantemente. Una struttura mobile, elettrica, immateriale, liquida nell’etere della mente di chi legge o scrive, un organismo vivente di una vita troppo sopraffina perché possa passare attraverso il mantice dei polmoni umani: questi sono i libri, le narrazioni che non interessano il contemporaneo a me. Eppure sono l’ultimo luogo ormai in cui mi interessa eventualmente andare scrivendo. Insufficienza dei mezzi: per quei luoghi stratosferici le mie ossa sono grezze, pesanti, non ho il metabolismo adatto.
Luoghi di circolazione atmosferica priva di ossigenazione e tuttavia esistenti. Batteri extratmosferici, forme di vita che esistono anche senza respirare.
Così lo Zibaldone di pensieri è una narrazione epica, potentissima, al pari dei Diari kafkiani. E’ che i contemporanei a me, nella loro generalità e fatte salve poche eccezioni a me note, continuano a cercare un’unità avendo in testa l’idea monolitica, immobile, strapiena.
L’unità è invece il luogo dove si vede tutto ciò che è avvenuto e può avvenire, poiché è già avvenuto, e lo è in quanto poteva avvenire.
Manca all’uomo contemporaneo il senso letterale della possibilità.
L’ermeneutica del contemporaneo abolisce la possibilità per vedere l’attualità, la cosa tetragona, come se l’esserci della cosa presente e realizzata non fosse che una variabile tra le infinite che la possibilità offre.
Niente vibra per il malato occidentale.
Ha orrore del silenzio, che per lui coincide con la morte.
Tale stato è un sintomo ulteriore dell’errore della morte, poiché il mio contemporaneo è una forma finale che concepisce la morte.

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Allora io non so più che scrivere – ecco, la cosa è detta.
Non scrivo perché davvero non esiste un legame di essere tra me e ciò che leggo e che viene letto, e all’interno e all’esterno: non c’è, letteralmente, interesse.
Si va in un luogo dove non so. So cosa è quel luogo, anche se non so come arrivarci e infatti non ci arriverò mai. Sarebbe finito, il pungolo della scrittura, che non mi serve per la psiche più, se non fosse che non riuscirò mai a raggiungere quel luogo che desidero – quindi vedo un desiderio fuori dalla psiche, che mi trascina e necessita un tipo di scrittura altro, poiché altra è ormai la necessità di scrivere, e alla cui altezza non ho i mezzi per stare.
Qui interviene una forza che mi è impossibile descrivere. Tale forza sostanzia l’allusione tutta.
Il luogo è per esempio la storia che segue qui sotto e che non sarò mai in grado di rappresentare, dal che si desume lo stato di scacco perenne in cui verserò e la falsità quintessenziale di tutto ciò che eventualmente scriverò. Non scriverò mai un libro come quello che segue qui, un libro infinito come questo, una storia di storie che annullano l’idea stessa contemporanea di storia, un libro come questo che Kafka ha circoscritto in poche parole, infilandoci dentro la biblioteca di Alessandria intera:

“Il profilarsi di un uomo con le braccia alzate a metà e in modo diseguale si volge verso la nebbia compatta per entrarvi”.