“Bloody Cow” di Helena Janeczek: recensione su l’Unità

 – Psicosi muccapazza: il reportage «sanguigno» di Helena Janeczek (pdf)

Giancarlo Liviano D’Arcangelo, su l’Unità, recensisce la Silerchia firmata dall’autrice de “Le rondini di Montecassino”: “Nelle densissime, splendide pagine di Bloody Cowdi Helena Janeczek , reportage sanguigno e sentito su una delle grandi psicosi collettive dei nostri tempi: l’infezione connessa al cibo, ancor più terrorizzante quanto è artificiale, autoinflitta, creata dall’uomo contro se stesso…”

 

La quarta di copertina di Bloody Cow

Carne. Carne appesa a ganci e stesa sul marmo. Bestie al macello. Bestie che crollano, animali incerti sulle zampe, i cui occhi si rovesciano all’indietro. Mucche sane, mucche in pascoli verdi ritoccati con Photoshop e mucche inscatolate vive tra le griglie degli stabilimenti illuminati al neon. Sono venute a noi, hanno riempito i nostri schermi e noi ce le aspettavamo, come dopo essersi strafogati ci si aspetta di dormire male. Ma quella volta abbiamo avuto paura. Abbiamo tremato perché era giunta l’ora della grande punizione perché mangiamo carne o perché mangiamo troppo o semplicemente perché mangiamo: non c’è dieta mediterranea o dieta iperproteica, non c’è pastone macrobiotico o pasto sostitutivo che possa farci niente. Noi continuiamo a mangiare perché continuiamo a vivere. Ma quella volta abbiamo tremato perché l’undicesima piaga biblica si stava abbattendo sul nostro Egitto: a cadere prima sulle gambe, poi con la testa all’indietro, a tremare e a morire – sì, perché alla fine è morta – è stata Clare, ventiquattro anni, vegetariana da quando ne aveva undici, uccisa dal morbo della Mucca Pazza. Vegetariana da quando ne aveva undici. La carne impura irrompe nella carnale e impura storia degli uomini. L’ombra dell’antropofagismo, la società del rischio e la putrefazione in vita, l’autoseppellimento e il sisma psichico. Tutto, davvero tutto, viene macinato dall’idrovora di una scrittura commovente e spietata: così si fa la Storia, così si fanno le storie, così è scritto Bloody Cow, il reportage sulla malattia di Creutzfeldt-Jacob. Corifea dolcissima, profetessa veterotestamentaria, scrutatrice spietata e raggelante del mondo, accordatrice di ritmi e visioni, Helena Janeczek ricostruisce la storia di Clare Tomkins, la disperazione della sua famiglia e il delirio mediatico, dirigendo il flusso inesausto delle immagini, a volte dinamicissimo, altre lutulento, altre ancora maestoso, con salti e rapide improvvisi, composto di allegorie verticali e orizzontali aneddoti, di vite e non-vite che variano dalla fotografia iperrealista all’allucinazione in stile lynchiano. E noi restiamo esausti, sazi, incantati e pur sempre immensamente disincarnati, proprio al centro della carne, nell’atto più solitario e comunitario che sia dato all’umanità: mangiare.

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera da genitori ebrei di origine polacca e venuta a vivere in Italia all’età di diciotto anni, scrive in italiano con l’abilità funambolica di chi ha imparato a usare uno strumento alla perfezione: duttile, purissimo, affilato. Poetessa e scrittrice, ha esordito con la raccolta di poesie in lingua tedesca Ins Freie (Suhrkamp, 1989), mentre ha scritto in italiano il suo primo romanzo, Lezioni di tenebra, che ha vinto il Bagutta Opera Prima come miglior opera prima. Si tratta del resoconto del viaggio compiuto ad Auschwitz insieme alla madre, che lì era stata prigioniera con il marito. Le rondini di Montecassino è stato vincitore nel 2010 del Premio Napoli. È redattrice di Nuovi Argomenti e di Nazione Indiana

Sulle “Rondini” di Helena Janeczek

In my humble opinion: una delle autrici fondamentali che operano nella lingua fantasmatica per eccellenza, quella italiana, e la sua opera “Le rondini di Montecassino”, testo centrale per il mio presente, epica e superamento dell’epica…

E’ per me, da tempo, e per purissima idiosincrasia, molto difficile entrare in rapporto con i cosiddetti “romanzi contemporanei”. Esiste questa strana persistenza di un’idea di romanzo assai novecentesca – quella scatola chiusa, da aprire come certi scrigni contenenti gemme di zie di un tempo che fu e gioielli di famiglia, da estrarre e riportare alla luce, stupendosi e dicendosi che tali gioie testimoniano di una storia che è stata la nostra, che lo sapessimo o meno. Questa idea di romanzo come genere è imperante in un’epoca che teme moltissimo la sperimentazione, un teatro di civiltà allo stremo e strappata e lacerata internamente da spinte contraddittorie. Per esempio: un certo reazionariato formalistico e ideologico che si propone come erede di un’avanguardia (un ossimoro tragicomico); un paladinato della Tradizione che ha appunto un’idea della Tradizione da perpetuare o perpetrare (ossimoro tragico e non comico); un fronte avverso ai generi romanzeschi e però che ritiene il romanzo un genere prosastico (un ossimoro unicamente comico).
E’ forse in forza di tali contraddizioni, politiche nel senso più debole del termine, che si rischia di perdere non dico la storicizzazione di un presente (operazione che l’inutile idiota umano tenta sempre, da quando si è eretto dalle pozze sulfuree e acquee), bensì l’esperienza viva e attuale consentita da ritmi e forme e spostamenti e dialettiche tra pensiero e potenza muta del pensiero, e quella di gioia e dolore e amore e conoscenza e magistero che cresce dall’esterno e dall’interno, consentita da libri ricchi in tali capacità – in altre parole, si rischia di perdere l’esperienza letteraria tout court.
L’assenza assoluta di gioia verso l’oggetto di critica, cioè di semplicissima lettura, è un tratto distintivo di questo tempo occidentale, pare. Ciò che è un tratto distintivo oggi non è detto sia tale in altro tempo. Questa banalità di base nasconde un atteggiamento preciso nei confronti della storia, desistematizzato da Walter Benjamin quasi cento anni orsono (correva l’anno del Signore il 1920) e divenuto, essendolo stato ben da prima, un elemento del tutto naturale di certo sguardo culturale. Qualcosa, intendo, di cui liberarsi, se si è scrittrici o scrittori. L’alleato da abbattere, lo strumento da cui emanciparsi, il prossimo tuo che non è amato affatto come se stesso. Mentre la critica, nel corso del decennio più recentemente consumato, è apparsa scoprire la lumescenza di categorie così ampiamente catalogate nello strumentario temperamentale dell’artista, qualcuna e qualcuno si sono sporti in avanti. Lo hanno fatto nella fantasmatica lingua italiana. Addirittura operando fantasmaticamente su un fantasma: non essendo madrelingua, intendo.
Mi riferisco a Helena Janeczek, direi una delle artiste più importanti nel panorama fantasmatico che tale lingua fantasmatica ci consente di non vedere. Si tratta della depositaria di due testi che a me paiono fondamentali, sotto qualunque risguardo, e cioè quello stilistico e quello strutturale (che sono poi la stessa cosa) e quello relativo alla facoltà imaginativa – Lezioni di tenebra e Le rondini di Montecassino. Questa ultima opera costituendo una sorta di arazzo delle possibilità fantastiche e delle torsioni che la narrazione in italiano permette di intrecciare. Testo emblematico, in quanto aperto, arcipelago di emersioni testuali tra cui corrono comunicazioni spontanee e casuali, non irregimentabili in uno schema di volo o di trasporto – ecco uno dei testi italiani penetrati nella zona di sperimentazione a rischio sempre di morte: la zona dell’osservazione (da dove?) di quella legione che ha nome “io”. In questo caso, osservando, ovunque, sempre, un “noi”. Vicenda umana plurima e isolata, violentata con inaudita ferocia perché essa si strappasse dalla storia per diventare significazione.
Questo libro è indiscutibilmente un libro e discutibilmente un romanzo.
Helena Janeczek qui allestisce uno spettacolo mondiale per mettere in scena lo spettacolo del mondo.
Non lo desidera fare: lo fa evidentemente in quanto colpita, trascinata. La stupratrice è stuprata a priori – una verità che la scrittura denuncia in tutta la sua ambiguità, perlomeno in Occidente, cioè il tempo e lo spazio dominati dal Fantasma della Fine. La dilacerazione del fantasma iniziale, che tutto muove, porta a stringere vanamente tra i pugni brani di carne non fisica, lumescente. Nel caso del lavoro sulla storia umana di Janeczeck: maori, italioti, geografie, ebrei, Siberia, Israele, Germania, Guerra, Amore, Vita dei Nervi e Ricordi della Vita dei Corpi, Memoria, Lutto, Perdita e Riconquista e Conqui9sta, Territorio, Mappa, Desiderio, Interruzione, Parto e Decesso. Come più sotto: termino qui e potrei continuare all’indefinito l’equivoco elenco.
Helena Janezek è, nella mia umile opinione, artista di massima importanza del mio tempo e il suo libro Le rondini di Montecassino una delle opere imprescindibili del mio tempo, cioè di qualunque tempo – e non è fatta, tale opera, con le parole semplicemente.

Sotto la videointervista all’autrice, riproduco qui l’intervista e recensione al libro, pubblicata su Vanity Fair e ripresa in forma allargata su Carmilla.

Helena Janeczek: “Le rondini di Montecassino”

Era già accaduto anni fa – per la precisione nel 1997, con il suo straordinario Lezioni di tenebra (Mondadori). Introducendo una prima persona giudicante e verisimile, testimoniale e muta a seconda dei momenti, una figlia che accompagna nel buco nero di Auschwitz la propria madre, deportata lì e da lì sopravvissuta – così Helena Janeczek si era non semplicemente imposta all’attenzione della critica (questo treno di parole che non va più ad alta velocità né a lenta). Aveva penetrato la narrativa contemporanea e, con altri autori in apparenti generi apparentemente diversi, aveva permesso di riacquistare il diritto a un racconto verisimile che, in quanto tale, fosse pienamente tragico. Aveva, Janeczek, aperto strade percorribili a molti suoi colleghi. Quasi tutta la querelle su reportage e fiction, di fatto, nasce dall’affondo profondissimo di questa narratrice che ospita la nostra lingua o da soggetto o da oggetto. 13 anni dopo, Janeczek compie nuovamente l’affondo. In tempi di discussione su romanzo corale ed epico, l’autrice crea, con Le rondini di Montecassino (Guanda, 18 euro), un tessuto intricato di spostamenti nello spazio e nel tempo, una superfetazione dell’eroismo e della coralità.
Janeczek ottiene il suo risultato apicale, credo, perché riesce a operare congiungendo la tragedia all’epica. E’ nuovamente l’entrata in un territorio che i suoi colleghi non potranno non esplorare grazie a lei.
Forte di una lingua che si permette di stridere o di addolcirsi a seconda dei ritmi immaginali e dei movimenti sincronici di spazio e tempo narrati, Janeczek non allestisce il teatro della battaglia, ma usa la battaglia come universo, estendendo all’intero pianeta e alla verticalità dei tempi che si vivono (prima della guerra, durante la battaglia di Montecassino, dopo la battaglia, oggi) motivi che fanno risuonare corde antiche della letteratura: la normalità che coincide con l’eroismo, in un incremento inaudito del dramma, che costa uno sterminio e un confronto quotidiano con sofferenze indicibili in ogni angolo del pianeta; l’amore che salva e quello che condanna; la genesi e la fine; la stratificazione dei tempi attraverso le memorie e il cozzo tra generazioni; l’empatia e la negazione di quella; la domanda sulla natura dell’umano, sul venire al mondo e sulla morte; ciò che è complesso in coincidenza con ciò che è semplice.
Potrei continuare l’elenco, ma non è fondamentale. Chi scrive sta qui formulando un appello: che questo libro venga letto, venga meditato, venga superato il godimento della lettura e venga combattuta nell’interiorità una guerra che è emblematizzata solo superficialmente dal melting pot alleato che prese Montecassino, strappando l’abazia ai nazisti. Chi scrive formula un tale appello perché ritiene che il libro di Helena Janeczek sia uno di quei testi che rimangono, in quella dinamica dei tempi umani che chiamiamo tradizione letteraria: qualcosa che è polarmente opposto a ciò che si è cristallizzato. Questa nuova epica allestita con genio profuso nella costruzione di simmetrie strutturali, tra situazioni che si intrecciano a distanza o di capitolo in capitolo, tra personaggi che si specchiano ritrovandosi complementari od opposti, tra battaglioni maori che entrano in arco voltaico con la minoranza ebraica che è minoranza ovunque – questa capacità di non resistere al trascinamento che l’ideazione e la pratica letteraria inducono sciamanicamente nella scrittrice, permette di vedere sorgere, in Italia, nel 2010, uno dei romanzi più politici e con le maggiori capacità contenitive di poetica degli ultimi anni.

HELENA JANECZEK: SIAMO ANCORA CAPACI DI RACCONTARE

“La letteratura non fa risorgere i morti. Però li racconta”. Le parole sono modulate con una delicatezza pacata, quasi una dettatura esercitata con pudore. Helena Janeczek potrebbe sembrare una scrittrice saggia in quanto calma e consapevole. Non è propriamente così. A dispetto di nome e cognome, non è un’autrice mitteleuropea o slava, ma una delle migliori scrittrici italiane. Il fatto è che non non sarebbe italiana se non avesse sposato un italiano: è tedesca di nascita. E non soltanto tedesca – Janeczek è un melting pot vivente che sembra uscito dal terrore e dalla volontà di sopravvivere esplosi nel secolo scorso con la seconda guerra mondiale e lo sterminio ebraico.
Nata a Monaco nel 1964, vive in Italia dal quasi trent’anni. Ha stupefatto la critica con Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997). Romanzo che andava ben oltre gli steccati del romanzo, rompendo le strutture classiche, raccontava parte dei flussi di sangue che scorrono nel corpo e nella storia di Janeczek. Era il resoconto di un viaggio di ritorno abissale, compiuto dall’autrice con sua madre – ad Auschwitz, l’orrore in terra dal quale uscirono salvi i genitori (entrambi ebrei polacchi) di questa scrittrice furibonda e imperturbabile. La furia e l’imperturbabilità, oltre alle molte arterie che veicolano sangue diverso, fanno la cifra del nuovo romanzo di Helena Janeczek, Le rondini di Montecassino (Guanda, 18 euro). Un affresco a partire dalla storica battaglia tra nazisti e alleati, che distrusse la grande abazia benedettina. Oggi è molto difficile realizzare un affresco. Janeczek ci è riuscita decomponendo e filtrando elementi, personaggi, storie, tempi, luoghi distantissimi ma connessi da pellegrinaggi di presuli e sopravvissuti. Nel libro, molti sguardi convergono su Montecassino. Per esempio, quelli dei soldati polacchi, reduci da un’epopea incredibile, dai gulag sovietici all’Iran, alla guerra in Africa e poi in Italia, fino a unirsi con quella miscellanea di battaglioni che prese Montecassino. In realtà, questo straordinario romanzo è un atlante anatomico dell’anima dell’autrice: si osservano in trasparenza gli snodi e le vertebre che compongono l’insieme di storie condensate nella videnda personale di Helena Janeczek. A partire dai suoi genitori, deportati, che venivano da famiglie ebree polacche molto diverse.
“Osservante quella di mio padre. Più laica quella di mia madre. Non che questo abbia inciso nel riuscire a sopravvivere al lager. Emersi da Auschwitz, ripararono nel sud della Germania, con i fratelli di mio padre. Attesero il visto per l’America. Mio padre si ammalò. I suoi fratelli partirono per gli Stati Uniti. I miei restarono a Monaco. Mio padre, come racconto alla fine di Le rondini di Montecassino, cambiò il cognome in Janeczek – che quindi è falso”.
Non furono gli ebrei, tuttavia a prendere l’abazia a Montecassino. Qui tu narri di battaglioni che attraversano mezzo mondo per arrivare a poche centinaia dai monaci benedettini.
“Una compagine di dimenticati, provenienti da mezzo mondo. Marocchini. Indiani. Pochi sanno del battaglione maori della Nuova Zelanda. Morirono qui. Le lapidi al cimitero di guerra hanno iscritti i loro nomi che per coincidenza paiono ebrei: Samuel Mendes o Leonard Koha”.
Una scoperta che non pare casuale.
“Ma lo è. Ho iniziato a lavorare a Le rondini di Montecassino quando stavo scrivendo da anni un altro libro. Mi è letteralmente entrato nella vita. Ho cominciato con un racconto, poi ho compreso che quel racconto era parte di un romanzo, un preambolo a episodi. Il libro è fiorito. A volte fare qualcosa che non sai è proprio fare quello che devi. E’ diventato un percorso rabdomantico, che ha richiesto certo molto studio. Sono convocati nel racconto piccoli popoli sottoposti a partizioni, a violenze, a esili e compromessi”.
E’ il racconto di autentici esodi. La guerra di un soldato texano. Lo splendido capitolo sul viaggio odierno del nipote di un combattente maori. Il rimbalzo tra due narrazioni, quella di due ragazzini meticci oggi a Montecassino e l’incredibile percorso di guerra dell’ebrea Irka, che perde la famiglia e ne acquisisce un’altra nel gulag. E ci sei tu, un amico polacco della tua famiglia, che hai conosciuto, con la sua misteriosa parabola che conduce dall’est fino alla battaglia…
“L’episodio maori è abbastanza significativo. Ho scelto di concentrarmi proprio sulla storia di Rapata, il nipote del veterano di Montecassino, Charlie. E’ un popolo agli antipodi di quello italiano. In senso fisico: stanno proprio dall’altra parte del globo. E sono sotto il regime inglese. Tutta la loro partecipazione alla guerra nasce nella contraddizione a cui è sottoposto chi cerca una legittimazione per integrarsi e chi invece avverte il tacco del padrone colonialista. Questo piccolo popolo diviene una piccola parte di un esercito più grande. E’ ciò che accade anche agli ebrei polacchi: un piccolo popolo all’interno di un esercito sottoposto a un tour de force che sembra una violenza del destino. Il racconto sui maori cerca di restituire lo spaesamento a cui furono sottoposti tutti questi protagonisti. Ho riprodotto alcune parole chiave della lingua maori, ho passato ore su YouTube a vedere filmini di feste di compleanno in case maori. Ho studiato la loro storia. Nasce in questo modo l’idea di un risucchio che non porta soltanto alla battaglia di Montecassino – conduce ai lager tedeschi, ma lascia intatta la storia particolare di questi popoli e delle vite individuali”.
Fai viaggiare il lettore per distanze geografiche enormi, ma attraversi anche il tempo e arrivi a oggi.
“Soprattutto coi i due ragazzini di buona famiglia, cresciuti a Roma in una scuola internazionale. Sono emblematici della generazione di oggi. Stanno cercandosi, espressione di un altro esodo, in senso temporale. Si muovono a tentoni. Sono sul luogo della battaglia, impegnati nel sociale come si direbbe oggi – eppure sono vittima del racconto del passato, che spesso non si percepisce attinente a noi stessi. Sono apolidi, vittime dell’ambivalenza di ogni generazione precedente, che avverte di avere fatto la storia e la racconta, ma anche considera fuori dalla storia chi viene dopo”.
A proposito di ragazzini, stando in tema ma strappandosi dal libro: tu hai un figlio. Come lo introduci alla storia di sofferenze, deportazioni e salvezze che lo ha preceduto?
“La storia è a sua disposizione, può prendere ciò che desidera, quando vuole. Ti racconto un episodio. Tempo fa stava giocando coi suoi compagni a un videogame di guerra: lo scenario era lo sbarco in Normandia. Si divertiva un sacco. Suo padre gli ha spiegato quanto fosse orribile la guerra, quanto fosse tremendo ciò che è accaduto anche alla famiglia di sua madre. Mio figlio ha risposto che a essere bello era il gioco, non la guerra. Una risposta che rende giustizia naturale e postuma a qualunque destino di dolore”.
L’Italia è vista soltanto da occhi stranieri e, per questo, straniati.
“Quegli occhi sono anche i miei, in parte. Lo sguardo un po’ da fuori e un po’ da dentro mi appartiene. Desideravo raccontare l’Italia con gli sguardi estranei che ci sono stati prima della globalizzazione. Di fatto, l’Italia è stata un’avanguardia della globalizzazione, un Paese di per sé meticcio. E poi ragiono da tempo sul fatto che dove sono nata e cresciuta, cioè quella città sotto bolla che è Monaco, non suscita alcun senso di appartenenza in me. Io vengo da un’infanzia di rifiutata o di ebrea richiesta del parere, in un tempo in cui la Germania ancora stava elaborando l’orrore. Quando scoppiò la guerra in Libano, ero una bambina, ma mi venne chiesta un’opinione da ebrea su quanto stava accadendo. Era soffocante. E dire che non avvertivo il peso di vivere e parlare nella patria dello sterminio”.
E’ anche per questo che sei venuta a vivere in Italia?
“I miei genitori mi ci portavano in vacanza, da sempre. Appena passavo il confine, ciò che avvertivo come plumbeo o impossibile diventava di colpo leggero, normale. E’ una sensazione che è andata perdendosi in questi decenni, qui in Italia: il fatto di essere accolti calorosamente. C’è una cifra comune a tutte le patrie confluite in me, quella slava e tedesca: la freddezza nell’accogliere l’altro. Venire in Italia, lasciando una città che non mi apparteneva e a cui non appartenevo, è stata una scelta quasi naturale”.
Il tuo romanzo è una narrazione potente. Si avverte fiducia nella letteratura, nella sua persistenza.
“Io tengo a questo: mostrare come oggi noi siamo ancora capaci di raccontare gli uomini. Narrare queste storie, in parte desunte dalla realtà e in parte inventate, e fare coincidere questo racconto con le tracce delle nostre proprie storie è un assunto poetico e anche politico. I racconti degli umani sono di fatto un gesto comunitario. Per raccontare bisogna mettersi nel punto di vista di colui in cui ci si cala. E proprio questo è il legame che tiene unito umano a umano”.
Con Le rondini di Montecassino ci troviamo di fronte a uno dei più importanti romanzi epici di questi anni in Italia. Se c’è epica, c’è un eroe.
“Qui l’eroismo è la trama quotidiana. Qualunque gesto è eroico. Quando si è immersi in realtà così devastanti, l’eroismo è ciò che l’umano oppone all’orrore. Ogni azione straordinaria è semplicemente umana”.
In Lezioni di tenebra, in quel viaggio dell’amore nell’aberrazione fatto insieme a tua madre, il racconto si svolgeva proprio nel segno della madre.
Le rondini di Montecassino è un racconto scritto nel segno del padre. Spesso, del silenzio del padre. Scrivere questo libro ha significato misurarmi col maschile, col paterno. E avvertire anche la sua sottrazione, il suo silenzio. Con ciò che ne deriva: il desiderio di proteggere quel silenzio e al tempo stesso di sfondarlo, avvertendo in quel silenzio un messaggio, una comunicazione intima. Che esige di non essere raccontata”.

Una nuova traduzione da SALMO di Paul Celan

celanRicevo e pubblico questa straordinaria versione italiana di Psalm di Paul Celan: una versione curata da Donata Feroldi ed Enrico Cardesi, la quale, insieme a a quella firmata da Helena Janeczek (leggibile qui), rende giustizia a un testo che la traduzione di Giuseppe Bevilacqua (finita purtroppo nei Meridiani di Mondadori) traslava in un italiano abbastanza datato.

SALMO

Nessuno ci impasta di nuovo da terra e fango,
nessuno rianima la nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
Per amore tuo vogliamo
fiorire.
Incontro a
te.

Un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, noi, in fiore:
la rosa di Nulla, di
Nessuno.

Con
il pistillo chiaro-anima,
lo stame deserto-cielo,
la corolla rossa
per la parola porpora, che cantammo
al di sopra, oh al di sopra
della spina.

***

PSALM
Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm, | niemand bespricht unsern Staub. | Niemand. | | Gelobt seist du, Niemand. | Dir zulieb wollen | wir blühn. | Dir | Entgegen. | | Ein Nichts | waren wir, sind wir, warden | wir bleiben, blühend: | die Nichts-, die | Niemandsrose. | | Mit | dem Griffel seelenhell, | dem Staubfaden himmelswüst, | der Krone rot | vom Purpurwort, das wir sangen | über, o über | dem Dorn.

Precisazioni su ITALIA DE PROFUNDIS

C’è un punto in Italia De Profundis, un punto che sta nell’incipit, in cui accade una consecuzione di tre frasi, che pongono termine al primo paragrafo del libro:

“Vedo l’Italia. Vedo me. Non sono io.”

coveridpprecDal punto di vista metrico si tratta di un alessandrino – cioè un’unità. Da un punto di vista sintattico si tratta di un tipico movimento triadico – cioè un’unità. Da un punto di vista logico si tratta di un entimema, sia che lo si voglia considerare all’interno del sistema aristotelico sia in quello di Port Royal – cioè un’unità. In ogni caso si tratta di un’unità non moncabile, ma divisibile in astrazione mantenendo sempre il continuum.
A volte al testo viene fatta violenza. Una giornalista, recentemente, per parlare della supposta autofiction in Italia De Profundis, ha affermato che nel testo si legge:

“vedo l’Italia, vedo me”

Questa è un esempio di violenza al testo. Ciò che, immediatamente, per quanto mi concerne, squalifica in maniera definitiva le ambizioni critiche di chi compie un’operazione simile. E non perché in questo caso si tratti di qualcosa che ho scritto io. E’ che proprio percepisco, e poi vedo espressa nel corso del tempo, un’attitudine antimorale in questo cancellare perché non si capisce. Poiché, in casi come quello che sto prendendo qui in senso emblematico, non è in gioco l’esito letterario di un testo, bensì la capacità basale di sentire e comprendere di un lettore che non è tale, in quanto ha una sede pubblica in cui spettacolarizzare la sua lettura. Non è in gioco nemmeno l’ignoranza di tale lettore spettacolarizzato (che, assicuro, comunque non coglie l’inversione da Leopardi, ma nemmeno la citazione da Plotino): poiché non è che il testo si faccia per nozioni e per algebre, attività che il lettore spettacolarizzato invece propugna nel mentre la contesta. No: qui è in gioco la risonanza di un’indole linguistica che non riguarda lo scrittore, ma la comprensione elementare del lettore spettacolarizzato stesso. Viene applicata una sintomatica censura del testo, per ragioni ideologiche, ragionando e agendo immediatamente nel modo che segue: non comprendo (il che non significa: “non apprezzo”, poiché il gusto è gusto – qui siamo proprio alla basilarità letterale e cognitiva), cioè capisco parzialmente quello che già sono disposto a capire, dopodiché divulgo quello che ho capito come se fosse una prospettiva integrale. E così si perpetra il ghigliottinamento del testo. L’attacco al testo in forma di censura è indice di una violenza che risiede in ciò: un’incapacità, una falla, un disordine, un disguido, una neurosi nel flusso empatico. Dal cognitivo all’emotivo il passo è addirittura invisibile. Tale è la malattia occidentale, patologia che evidenzia un ammanco di autoconsapevolezza integrale e dunque di consapevolezza integrale.
Spezzare un’unità testuale comporta conseguenze, se si è lettori spettacolarizzati. Per esempio, in questo caso, abradere la sintassi e ignorare il corsivo sul complemento oggetto pronominale significa già derapare nella comprensione di tutto ciò che segue. Addirittura sopprimere l’opposizione interna tra “me” e “io” fa deragliare in partenza la normale attività della lettura. Leggere male significa pensare male. Poi uno è liberissimo di pensare quel che vuole – a meno che non si tratti di un lettore spettacolarizzato, quale sono io in questo istante per esempio. C’è una certa responsabilità che coinvolge il lettore spettacolarizzato, così come lo scrittore, con le conseguenze che un testo ha nei confronti e di chi lo ha scritto (nella scrittura si dà infatti un profondo rapporto con se stessi, a patto che si sia conquistato l’io) e di chi lo legge. Il che, naturalmente, non evita la possibilità di fare la critica alla critica, se la critica è avvertita come un gioco inutilmente misconoscitivo del testo e dell’autore che viene erroneamente identificato col testo. Questa identificazione è una malattia critica che corrisponde a una stupidità metastorica, talmente frequente da essere divenuta banalità di base, pur ammettendo che di base non si può correttamente parlare in questo caso, poiché la base manca del tutto.

Vengo alla spiegazione dell’abc cognitivo di quel movimento triadico, ma metricamente sintatticamente logicamente e filosoficamente unitario. Se io vedo me stesso, introduco una dissociazione: io vede me, cioè io non è me. Me non sono io: agisce un me che non sono io. Agisce, cioè, un ologramma. Io non è un personaggio. Personaggio è il me. Quale personaggio è il me? E’ il personaggio io, solo che non è io. E’ la mimesi più piena che si possa rappresentare, perché conduce alla domanda essenziale: “Che cosa è io?”.
Ora, qui c’è da intendersi: in questo caso, “io” non va interpretato come un io psicologico, per cui io sono un maschio trentanovenne di nome Giuseppe Genna che ha determinate caratteristiche fisiche, emotive, psichiche. Il motivo della citazione da Plotino risiede proprio in ciò: si mira all’attività nuda dell’io, cioè al sentimento della coscienza, che nulla ha di psicologico e tantomeno di biografico. L’io inteso riduttivamente (non concedo nemmeno la patente di riduzionismo a tale acerbissima posizione) come qualificato da rapporto con il somatico, fibrillato dalla scossa emotiva, colmo di qualificazioni psicologiche è in realtà il me: quell’io qualificato in quel modo non è l’io, che è vita continua, poiché è continuamente cadavere, in quanto risulta oggettificabile e oggettificato di fatto. E’ una valva fossile.
Non esiste un momento in cui chiunque legga queste righe non abbia sentito nella propria vita il suo io privo di psiche (la semplice attività di presenza c’è sempre); esistono molti momenti, invece, in cui chiunque ha sentito il proprio io privo di psiche (per esempio: svenendo, dormendo senza sognare…).
Quale autofiction è, dunque, quella in cui il me è distaccato dall’io? Quella in cui l’io dice solamente “Non sono io”? Non è una autofiction. E’ fiction e basta. Non capire questa elementarietà non è attribuibile all’opera dello scrittore, poiché non si tratta di un fatto letterario – è piuttosto imputabile a uno scotoma che definisce lo status (quello sì e psichico ed emotivo e finanche somatico) del lettore in questione.

Una scrittrice che stimo, a proposito di quanto accade all’io in Italia De Profundis, ha affermato, in un momento in cui si è trovata a essere una lettrice spettacolarizzata:

“Poi esistono casi come – per me – quello di Genna, dove la stessa modalità [di utilizzo dell’io nel testo, ndr] è convincente in alcuni libri come Assalto a un tempo devastato e vile (scritto negli anni novanta) o nelle potentissime parti autobiografiche di Dies Irae, mentre ho trovato l’io di Italia de profundis troppo caricato di significati che non riesce a reggere e soprattutto piuttosto di maniera, alla maniera degli scrittori che a un certo punto fanno il verso a se stessi, il che è una cosa assai comune.

Un’analisi perfetta, in quanto l’io in questione non è l’io: è il me, che è per l’appunto di maniera e fa il verso a se stesso (quando il me è solo, è puro verso di se stesso: significa che un distacco è avvenuto). Italia De Profundis non c’entra nulla, ma davvero nulla con Dies Irae: laddove l’io coincideva con il me, e perfino con l’egli nei momenti in terza persona (in Dies Irae, le componenti autenticamente autobiografiche ristanno nel personaggio “Paola C.” e non in quello “Giuseppe G.”). Peraltro, ma è questione di critica di gusto, le potentissime parti autobiografiche di Dies Irae non sono a mio parere per niente potenti: anzitutto perché non sono autobiografiche e in secondo luogo perché fanno scattare nel lettore identificazione per mimesi, che è il contrario di ciò che l’autore sperava di fare e non è riuscito a fare. Per questo motivo, stando a quanto concerne me, il Dies Irae è un libro fallimentare e fallito, mentre Italia De Profundis (che vuole creare identificazione del lettore nel me in cui l’io non si identifica affatto) è un testo riuscito (il me provoca disgusto).
Poi i gusti sono gusti – ma questa è un’altra storia. Anzi: non è nessuna storia, nonostante disperatamente il lettore spettacolarizzato (non è il caso della scrittrice citata, ovviamente) desideri disperatamente creare una storia e non ci riesca, non ci riuscirà mai.

Il best off 2008 di minimum fax: TU SEI LEI

mf.jpgCon colpevole ritardo, a causa del lungo strascico di discussioni e interventi intorno al romanzo Hitler, mi occupo dell’antologia Tu sei lei, il “best off” 2008 di minimum fax, che mi è stato chiesto di curare.
Per il momento, ecco i particolari del libro e l’estesa rassegna stampa (in via di ulteriore espansione), interessante per la diversità di prospettive interpretative, che compone un largo spettro critico.
Tornerò personalmente su questa antologia, di tanto in tanto, poiché mi sembra necessario anzitutto e poiché essa va configurandosi come un libro che continua il suo percorso, non arrestandosi a mode del momento.
Un particolare ringraziamento va all’editore, minimum fax, e a tutto lo staff della casa editrice – una realtà su cui sarò felicemente costretto a soffermarmi dopo l’estate, per una sorpresa riservata ai Miserabili Lettori.

tuseileimf.jpg Aa. Vv., Tu sei lei

Tu sei lei
Otto scrittrici italiane
209 pagine – gennaio 2008
ISBN 978-88-7521-159-2

Prezzo di copertina: € 11,50 -sconto 10%
€ 10,35 metti nel carrello

cura di: Giuseppe Genna
introduzione di: Giuseppe Genna

le autrici:
Donata Feroldi, Esther G., Helena Janeczek, Babsi Jones, Federica Manzon, Alina Marazzi, Veronica Raimo, Carola Susani.

il libro:
Dopo la fortunata edizione 2007, dopo gli esordienti di Voi siete qui, ritorna l’antologia annuale di minimum fax con un’operazione ancora più innovativa e provocatoria. Tu sei lei. A curarla quest’anno è il romanziere e saggista Giuseppe Genna, uno dei più instancabili agitatori culturali del nostro panorama letterario. Ma la vera novità è che gli autori convocati questa volta sono tutte scrittrici. Tu sei lei è una testimonianza, viva e bruciante, di come, nonostante le lotte del passato che ne hanno formalmente legittimato i diritti, le donne (e le scrittrici come avanguardia sociale) in Italia siano ancora marginalizzate. Ma soprattutto la conferma di come, affrontando temi per niente concilianti – l’identità, il corpo, il parto, la morte – queste autrici siano le protagoniste di uno tsunami letterario che monta all’orizzonte delle nostre coste, e che lascerà il suo segno nel futuro più immediato.


Leggi la prefazione completa di Giuseppe Genna su Carmilla.

Ascolta l’intervista di Giulia Fossà a Giuseppe Genna e Veronica Raimo ospiti di Nudo e Crudo su RadioUno.

Ascolta il servizio di Fahrenheit su Tu sei lei.

RASSEGNA STAMPA

Valentina Pigmei – Elle
Racconti drammatici, densi, corporali, diversi uno dall’altro. Un’ampia riflessione.
continua

Benedetta Marietti – D-La Repubblica delle donne
L’originale contributo di otto scrittrici esordienti ad un’antologia delle donne.
continua

Radio 3 – Fahrenheit
Tra le pagine di questo quarto “Best off” i racconti di esordienti insieme a quelli di autrici già affermate.
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Giovanna Peru – La Nuova Sardegna
Racconti di vita comune eppure particolari, tutti impregnati della visione femminile delle cose.
continua

Massimiliano Parente – Libero
Un addio ai clichè femministi.
continua

Giovanna De Angelis – Il Riformista
Un urlo al femminile di otto autrici di successo.
continua

Porzia Bergamasco – Rodeo
Queste scrittrici elevano e abbattono il muro che relega le donne nel mondo delle donne.
continua

Fabrizio Tassi – Libertà
Un libro che guarda alfuturo.
continua

Cristina Tirinzoni – Psychologies
Otto scrittrici gareggiano in bravura per far emergere uno sguardo tutto al femminile.
continua

Marina Terragni – Io Donna
Un ritratto di Alina Marazzi.
continua

Caterina Soffici – Il Giornale
Otto scrittrici affrontano temi poco concilianti come il corpo e la morte.
continua

Chiara Amato – Style.it
Otto scrittrici esplorano temi come l’identità, il corpo, il parto, la morte.
continua

Valori
Otto donne raccontano l’universo femminile.
continua

Sergio Rotino – Liberazione
Una fra le migliori antologie di questo inizio 2008.
continua

Andrea Di Consoli – Il Messaggero
Scritture sincere, non schiacciate dalla retorica del linguaggio “feroce” e “viscerale”.
continua

Loredana Lipperini – Il Venerdì
Il curatore sottolinea l’urgenza della “questione femminile”.
continua

Maria Pia Ammirati – Liberal
Otto combattenti della scrittura.
continua

Dario Pappalardo – la Repubblica
Esiste ancora una questione femminile?
continua

Vittoria Filippi Gabardi – Satisfiction
Giuseppe Genna ci ama, donne.
continua

Renato Barilli – TTL – La Stampa
Conferma l’impressione di una scrittura al femminile che fa muro, che avanza come fitta falange macedone.
continua

Lara Crinò – Kataweb Libri
Otto racconti al femminile.
continua

Wuz.it
Creatività: nome comune, singolare, femminile.
continua

Stefano Ciavatta – Epolis
Best off è la dimostrazione che si continua a coltivare l’ambizione del libro cartaceo.
continua

Sara Chiappori – La Repubblica
Ognuno di questi sguardi colpisce nel segno.
continua

Pierluigi Pedretti – La Provincia Cosentina
Un libro coniugato al femminile.
continua

Alessandro Besselva Averame – Il Mucchio
Otto racconti di qualità.
continua

Tommy Cappellini – Il Giornale
Un’antologia che esplora i bassifondi dell’anima.
continua

Franco Bolelli – La Repubblica – Ed.Milano
Grande ricchezza di linguaggio, sensibilità innovativa, sintesi di forma e sostanza.
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Chicca Gagliardo – Glamour
Un’antologia al femminile.
continua

Cristina Taglietti – Corriere della Sera

Narrativa pura in forma breve.
continua

Loredana Lipperini – Lipperatura

Racconti belli, alcuni molto belli, intorno al corpo femminile.
continua

Andrea Tramonte – E Polis
Otto scrittrici tra sesso, corpo e identità.
continua

Luigi Brunamonti – Paginedilibri.com
Uno tsunami letterario che monta all’orizzonte delle nostre cose e che lascerà il segno nel futuro.
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Maria Grazia Rongo – La Gazzetta del Mezzogiorno
Storie intense, poetiche, devestanti.
continua

Velvet
Una segnalazione della raccolta di Giuseppe Genna.
continua

Elena Dazi – Notebook
Donne che non si arrendono, che sfidano convenzioni, che creano meraviglie.
continua

Carlotta Niccolini – Corriere della Sera
Donne sole allo specchio:otto scrittrici raccontano.
continua

Alessandro Beretta – Corriere della Sera
La tanto criticata “autoreferenzialità” generazionale sta trovando nuovo sfogo per l’impegno nello stile e nelle strutture delle vicende narrate.
continua

Valeria Parrella – Grazia
Un’antologia pensata interamente al femminile.
continua

Rossano Astremo – Vertigine.it

La narrativa italiana è donna.
continua

Marta Cervino – Marie Claire
Otto scrittrici affrontano temi forti e toccano nervi scoperti.
continua

Le Lezioni di tenebra che hanno messo in moto il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgA quando risale l’idea di comporre un impossibile romanzo (ma una possibile narrazione) di cui la non-persona Hitler fosse il centro? Risale a dieci anni orsono, alla lettura di uno dei testi a mia detta più importanti della narrativa italiana contemporanea – Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Il motore è stato quello, è lì che mi è stato messo davanti agli occhi, da Janeczek, un possibile modello di rappresentazione che esulasse dall’estetica e dalla finzione inventiva, per dare corpo narrativo a ciò che non è possibile inventare, che non è possibile riguardare come romanzesco o prosastico, nel senso in cui “la prosa del mondo” è inefficace ad avvicinare il buco nero della Shoah. Sono debitore a Janeczek di dieci anni di meditazione e di ossessione creativa, tenuti a bada attraverso studi e riflessioni su come guardare in faccia letterariamente Hitler. Dal punto di vista della storia e della sociologia della letteratura, Janeczek aprì nel 1997 la possibilità di percorrere una strada che, dieci anni dopo, emerge prepotente e permette di raccontare esulando la radiazione della leggibilità lineare, e cioè della vendibilità di un’opera premasticata da un movimento di autocensura a favore di ciò che non è difficile. Il suo protocollo di rappresentazione è evidentemente, al tempo stesso, un apparente realismo che viene in realtà sfondato. janeczekin.jpgL'”io” autobiografico è talmente psicologizzato da risultare svuotato, esanime, non giudicante. Lezioni di tenebra narra del viaggio che la scrittrice (nella foto a destra) e sua madre, che fu lì deportata, ad Auschwitz – laddove viene rappresentata la scena più impossibile da rappresentare della nostra narrativa contemporanea – l’urlo cieco della madre che consente la condivisione, restaura l’empatia, ricuce la ferita tra umano e umano, risponde all’antimito Hitler annullandolo, arriva infine a permettere il rapporto tra madre e figlia, erede di un orrore che non ha vissuto in prima persona.
Sfortunatamente, o meglio sciaguratamente, Lezioni di tenebra non è più nel catalogo Mondadori. Si spera che si rimedi presto a questa clamorosa svista.
Pubblico di seguito due pezzi sul romanzo di Janeczek, che proprio a dieci anni fa risalgono e che erano già stati ripresi su i Miserabili: una mia recensione e un articolo da L’indice dei Libri.

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HITLER – romanzo: la quarta di copertina

hitlercovermedia.jpg[Per chi ha seguìto le riflessioni e letto i materiali allestiti nell’officina del romanzo HITLER, che, come detto, è in uscita presso Mondadori il 16 gennaio 2008 a 19 euro, la quarta di copertina non costituirà novità: è la sintesi dell’atteggiamento di poetica adottato nella difficoltosa opera di ricerca di un modulo per rappresentare il non-essere che appare, oltre che il tentativo di risarcimento amoroso che per sua natura oltrepassa quel non-essere e fa coincidere con le vittime della Shoah, che sono i rappresentanti dell’essere avvertito al suo livello più intenso. Per i lettori che non hanno mai messo naso nell’officina del romanzo, la quarta di copertina costituisce un’ideale summa di tutto quanto ho tentato di ragionare nel corso delle mie meditazioni – ogni frase potrebbe dare vita a una digressione che spieghi e dipani l’orrore e l’errore, e la colpa che la scrittura condurrebbe su di sé qualora fosse finzionale. gg]
Il personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti oppure tristemente noti, il protagonista di queste pagine è di fatto Adolf Hitler.
E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su tutta l’esistenza di Adolf Hitler.
Non ci sono discronie né invenzioni; Genna piuttosto dilata particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker, con sguardo attonito di fronte allo scatenamento di uno tsunami di coincidenze che conducono al potere una nullità: l’omuncolo destinato a produrre la più efferata tragedia della storia.
Hitler è, secondo il suo biografo Joachim Fest, la “non persona”, un essere che irradia non essere e morte, banalità e follia, l’ uomo le cui donne – tutte – tentarono il suicidio. Ma qui non c’è quasi nulla della morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana, né indagini fantasiose sulla sua vita sessuale né evocazioni di inverificate forze esoteriche: Hitler è irrevocabilmente consapevole e responsabile, gli eventi sono descritti per come è accertato che andarono. Ricamare con la finzione sulla ferita che ha marchiato a fuoco il Novecento sarebbe osceno.
Strutturato per capitoli concepiti come le metope di un frontone, il romanzo di Genna sorprende per come connette i fatti più risaputi con elementi assai poco noti della vita del Führer. Dall’incredibile labirinto familiare da cui fuoriesce il piccolo Hitler, con i suoi deliri di grandezza e le sue improvvise abulie, all’esperienza limite dell’umanità disfatta nel gorgo della Männerheim, l’ostello per poveri e criminali dove passa anni da nullafacente; dall’esposizione al fuoco e ai gas della Prima guerra mondiale al ricovero in ospedale; dal rapporto incestuoso con la nipote Geli Raubal al comporsi dell’abominevole, grottesca corte dei suoi scherani.
Quest’opera ispirata e severa smonta qualunque funzione mitica attribuita al Führer, è il canto che non può ma vorrebbe risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio. Senza nulla concedere a lui personalmente, all’essere che più di quaranta volte pensò di suicidarsi, non riuscendoci che alla fine, dopo aver trascinato con sé nel baratro milioni di vite.