Le Lezioni di tenebra che hanno messo in moto il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgA quando risale l’idea di comporre un impossibile romanzo (ma una possibile narrazione) di cui la non-persona Hitler fosse il centro? Risale a dieci anni orsono, alla lettura di uno dei testi a mia detta più importanti della narrativa italiana contemporanea – Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Il motore è stato quello, è lì che mi è stato messo davanti agli occhi, da Janeczek, un possibile modello di rappresentazione che esulasse dall’estetica e dalla finzione inventiva, per dare corpo narrativo a ciò che non è possibile inventare, che non è possibile riguardare come romanzesco o prosastico, nel senso in cui “la prosa del mondo” è inefficace ad avvicinare il buco nero della Shoah. Sono debitore a Janeczek di dieci anni di meditazione e di ossessione creativa, tenuti a bada attraverso studi e riflessioni su come guardare in faccia letterariamente Hitler. Dal punto di vista della storia e della sociologia della letteratura, Janeczek aprì nel 1997 la possibilità di percorrere una strada che, dieci anni dopo, emerge prepotente e permette di raccontare esulando la radiazione della leggibilità lineare, e cioè della vendibilità di un’opera premasticata da un movimento di autocensura a favore di ciò che non è difficile. Il suo protocollo di rappresentazione è evidentemente, al tempo stesso, un apparente realismo che viene in realtà sfondato. janeczekin.jpgL'”io” autobiografico è talmente psicologizzato da risultare svuotato, esanime, non giudicante. Lezioni di tenebra narra del viaggio che la scrittrice (nella foto a destra) e sua madre, che fu lì deportata, ad Auschwitz – laddove viene rappresentata la scena più impossibile da rappresentare della nostra narrativa contemporanea – l’urlo cieco della madre che consente la condivisione, restaura l’empatia, ricuce la ferita tra umano e umano, risponde all’antimito Hitler annullandolo, arriva infine a permettere il rapporto tra madre e figlia, erede di un orrore che non ha vissuto in prima persona.
Sfortunatamente, o meglio sciaguratamente, Lezioni di tenebra non è più nel catalogo Mondadori. Si spera che si rimedi presto a questa clamorosa svista.
Pubblico di seguito due pezzi sul romanzo di Janeczek, che proprio a dieci anni fa risalgono e che erano già stati ripresi su i Miserabili: una mia recensione e un articolo da L’indice dei Libri.


Janeczek: Lezioni di tenebra

di GIUSEPPE GENNA

janeczeklt.jpgHelena Janeczek parla tedesco come il mortifero magistero a cui Celan accennava con orrore. E’ tedesca, figlia di ebrei di origine polacca, che furono deportati. E’ in Italia da molto, sposata con un italiano, consulente editoriale. Ha pubblicato, in Germania nell’annus mirabilis 1989, poesie di chiara ascendenza celaniana, che hanno ottenuto grande rilievo critico (Ins Freie, presso il prestigioso editore Suhrkamp). Adesso esordisce in italiano con un romanzo sconcertante, che esula dalla categoria stessa di romanzo.
Scrivere in una lingua che non è lingua madre, e scrivere di una madre che ha fatto di tutto per essere una madre non diventando mai materna: è già una postura che induce vertigini. La persistenza del materno, in questa spiraloidale memoria scritta (scritta divinamente), è probabilmente un nucleo allegorico che si rivela, secondo le coordinate di Heisenberg, una nube di possibilità indeterminate, eppure storiche, anziché un’entità accertabile e alla mano. Come definire questa avventura au contraire, questo viaggio di ritorno, questo reportage dal cuore cancerogeno del lager? E’ un saggio? E’ una storia? E’ un’autoanalisi? E’ una controiniziazione?
Janeczek accompagna la madre al campo di sterminio di Auschwitz dove fu gestato il trauma iniziale, trauma che si è fatto fibra esistenziale: non soltanto della tremenda figura materna, ma di tutta la vita della figlia. E’ dunque una discesa nelle tenebre di sé e della propria storia, nel momento stesso in cui si compie la catabasi oscura nelle tenebre della storia collettiva: le lezioni sono l’ultimo tentativo di portare la tenebra a rischiaramento, senza esorcismi e senza fantasie di facile redenzione. Le tenebre sono tenebre, ma la notte, come annuncia Isaia, per natura deve cedere il passo alla luce del giorno. Questo è l’intento umanistico di Janeczek: impedire che la natura si arresti, che il sole arresti il proprio corso, che il trauma l’abbia vinta e si proceda unicamente nelle tenebre.
Per compiere quest’opera, che è quintessenzialmente sacra, Janeczek struttura questo percorso narrativo di agnizione secondo il modulo del buco nero: c’è una progressiva accelerazione, tutta di aneddottica personale, psichica e corporea, c’è un vertiginoso risucchio di storie e controstorie, di emblemi, di apparenti patologie e sintomatologie, di racconti in esplosione (il modulo è quello epico: la storia di storie), fino al buco centrale, al vuoto dove veniamo storditi dalla radiazione basale del male, il momento in cui la madre lancia l’urlo disumano, nel centro dell’orrore, ritornando nell’orrore, non uscendo dall’orrore.
Lezioni di tenebra è un testo che, lasciando perdere le sciocchezzuole postmoderne, rifà la modalità con cui i padri hanno steso i libri del Libro. Il riferimento potrebbe essere quello delle Lamentazioni di Geremia che Couperin ha musicato (le celebri Leçons de ténèbres du mercredi) o, per misteriosa sincronicità onomastica, lo Janacek di Dalla Casa dei Morti. La parentela biblica è tuttavia più profonda. Non è qui semplicemente effettuata la domanda che predispone al percorso interiore e metafisico: unde malum? Questo è Giobbe, non Dio. Lo scrittore non è né Giobbe né Dio: è entrambi. Chi impartisce la lezione dalla tenebra è Dio. Ma non bisogna equivocare: la lezione di Dio è l’invito a superare la domanda effettuata dalla limitata mente dialettica umana, è un fiorire di immagini che manifestano un glorioso soprasenso e inducono a meditare (a furia di essere colpiti dall’interrogativo divino: “Dov’eri tu?”) che si è Dio, che Giobbe è Dio. Nessun magistero in lingua tedesca, nessuna imposizione, nessun autoritarismo. E nessun Dio didattico e supersapiente. E’ la divinità umana interrogante a cui Janeczek si avvicina: è lo sprofondamento mistico in forma assolutamente storica, praticato dal centro stesso della storia, centro atrabiliare, buio, privo di luce, che l’uomo va a vedere, va a colonizzare con la sua attività di coscienza, superando ciò che è intelligente ed emotivo.
Con Lezioni di tenebra entra a fare parte dell’aggressivo comparto della nuova narrativa italiana Helena Janaczek, con una furia linguistica e immaginale che spacca ogni canone vieto e mortificato: è ciò che tutta la nuova narrativa italiana sta per compiere, sulla china di una rinnovata e diffranta epica.
[dal web di Mondadori Libri, risalente al 1997]

La lamentazione di Janaczek

di MASSIMO BACIGALUPO

lin.gifNata nel 1964 a Monaco di Baviera da genitori ebrei di origine polacca, Helena Janeczek si è trasferita in Italia nel 1983. Pur avendo esordito con un libro di poesia in tedesco – Ins Freie, Suhrkamp, 1989 – l’autrice ci diffida dal definire il tedesco come sua lingua madre. Con questa espressione intende, infatti, la lingua parlata dai genitori tra loro e dalla quale essa viene esclusa, il polacco, di cui non le rimangono che parole singole, sradicate, figura di un più vasto sradicamento.
Rievocando le “Leçons de Ténèbres du mercredi” di François Couperin il Grande, composizione di musica sacra costruita sul testo delle Lamentazioni di Geremia, il titolo riconduce la vicenda narrata alla persecuzione e alle sofferenze di Israele, nonché al tema della colpa, lasciando comunque intravedere uno spiraglio di luce.
Il tema dell’Olocausto, ripercorso da chi appartiene alla generazione venuta dopo, si intreccia e si complica con il problema del nevrotico rapporto tra una madre e una figlia. Il racconto nasce da un enigma da sciogliere. “Io, già da un pezzo, vorrei sapere un’altra cosa. Vorrei sapere se è possibile trasmettere conoscenze e esperienze non con il latte materno, ma ancora prima, attraverso le acque della placenta o non so come, perché il latte di mia madre non l’ho avuto e ho invece una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più (…) Me lo chiedo per non dover pensare che l’esperienza dei campi di concentramento non solo non sia altissima, ma non sia affatto un’esperienza, che non si impari niente, che non si diventi né più buoni né più cattivi, e una volta che è passata è passata, ritratta nei più remoti recessi dell’anima dove logora, opprime, persiste”.
Il romanzo coinvolge la sensibilità contemporanea sul piano di altri drammi, come quelli della bulimia e dell’anoressia. Il cuore del libro è il viaggio compiuto insieme da madre e figlia: non conta qui certamente come viaggio in una Polonia trattata in maniera sbrigativa, e inappellabilmente bollata di antisemitismo. Conta invece la discesa agli inferi nell’ex campo di sterminio Auschwitz-Birkenau, che permette di incontrare la madre al centro del suo dramma.
Elementi narrativi oculatamente scelti e distribuiti sostengono la coesione del testo e la sua coerenza, risolvono i passaggi tra presente e passato, tra nevrosi e storia: la fame, per esempio, veicola il rapporto tra madre e figlia, introduce il tema del campo di concentramento, funziona contemporaneamente come indice di colpa e come strategia della memoria; il motivo del passaporto si ripete nel passato e nel presente, si fa commento ironico, spia della paura trasmessa per via ereditaria, simbolo di un’irrimediabile non-appartenenza.

[da “L’Indice dei libri”, 1998, n. 8]