La responsabilità di Hitler nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIeri, discutendo con due eccelsi intellettuali, di cui uno ha letto in anteprima Hitler, spiegavo la necessità della disgregazione di ogni mitologizzazione di Hitler, foss’anche quella dell’Invasato dal Male, a favore della piena responsabilizzazione di ciò che Hitler ha compiuto e dell’orrore a cui ha condotto la storia umana. Il fatto che, seguendo la nozione di “non-persona” elaborata da Fest, io sia giunto alla necessità narrativa di fare muovere il personaggio Hitler nella sua bolla vuota e congelata, destava alcune perplessità, che posso comprendere, nel secondo interlocutore, che il libro non l’aveva letto. L’argomento oppostomi è: se Hitler è il non-essere che appare, la deresponsabilizzazione non è ai suoi massimi di intensità? La risposta, a mio avviso, è no: soltanto ravvedendo in Hitler il non-essere, che corrode l’essere e frattura l’empatia che corre tra umano e umano, si giunge alla piena responsabilizzazione di questo carnefice. La sua specificità, se è la specificità del non-essere che appare nell’essere, non è quella del canale attraverso cui una supposta sostanza, che definisco non-essere, scorre e devasta il mondo. Tutt’altro: il non-essere che appare è topico ed è il culmine dell’individuazione. Mi è molto chiaro che queste categorie sono in disarmonia con quelle a cui apparentemente sarebbe abituato l’umanismo occidentale, ma il fatto è che proprio tali categorie sono la premessa a ciò che sto enunciando. Hitler è sempre se stesso e solamente se stesso. Nessuno entra nella sua bolla vuota – ogni empatia è interdetta, nessun affetto penetra il non visibile (ma assai sensibile) diaframma che separa Hitler dagli altri. Ciò è evidente a chi studi qualunque buona biografia hitleriana: da subito, Hitler è un individuo assoluto, che non ammette se non se stesso. Questo “se stesso” non è mai ambiguo: è incerto, è abulico, non sa a volte cosa fare, ma non irradia l’ambiguità umana, la possibilità effettiva di assumere su di sé il peso dei propri errori (nonostante Hitler ripetutamente dica di volerlo fare – ma è pura finzione). In questo senso egli diviene il più responsabile degli individui: poiché è il più individuato, non è umano. Dentro la bolla vuota, atmosfere di paura, panico, delirio si alternano – ma stanno in quella bolla. La condivisione è per Hitler un problema emotivo? No: non prova emozioni. Le emozioni provate (soprattutto per la morte della nipote Geli) sono finte: svaniscono nel giro di quarant’otto ore. La condivisione è per Hitler un problema perfino organizzativo: egli raddoppia le cariche e le competenze nel suo Stato maggiore e nella sua alta burocrazia, appositamente, perché si creino conflitti che soltanto lui può risolvere. Che non esista un ordine scritto firmato da Hitler che dà inizio al sistematico sterminio del popolo ebreo, è sintomatico: la scrittura non esce da quella bolla in cui abita l’apparenza della non-persona, e ciò corrisponde a una sua ossessione che data dagli inizi della sua vita: mai nulla di scritto deve essere lasciato, mai nessuna traccia scritta deve dare conto del non-essere che appare. La sua memorabilità gli pare garantita anche da questo essere individuato al di là di ogni possibilità osmotica e soprattutto da ogni traccia scritta di volontà personale.
Qui si incrociano i due piani del romanzo Hitler: quello storico e quello metafisico. Sul piano della storia, Hitler appare e compie quanto gli storici testimoniano e ricostruiscono; sul piano metafisico, Hitler è il punto terminale del non-essere che deflagra nell’essere. La sua responsabilità è dunque massima sul piano che mi interessa, cioè il metafisico; questione per storici è il consenso e la condivisione degli atti che vengono compiuti in armonia con la responsabilità assoluta e individuale di Hitler. La letteratura non è però sociologia. Io non affronto il problema del consenso, che da Kershaw a Goldhagen ha interpreti vari e discordi. A me interessa la quintessenza della non-persona Hitler: che non è un’essenza. Se scavo, ravvedo il vuoto (di qui l’impossibilità di una letteratura e la scelta di una letteratura: il personaggio che è la non-persona apparsa storicamente non può essere affrontata in termini di romanzo, esorbita e distrugge il romanzo, si autopotenzia nell’invenzione finzionale – Hitler non può essere il personaggio di un romanzo).
Ciò non significa che la responsabilità evapori: al contrario, la responsabilità è al culmine. Lo sterminio è ascrivibile a un massimo di responsabilità: che sta nella bolla vuota di questa non-persona. Lo è metafisicamente e lo è storicamente. Al polo opposto, che è l’umano aggredito, non esiste responsabilità: gli sterminati sono anzitutto privati di ogni responsabilità, si cerca cioè di separarli dall’umano. Il tentativo di Hitler, visto nella prospettiva del non-essere, è annullare, rendere non-essere, coloro che vengono sterminati. Nel sacrificio di queste vittime, che non hanno responsabilità del proprio eccidio, sta tutta la resistenza umana all’avanzamento del non-essere. Ciò determina che queste persone sono, al massimo grado dell’essere. E che, se io sono umano, è grazie a loro. Essi si autoperpetuano nell’essere: non è possibile che accada con la non-persona, a cui va vietata l’autoperpetuazione. La trasmissione del loro essere, in quanto umani alla massima intensità, permette la letteratura che rigetta le premesse dell’umanismo occidentale (e questa letteratura permessa dall’essere delle vittime è ciò che chiamo letteratura) che, rovesciandosi secondo propria coerenza interna, è diventato un antiumanismo – cioè l’impossibilità di porsi la domanda metafisica, di assumersi la responsabilità, di vivere l’ambiguità, di avvertire l’empatia, di stare in comunione con l’altro prima che intervenga l’idea occidentale dell’essere.

Il romanzo Hitler contro l’inganno del segreto di Hitler

hitlercovermedia.jpgHo già affrontato la sgradevolezza (che sul piano etico è ben più che tale) della spiegazione magica ed esoterica con cui si è tentato e si tenta di dare una forma di giustificazione e un rapporto causa-effetto alla sagoma vuota di Hitler. Questo errore fatale, a cui la storiografia hitleriana sembra consegnarsi nella sua quasi totalità, avviene perché la storiografia non intende minimamente accompagnarsi a una visione metastorica della vicenda umana. Così facendo, tratta Hitler come l’umano e tratta l’umano come una variabile determinabile da un complesso sistema di causa-effetto. Il risultato è sempre il medesimo: la necessità di approdare a una spiegazione, quasi che la storia fosse un’equazione e che oltre il segno “=” ci dovesse essere il disvelamento, la verità oggettuale e chiusa che rassicura. Nel caso di Hitler, le cose vanno molto diversamente rispetto alle analisi usuali: qui non si tratta di spiegare Napoleone a Waterloo o la guerra contro gli Imperi Centrali. Ne deriva che la sommatoria di spiegazioni storiografiche, che darebbero conto dell’elemento differenziale che portò Hitler ai vertici dell’orrore, è sbalorditiva. Una simile sommatoria di spiegazioni non è solo immorale, nel suo intento di giustificare ragionevolmente la figura di Hitler e quindi Hitler stesso, ma compie un danno che i cinquant’anni post-bellici hanno scontato e stanno scontando: ciò che resiste a tutte le spiegazioni, ciò che innesca l’interpretazione infinita, ciò che esorbita dalla somma delle prospettive diviene istantaneamente mito – è il mito,anche se si tratta di un antimito. E’ sconcertante che in pochissimi hitlerologi abbia presa l’urlo di Lanzmann, che esige l’impossibilità della categoria di spiegazione, cioè di giustificazione, a proposito di Hitler: ne avverrebbe l’oscena deresponsabilizzazione e, conseguentemente, la mitizzazione.
Addirittura c’è un’intera area interpretativa, all’interno della totalità delle molte prospettive che tentano di spiegare Hitler, e cioè quella psicologica. Essa punta spesso morbosamente sulla morbosità sessuale dell’uomo che diede putrida vita al Terzo Reich. Sullo sfondo, però, c’è una spiegazione che richiama l’inconscio collettivo e che come conseguenza ha che Hitler sarebbe semplicemente un captatore di movimenti tellurici psichici. L’iniziatore di questa fallimentare e dannosa teoria è un testimone d’epoca: Cal Gustav Jung. Si sorvolerà sulle eventuali simpatie naziste del celebre psicanalista: basterà mostrare in che modo avviene la giustificazione (in Jung parla: interviste e incontri, edito da Adelphi):

jung.jpg“Nella società primitiva c’erano due tipi di uomini potenti. Uno era il capovillaggio, fisicamente possente, più forte di tutti i suoi rivali; e l’altro era lo stregone, che non era forte per se stesso, bensì in ragione del potere che il popolo proiettava su di lui… Orbene Mussolini è l’uomo della forza fisica… ha la psicologia del capovillaggio. Alla stessa categoria appartiene Stalin… Stalin è un predatore; non ha fatto altro che prendersi quello che Lenin aveva creato per affondarvi i denti e divorarlo… Hitler è tutt’altra cosa… Non c’è dubbio che Hitler rientri nella categoria dello sciamano… La caratteristica segnatamente mistica di Hitler è ciò che lo spinge a fare cose che a noi sembrano illogiche, inesplicabili, stravaganti e irragionevoli… la svastica è una ruota che forma un vortice ruotante incessantemente verso sinistra: il che nella simbologia buddhista ha un significato appunto sinistro, infausto, diretto verso l’inconscio. E tutti questi simboli di un Terzo Reich guidato dal suo profeta sotto le insegne del vento e della tempesta e del vortice incessante alludono a un movimento di massa che, in un uragano di emotività irrazionale, trascinerà il popolo tedesco sempre più verso un destino che nessuno può predire, tranne il veggente, il profeta, il Führer, e forse neppure lui… Il potere di Hitler non è politico: è magico… Il segreto di Hitler è duplice: primo, in lui l’inconscio ha accesso in maniera eccezionale alla coscienza, e secondo, egli se ne lascia dirigere. Possiamo paragonare Hitler a un uomo che ascolta attentamente il torrente di consigli che gli vengono sussurrati da una fonte misteriosa e che poi li mette in pratica… La sua Voce altro non è che il suo inconscio, sul quale il popolo tedesco ha proiettato il proprio essere: vale a dire, è l’inconscio di settantotto milioni di tedeschi. È questo che lo rende potente. Senza il popolo tedesco, Hitler non sarebbe quello che ora ci appare.”

E’ proprio la distorsione che con il romanzo Hitler ho tentato di frenare grazie alla narrazione: è la narrazione (non il repertorio tradizionale della letteratura) che può fermare il delirio di spiegazione e di giustificazione della non-persona. Essa va fatta agire vuotamente – questo esige l’invenzione di una forma che non sia invenzione finzionale. Conta maggiormente l’irradiazione di vuoto che la sagoma hitleriana emette piuttosto che l’atto che ne è solamente il sintomo.

La linea storica del romanzo Hitler: Fest vs Kershaw

hitlercovermedia.jpgUno dei molteplici problemi che ci si deve assumere per scrivere un romanzo su Adolf Hitler, poetiche ed estetiche di rappresentazione a parte, consiste nella scelta di una linea storica da seguire. Si intenda per linea storica: la successione degli eventi, che dalle biografie emergono ambigui perfino nelle date, nelle grafie, nelle decisioni su cosa inserire nell’ovale luminoso e cosa lasciare in ombra. Il problema, per il narratore, coincide dunque con un problema ancora più profondo: che è quello di emendare l’invasiva interpretazione che gli storici hitlerologi hanno dato di Hitler, cercando la spiegazione, tentando di isolare elementi che potessero indicare il punto o la dinamica di trasformazione da un supposto Hitler edenico (spesso: il bambino, che sarebbe stato innocenza) allo Hitler che è pronto a sterminare un popolo. La scelta personale è caduta su un mix di testi biografici e di saggi specifici (tematici: per esempio Erich Schaake, ma non solo lui, sulle donne di Hitler; oppure teorici, come quelli di George Mosse o quello di Ian Kershaw sull’enigma del consenso, che per me non ha nulla di enigmatico). Sono il testimone diretto William L. Shirer (con l’aggiunta dei reportage in Qui Berlino) e il biografo Joachim Fest (con l’appendice de La disfatta) le scelte che ho compiuto – emendando ogni giudizio, tranne quello, per me già formulato e ritrovato in Fest, di Hitler come vivente una bolla vuota: la non-persona che ho tentato di rappresentare. Ho totalmente evitato, invece, l’interpretazione iperstoricistica, che a mio parere va a deflettere la colpa e l’estremalità ontologica di Hitler, data da Ian Kershaw, la cui monumentale biografia è virata secondo un preciso indirizzo, contestato dallo stesso Fest.
Di una simile cotestazione è testimonianza una fondamentale intervista che Fest rilasciò al Corriere della Sera in occasione dell’uscita della biografia di Kershaw e che qui di seguito riproduco: vi si leggerà come perfino i più rigorosi storici lanciano un appello (del tutto inascoltato) alla letteratura, poiché a questo li constringe l’estremalità di cui si diceva.

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