Michele Mari: «Il cibo è come diceva Gadda, una vera e propria nevrosi»

Non è che ci voglia molto a ribaltare mode modi maudì e mahdi – ecco come lo fa un autentico, grande scrittore, forse il miglior prosatore che abbiamo oggi in Italia, Michele Mari:
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David Lynch e la metafisica in tv

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Eccezionale apparizione di David Lynch nel teatro più lynchiano che esista al mondo, cioè l’Italia. Venuto a presentare il programma di meditazione trascendentale promosso dalla sua fondazione, costretto a stare per ore con il capo della Provincia di Milano, che mi pare si chiami Podestà, viene costretto, come da leggi inviolabili di un “Bardo Thodol” cisalpino, a entrare nel gorgo dei demoni italianissimi, che spaventerebbe anche l’anima più efferata e la ridurrebbe in lacrime a chiedere perdono all’inesistente iddio. Eccolo dunque seduto, David Lynch, a “Che tempo che fa”, nel salotto di Fabio Fazio, il quale appare emozionatissimo di fronte a questo grande maestro del cinema. Improvvidamente, però, forse non calcolando per l’emozione o forse perché i suoi autori calcolano proprio in base all’emozione, Fabio Fazio invita Carlo Verdone a unirsi a loro. Mal gliene incolga, alla storia del cinema: siamo a “La grande bellezza” contro “Inland Empire”, a “Borotalco” contro “Mulholland Drive”. E si vede. Il povero Verdone addiviene all’istante una delle sue esilaranti caricature: quello che non capisce e fa finta di capire, con lo sguardo bucefalo che solca il mezzocielo, la domanda sempre sbagliata che viene formulata nel disastro di una dialettica impossibile. Così ecco che i due italiani chiedono a Lynch dell’influenza dell’opera di Bacon sui suoi film: nessuna, assicura il regista. Siccome Lynch ha scelto un quadro per parlarne e si tratta di uno strepitoso Magritte, Verdone tira in ballo Hopper, i colori alla Hopper: non c’entrano nulla, ribadisce il regista. Il quale descrive la scena del Magritte, narrando una possibilità e senza alcuna ambizione da critico d’arte: ma è fantastico osservare Verdone che fa il gesto tipo “Ammazza a’oh! Anvedi che spiega!”, un po’ come certi signori dal salumiere quando questi fa loro assaggiare un fettino di culatello speciale speciale. Fabio Fazio allora, attingendo a una citazione da un libro firmato Lynch (“In acque profonde”, Oscar Mondadori), mette in bocca al regista di “Blue Velvet” l’affermazione che “il cinema è morto”. “No no no no no!” si sente rimbombare: la voce ipernasale e lynchiana di Lynch si fa gutturale – il problema è che gli italiani hanno sbagliato la traduzione, lui intendeva dire che “il film” è morto, cioè “la pellicola”, non l’arte del cinema, che non morirà mai. Verdone annuisce e conferma: ha sentito dire la stessa cosa da Lynch tempo fa, durante un convegno, lui era tra il pubblico, così nel frattempo informa Lynch che lui era nel pubblico di Lynch. Allora parte un pazzesco elogio che l’autore di “Twin Peaks” tributa a Federico Fellini, richiamando l’Italia all’attenzione per questo genio che, qui da noi, viene così superficialmente celebrato senza essere compreso e “sentito”. Alla fine di questa tirata, che vale da sola la visione del video qui linkato, è Carlo Verdone a pronunciare commosso: “Grazie”. Carlo Verdone ringrazia David Lynch che ha elogiato Federico Fellini. Allora Verdone se ne va. Ed ecco che arriva lo tsunami che mai, mai e poi mai, un presentatore occidentale desidererebbe gli si abbattesse addosso, a lui e alla trasmissione. David Lynch, infatti, inizia a parlare di metafisica. Metafisica!!! Fazio non sa cosa fare o cosa dire (anche se, a mio parere, dopo questo incontro con Lynch incomincerà a praticare un po’ di trascendentale: si vede che lo prende, lo si percepisce proprio…). Quattro minuti storici di televisione italiana: David Lynch spiega il Vedanta, riassume l’unificazione delle forze fondamentali praticate dalla quantistica, mette materia e mente sul medesimo spettro, parla di emergentismo e di vuoto. Non si è mai ascoltata una cosa simile dai tempi di Carmelo Bene. E’ semplicemente pazzesco.
David Lynch fa allegria. E’ un uomo realizzato, dinamicamente realizzato. Può dare sfogo alla propria creatività. Ciò che sarebbe il suo dharma è per lui l’attualità del suo karma. Regala molto a chiunque, in termini di profondità, perturbamento, saggezza, movimento. E’ bello vederlo invecchiato, che sprizza la gioia di un bambino. Io gli sono grato, sono felice di vivere nel suo tempo e sono stratosfericamente contento che mi si manifesti uno, all’ora di cena, che in tv mi dà lezioni di Vedanta ed è David Lynch.

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True Detective | HBO

E’ un serial strepitoso, semplicemente fantastico, allucinatorio e impressionante, per narrazione e produzione filmica: si intitola “True detectives”, i protagonisti sono Matthew McConaughey e Woody Harrelson. Una Louisiana al tempo stesso troppo fisica e troppo metafisica, ogni inquadratura a mostrare la corrosione a cui la realtà è sottoposta dal male naturale, la desertificazione del mondo rotta da due personalità con psicologie né complementari né irriducibili l’una all’altra, i grandi cieli rugginosi e la vegetazione delabrè, una trama sdrucita con sapienza al fine di permettere voli pindarici e orrorifici, una sapienza nei dialoghi che fa piangere lo spettatore italiano quando pensi ai produttori e sceneggiatori suoi connazionali: nonostante l’innesco di trama, da thriller dell’occulto, si è travolti dal gelo disumano, o fin troppo umano, a cui espone la maschera inquietante e parkinsoniana di Matthew McConaughey, il quale interpreterebbe alla perfezione William Burroughs, e si stenta a credere al prognatismo criminale di Woody Harrelson calato in un personaggio che dovrebbe essere l’integrato, il normale, lo stanco, il coniugato, il postborghese, il normalissimo. Il tutto sta sotto la spada di Damocle narrativa di un’indagine postuma ai fatti che si vedono raccontati. Così, di fronte alla telecamera che testimonia di un infinito ed estenuante e clamoroso interrogatorio, Matthew McConaughey chiede, ai poliziotti che gli fanno le domande, se hanno figli; e ne hanno; quindi dice loro: “Vi siete dunque piegati alla ybris di strappare le anime dei vostri figli dal loro perfetto silenzio prenatale, per condurle nella carne, in questo universo”. Siamo in area interdetta: la radioattività è alta. Vengono posizionate barriere per evitare che la gente ci entri facilmente. Nessun italiano sa varcare quella soglia.
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Caso Uva, alta tensione fra testimone e pm – Repubblica Tv – la Repubblica.it

E’ urgente e necessario che si condivida e ci si esprima su il video di questo interrogatorio impressionante, a cui è stato sottoposto il testimone chiave del caso Giuseppe Uva. Contro il pubblico ministero Agostino Abate, che nel video potete vedere come conduce l’interrogatorio, il ministero di Grazie e Giustizia ha avviato un’azione disciplinare. Tutta la mia solidarietà al testimone Alberto Biggiogero e alla famiglia Uva. Per informazioni sul caso, che manifesta purtroppo tragiche analogie con l’omicidio di Stefano Cucchi, il link per informarsi è questo: http://ift.tt/1msZSBm

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Dialoghi di Estetica. Parola a Davide Manuli | Artribune

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Intervista a Davide Manuli: su “Beket”, “La leggenda di Kaspar Hauser” e la macchina da guerra del cinema d’arte:
“Tutte le Biennali d’arte contemporanea di Venezia messe assieme non partoriranno mai il ‘Faust’ di Sokurov. Non c’è paragone. Detto questo, mi auguro davvero che l’arte contemporanea inizi a dare un occhio ai registi che fanno del cinema la loro arte: Carax, Lynch e Sokurov, per esempio, dovrebbero avere una sala tutta loro nei musei.
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