True Detective | HBO

E’ un serial strepitoso, semplicemente fantastico, allucinatorio e impressionante, per narrazione e produzione filmica: si intitola “True detectives”, i protagonisti sono Matthew McConaughey e Woody Harrelson. Una Louisiana al tempo stesso troppo fisica e troppo metafisica, ogni inquadratura a mostrare la corrosione a cui la realtà è sottoposta dal male naturale, la desertificazione del mondo rotta da due personalità con psicologie né complementari né irriducibili l’una all’altra, i grandi cieli rugginosi e la vegetazione delabrè, una trama sdrucita con sapienza al fine di permettere voli pindarici e orrorifici, una sapienza nei dialoghi che fa piangere lo spettatore italiano quando pensi ai produttori e sceneggiatori suoi connazionali: nonostante l’innesco di trama, da thriller dell’occulto, si è travolti dal gelo disumano, o fin troppo umano, a cui espone la maschera inquietante e parkinsoniana di Matthew McConaughey, il quale interpreterebbe alla perfezione William Burroughs, e si stenta a credere al prognatismo criminale di Woody Harrelson calato in un personaggio che dovrebbe essere l’integrato, il normale, lo stanco, il coniugato, il postborghese, il normalissimo. Il tutto sta sotto la spada di Damocle narrativa di un’indagine postuma ai fatti che si vedono raccontati. Così, di fronte alla telecamera che testimonia di un infinito ed estenuante e clamoroso interrogatorio, Matthew McConaughey chiede, ai poliziotti che gli fanno le domande, se hanno figli; e ne hanno; quindi dice loro: “Vi siete dunque piegati alla ybris di strappare le anime dei vostri figli dal loro perfetto silenzio prenatale, per condurle nella carne, in questo universo”. Siamo in area interdetta: la radioattività è alta. Vengono posizionate barriere per evitare che la gente ci entri facilmente. Nessun italiano sa varcare quella soglia.
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