Wu Ming: Il razzismo italiano e i fantasmi del deserto, ovvero: 20 sfondoni di Maurizio Molinari (e una nota su Dacia Maraini)

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Giganteschi Wu Ming. Indignato dalle reazioni aberranti del buoncostume giornalistico italiano, circa quello che viene ritenuto analisi dal ceto medio riflessivo (una delle perenni sventure nazionali), stavo organizzandomi per controbattere come posso, nel mio piccolino, a queste sciagurate e infanganti cialtronerie, a queste bianche supremazie, a questi pezzi di merda che sottraggono on line le foto dalla pagina Facebook di una donna statunitense uccisa a Firenze per pubblicarle in quanto era molto figa. Questa indecenza, questa storica e *ancestrale* disumanità italiota. Essa ha emblemi umani o giù di lì. Per esempio il neodirettore de La Stampa, Maurizio Molinari, uno con la “r” blesa che da anni ho nel mirino dell’attenzione. Sbugiardare questo inesausto primatista del peggio è in ogni caso molto di più di quanto avrei potuto fare io da solo, che spesso pratico un esorcismo rettorico in luogo di un debunking scientifico della menzogna propalata come truismo. Esiste un’antropologia del razzismo, che a volte, e incredibilmente, si esprime anche con un lombrosianesimo, come insegnò il socialista Victor Hugo, non soltanto ne “I miserabili”, quando affrontò lombrosianamente la questione profondamente umana del gergo. Ecco, utilizzando un vieto gergo, potrei invitare tutti voi a farvi un’idea del sarchiapone Maurizio Molinari, uno che ha meno escrescenze epidermiche di Bruno Vespa e però più brizzolatura, entrambi godendo della mascheratura in una grisaglia media e riflessiva, entrambi facendo ceto. Sia lode e grazie ai Wu Ming: la letteratura è anche questo, è questo.

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Marco Belpoliti su tuttoLibri: su “Io sono”

Una lavagna nera perla critica della ragion impura di Genna

di MARCO BELPOLITI
[La Stampa, ttL, 30 maggio 2015]

Senza-titolo-1-e1424533197642La copertina è fustellata in modo che si apra una «finestra» quadrata. Dentro c’è un’immagine: un riquadro nero racchiuso da una cornice, su cui è scritto «Et sic in infinitum». Si tratta di un dettaglio della pagina nera di Robert Fludd, tratta da un’opera intitolata: Utriusque cosmi maioris scilicet et minoris metaphysica,physica atque technica historia, e pubblicata da Oppenheim nel 1617. Nessuna immagine definisce meglio l’opera di Giuseppe Genna, sia questa su cui compare (Io sono), sia la sua opera narrativa in generale. Genna è un discendente di Fludd, medico teosofo e alchimista, vissuto nel corso del Rinascimento e l’inizio dell’età barocca. E alchimista è anche Giuseppe Genna, che prova qui a fondare una teoria e una pratica della coscienza.
Cosa sia Io sono non è facile da dire. Un libro di filosofia, un’autobiografia in forma di pensiero, un manuale di terapia della coscienza, uno studio sulle origini della medesima, un saggio letterario, un’esperienza estatica in forma di riflessione, una pratica di ricomposizione del trauma?
Tutto questo, ma anche un saggio di epistemologia condotto da un autore coltissimo e insieme meravigliosamente dilettante, quel dilettantismo che è proprio solo dei poeti e degli scrittori che prescindono da tutto e tutto affrontano. Io sono è un modo per scagliare il proprio Io al di là del muro del narcisismo corrente, elevarlo nel Regno che si apre oltre le identificazioni personali. Si tratta senza dubbio di uno scritto terapeutico, un gigantesco sforzo d’ingaggiare un confronto-scontro con le proprie pulsioni più profonde. Incanalate nelle elucubrazioni di quest’opera singolare, le parole di Genna costituiscono un viaggio dentro la mente estatica, uno dei pochi viaggi oggi possibili ai lettori in lingua italiana. L’estenuazione filosofica degli «istanti coscienziali», opera dell’autore di Fine impero (minimum fax), è perfettamente rappresentata dalla copertina: la «lavagna nera» di Fludd.
Scrivendo la sua «critica della ragion impura», Genna ha cancellato sulla superficie della sua mente tutto quello che c’era prima, e vi ha inscritto un nuovo segno calligrafico, in verticale e in orizzontale: cardo e decumano del suo pensiero zizzagante. Sul fondo bianco elegantissimo della collana «La Cultura» dell’editore il Saggiatore, la «lavagna» di Fludd appare come uno spazio altro, remoto e insieme vicino, dove «io sono». Per sempre, e al nero.

Giuseppe Genna
«Io sono»
il Saggiatore, pp. 326, € 18

Audiointervista su “La Stampa”: Calvairate

Si chiama Voci di Milano l’iniziativa di Magzine de La Stampa ed è il luogo multimediale in cui precipitano e si depositano miei ricordi e aneddoti sulla contea devastata e vile in cui sono nato e cresciuto, spesso acclusa nei miei libri: il quartiere di Calvairate, alla periferia sud-est di Milano. Riproduco l’articolo di Sacha Biazzo, linkando il video e l’audiointervista che mi ha fatto Giuseppe Scannamonaca.

Giuseppe Genna racconta Calvairate

VIDEO: Giuseppe Genna racconta Calvairate

Lo scrittore e il suo quartiere: quando il robivecchi era una leggenda popolare e Gio Ponti disegnava transatlantici

di SACHA BIAZZO (MAGZINE)

Nella periferia Est di Milano, a poca distanza dall’ortomercato e dal macello comunale, sorge Calvairate, il quartiere dove lo scrittore Giuseppe Genna è cresciuto e da dove hanno preso vita alcune delle storie più interessanti dei suoi romanzi, come Assalto ad un tempo devastato e vile (Mondadori, 2002) o Dies Irae (Rizzoli, 2006).

«Calvairate è il filo rosso della mia scrittura, ne ho parlato ovunque. È un po’ come la contea di Yoknapatawpha di Faulkner, l’ho utilizzato come omphalos, come ombelico mitologico e mitografico per ambientare le avventure dei miei personaggi». Anche solo architettonicamente, il quartiere offre degli scenari molto interessanti. «Di fronte alla casa popolare dove abitavo come inquilino abusivo, c’è una casa popolare a forma vaga di transatlantico che è opera dell’architetto Gio Ponti e che veniva ribattezzata stalag perché le luci dei supposti oblò, nella metafora architettonica di Gio Ponti, creavano l’effetto di un campo di concentramento o di un enorme condominio da realismo socialista. E anche lì si consumavano storie, vendette, giochi di mafia più o meno accettata nella strategia del contenimento della criminalità nella Milano di quegli anni».

Quei luoghi erano il crocevia di autentiche leggende viventi, un serbatoio di storie inesauribile al quale poter attingere per tessere narrazioni. «Negli anni Sessanta in piazza Insubria, una delle piazze cui fa perno il quartiere, era possibile incontrare un robivecchi che, in una casupola di lastre d’alluminio, si alimentava di radici, terra e topi selvatici. Questo signore, una volta, colpito dalla morte di Patrick Lumumba, andò fuori di testa e in via Ciceri Visconti incominciò a urlare il nome del rivoluzionario africano. Convinto di riuscire a farlo, cercò di volare. Penetrò in un palazzo, si recò sul tetto, aprì l’ombrello e come Mary Poppins cercò di scendere sul selciato. In effetti, scese sul selciato, ma ad una velocità differente da quella che si aspettava. Schiantandosi, ma non morendo. Così, dopo mesi di ricovero in ospedale, dove gli rimisero a posto gli organi e le fratture con una zoppia impressionante, tornò a nutrirsi di pantegane, visto che lì vicino scorreva un rivolo di naviglio».

Calvairate, però, negli ultimi anni è cambiato radicalmente, insieme al resto della città: «Sono scomparse le leggende di zona. Quella è stata l’ultima stagione, tra le tante, dell’esperienza della persistenza della generazione e del passaggio di testimone storico. Oggi non vedo più a Milano la capacità di produrre affabulazioni come in passato. Ma questa è una mia percezione personale».

tuttoLibri de La Stampa: Sergio Pent su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

De Profundis per il Belpaese
Genna – Il ritratto di un mondo in disarmo, regredito a divertimentificio, non lasciando più spazio al pensiero. La drammatica corsa verso il nulla, un’isteria contagiosa che mette a tacere la realtà e il tempo
di SERGIO PENT
[da ttL, inserto letterario de La Stampa – versione cartacea, 17.1.09]
frecciabr.gif La versione jpg dell’articolo su IDP [243k]
(…) Il masochismo autofagocitante con cui Genna spala letame dall’italica quotidianità, è quasi esemplare. Vittima e artefice dei suoi furori assoluti, questo scrittore unico, assordante, narcisista e autolesionista, va delineando con sapiente confusione il ritratto di un Paese in disarmo, regredito ai riti tribali di una sopravvivenza all’insegna di un fittizio tutto-compreso, dove l’illusione di essere calati in un perenne divertimentificio non lascia più spazio ai pensieri concreti del malessere e del disagio. Basta non pensarci, sostiene chi ci governa.
Giuseppe Genna dà il meglio di sé quando affonda il bisturi nei mali incurabili del Belpaese. Libri come Nel nome di Ishmael e Dies Irae, che avrebbero dovuto caratterizzare stagioni letterarie, sono stati liquidati come un thriller fantapolitico e una deprimente analisi autocelebrativa. (…) [CONTINUA]

Con Hitler, insorge postumo e attuale il Dies Irae

diesirae_hitler_genna.jpgCosa sta succedendo? Sia sul piano privato sia sul piano pubblico sta accadendo che, al pari delle acque smosse dal romanzo Hitler (Mondadori), sta salendo a galla il Dies Irae (Rizzoli), il mio libro che precedeva quest’ultimo: soggetto, stile, argomento, piani strutturali clamorosamente differenti dal romanzo Hitler. Mi arrivano e-mail a iosa sul Dies Irae, lettori si lanciano in paralleli illuminanti sui due libri (alcuni contributi li ho pubblicati qui e qui, ma ne metterò on line altri, particolarmente sconcertanti). Antonio Scurati, in un elzeviro illuminante su La Stampa circa la vicenda dei due fratellini di Gravina, cita l’incipit del Dies Irae, che concerne il dramma di Alfredino Rampi. Ho i miei motivi per ritenere che il Dies Irae sia un libro che crei “affetto” e “identificazione”, mentre Hitler è proprio l’opposto: è il libro che non deve creare piacere, affettivizzazione, immedesimazione. Però questa coincidenza è abbastanza allibente per il Miserabile sottoscritto. Ho già ringraziato i Subsonica per Canenero, l’eccezionale pezzo ispirato al Dies Irae e inserito nell’ultimo loro album, L’eclissi (ne ho anche tratto una “installazione”). Ora devo ringraziare i Baustelle, che hanno realizzato Alfredo, splendido pezzo che sta tra De André e Pasolini, e, mentre, scalano le classifiche con l’album Amen, continuano a citare il Dies Irae proprio a proposito di Alfredino e del momento storico italiano in cui la tragedia del piccolo Rampi avvenne (è proprio il fil rouge del D.I.).
Assieme ad Alfredo, che traggo da YouTube, sulle medesime frequenze si presenta il reading/performance, un mix di rime a filastrocca (di cui non sono autore e che sono splendide) e di estratti letti dal Dies Irae, a cura di Cevor1981: un lavoro artistico di cui non è possibile ringraziare l’autore (o gli autori) e che risulta davvero particolarmente impressionante.
Qui sotto, i due video. In queste parole il mio ringraziamento che, spero si avverta, corre sotto le parole stesse.

Baustelle – Alfredo – da Amen

Cevor1981 – Dies Irae

La stroncatura su ttL de “la Stampa”!

hitlercovermedia.jpgA firma Andrea Cortellessa, sabato è uscita su tuttoLibri una stroncatura del romanzo Hitler. Non avendo il sito de La Stampa ancora aggiornato le pagine dell’inserto letterario, propongo lo stralcio finale dell’articolo di Cortellessa, che può integralmente essere letto nella versione pdf procuratami dall’ufficio stampa Mondadori, che ringrazio. Ringrazio anche La Stampa e la direzione di tuttoLibri per l’attenzione concessa al libro. Ho contattato Andrea Cortellessa telefonicamente, per chiedergli se desiderava rispondere a un mio intervento, che esula da Hitler e si appunta sulla prima parte del suo articolo, riguardante i protocolli di rappresentazione dell’estremalità in genere. Cortellessa si è detto disponibile. Entro la settimana stenderò quindi l’intervento, lo spedirò al critico romano e, quando avrò la risposta, la pubblicherò su queste pagine.
La versione integrale della stroncatura su ttL de La Stampa
andrea_cortellessa.jpgMETA-KITSCH: Il dittatore fuori misura di Genna
All’ambizione dell’opera non corrisponde lo stile

Diabolico Adolf, un colosso che divora il suo autore

“Hitler”, ogni frase scandita come Clausola Definitiva, Marmorea; ma che risulta invece Gesso e stucco
di ANDREA CORTELLESSA
[…] Uomo non stupido ma scrittore improbabile, Genna ha capito che la via intelligente era quella di Sokurov, ma il suo animo pompier l’ha irresistitbilmente portato a tentare Syberberg. Così ripetendo il destino Kitsch del suo avatar: scimmiottare il Sublime con mezzi Miserabili.