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Wu Ming: Il razzismo italiano e i fantasmi del deserto, ovvero: 20 sfondoni di Maurizio Molinari (e una nota su Dacia Maraini)

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Giganteschi Wu Ming. Indignato dalle reazioni aberranti del buoncostume giornalistico italiano, circa quello che viene ritenuto analisi dal ceto medio riflessivo (una delle perenni sventure nazionali), stavo organizzandomi per controbattere come posso, nel mio piccolino, a queste sciagurate e infanganti cialtronerie, a queste bianche supremazie, a questi pezzi di merda che sottraggono on line le foto dalla pagina Facebook di una donna statunitense uccisa a Firenze per pubblicarle in quanto era molto figa. Questa indecenza, questa storica e *ancestrale* disumanità italiota. Essa ha emblemi umani o giù di lì. Per esempio il neodirettore de La Stampa, Maurizio Molinari, uno con la “r” blesa che da anni ho nel mirino dell’attenzione. Sbugiardare questo inesausto primatista del peggio è in ogni caso molto di più di quanto avrei potuto fare io da solo, che spesso pratico un esorcismo rettorico in luogo di un debunking scientifico della menzogna propalata come truismo. Esiste un’antropologia del razzismo, che a volte, e incredibilmente, si esprime anche con un lombrosianesimo, come insegnò il socialista Victor Hugo, non soltanto ne “I miserabili”, quando affrontò lombrosianamente la questione profondamente umana del gergo. Ecco, utilizzando un vieto gergo, potrei invitare tutti voi a farvi un’idea del sarchiapone Maurizio Molinari, uno che ha meno escrescenze epidermiche di Bruno Vespa e però più brizzolatura, entrambi godendo della mascheratura in una grisaglia media e riflessiva, entrambi facendo ceto. Sia lode e grazie ai Wu Ming: la letteratura è anche questo, è questo.

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