Sulle “Rondini” di Helena Janeczek

In my humble opinion: una delle autrici fondamentali che operano nella lingua fantasmatica per eccellenza, quella italiana, e la sua opera “Le rondini di Montecassino”, testo centrale per il mio presente, epica e superamento dell’epica…

E’ per me, da tempo, e per purissima idiosincrasia, molto difficile entrare in rapporto con i cosiddetti “romanzi contemporanei”. Esiste questa strana persistenza di un’idea di romanzo assai novecentesca – quella scatola chiusa, da aprire come certi scrigni contenenti gemme di zie di un tempo che fu e gioielli di famiglia, da estrarre e riportare alla luce, stupendosi e dicendosi che tali gioie testimoniano di una storia che è stata la nostra, che lo sapessimo o meno. Questa idea di romanzo come genere è imperante in un’epoca che teme moltissimo la sperimentazione, un teatro di civiltà allo stremo e strappata e lacerata internamente da spinte contraddittorie. Per esempio: un certo reazionariato formalistico e ideologico che si propone come erede di un’avanguardia (un ossimoro tragicomico); un paladinato della Tradizione che ha appunto un’idea della Tradizione da perpetuare o perpetrare (ossimoro tragico e non comico); un fronte avverso ai generi romanzeschi e però che ritiene il romanzo un genere prosastico (un ossimoro unicamente comico).
E’ forse in forza di tali contraddizioni, politiche nel senso più debole del termine, che si rischia di perdere non dico la storicizzazione di un presente (operazione che l’inutile idiota umano tenta sempre, da quando si è eretto dalle pozze sulfuree e acquee), bensì l’esperienza viva e attuale consentita da ritmi e forme e spostamenti e dialettiche tra pensiero e potenza muta del pensiero, e quella di gioia e dolore e amore e conoscenza e magistero che cresce dall’esterno e dall’interno, consentita da libri ricchi in tali capacità – in altre parole, si rischia di perdere l’esperienza letteraria tout court.
L’assenza assoluta di gioia verso l’oggetto di critica, cioè di semplicissima lettura, è un tratto distintivo di questo tempo occidentale, pare. Ciò che è un tratto distintivo oggi non è detto sia tale in altro tempo. Questa banalità di base nasconde un atteggiamento preciso nei confronti della storia, desistematizzato da Walter Benjamin quasi cento anni orsono (correva l’anno del Signore il 1920) e divenuto, essendolo stato ben da prima, un elemento del tutto naturale di certo sguardo culturale. Qualcosa, intendo, di cui liberarsi, se si è scrittrici o scrittori. L’alleato da abbattere, lo strumento da cui emanciparsi, il prossimo tuo che non è amato affatto come se stesso. Mentre la critica, nel corso del decennio più recentemente consumato, è apparsa scoprire la lumescenza di categorie così ampiamente catalogate nello strumentario temperamentale dell’artista, qualcuna e qualcuno si sono sporti in avanti. Lo hanno fatto nella fantasmatica lingua italiana. Addirittura operando fantasmaticamente su un fantasma: non essendo madrelingua, intendo.
Mi riferisco a Helena Janeczek, direi una delle artiste più importanti nel panorama fantasmatico che tale lingua fantasmatica ci consente di non vedere. Si tratta della depositaria di due testi che a me paiono fondamentali, sotto qualunque risguardo, e cioè quello stilistico e quello strutturale (che sono poi la stessa cosa) e quello relativo alla facoltà imaginativa – Lezioni di tenebra e Le rondini di Montecassino. Questa ultima opera costituendo una sorta di arazzo delle possibilità fantastiche e delle torsioni che la narrazione in italiano permette di intrecciare. Testo emblematico, in quanto aperto, arcipelago di emersioni testuali tra cui corrono comunicazioni spontanee e casuali, non irregimentabili in uno schema di volo o di trasporto – ecco uno dei testi italiani penetrati nella zona di sperimentazione a rischio sempre di morte: la zona dell’osservazione (da dove?) di quella legione che ha nome “io”. In questo caso, osservando, ovunque, sempre, un “noi”. Vicenda umana plurima e isolata, violentata con inaudita ferocia perché essa si strappasse dalla storia per diventare significazione.
Questo libro è indiscutibilmente un libro e discutibilmente un romanzo.
Helena Janeczek qui allestisce uno spettacolo mondiale per mettere in scena lo spettacolo del mondo.
Non lo desidera fare: lo fa evidentemente in quanto colpita, trascinata. La stupratrice è stuprata a priori – una verità che la scrittura denuncia in tutta la sua ambiguità, perlomeno in Occidente, cioè il tempo e lo spazio dominati dal Fantasma della Fine. La dilacerazione del fantasma iniziale, che tutto muove, porta a stringere vanamente tra i pugni brani di carne non fisica, lumescente. Nel caso del lavoro sulla storia umana di Janeczeck: maori, italioti, geografie, ebrei, Siberia, Israele, Germania, Guerra, Amore, Vita dei Nervi e Ricordi della Vita dei Corpi, Memoria, Lutto, Perdita e Riconquista e Conqui9sta, Territorio, Mappa, Desiderio, Interruzione, Parto e Decesso. Come più sotto: termino qui e potrei continuare all’indefinito l’equivoco elenco.
Helena Janezek è, nella mia umile opinione, artista di massima importanza del mio tempo e il suo libro Le rondini di Montecassino una delle opere imprescindibili del mio tempo, cioè di qualunque tempo – e non è fatta, tale opera, con le parole semplicemente.

Sotto la videointervista all’autrice, riproduco qui l’intervista e recensione al libro, pubblicata su Vanity Fair e ripresa in forma allargata su Carmilla.

Helena Janeczek: “Le rondini di Montecassino”

Era già accaduto anni fa – per la precisione nel 1997, con il suo straordinario Lezioni di tenebra (Mondadori). Introducendo una prima persona giudicante e verisimile, testimoniale e muta a seconda dei momenti, una figlia che accompagna nel buco nero di Auschwitz la propria madre, deportata lì e da lì sopravvissuta – così Helena Janeczek si era non semplicemente imposta all’attenzione della critica (questo treno di parole che non va più ad alta velocità né a lenta). Aveva penetrato la narrativa contemporanea e, con altri autori in apparenti generi apparentemente diversi, aveva permesso di riacquistare il diritto a un racconto verisimile che, in quanto tale, fosse pienamente tragico. Aveva, Janeczek, aperto strade percorribili a molti suoi colleghi. Quasi tutta la querelle su reportage e fiction, di fatto, nasce dall’affondo profondissimo di questa narratrice che ospita la nostra lingua o da soggetto o da oggetto. 13 anni dopo, Janeczek compie nuovamente l’affondo. In tempi di discussione su romanzo corale ed epico, l’autrice crea, con Le rondini di Montecassino (Guanda, 18 euro), un tessuto intricato di spostamenti nello spazio e nel tempo, una superfetazione dell’eroismo e della coralità.
Janeczek ottiene il suo risultato apicale, credo, perché riesce a operare congiungendo la tragedia all’epica. E’ nuovamente l’entrata in un territorio che i suoi colleghi non potranno non esplorare grazie a lei.
Forte di una lingua che si permette di stridere o di addolcirsi a seconda dei ritmi immaginali e dei movimenti sincronici di spazio e tempo narrati, Janeczek non allestisce il teatro della battaglia, ma usa la battaglia come universo, estendendo all’intero pianeta e alla verticalità dei tempi che si vivono (prima della guerra, durante la battaglia di Montecassino, dopo la battaglia, oggi) motivi che fanno risuonare corde antiche della letteratura: la normalità che coincide con l’eroismo, in un incremento inaudito del dramma, che costa uno sterminio e un confronto quotidiano con sofferenze indicibili in ogni angolo del pianeta; l’amore che salva e quello che condanna; la genesi e la fine; la stratificazione dei tempi attraverso le memorie e il cozzo tra generazioni; l’empatia e la negazione di quella; la domanda sulla natura dell’umano, sul venire al mondo e sulla morte; ciò che è complesso in coincidenza con ciò che è semplice.
Potrei continuare l’elenco, ma non è fondamentale. Chi scrive sta qui formulando un appello: che questo libro venga letto, venga meditato, venga superato il godimento della lettura e venga combattuta nell’interiorità una guerra che è emblematizzata solo superficialmente dal melting pot alleato che prese Montecassino, strappando l’abazia ai nazisti. Chi scrive formula un tale appello perché ritiene che il libro di Helena Janeczek sia uno di quei testi che rimangono, in quella dinamica dei tempi umani che chiamiamo tradizione letteraria: qualcosa che è polarmente opposto a ciò che si è cristallizzato. Questa nuova epica allestita con genio profuso nella costruzione di simmetrie strutturali, tra situazioni che si intrecciano a distanza o di capitolo in capitolo, tra personaggi che si specchiano ritrovandosi complementari od opposti, tra battaglioni maori che entrano in arco voltaico con la minoranza ebraica che è minoranza ovunque – questa capacità di non resistere al trascinamento che l’ideazione e la pratica letteraria inducono sciamanicamente nella scrittrice, permette di vedere sorgere, in Italia, nel 2010, uno dei romanzi più politici e con le maggiori capacità contenitive di poetica degli ultimi anni.

HELENA JANECZEK: SIAMO ANCORA CAPACI DI RACCONTARE

“La letteratura non fa risorgere i morti. Però li racconta”. Le parole sono modulate con una delicatezza pacata, quasi una dettatura esercitata con pudore. Helena Janeczek potrebbe sembrare una scrittrice saggia in quanto calma e consapevole. Non è propriamente così. A dispetto di nome e cognome, non è un’autrice mitteleuropea o slava, ma una delle migliori scrittrici italiane. Il fatto è che non non sarebbe italiana se non avesse sposato un italiano: è tedesca di nascita. E non soltanto tedesca – Janeczek è un melting pot vivente che sembra uscito dal terrore e dalla volontà di sopravvivere esplosi nel secolo scorso con la seconda guerra mondiale e lo sterminio ebraico.
Nata a Monaco nel 1964, vive in Italia dal quasi trent’anni. Ha stupefatto la critica con Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997). Romanzo che andava ben oltre gli steccati del romanzo, rompendo le strutture classiche, raccontava parte dei flussi di sangue che scorrono nel corpo e nella storia di Janeczek. Era il resoconto di un viaggio di ritorno abissale, compiuto dall’autrice con sua madre – ad Auschwitz, l’orrore in terra dal quale uscirono salvi i genitori (entrambi ebrei polacchi) di questa scrittrice furibonda e imperturbabile. La furia e l’imperturbabilità, oltre alle molte arterie che veicolano sangue diverso, fanno la cifra del nuovo romanzo di Helena Janeczek, Le rondini di Montecassino (Guanda, 18 euro). Un affresco a partire dalla storica battaglia tra nazisti e alleati, che distrusse la grande abazia benedettina. Oggi è molto difficile realizzare un affresco. Janeczek ci è riuscita decomponendo e filtrando elementi, personaggi, storie, tempi, luoghi distantissimi ma connessi da pellegrinaggi di presuli e sopravvissuti. Nel libro, molti sguardi convergono su Montecassino. Per esempio, quelli dei soldati polacchi, reduci da un’epopea incredibile, dai gulag sovietici all’Iran, alla guerra in Africa e poi in Italia, fino a unirsi con quella miscellanea di battaglioni che prese Montecassino. In realtà, questo straordinario romanzo è un atlante anatomico dell’anima dell’autrice: si osservano in trasparenza gli snodi e le vertebre che compongono l’insieme di storie condensate nella videnda personale di Helena Janeczek. A partire dai suoi genitori, deportati, che venivano da famiglie ebree polacche molto diverse.
“Osservante quella di mio padre. Più laica quella di mia madre. Non che questo abbia inciso nel riuscire a sopravvivere al lager. Emersi da Auschwitz, ripararono nel sud della Germania, con i fratelli di mio padre. Attesero il visto per l’America. Mio padre si ammalò. I suoi fratelli partirono per gli Stati Uniti. I miei restarono a Monaco. Mio padre, come racconto alla fine di Le rondini di Montecassino, cambiò il cognome in Janeczek – che quindi è falso”.
Non furono gli ebrei, tuttavia a prendere l’abazia a Montecassino. Qui tu narri di battaglioni che attraversano mezzo mondo per arrivare a poche centinaia dai monaci benedettini.
“Una compagine di dimenticati, provenienti da mezzo mondo. Marocchini. Indiani. Pochi sanno del battaglione maori della Nuova Zelanda. Morirono qui. Le lapidi al cimitero di guerra hanno iscritti i loro nomi che per coincidenza paiono ebrei: Samuel Mendes o Leonard Koha”.
Una scoperta che non pare casuale.
“Ma lo è. Ho iniziato a lavorare a Le rondini di Montecassino quando stavo scrivendo da anni un altro libro. Mi è letteralmente entrato nella vita. Ho cominciato con un racconto, poi ho compreso che quel racconto era parte di un romanzo, un preambolo a episodi. Il libro è fiorito. A volte fare qualcosa che non sai è proprio fare quello che devi. E’ diventato un percorso rabdomantico, che ha richiesto certo molto studio. Sono convocati nel racconto piccoli popoli sottoposti a partizioni, a violenze, a esili e compromessi”.
E’ il racconto di autentici esodi. La guerra di un soldato texano. Lo splendido capitolo sul viaggio odierno del nipote di un combattente maori. Il rimbalzo tra due narrazioni, quella di due ragazzini meticci oggi a Montecassino e l’incredibile percorso di guerra dell’ebrea Irka, che perde la famiglia e ne acquisisce un’altra nel gulag. E ci sei tu, un amico polacco della tua famiglia, che hai conosciuto, con la sua misteriosa parabola che conduce dall’est fino alla battaglia…
“L’episodio maori è abbastanza significativo. Ho scelto di concentrarmi proprio sulla storia di Rapata, il nipote del veterano di Montecassino, Charlie. E’ un popolo agli antipodi di quello italiano. In senso fisico: stanno proprio dall’altra parte del globo. E sono sotto il regime inglese. Tutta la loro partecipazione alla guerra nasce nella contraddizione a cui è sottoposto chi cerca una legittimazione per integrarsi e chi invece avverte il tacco del padrone colonialista. Questo piccolo popolo diviene una piccola parte di un esercito più grande. E’ ciò che accade anche agli ebrei polacchi: un piccolo popolo all’interno di un esercito sottoposto a un tour de force che sembra una violenza del destino. Il racconto sui maori cerca di restituire lo spaesamento a cui furono sottoposti tutti questi protagonisti. Ho riprodotto alcune parole chiave della lingua maori, ho passato ore su YouTube a vedere filmini di feste di compleanno in case maori. Ho studiato la loro storia. Nasce in questo modo l’idea di un risucchio che non porta soltanto alla battaglia di Montecassino – conduce ai lager tedeschi, ma lascia intatta la storia particolare di questi popoli e delle vite individuali”.
Fai viaggiare il lettore per distanze geografiche enormi, ma attraversi anche il tempo e arrivi a oggi.
“Soprattutto coi i due ragazzini di buona famiglia, cresciuti a Roma in una scuola internazionale. Sono emblematici della generazione di oggi. Stanno cercandosi, espressione di un altro esodo, in senso temporale. Si muovono a tentoni. Sono sul luogo della battaglia, impegnati nel sociale come si direbbe oggi – eppure sono vittima del racconto del passato, che spesso non si percepisce attinente a noi stessi. Sono apolidi, vittime dell’ambivalenza di ogni generazione precedente, che avverte di avere fatto la storia e la racconta, ma anche considera fuori dalla storia chi viene dopo”.
A proposito di ragazzini, stando in tema ma strappandosi dal libro: tu hai un figlio. Come lo introduci alla storia di sofferenze, deportazioni e salvezze che lo ha preceduto?
“La storia è a sua disposizione, può prendere ciò che desidera, quando vuole. Ti racconto un episodio. Tempo fa stava giocando coi suoi compagni a un videogame di guerra: lo scenario era lo sbarco in Normandia. Si divertiva un sacco. Suo padre gli ha spiegato quanto fosse orribile la guerra, quanto fosse tremendo ciò che è accaduto anche alla famiglia di sua madre. Mio figlio ha risposto che a essere bello era il gioco, non la guerra. Una risposta che rende giustizia naturale e postuma a qualunque destino di dolore”.
L’Italia è vista soltanto da occhi stranieri e, per questo, straniati.
“Quegli occhi sono anche i miei, in parte. Lo sguardo un po’ da fuori e un po’ da dentro mi appartiene. Desideravo raccontare l’Italia con gli sguardi estranei che ci sono stati prima della globalizzazione. Di fatto, l’Italia è stata un’avanguardia della globalizzazione, un Paese di per sé meticcio. E poi ragiono da tempo sul fatto che dove sono nata e cresciuta, cioè quella città sotto bolla che è Monaco, non suscita alcun senso di appartenenza in me. Io vengo da un’infanzia di rifiutata o di ebrea richiesta del parere, in un tempo in cui la Germania ancora stava elaborando l’orrore. Quando scoppiò la guerra in Libano, ero una bambina, ma mi venne chiesta un’opinione da ebrea su quanto stava accadendo. Era soffocante. E dire che non avvertivo il peso di vivere e parlare nella patria dello sterminio”.
E’ anche per questo che sei venuta a vivere in Italia?
“I miei genitori mi ci portavano in vacanza, da sempre. Appena passavo il confine, ciò che avvertivo come plumbeo o impossibile diventava di colpo leggero, normale. E’ una sensazione che è andata perdendosi in questi decenni, qui in Italia: il fatto di essere accolti calorosamente. C’è una cifra comune a tutte le patrie confluite in me, quella slava e tedesca: la freddezza nell’accogliere l’altro. Venire in Italia, lasciando una città che non mi apparteneva e a cui non appartenevo, è stata una scelta quasi naturale”.
Il tuo romanzo è una narrazione potente. Si avverte fiducia nella letteratura, nella sua persistenza.
“Io tengo a questo: mostrare come oggi noi siamo ancora capaci di raccontare gli uomini. Narrare queste storie, in parte desunte dalla realtà e in parte inventate, e fare coincidere questo racconto con le tracce delle nostre proprie storie è un assunto poetico e anche politico. I racconti degli umani sono di fatto un gesto comunitario. Per raccontare bisogna mettersi nel punto di vista di colui in cui ci si cala. E proprio questo è il legame che tiene unito umano a umano”.
Con Le rondini di Montecassino ci troviamo di fronte a uno dei più importanti romanzi epici di questi anni in Italia. Se c’è epica, c’è un eroe.
“Qui l’eroismo è la trama quotidiana. Qualunque gesto è eroico. Quando si è immersi in realtà così devastanti, l’eroismo è ciò che l’umano oppone all’orrore. Ogni azione straordinaria è semplicemente umana”.
In Lezioni di tenebra, in quel viaggio dell’amore nell’aberrazione fatto insieme a tua madre, il racconto si svolgeva proprio nel segno della madre.
Le rondini di Montecassino è un racconto scritto nel segno del padre. Spesso, del silenzio del padre. Scrivere questo libro ha significato misurarmi col maschile, col paterno. E avvertire anche la sua sottrazione, il suo silenzio. Con ciò che ne deriva: il desiderio di proteggere quel silenzio e al tempo stesso di sfondarlo, avvertendo in quel silenzio un messaggio, una comunicazione intima. Che esige di non essere raccontata”.

Helena Janeczek: poesie da ‘Ins Freie’

janeczekin[Uscito nel 1989 per la prestigiosa casa editrice Suhrkamp, Ins Freie è una prova poetica di assoluto valore, salutata in Germania da un successo critico che fa sperare, per il futuro, in un ritorno di Janaczek a variazioni celaniane folgoranti, come queste che qui proponiamo in traduzione. gg]

Via in libertà, dove, l’aria è
qui tanto densa che
un ramo si piega in sé, solo lei colpita
e io già nascosto:
un impermeabile sull’altro:
per lei aspetto l’accesso
la pioggia
che si avvicina.

*

Tu giaci e anche gli alberi
sono sempre più vuoti
e più vicina in cielo la corteccia,
che si muove avanti e indietro nella nebbia.
Infine sei calmo,
esperta la pelle.
*

Buon viaggio, così mi abbandono
e mi ritraggo alle tue mani. Torniamo,
anche a noi, con gli occhi
che ci allontanano dalle ombre,
una casa muore certamente nella successiva, dove
la toccano in questo andare.
*

Sono rimasto qui
tra gli altri, seduto
e dopo, solo, dove va,
cammina con noi, poiché in alto
si contrae
e sopra tutti è: tuttavia
esso si forma,
dalle nubi e l’acqua, si chiude,
esclude loro ciò che
si dirige verso noi,
lo disperde in cielo.

 

*

Mi potrei scrivere
con te negli occhi
con vene cieche
su un foglio.

 
*

Le tue parole stentate
le laceravano la bocca,
tu dici che le nubi,
un tempo avevano avuto pareti.
La lingua giaceva spezzava
e chiamava una pioggia,
era nubifragio, rottura,
perché poi la pioggia andava,
cadeva fuori, o si dice, cadeva,
solo a ritroso non andava mai.
E di nuovo tutto roteava in me,
eri tu, sei tu,
le braccia, le gambe che ho
tenuto in grembo, là collegati,
quanto tempo?
E adesso vorrei gridare
solo dolore
e vivissimo,
non so, dico,
non so piangere.
Guarda in alto e il cielo
è vuoto ed è blu
e quasi secco.

 

*

L’inverno abbatte
la luce,
e noi con essa.

 

 

 

 

*

Giravano. Là, lungo la strada
erano edifici. Anche i frontoni
uscivano, ci venivano incontro.
Un tetto a cupola, immagìnati,
si curvava sulla serra,
di sotto gli alberi, legati,
si arrampicavano sul vetro.
Hanno le campane.
Lo scampanio da lontano non ti apparteneva,
là, dall’altra parte, là non eravamo mai,
perché dicevi di sentire
i rami attraverso i vetri, per entrambi
questo è troppo lontano, vieni,
incamminiamoci nuovamente lungo i fiori
che vedono da lontano, come me.
Solo l’iride si placava
miope, quasi cieca.
*

Angolo di luce qui dentro,
con la finestra chiusa rimane dall’altra parte,
nel vetro dove fa spigolo, subito termina.
Se puoi aiutare, io ne sono impigliata,
diviene oro,
ma non va via di sera, da sopra,
con l’altra.
*

Nella serra, in inverno,
dove sei in inverno,
accanto al fiore, inclinato.
Ombre, Ombre.
[Helena Janeczek, Ins Freie , Suhrkamp 1989 – Traduzione di L. Arezzo]

Le Lezioni di tenebra che hanno messo in moto il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgA quando risale l’idea di comporre un impossibile romanzo (ma una possibile narrazione) di cui la non-persona Hitler fosse il centro? Risale a dieci anni orsono, alla lettura di uno dei testi a mia detta più importanti della narrativa italiana contemporanea – Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Il motore è stato quello, è lì che mi è stato messo davanti agli occhi, da Janeczek, un possibile modello di rappresentazione che esulasse dall’estetica e dalla finzione inventiva, per dare corpo narrativo a ciò che non è possibile inventare, che non è possibile riguardare come romanzesco o prosastico, nel senso in cui “la prosa del mondo” è inefficace ad avvicinare il buco nero della Shoah. Sono debitore a Janeczek di dieci anni di meditazione e di ossessione creativa, tenuti a bada attraverso studi e riflessioni su come guardare in faccia letterariamente Hitler. Dal punto di vista della storia e della sociologia della letteratura, Janeczek aprì nel 1997 la possibilità di percorrere una strada che, dieci anni dopo, emerge prepotente e permette di raccontare esulando la radiazione della leggibilità lineare, e cioè della vendibilità di un’opera premasticata da un movimento di autocensura a favore di ciò che non è difficile. Il suo protocollo di rappresentazione è evidentemente, al tempo stesso, un apparente realismo che viene in realtà sfondato. janeczekin.jpgL'”io” autobiografico è talmente psicologizzato da risultare svuotato, esanime, non giudicante. Lezioni di tenebra narra del viaggio che la scrittrice (nella foto a destra) e sua madre, che fu lì deportata, ad Auschwitz – laddove viene rappresentata la scena più impossibile da rappresentare della nostra narrativa contemporanea – l’urlo cieco della madre che consente la condivisione, restaura l’empatia, ricuce la ferita tra umano e umano, risponde all’antimito Hitler annullandolo, arriva infine a permettere il rapporto tra madre e figlia, erede di un orrore che non ha vissuto in prima persona.
Sfortunatamente, o meglio sciaguratamente, Lezioni di tenebra non è più nel catalogo Mondadori. Si spera che si rimedi presto a questa clamorosa svista.
Pubblico di seguito due pezzi sul romanzo di Janeczek, che proprio a dieci anni fa risalgono e che erano già stati ripresi su i Miserabili: una mia recensione e un articolo da L’indice dei Libri.

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Avvicinamenti al romanzo HITLER: Sebald e Austerlitz

hitlercovermedia.jpgTre sono le dedicatarie del romanzo Hitler. Una è Helena Janeczeck, che ha messo in moto, con il suo “romanzo” Lezioni di tenebra, nove anni orsono, il progetto necessarissimo (per me, ovviamente) di osservare letterariamente Hitler: questo volto a cui gli scrittori si sono appoggiati senza guardarlo in faccia, senza scoprire che questo volto (iconizzato, reclamizzato, mitologizzato) è un volto bianco, vuoto, privo di caratteristiche – come ribadito ossessivamente, il volto che non è, il volto di una bolla di non- essere, il volto della non-persona. Un’altra delle deicatarie è Babsi Jones, l’autrice di Sappiano le mie parole di sangue. La spinta meditativa che mi ha fornito, nel momento in cui, dopo anni di studio, mi accingevo tra mille incertezze a scrivere, è stata fondamentale. Così come quella, ancora più decisiva, poiché mi è stata allestita una fucina teorica e pratica su forma e struttura e poetica, che Donata Feroldi, la terza dedicataria del libro, mi ha dato con una generosità da lasciare allibiti. Babsi Jones, tuttavia, e proprio in linea con la poetica dello sguardo da un tempo assoluto, che è il qui e ora, è riuscita retroattivamente a imporre uno sguardo confermativo e ulteriore sul <del<romanzo Hitler.
sebald_austerlitz.jpgQuesta estate, in condizioni personali assai penose, in un luogo indicibile (che sarà tra l’altro il soggetto, lo sfondo e la sostanza del “romanzo” che verrà pubblicato presso Mondadori dopo Hitler, prevedibilmente a fine 2009 o inizio 2010…), mi ero portato molti libri da leggere. Tra questi, Austerlitz di W.G. Sebald. Non riuscivo a sfondare la lettura, mi respingeva. Storia naturale della distruzione lo lessi in un giorno. Austerlitz mi opponeva come un muro. Raffinato, warburghiano – eppure spaventoso, in qualche modo – in qualche modo ne avevo paura. Tornato a Milano, ne parlai con Babsi che mi spronò, dicendo che era fondamentale per me leggerlo. Lo feci. Era fondamentale.
A cominciare da qui: “Tutti questi oggetti inerti che mi circondano – penso – sono l’unica traccia della storia individuale delle persone imprigionate e uccise ad Auschwitz”.

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