Wallace Stevens: da “Parti di un mondo”

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di WALLACE STEVENS | da Parts of a World (1942)

 

Come vivere. Cosa fare

Ieri sera la luna si alzò su questa roccia,
impura sopra un mondo non purgato.
L’uomo e la sua compagna sostarono
a riposare dinanzi alla sua eroica altezza.

Freddo il vento cadde intorno a loro
in molte sovranità di suono:
avevano lasciato il sole striato di fiamma
per cercare un sole dal fuoco più intenso.

Invece c’era questa roccia irta
che sorgeva massiccia, alta e nuda,
oltre tutti gli alberi, gettando i crinali
come braccia gigantesche fra le nubi.

Non c’era né voce né crestata immagine,
né corista, né prete. C’era solo
la grande altezza della roccia
e loro due fermi a riposare.

C’era il vento freddo e il suono del vento,
lontano dalla melma della terra
che avevano lasciato, un suono eroico
gioioso e giubilante e certo.

 

How to Live. What to Do

Last evening the moon rose above this rock
Impure upon a world unpurged.
The man and his companion stopped
To rest before the heroic height.

Coldly the wind fell upon them
In many majesties of sound:
They that had left the flame-freaked sun
To seek a sun of fuller fire.

Instead there was this tufted rock
Massively rising high and bare
Beyond all trees, the ridges thrown
Like giant arms among the clouds.

There was neither voice nor crested image,
No chorister, nor priest. There was
Only the great height of the rock
And the two of them standing still to rest.

There was the cold wind and the sound
It made, away from the muck of the land
That they had left, heroic sound
Joyous and jubilant and sure.

 

***

 

Le poesie del nostro clima

I.

Acqua trasparente in un vaso brillante,
garofani rosa e bianchi. La luce
nella stanza quasi un’ aria nevosa,
riflette neve. Una neve appena caduta
a fine inverno quando tornano i pomeriggi.
Garofani rosa e bianchi… si desidera
tanto, tanto di più. Il giorno stesso
si semplifica: un vaso di bianco,
freddo, una porcellana fredda, bassa e tonda,
con nient’altro che i garofani dentro.

II.

Mettiamo che questa semplicità completa
ci spogliasse di ogni nostro tormento, celasse
l’io vitale, malvagiamente assommato,
e lo facesse fresco in un mondo di bianco,
un mondo di acqua trasparente, dai bordi hrillanti:
pure si vorrebbe, si avrebbe bisogno di più,
più di un mondo di bianco e profumi di neve.

III.

Resterehbe pur sempre la mente inappagata,
cosi che si vorrebbe fuggire, tornare
a quello che era stato tanto a lungo composto.
L’imperfetto é il nostro paradiso.
Notare che in questa amarezza la gioia,
poiché l’imperfetto ci brucia tanto dentro,
sta in parole rotte e suoni ostinati.

 

The Poems of Our Climate

I.

Clear water in a brilliant bowl,
Pink and white carnations. The light
In the room more like a snowy air,
Reflecting snow. A newly-fallen snow
At the end of winter when afternoons return,
Pink and white carnations – one desires
So much more than that. The day itself
Is simplified: a bowl of white,
Cold, a cold porcelain, low and round,
With nothing more than the carnations there.

II.

Say even that this complete simplicity
Stripped one of all one’s torments, concealed
The evilly compounded, vital I
And made it fresh in a world of white,
A world of clear water, brilliant-edged,
Still one would want more, one would need more,
More than a world of white and snowy scents.

III.

There would still remain the never~resting mind,
So that one would want to escape, come back
To what had been so long composed.
The imperfect is our paradise.
Note that, in this bitterness, delight,
Since the imperfect is so hot in us,
Lies in flawed words and stubborn sounds.
***

 

Pane secco

E’ come vivere in una terra tragica
vivere in un tempo tragico.
Considerate dunque le rocce scoscese, montuose,
e il fiume che forza la sua strada sulle pietre,
co nsiderate i tuguri di quelli che vivono in questa terra.

E’ ciò che ho dipinto dietro il pane,
le rocce neppure sfiorate dalla neve,
i pini lungo il fiume e gli uomini secchi soffiati
bruni come il pane, pensando a uccelli
che volano da paesi incendiati e spiagge di sabbia bruna,

uccelli che venivano come acqua sporca in onde
che scorrono sulle rocce, scorrono sopra il cielo,
come se il cielo fosse una corrente che li portasse,
spargendoli come le onde si spargono piatte sulle spiagge,
una dopo l’altra erodendo i monti fino a denudarli.

Era un battere di tamburi che udivo,
era fame, erano gli affamati che gridavano
e le onde, le onde erano soldati in movimento,
in marcia, in marcia in un tempo tragico
davanti a me, sull’asfalto, sotto gli alberi.

Erano soldati che marciavano sulle rocce
e ancora gli uccelli venivano, venivano in stormi acquosi,
perché era primavera e gli uccelli dovevano venire.
Indubbiamente i soldati dovevano marciare
e i tamburi dovevano rullare, rullare, rullare.

 

Dry Loaf

It is equal to living in a tragic land
To live in a tragic time.
Regard now the sloping, mountainous rocks
And the river that batters its way over stones,
Regard the hovels of those that live in this land.

That was what I painted behind the loaf,
The rocks not even touched by snow,
The pines along the river and the dry men blown
Brown as the bread, thinking of birds
Flying from burning countries and brown sand shores,

Birds that came like dirty water in waves
Flowing above the rocks, flowing over the sky,
As if the sky was a current that bore them along,
Spreading them as waves spread flat on the shore,
One after another washing the mountains bare.

It was the battering of drums I heard
It was hunger, it was the hungry that cried
And the waves, the waves were soldiers moving,
Marching and marching in a tragic time
Below me, on the asphalt, under the trees.

It was soldiers went marching over the rocks
And still the birds came, came in watery flocks
Because it was spring and the birds had to come.
No doubt that soldiers had to be marching
And that drums had to be rolling, rolling, rolling.
***

 

L’uomo sulla discarica

Il giorno striscia giù. La luna striscia su.
Il sole e una corbeille di fiori che la luna Blanche
mette lì, un bouquet. Oh oh… La discarica è piena
di immagini. I giorni passano come giornali da una rotativa.
I bouquet arrivano qui nei giornali. Cosi il sole
e anche la luna vengono, e le poesie della quotidianità
del portinaio, l‘etichetta sulla latta di pere,
il gatto nel sacchetto di carta, il corsetto, la scatola
dall’Estonia: il cofanetto tigre, per il tè.

Il fresco della notte è stato fresco per lungo tempo.
Il fresco della mattina, il fiato del giorno, si dice
che soffia come si legge Cornelio Nepote, soffia
più di, meno di, o soffia come questo o quest’altro.
Il verde punge l’occhio, la rugiada nel verde
punge come acqua fresca in un bidone, come il mare
su un cocco. .. quanti uomini hanno copiato la rugiada
su bottoni, quante donne si sono coperte di rugiada,
vesti di rugiada, pietre e collane di rugiada, teste
dei fiori più floreali roride della rugiada più rugiadosa.
Si finisce con odiare questa roba se non sulla discarica.

Ora, in tempo di primavera (azalee, trillium,
mirti, viburni, narcisi, flox blu),
fra questo e quel disgusto, fra le cose
che sono sulla discarica (azalee eccetera)
e quelle che ci saranno (azalee eccetera),
si sente un cambiamento purificante. Si rifiuta
la spazzatura.

E’ il momento quando la luna striscia fuori
al borbottio dei fagotti. E’ il momento
che si guardano i copertoni color elefante.
Tutto è deposto, e la luna sorge come la luna
(tutte le sue immagini sono nella discarica) e vedi
da uomo (non come un’immagine d’uomo),
vedi la luna sorgere nel cielo vuoto.

Si siede e batte una vecchia latta, pentola di lardo.
Si batte e batte per quello in cui si crede.
A questo ci si vuole avvicinare. Potrebbe dopo tutto
essere solo il proprio sé, superiore quanto l`orecchio
alla voce di un corvo? Forse l’usignolo torturò l’orecchio,
riempì il cuore e graffiò la mente? E l’orecchio
si compiace di uccelli meschini? E’ forse la pace,
é forse la luna di miele di un filosofo, che si trova
sulla discarica? E’ forse sedere fra i materassi dei morti,
bottiglie, vasi, scarpe, erba e mormorare acconcia sera:
é forse sentire il vocio delle gracule e dire
sacerdote invisibile; è forse estromettere, fare
a pezzi il giorno e gridare strofa mia pietra?
Dove fu che qualcuno menzionò la verità? La la.

 

The Man on the Dump

Day creeps down. The moon is creeping up.
The sun is a corbeil of flowers the moon Blanche
Places there, a bouquet. Ho-ho… The dump is full
Of images. Days pass like papers from a press.
The bouquets come here in the papers. So the sun,
And so the moon, both come, and the janitor’s poems
Of every day, the wrapper on the can of pears,
The cat in the paper-bag, the corset, the box
From Esthonia: the tiger chest, for tea.

The freshness of night has been fresh a long time.
The freshness of morning, the blowing of day, one says
That it puffs as Cornelius Nepos reads, it puffs
More than, less than or it puffs like this or that.
The green smacks in the eye, the dew in the green
Smacks like fresh water in a can, like the sea
On a cocoanut – how many men have copied dew
For buttons, how many women have covered themselves
With dew, dew dresses, stones and chains of dew, heads
Of the floweriest flowers dewed with the dewiest dew.
One grows to hate these things except on the dump.

Now, in the time of spring (azaleas, trilliums,
Myrtle, viburnums, daffodils, blue phlox),
Between that disgust and this, between the things
That are on the dump (azaleas and so on)
And those that will be (azaleas and so on),
One feels the purifying change. One rejects
The trash.

That’s the moment when the moon creeps up
To the bubbling of bassoons. That’s the time
One looks at the elephant-colorings of tires.
Everything is shed; and the moon comes up as the moon
(All its images are in the dump) and you see
As a man (not like an image of a man),
You see the moon rise in the empty sky.

One sits and beats an old tin can, lard pail.
One beats and beats for that which one believes.
That’s what one Wants to get near. Could it after all
Be merely oneself, as superior as the ear
To a crow’s voice? Did the nightingale torture the ear,
Pack the heart and scratch the mind? And does the ear
Solace itself in peevish birds? ls it peace,
Is it a philosopher’s honeymoon, one finds
On the dump? Is it to sit among mattresses of the dead
Bottles, pots, shoes and grass and murmur aptest eve:
Is it to hear the blatter of grackles and say
Invisible priest; is it to eject, to pull
The day to pieces and cry stanza my stone?
Where was it one first heard of the truth? The the.
***

 

Sulla via di casa

Fu quando dissi:
“La verità non esiste”
che i grappoli parvero più grossi.
La volpe corse fuori dalla tana.

Tu… Tu dicesti:
“Vi sono molte verità,
ma non sono parti di una verità”.
Allora l’albero, di notte, cominciò a mutare,

fumando nel verde e fumando blu.
Eravamo due figure in un bosco.
Dicemmo che ci sostenevamo da soli.

Fu quando dissi:
“Le parole non sono forme di una singola parola.
Nella somma delle parti, vi sono solo Ie parti.
Il mondo deve essere misurato ad occhio”;

fu quando dicesti:
“Gli idoli hanno visto molta povertà,
serpenti, oro e pidocchi,
ma non la verità”;

fu allora che il silenzio fu più largo
e più lungo, la notte più rotonda,
la fragranza dell’autunno più calda,
più vicina e più forte.

 

On the Road Home

It was when I said,
” There is no such thing as the truth”,
That the grapes seemed fatter.
The fox ran out of his hole.

You… You said,
“There are many truths,
But they are not parts of a truth”.
Then the tree, at night, began to change,

Smoking through green and smoking blue.
We were two figures in a wood.
We said we stood alone.

It was when I said,
“Words are not forms of a single word.
In the sum of the parts, there are only the parts
The world must be measured by eye”;

It was when you said,
“The idols have seen lots of poverty,
Snakes and gold and lice,
But not the tru’th”;

It was at that time, that the silence was largest
And longest, the night was roundest,
The fragrance of the autumn warmest,
Closest and strongest.

 

(traduzioni di Massimo Bacigalupo)

Alfredo Giuliani: su Wallace Stevens

di ALFREDO GIULIANI | da la Repubblica, 30 luglio 1992

Uno dei padri della Neoavanguardia italiana entrò nel 1992 in quel regno “di ghiaccio e di fuoco” che è la poesia di Wallace Stevens. “L’angelo necessario” messo a nudo negli ultimi tempi italiani in cui la poesia è esistita, è stata vista.

Wallace Stevens, il più raffinato poeta statunitense del Novecento, il più schivo, quello dalla vita più borghese e defilata, il poeta apparentemente più astratto, pensoso e impenetrabile, gode oggi, a quasi quarant’anni dalla morte, di una magica presenza. Ho sentito più di un americano, con tutto il rispetto per Ezra Pound e per T.S. Eliot, dire: “è il più grande”; sebbene alcuni continuino a giudicarlo un “poeta per poeti” (la stessa alta ma restrittiva opinione che Majakovskij aveva di Chlebnikov).
Il suo capolavoro giovanile, il poemetto Mattino domenicale [titolo originale: Sunday morning, quindi: Domenica mattina (gg)], diventò famoso (tra quattro gatti letterati) fin dalla sua apparizione in rivista, credo nel 1914. La cosa sorprendente non è che Mattino domenicale sia diventato sempre più noto, ma che sia talmente un valore in corso che uno scrittore popolare può permettersi di citarne i memorabili versi d’apertura, per bocca del suo protagonista, in un romanzo d’azione. Questo è accaduto a Robert B. Parker, epigono di Chandler, nel “giallo” Pallidi re e principi, uscito nel 1987 e puntualmente pubblicato da Mondadori l’anno dopo. Ve l’immaginate un qualche nipotino del nostro Ciccio Ingravallo recitare, in un momento opportuno, un celebre passo da Ossi di seppia? Sarebbe possibile, ma non mi risulta. Teniamo in mente che l’investigatore di stampo chandleriano è un eroe mitico (e che Parker è laureato in lettere).

W. Stevens e W. Faulkner
Alcune qualità conferiscono alla poesia di Stevens una crescente resistenza al tempo: calma lucentezza, ispirazione pittorica, sottigliezza di intenso rinnovamento che animava la fine del XIX e il principio del XX secolo (era nato nel 1879 a Reading in Pennsylvania). A differenza di Pound e Eliot, pressappoco suoi coetanei, poco inclini verso la grande poesia romantica inglese, Stevens da giovane ne fu attratto, così come fu ovviamente influenzato dai decadenti francesi. L’originalità di Stevens fu di togliere ai romantici l’aura decorativa e allegorica, ai decadenti l’aura simbolista. Finì con l’interpretarli attraverso l’arte di Cézanne, dei pittori cubisti e fauves (più Matisse che Picasso). Credo che per tutta la sua vita di scrittore, che durò fino a pochi mesi dalla morte (avvenuta nel 1955), Stevens abbia perseguito uno stile di metafore fluttuanti in un perpetuo mutamento, in modo che nessuna di esse potesse diventare ineluttabilmente simbolo, ovvero segnale di qualche altra cosa più o meno indefinibile. Ma negli ultimi anni volle denudare e scarnire le metafore, per cogliere direttamente il senso del mutamento. Il suo problema era di suonare le cose come sono, sapendo che nella poesia le cose come sono cambiano, sorprese dall’immaginario. E’ questo il tema di un altro capolavoro della maturità del poeta, il poemetto L’uomo dalla chitarra azzurra apparso nel ’37. Negli Adagia, breviario di massime o credenze a volte tratte dalle sue stesse poesie, possiamo cogliere ciò che Stevens più amava di pensare: che poesia è sperimentare e immaginare, è ricercare l’inesplicabile, è aggiungere un senso (non un significato) all’esperienza della realtà contro la sventura, poesia è un fagiano che scompare nella macchia. Ecco il punto, che è insieme romantico e moderno: la stessa natura fa poesie per proprio conto, orride o sublimi, fa la terra, fa i corpi, che sono poesie grandi, e fa la loro morte. Il poeta arriva alle parole proprio come la natura arriva ai rami secchi (e forse sarebbe meglio intendere comes to del testo nel senso del disusato francese aboutir: sbocca nelle parole, sbocca nei rami). Risultato fatale, sebbene il poeta cerchi di portare la vita dentro la poesia; e la vita è un processo che elimina ciò che è morto. Il linguaggio del poeta oltrepassa il paradosso della distruzione, crea una precaria natura parallela. E’ votato all’astrazione, eppure insiste che le parole siano esattamente le cose che vogliono rappresentare.
Insomma: La teoria della poesia è la teoria della vita.
Nella raccolta intitolata Transport to summer (letteralmente Trasporto per l’estate) del 1947 c’è una poesia – Uomini fatti di parole – che forse è il caso di citare:

Che potremmo essere senza mito del sesso,
sogno a occhi aperti o poesia della morte?
Evirati cantori di pappa lunare –
Vita consiste di asserzioni sulla vita. Fantasticheria è solitudine,
qui combiniamo le proposizioni strapazzate dai sogni,
da tremende fascinazioni di sconfitte e dalla paura
che sconfitte e sogni siano una sola cosa.
L’intera umanità è un poeta che annota le stravaganti asserzioni del destino.

Questa è, appunto, una poesia teorica, non tra le più affascinanti di Stevens, ma utile per capire da quali limiti o tradizioni era sorretto quando non andava a caccia di fagiani (di immagini da uccellare) quando pensava le cose come sono e non era incantato dalle sorprese dell’immaginario.
Tradurre Stevens è operazione delicata e spesso frustrante. Richard Ellmann in un saggio del ’57 raccolto in Fluidofiume (Leonardo) osservò che il poeta “scriveva in inglese come se fosse francese”. Ora, tra le massime degli Adagia, c’è una dichiarazione personalissima:

Francese e Inglese costituiscono un’unica lingua.

Forse si capisce meglio tale strana asserzione aggiungendo che per Stevens gli americani non hanno una “sensibilità britannica”. Nadia Fusini, che qualche anno fa pubblicò una versione del poema Note verso la finzione suprema (Arsenale), opera del 1942, parlò nell’introduzione di uno spaesamento in cui cade dapprima il lettore-traduttore. Sembra che l’ultima referenza, dice Fusini, “non sia più lì, nell’inglese”, la sostanza sonora del testo accenna “a una sorta di ecumenismo delle radici e delle fonti”. Il fatto è che Stevens, pur non avendo mai dimorato in Europa, è molto più intimamente europeizzante di Eliot e di Pound. Mi ricordo quanto mi intrigò leggere la prima volta Stevens nel volume einaudiano Mattino domenicale e altre poesie di Renato Poggioli, che risale al 1954. Più o meno nello stesso periodo lessi, tradotte da Glauco Cambon (ma senza testo a fronte), Note verso una suprema finzione. Nei primi versi di Mattino domenicale l’autore ambienta la situazione e disegna uno stato d’animo. Ne deduciamo che lei quella mattina s’è compiaciuta di far tardi, non è andata in chiesa, e per un po’ si sente a suo agio, come se l’angoscia cristiana del rito della messa (“sacrificio e resurrezione”) si fosse dissipata. Ma poi comincia un intenso dialogo di toni alti, tra lei e lui, pro e contro la religione. L’attacco era stupendo:

Complacencies of a peignoir, and late
coffee and oranges in a sunny chair,
and the green freedom of a cockatoo…

Poggioli traduceva “Lusinghe di vestaglia”; bello ma una forzatura, si attribuiva al peignoir un atteggiamento compiacente di colei che lo indossa. In seguito un altro traduttore cercò di cavarsela con un calco: “Compiacimenti del peignoir”. Ora, il carattere particolare di quell’attacco è nell’uso deliberato di due parole inglesi di stampo francese, e lo stretto accostamento produce un effetto irriproducibile in italiano. C’è uno squisito tocco d’ironia e il senso potrebbe almeno essere salvato tenendo presente una versione in prosa, un tantino interpretativa, che suonerebbe così: “Lo stare bella comoda in vestaglia, e a mattina inoltrata caffè e arance nella poltroncina soleggiata, e la verde libertà d’un pappagallo, si mescolano sul tappetino a dissipare il santo silenzio del sacrificio antico”. Verrebbe quasi di chiosare: il “santo zittio che assiste al sacrificio antico”, perché il poeta usa la parola hush (un silenzio che interviene, accade, una soppressione del suono o rumore).
Ho presentato un esempio forse fin troppo semplice e scoperto forse appena, sufficiente a far sospettare quanto sia disagevole voler catturare Stevens in italiano. Dico ora, a scanso di equivoci, che l’antologia di Poggioli, benché piuttosto smilza, è eccellente e contiene alcuni testi capitali (oltre che ha il merito di essere stata la prima in Europa); solo che Poggioli cedeva ogni tanto a qualche forzatura perché voleva dare una cadenza ritmica, un tono poetico alla sua versione. Parecchi anni dopo l’antologia einaudiana sono comparsi quattro volumi del poeta americano: il già ricordato poema Note verso una suprema finzione, i saggi L’angelo necessario (Coliseum), e due raccolte di poesie. L’una curata da Massimo Bacigalupo (con un pregevole e utilissimo commento) è Il mondo come meditazione (titolo dell’editore italiano), comprendente le poesie scritte dal 1950 al 1955, anno in cui Stevens morì, e l’ha pubblicata Acquario-Guanda nel 1986. L’altra è Aurore d’autunno uscita ora da Garzanti a cura di Nadia Fusini (pagg. 252, lire 40.000), che riproduce interamente l’omonimo volume apparso negli Stati Uniti nel 1950. Sicché noi abbiamo in italiano, e col testo a fronte, le opere poetiche degli ultimi otto-nove anni, ossia del periodo in cui il vecchio Stevens, anziché perdere le energie, toccò nuovi apici di grandezza. Avendoli ora entrambi poco importa che siano usciti sfasati rispetto alla cronologia: i testi dei due libri vanno sicuramente letti come un discorso lirico continuo. Bacigalupo se n’è reso conto collocando in apertura del suo volume l’ultima poesia di Aurore. E l’insieme è davvero straordinario, sebbene non di rado assai arduo. Se non riuscite a sintonizzare bene, l’ascolto può essere tedioso. Aurore d’autunno non include un puntuale commento alle singole poesie, che non avrebbe guastato. Il lettore deve contentarsi di un’estesa e pregnante prefazione, che reca parecchie osservazioni acute ma poco soccorso per entrare nei tanti particolari oscuri dell’elucubrare poetante del vecchio Stevens. Descrivendo il rimuginare errabondo e incoerente, il tono piano e vibrato sui bassi di questo libro, Fusini dice con bella intuizione che Stevens ha inventato lo stile del suo umore autunnale, ricco e triste ma sereno: un umore postumo. Eppure, affermare che “qui si spegne una delle opposizioni fondamentali alla sua poesia, l’opposizione tra realtà e immaginazione” suona un po’ fuorviante. Se è vero che questo è uno strano “poema della terra”, dove è totale l’accettazione del dramma e dell’indifferenza della natura, è anche vero che qui in effetti l’immaginario si scatena in un delirio di irrealtà, un delirio calmo, ragionante, stravolgente.
L’immanenza in cui si muove Stevens è mitologica, fantasmatica.
“Il colore smemorato dell’autunno” è popolato di forme arcaiche, “giganti del senso”. E il poeta è sempre più sicuro delle sue più radicate convinzioni: che l’irrealtà rende più acuta la realtà, che il linguaggio della poesia (la lingua della verità) non può decidere tra il dire le cose come sono e il riconoscersi “una natura che crea se stessa in ciò che dice”. A me sembra che Stevens qui non abbia spento l’opposizione tra realtà e immaginazione, ma l’abbia piuttosto confusa e resa ancora più inafferrabile. Se la realtà è un teatro galleggiante tra le nuvole, nuvola esso stesso, anche se di roccia mista a nebbia, con montagne correnti come l’acqua, onda su onda, tra onde di luce. E’ nuvola trasformata in nuvola trasformata ancora, pigramente, come la stagione cambia di colore senza scopo, salvo lo spreco di sé nel cambiamento, e l’uomo delle aurore polari vede “il colore del ghiaccio e del fuoco e della solitudine”, non può esserci pacificazione, la conclusione (il denouement dice Stevens) è rimandata. Non sarà piuttosto che il poeta, e qui è il sublime dell’impresa, vuole restituire quella opposizione all’innocenza? Stevens sembra identificarsi con l’infallibile genio vitale, il “congegno dello spettro delle sfere” che realizza i propri pensieri grandi e piccoli: Tra questi infelici egli pensa a tutto, ai fortunati e agli sventurati, come se vivesse tutte le vite, per conoscere, in cupi androni, non silenti paradisi, nello scontro di vento e di maltempo, in queste luci simili a una vampa di paglia estiva, nel taglio dell’inverno.
Con Aurore d’autunno comincia una irreparabile ricapitolazione. Qui c’è il serpente incorporeo, “pelle che lampeggia su bramate sparizioni”, repellente e indeterminata forma maligna del destino “che s’ingozza avida d’informe”. E c’è “l’angelo della realtà” che è un uomo della mente, e chi lo accoglie e lo guarda negli occhi “vede di nuovo la terra”. C’è la memoria “che staziona alla nostra fine” ed è “un re come candela accanto al nostro letto”. Qui c’è “il senso che eccede la metafora” e può rivelarsi in un istante. C’è “che il reale e l’irreale sono due in uno”. La ricapitolazione di Stevens prosegue infaticabile nelle ultime poesie raccolte nel Mondo come meditazione. Mi limito a citare dal Soliloquio finale dell’amante interiore l’inizio e le terzine conclusive:

Accendi la prima luce della sera,
come in una stanza in cui riposiamo e, con poca ragione,
pensiamo il mondo immaginato è il bene supremo.

[…]

Entro il suo confine vitale, nella mente,
diciamo Dio e l’immaginazione sono tutt’uno…
quanto in alto l’altissima candela irraggia il buio.

Di questa luce stessa, della mente centrale,
facciamo un’abitazione nell’aria della sera,
tale che starvi insieme è sufficiente.

Questo poeta non è mai andato in pensione. A settantacinque anni era ancora uno dei vice-presidenti della grande compagnia di assicurazioni nella quale era entrato, procuratore legale, nel 1916. La roccia inalterabile del lavoro, il senso ordinario delle cose, e la coltivazione dell’immaginario richiedevano la stessa cura, e si salvavano insieme.

Le Lezioni di tenebra che hanno messo in moto il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgA quando risale l’idea di comporre un impossibile romanzo (ma una possibile narrazione) di cui la non-persona Hitler fosse il centro? Risale a dieci anni orsono, alla lettura di uno dei testi a mia detta più importanti della narrativa italiana contemporanea – Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Il motore è stato quello, è lì che mi è stato messo davanti agli occhi, da Janeczek, un possibile modello di rappresentazione che esulasse dall’estetica e dalla finzione inventiva, per dare corpo narrativo a ciò che non è possibile inventare, che non è possibile riguardare come romanzesco o prosastico, nel senso in cui “la prosa del mondo” è inefficace ad avvicinare il buco nero della Shoah. Sono debitore a Janeczek di dieci anni di meditazione e di ossessione creativa, tenuti a bada attraverso studi e riflessioni su come guardare in faccia letterariamente Hitler. Dal punto di vista della storia e della sociologia della letteratura, Janeczek aprì nel 1997 la possibilità di percorrere una strada che, dieci anni dopo, emerge prepotente e permette di raccontare esulando la radiazione della leggibilità lineare, e cioè della vendibilità di un’opera premasticata da un movimento di autocensura a favore di ciò che non è difficile. Il suo protocollo di rappresentazione è evidentemente, al tempo stesso, un apparente realismo che viene in realtà sfondato. janeczekin.jpgL'”io” autobiografico è talmente psicologizzato da risultare svuotato, esanime, non giudicante. Lezioni di tenebra narra del viaggio che la scrittrice (nella foto a destra) e sua madre, che fu lì deportata, ad Auschwitz – laddove viene rappresentata la scena più impossibile da rappresentare della nostra narrativa contemporanea – l’urlo cieco della madre che consente la condivisione, restaura l’empatia, ricuce la ferita tra umano e umano, risponde all’antimito Hitler annullandolo, arriva infine a permettere il rapporto tra madre e figlia, erede di un orrore che non ha vissuto in prima persona.
Sfortunatamente, o meglio sciaguratamente, Lezioni di tenebra non è più nel catalogo Mondadori. Si spera che si rimedi presto a questa clamorosa svista.
Pubblico di seguito due pezzi sul romanzo di Janeczek, che proprio a dieci anni fa risalgono e che erano già stati ripresi su i Miserabili: una mia recensione e un articolo da L’indice dei Libri.

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