Il romanzo Hitler su “Musicaos”

hitlercovermedia.jpgRiporto un lungo e articolato intervento sul romanzo Hitler, a firma di Luciano Pagano, apparso sulla rivista elettronica di letteratura Musicaos.it, uno degli snodi fondamentali della blogosfera letteraria che ha retto al crollo della medesima. Sono onorato di tanta “intercettazione” e ancora più dell’immagine testuale da Primo Levi con cui viene introdotta la complessa recensione di Luciano Pagano: è un’immagine fondamentale, perché qui non si sta tanto nella biografia romanzata di Hitler, quanto nel perno dell’unicità della Shoah, secondo un magistero che è desunto proprio da Primo Levi (più avanti, quando le acque si saranno calmate, vorrei scrivere un’autoglossa che riprende una valutazione degli esiti letterari del libro rispetto alle intenzioni: una sorta di autorecensione dopo una lettura fatta con gli occhi di un estraneo – e il primo punto da chiarire è proprio il primato di questo perno, costituito dalla sezione tra due pagine nere, Apocalisse con figure).
Al critico e allo staff tutto di Musicaos.it (praticamente un portale, non un blog: si invitano i Miserabili Lettori a visitarlo in profondità) vanno i miei ringraziamenti per l’attenzione profusa e lo spazio concesso.

Alcune considerazioni su “Hitler” di Giuseppe Genna

di LUCIANO PAGANO
Mi ero accostato alla lettura di questo romanzo con un’unica cautela, quella di capire se questo fosse davvero, come annunciato dall’autore del medesimo, il primo romanzo su Hitler. Durante la lettura mi sono accorto di condividere appieno il giudizio. Non esiste un punto della biografia di Hitler dove tutto ha avuto inizio, giustificare un inizio significherebbe forse ammettere che senza quell’inizio la vita di Hitler sarebbe stata simile a quella di molti altri. Non è così. Hitler, come racconta Giuseppe Genna, nella disamina delle fonti e delle riviste di antisemitismo dozzinale, è letteralmente circondato dal sentimento antisemita della Germania del suo tempo. Ogni antisemita è un Hitler in potenza, un pensiero che non offre redenzione. La scrittura di Hitler è distante da quella del romanzo precedente, Dies Irae. In quest’ultima opera Genna ha trovato una soluzione differente che non cede nulla all’esagerazione linguistica, che non esorbita. Tanto la materia gli offriva possibilità di onirismo strabordante, tanto la lingua è trattenuta in un periodare netto. Costruito per quadri, delinea la scena in modo succinto. Mai eccessivo. Gli unici momenti che eccedono il limite imposto sono momenti lirici, nei quali ciò che viene narrato a un certo punto trascende, ci si affida alle parole di T. S. Eliot, Mario Luzi, alle similitudini dantesche. Alcuni degli episodi, quello della lotteria, sono presenti anche nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (La parte dell’altro, E/O), in questi episodi è come se in modo sottile si cercasse di lanciare una sfida al pensiero dell’eterno ritorno del male, che cosa sarebbe accaduto se? Sono ipotesi che vengono smentite in modo puntuale, Hitler ha voluto tutto ciò che ha fatto, ogni suo passo era compiuto per assecondare un’idea abominevole di grandezza che non conosceva limite. Fino al racconto degli eventi che narrano l’ascesa del potere tutto il male che emana da questa figura è circondato dalla luce di un bagliore accecante, creato da tutta la corte di cui Hitler si circonda, che annienta tutto ciò che cerca di avvicinarsi al nucleo primordiale e personale di questa non-persona. Se Hitler fosse il personaggio di un romanzo potremmo scrivere che le cose gli vanno bene finché tutti i suoi sogni di dominio si concentrano su qualcosa che è esterno a sé. Quando il suo potere si involve su se stesso declina nella sconfitta. Giuseppe Genna fa incontrare Hitler, di sfuggita, con Sigmund Freud. “L’altro” Hitler di Schmitt si recherà dal medico scopritore della psicoanalisi per farsi curare dagli svenimenti che gli procurano le visioni dei corpi nudi delle modelle, presso l’Accademia dove è riuscito a iscriversi passando l’esame. Questo è un altro punto che assume un significato teorico importante. L’incontro cioè tra l’uomo che ha dispiegato il male, sentimento irrazionale per eccellenza, con chi invece ha cercato di ricondurre le pulsioni ancestrali di ogni individuo in un sistema di interpretazioni, analisi, diagnosi e cura. Quest’incontro può cambiare la storia? No. Ancora una volta la risposta è un secco no. Perfino la psicoanalisi è arrivata in ritardo, così come è arrivato in ritardo, a giochi già in corso, chi governava i paesi europei nel periodo in cui l’astro di Hitler ascendeva indisturbato. Si pensi all’analisi di Erich Fromm contenuta ne L’anatomia dell’aggressività umana. Ogni analisi psicologica, in tal senso, è un riduzionismo. Ogni spiegazione arriva tardi, quando non serve più. L’unico modo di fermare il male era quello di fermarlo sul terreno irrazionale della sua forza, con la guerra. Con un gesto altrettanto potente e maligno, come un assassinio o con un attentato. Ma è troppo presto, in fondo Hitler non è ancora nessuno, e l’autore del romanzo ce lo presenta così come è, un giovane che cova astio esponenziale. Sono diversi i momenti in cui l’autore ci accompagna, fermandosi e discutendo con il lettore, per fare riflettere sulla figura che si sta componendo in un affresco rapido, non frettoloso. Sappiamo quel che dovrà accadere, come i condannati che conoscono la pena che verrà loro inflitta, così da spettatori di una Storia già scritta è come se chiedessimo di non procrastinare l’attuazione della pena. La vicenda storica in cui Hitler si muove è storia universale, il fine, il bunker, il termine, il 1945, lo Sterminio. Durante la lettura succede che si percepisca una sorta di ipervisione di un finale che è già lì, apparecchiato, pronto per essere narrato. Cos’è che sfugge da questo quadro? L’evento peggiore, quello che avrà più ripercussioni nella storia e nel pensiero dei nostri giorni, non c’è, viene accennato, se ne parla per approssimazioni. La tragedia del popolo ebraico, la soluzione finale. Uno degli assunti principali del romanzo è contenuto in epigrafe “è fatto e divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”. Quando Hitler cadeva già c’era chi pensava a come spartirsi l’Europa, così racconta Giuseppe Genna. Il romanzo narra la vita di una non-persona con la quale non può esserci identificazione, il messaggio è tuttavia chiaro, qualora dovesse sorgere un processo identificativo c’è una parte di quella storia, l’Olocausto, che non potrà mai essere soggetta a revisione. E che occupa una parte a sé, nel finale, dal corpo del romanzo. Anche perché in “Hitler”, per quanto l’autore abbia scritto di un uomo che viene definito come la non-persona, vengono raccontati i fatti che sono accaduti. La non-persona non si produce in non-azioni ma in azioni spropositate, che non tengono conto della realtà in cui accadono, emblematici a riguardo i giudizi che Hitler esprime in materia di cose che gli sono del tutto sconosciute o che conosce sommariamente. È quindi apprezzabile che la parte finale sia così costituita, con un infittirsi di citazioni; come a sottolineare che romanzare la storia è possibile (e qui non si è certo davanti a un primo tentativo) ma riscrivere la storia sottoponendola a revisioni narratologiche, quello no, non si può fare. Il romanzo di Giuseppe Genna secondo me non cede una virgola a retoriche di nessun genere. Himmler, Göring, Speer, Eva Braun, Stalin, Mussolini, sono tutti succubi di Hitler, una non-persona che si è spinta nell’attuazione del crimine peggiore dell’umanità. Leggendo “Hitler” il lettore di Giuseppe Genna si accorge che un libro del genere poteva essere scritto e in questo modo soltanto dal Miserabile Autore, uno dei pochi attualmente in grado di descrivere il delirio trasmettendo la febbre. A ciò si aggiunge il dato storico, frutto di ricerca minuziosa, che bilancia la narrazione senza farsi sopraffare da questo ‘motore immobile’ del male. Non c’è proprio nulla che ‘faccia la differenza” tra ciò che sarebbe potuto non accadere e ciò che è stato, neppure la rapidità di anni in cui viene apparecchiato il disastro, né il fatto che tutti i segnali, tutte le avvisaglie, vengono rintracciate nell’inesorabile abulia di un popolo. Il 12 settembre del 1919, Adolf Hitler prende la parola in una riunione del DAP, il partito dei lavoratori. Da quel giorno in poi acquista la consapevolezza che tutti i suoi deliri micromegalomaniaci, curati e cresciuti in un paese che versa nella crisi, coincidono con il desiderio della massa, la maggior parte delle persone di cui si circonda. È l’inizio, per Adolf Hitler, l’eterno inizio, e per il mondo è l’inizio della Fine.
Da quel momento in poi saranno determinanti le amicizie altolocate e le relazioni con gli antisemiti nel mondo, si faranno avanti da soli, da oltreoceano, come Henry Ford, per ricoprire d’oro la Caria Umana, il nulla che ha la tracotanza inusitata di raccontare loro come vorrebbero che fosse il mondo nuovo, l’orripilante visione, il mondo senza ebrei. Alcuni fermo immagine: Jesse Owens che taglia il traguardo, i cadaveri di ebrei gettati nelle fosse comuni, mentre si muovono ancora, le lettere dei soldati tedeschi dal fronte della disfatta sovietica, la comparsa nella vicenda di Winston Churchill. Questo “Hitler”, se letto come un libro di storia, perfino nei punti più ‘imaginifici’ – per intenderci quelli dove vengono descritte le incursioni del “Lupo” – non si discosta di molto dallo stile di certi storici, che condiscono con narrazioni le descrizioni di fatti documentati e frutto di ricerca; credo che Giuseppe Genna fosse consapevole del fatto che sarebbe stato facile, nella scrittura di questo romanzo, cedere alle lusinghe della retorica; in alcuni punti si verifica il contrario, cioè che l’autore potrebbe approfittare della sua condizione di Dominus per calcare la mano, cosa che non si verifica, non c’è sadismo, ma neppure commiserazione. L’autore non arretra di una virgola dalla sua posizione, ed è un bene, anche per il frutto che ne deriva, cioè un ottimo romanzo. C’è un momento in cui un soldato tedesco durante la ritirata, incappa nei cadaveri lasciati durante l’avanzata, si chiede se siano potuti essere loro gli artefici di ciò. Ecco, il delirio della potenza era così terribile che soltanto una sconfitta poteva riportare lo sguardo sulla propria coscienza. Questo libro secondo me fornisce ottimi spunti per la lettura della realtà storica. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.

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Il romanzo Hitler a RadioUno

hitlercovermedia.jpgIeri sono stato ospitato sulle frequenze di RadioUno, nel corso della puntata di uno dei più bei programmi radiofonici emessi dal servizio pubblico, Nudo e crudo, trasmissione quotidiana condotta da Giulia Fossà e preparata da un eccezionale staff di autori. Il tema del giorno era la memoria, nelle sue più estese declinazioni. Si è parlato del romanzo Hitler, sono stati letti brani dal libro, si è ascoltato un intervento dal corrispondente Rai a Berlino Marco Varvello, si è tornati a parlare del libro. In coda, si è affrontata anche l’antologia minimum fax Tu sei lei, di cui sono il curatore, con un duetto tra me e una delle autrici, Veronica Raimo. Moltissimi gli sms giunti in redazione durante la trasmissione.
radio1.jpgNon so come ringraziare Giulia Fossà e il suo staff, tutti gentilissimi e profondamente impegnati e informati: a mio modo di vedere, questo è il servizio pubblico al suo meglio e in questo modo si fa cultura in radio.
Qui sotto, due link per ascoltare la puntata: il primo per downloadare l’mp3, il secondo per ascoltarla in streaming.
La puntata di Nudo e crudo in mp3
La puntata di Nudo e crudo in streaming

Perché il romanzo Hitler oggi?

hitlercovermedia.jpgQualcosa si sta muovendo, in un momento in cui lo psichismo occidentale è vòlto alla preoccupazione di un decadimento che include perfino i fantàsmata apocalittici (e non per questo meno reali della concreta possibilità che si avverino) dell’estinzione di specie e di un mutamento definitivo del pianeta per mano umana (umana? Questa è la domanda…). Conati e rigurgiti del passato in forma di presente su cui incombe un futuro spettrale, tecnologie intrusive e aggressive al servizio della morte indotta, vizi e agghiaccianti comportamenti sociali, ricorso terapeutico a supporti artificiali – dove abbiamo visto prendere forma contemporanea tutto ciò? Io sostengo (e me ne prendo tutta la responsabilità) che la secolarizzazione avvenuta nel Novecento, grazie a radici ben più profonde e che affondano in tempi antichi, ha acquisito un senso nuovo rispetto a quello che poteva conferirvi un bigotto del XIX secolo. La secolarizzazione che viviamo per me coincide con l’incapacità umana di affrontare il nodo metafisico “Hitler”: coincide con l’incapacità di ridurlo a ciò che è – cioè a ciò: che non è. Si tratta dell’inoculazione del non-essere tra persona e persona, nella comunità umana ferita irrimediabilmente nella sua componente che, a occidente, ha condotto ad apparenza il Libro, non letto, stravolto, non praticato intimamente. E’ ciò che io intendo per fase terminale dell’umanesimo: noi non viviamo tempi umanistici, ma tempi antiumanistici. La fenditura da cui il non-essere penetra e dissolve pietas ed empatia tra umano e umano è l’apparire del non-essere stesso – cioè del non spiegabile non nel senso della teologia negativa, poiché nulla di divino o demonico connota questa apparenza che non è. Si tratta del non-essere che appare: questa “cosa” che appare non essendo è per me Hitler. Il Male che ha perpetrato non può essere sciolto con gli strumenti della morale semplice. In questo senso, il racconto supera la semplice morale e la semplice memoria.Il racconto deve essere vendetta, come recita il saggio di Pier Vincenzo Mengaldo sulla letteratura della Shoah.
Già, ma quale vendetta?
Io non perdono il non-essere, poiché non si può perdonare ciò che non è. Quindi io ho soltanto un canto da elevare: a ciò che è essere al massimo grado. Ciò che è al massimo grado dell’essere è l’obbiettivo del non essere che appare: sono i milioni sterminati, sono i Santi reclusi, separati. Compiere questa vendetta, che si struttura in una infinita dazione di amore verso coloro che mi fanno essere, cioè le vittime innocenti di Auschwitz Sobibor Dachau Varsavia Treblinka e delle altre innumeri locazioni di sterminio – compiere questa vendetta è conferire amore ai Santi. Questo, perlomeno, è il significato che dò al perno del libro, la sezione che è posta a tre quarti del romanzo, cioè Apocalisse con figure, e che interrompe momentaneamente, per forma contenuto e intensità di amore, la narrazione di una vicenda che testimonierebbe l’ingresso dell’antiumano nel cuore stesso dell’umano. In questo senso Hitler è per me un enorme esorcismo contro l’antiumano, condotto nei termini di una enunciazione in canto di parole non mie, e amorose, di testimonianza verso ciò che l’umano ha subìto e che ancora regge, sostanzia noi e il nostro essere nell’umanità umana ancora oggi, impegnati (epperò così in pochi rispetto a quanto dovrebbe l’umanità intera…) a suturare quella ferita, ad accoglierne la benedizione che essa irradia, secondo quanto dice il Libro stesso a proposito di Giacobbe.
Per questo pubblico di seguito un vecchio articolo di Marek Halter da La Repubblica: il ricordo di quanto accade nel giorno del Kippur 1941 a Babi Yar e come la commemorazione contemporanea vendichi attraverso amore l’opera di dissoluzione del non-essere che smangia, divora, stermina l’essere. Questo amore che ci mantiene passa necessariamente per il Canto dei Morti in devozione (non semplice memoria: devozione e gratitudine) per il popolo ebraico – ciò che le altre religioni monoteiste, come evidenzia l’articolo, non hanno ancora compreso, perpetuando la crepa tra umano e umano, essendo esse stesso veicolo di quel nuovo tipo di secolarizzazione che è il nemico della pietas, tratto che è il fondamento dell’apparire dell’umano ovunque esso appaia.

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