Perché il romanzo Hitler oggi?

hitlercovermedia.jpgQualcosa si sta muovendo, in un momento in cui lo psichismo occidentale è vòlto alla preoccupazione di un decadimento che include perfino i fantàsmata apocalittici (e non per questo meno reali della concreta possibilità che si avverino) dell’estinzione di specie e di un mutamento definitivo del pianeta per mano umana (umana? Questa è la domanda…). Conati e rigurgiti del passato in forma di presente su cui incombe un futuro spettrale, tecnologie intrusive e aggressive al servizio della morte indotta, vizi e agghiaccianti comportamenti sociali, ricorso terapeutico a supporti artificiali – dove abbiamo visto prendere forma contemporanea tutto ciò? Io sostengo (e me ne prendo tutta la responsabilità) che la secolarizzazione avvenuta nel Novecento, grazie a radici ben più profonde e che affondano in tempi antichi, ha acquisito un senso nuovo rispetto a quello che poteva conferirvi un bigotto del XIX secolo. La secolarizzazione che viviamo per me coincide con l’incapacità umana di affrontare il nodo metafisico “Hitler”: coincide con l’incapacità di ridurlo a ciò che è – cioè a ciò: che non è. Si tratta dell’inoculazione del non-essere tra persona e persona, nella comunità umana ferita irrimediabilmente nella sua componente che, a occidente, ha condotto ad apparenza il Libro, non letto, stravolto, non praticato intimamente. E’ ciò che io intendo per fase terminale dell’umanesimo: noi non viviamo tempi umanistici, ma tempi antiumanistici. La fenditura da cui il non-essere penetra e dissolve pietas ed empatia tra umano e umano è l’apparire del non-essere stesso – cioè del non spiegabile non nel senso della teologia negativa, poiché nulla di divino o demonico connota questa apparenza che non è. Si tratta del non-essere che appare: questa “cosa” che appare non essendo è per me Hitler. Il Male che ha perpetrato non può essere sciolto con gli strumenti della morale semplice. In questo senso, il racconto supera la semplice morale e la semplice memoria.Il racconto deve essere vendetta, come recita il saggio di Pier Vincenzo Mengaldo sulla letteratura della Shoah.
Già, ma quale vendetta?
Io non perdono il non-essere, poiché non si può perdonare ciò che non è. Quindi io ho soltanto un canto da elevare: a ciò che è essere al massimo grado. Ciò che è al massimo grado dell’essere è l’obbiettivo del non essere che appare: sono i milioni sterminati, sono i Santi reclusi, separati. Compiere questa vendetta, che si struttura in una infinita dazione di amore verso coloro che mi fanno essere, cioè le vittime innocenti di Auschwitz Sobibor Dachau Varsavia Treblinka e delle altre innumeri locazioni di sterminio – compiere questa vendetta è conferire amore ai Santi. Questo, perlomeno, è il significato che dò al perno del libro, la sezione che è posta a tre quarti del romanzo, cioè Apocalisse con figure, e che interrompe momentaneamente, per forma contenuto e intensità di amore, la narrazione di una vicenda che testimonierebbe l’ingresso dell’antiumano nel cuore stesso dell’umano. In questo senso Hitler è per me un enorme esorcismo contro l’antiumano, condotto nei termini di una enunciazione in canto di parole non mie, e amorose, di testimonianza verso ciò che l’umano ha subìto e che ancora regge, sostanzia noi e il nostro essere nell’umanità umana ancora oggi, impegnati (epperò così in pochi rispetto a quanto dovrebbe l’umanità intera…) a suturare quella ferita, ad accoglierne la benedizione che essa irradia, secondo quanto dice il Libro stesso a proposito di Giacobbe.
Per questo pubblico di seguito un vecchio articolo di Marek Halter da La Repubblica: il ricordo di quanto accade nel giorno del Kippur 1941 a Babi Yar e come la commemorazione contemporanea vendichi attraverso amore l’opera di dissoluzione del non-essere che smangia, divora, stermina l’essere. Questo amore che ci mantiene passa necessariamente per il Canto dei Morti in devozione (non semplice memoria: devozione e gratitudine) per il popolo ebraico – ciò che le altre religioni monoteiste, come evidenzia l’articolo, non hanno ancora compreso, perpetuando la crepa tra umano e umano, essendo esse stesso veicolo di quel nuovo tipo di secolarizzazione che è il nemico della pietas, tratto che è il fondamento dell’apparire dell’umano ovunque esso appaia.


29 settembre 1941: la data del massacro di Babi Yar

di MAREK HALTER
Babi Yar, vi dice qualcosa? E´ lì, nei dintorni di Kiev, nei pressi del vecchio cimitero ebraico, che il 29 settembre 1941, giorno di Kippur, giorno del Gran Perdono, gli Einsatzkommando 4, agli ordini del colonnello delle SS Paul Blobel, con la collaborazione della polizia ucraina massacrarono a colpi di mitragliatrice gli abitanti ebrei della più antica città di Russia. Il massacro andò avanti fino al 3 ottobre. Oltre 100.000 corpi caddero gli uni sugli altri nel burrone. Alcune vittime respiravano ancora e fu loro dato il colpo di grazia con le granate. Centomila persone equivalgono alla popolazione di una città come Cremona. La maggior parte erano ebrei, un terzo di loro bambini. I loro corpi furono bruciati e le loro ceneri disperse dai nazisti e dai loro collaboratori ucraini alla vigilia della liberazione di Kiev da parte dell´Armata Rossa, nel novembre 1943.
Senza dubbio gli assassini erano perfettamente consapevoli del loro crimine che si adoperarono a occultare. Ma alcuni testimoni oculari riuscirono a far filtrare la notizia al di là della frontiera ucraina. La notizia aveva fatto il giro di tutte le cancellerie e il 29 novembre 1943 fu pubblicata sul New York Times. Le prove dell´eccidio saranno poi presentate al processo di Norimberga.
Se i nazisti avevano un preciso interesse a nascondere le tracce del loro misfatto, neppure Stalin ci teneva a renderlo noto. Farlo avrebbe voluto dire “privilegiare” gli ebrei nel martirologio della popolazione russa, nel momento in cui le persecuzioni antisemite cominciavano a svuotare della loro presenza le istituzioni sovietiche. Avrebbe altresì voluto dire rivelare che tre divisioni ucraine dell´Armata Rossa, ai comandi del generale Vlassov, si erano unite dall´inizio della guerra tedesco-sovietica agli eserciti di Hitler, prendendo parte al massacro degli ebrei ucraini. Nondimeno, questa doppia operazione di disinformazione tralasciò la fatalità della memoria, che è come un corpo attaccato a un blocco di pietra e gettato in mare, che non scompare che per poco prima di riaffiorare ineluttabilmente in superficie e urlare tutta la verità.
È così che, venti anni dopo, nel settembre 1961, un giovane poeta russo, Evgenij Evtushenko, sconvolto dalla scoperta del tutto fortuita del massacro degli ebrei di Kiev, scrisse «Babi Yar», una poesia pubblicata sulla Literaturnaia Gazeta. Così facendo egli lanciò il movimento critico della storiografia sovietica. Il Partito Comunista condannò immediatamente il poeta e il giornale. Ma era troppo tardi: i corpi delle vittime massacrate a Babi Yar già tornavano a galla e fluttuavano alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, di tutto il mondo, sul Dniepr, il fiume che attraversa Kiev, e sotto le finestre del Cremlino, sulle acque della Moscova. Gli storici più tardi chiameranno «Dégel» questo movimento fondamentale nel processo di destalinizzazione.
Decine di migliaia di sovietici si danno appuntamento nelle piazze per ascoltare il poeta che legge i suoi versi:
«A Babi Yar su tante, tantissime tombe non c´è altro monumento che questo triste burrone.
Ho paura. Che peso affligge le mie spalle?
Oh, popolo ebraico, all´improvviso ho la tua stessa età».
Né Kruscev né Breznev avevano previsto l´arrivo di questa brusca contestazione della Storia ufficiale. Messo di fronte alle proprie menzogne e all´antisemitismo che aveva mantenuto durante il regime di Stalin, il potere reagisce con violenza: le opere di Evtuschenko sono messe all´indice. Ma i corpi massacrati a Babi Yar, che fluttuano sulla superficie dell´acqua e che nessuno ha il coraggio di rimuovere, ricordano a chi ancora non lo sa a che cosa può condurre l´odio. In questo caso, l´odio per gli ebrei.
I giovani, nelle scuole e nelle università, recitano la poesia «Babi Yar» di Evtushenko, tradotta in tutte le lingue, pubblicata dalla stampa di tutto il mondo. La poesia ispira a Dimitry Shostakovitch la sua celebre tredicesima sinfonia. E fin nei più sperduti villaggi ghiacciati delle remote aree della Siberia che costeggiano il Gulag, risuona il grido del poeta:
«Mi sembra d´essere io un figlio di Israele…
Mi sembra di essere io Dreyfus.
Mi sembra di essere io un bimbo di Bialystok.
Mi sembra di essere io Anna Frank».
Ed Evtuschenko, con infamia per coloro che l´attaccano, precisa:
«Non ho sangue ebreo nelle vene.
Ma gli antisemiti raggrinziti nel loro odio mi respingono come se io fossi ebreo.
Ed è per questo che sono un russo autentico».
Ed è così, con la scoperta della grande manipolazione storica su Babi Yar, che vide la luce nell´Urss la rivendicazione della verità storica. Nessuna repressione ha potuto insabbiare la rivendicazione della verità che ha nutrito il movimento della dissidenza che, venti anni più tardi, avrà ragione del potere sovietico con la Perestroijka.
Non ero mai stato a Babi Yar. Diffido dei luoghi della memoria.
Spesso la «cornice» nuoce alla percezione del reale, riducendo il nostro immaginario alla realtà oggettiva di qualche baracca o stele funeraria. Pertanto ho accettato a malincuore l´invito del presidente ucraino Viktor Yushenko di partecipare alle cerimonie commemorative del 65º anniversario del massacro di Babi Yar. Avevo torto: non resta traccia alcuna di Babi Yar. Coloro che avevano organizzato la commemorazione non si sono accordati neppure sul luogo esatto in cui si svolse il massacro. Il famoso dirupo nel quale le SS avevano interrato i centomila cadaveri si trovava dietro la monumentale Menorah (il candelabro a sette braccia) che i sopravvissuti hanno eretto per ricordare lo sterminio della comunità ebraica di Kiev, oppure molto più lontano, là dove il potere comunista ha innalzato un monumento impressionante nello stile sovietico realista? O si trovava forse più in là ancora, nella foresta, accanto al fiume, dove Raissa Maiestrenko, che si era ritrovata lì per caso con la nonna, ricorda di aver visto i nazisti fucilare degli uomini? Chissà, del resto non aveva che cinque anni appena.
Sul monumento sovietico davanti al quale il presidente Viktor Yushenko ha organizzato la cerimonia, scorgo due targhe. Una è in russo, l´altra in ucraino. Rendono omaggio alle «100.000 vittime della barbarie nazista». Senza specificare nulla sull´appartenenza delle vittime. Una terza targa è stata aggiunta dopo la Perestroijka. Quella è in yiddish, ma il testo è identico.
Non ci sono più ebrei in Ucraina, e a ragion veduta. Ma l´antisemitismo è ancora vivo. La Chiesa Ortodossa non ha ancora condannato l´Olocausto, e ciò nonostante è presente alla cerimonia del 65º anniversario di Babi Yar. I suoi rappresentanti, vestiti di nero o d´oro, brillano sotto la luce del sole, e sono tanti quanti i rabbini. In piedi, gli uni accanto agli altri, per un momento ho creduto che avrebbero pregato insieme. Secondo la tradizione hassidica vi è un solo giorno l´anno nel quale le nostre preghiere giungono al Cielo. Occorre per di più che siano preghiere ferventi per penetrare attraverso le porte del Signore.
Quel giorno è il giorno di Kippur. Ed è proprio quello il giorno in cui furono massacrati gli ebrei di Kiev.
Ma eccoli lì, 65 anni dopo, di fronte a Dio, i rappresentanti delle religioni ortodossa, cattolica ed ebrea: sempre divisi. In competizione tra loro. Dopo una breve preghiera del Grande Rabbino di Ucraina, tocca agli Ortodossi farsi avanti. Le loro preghiere, i loro canti ci emozionano, le loro voci sono davvero belle. Passa più di mezz´ora senza che si faccia mai riferimento agli ebrei né a Babi Yar. Claude Lanzmann, regista del film «Shoah», se ne va indignato. Vedo i preti ortodossi congratularsi l´un l´altro, e guardare con aria di spregio il gruppo dei rabbini infagottati nelle loro lunghe vesti nere.
Ad un tratto un brivido percorre la folla. Si leva una voce. Straordinaria. Davanti al microfono, con il gigantesco monumento di granito alle spalle, un fragile ometto, il cantore newyorchese Helfgot, intona il Canto dei morti. Sui volti dei coristi ortodossi osservo lo stupore trasformarsi in ammirazione. Uno di loro applaude. Per un quarto d´ora il cantore Helfgot, con l´aiuto del coro della Sinagoga di Mosca, infonde a questo luogo una presenza ebraica. In questa gara canora hanno avuto la meglio gli ebrei. A caro prezzo. Il Cielo, ad ogni modo, si è spalancato?