Le biciclette rosse degli anni Settanta ne “La vita umana sul pianeta Terra”

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Da La vita umana sul pianeta Terra:

“Volli una volta la bicicletta: rossa scioccante.
Una volta eravamo nelle cantine dei palazzi milanesi, il piccolo androne semibuio prima dei tunnel oscuri spaventosi e brillavano le biciclette rosse modello Graziella, come uno schiocco di labbra bagnate dalle ciliegie, luminosa modello Graziella con le gomme bianche a piccole tacche zigrinate, in un piccolo androne di cantina nella periferia della città Milano, pavimentata di cemento grezzo con una polvere di cemento che scricchiolava sotto le suole di scarpe da ginnastica comperate al mercato rionale tutti, e la polvere contro i topi fluorescente gialla messa nella giunzione tra pavimento e muro, prima del buio delle porte misteriose in legno di vani cantina contenenti tutto, magiche porte chiuse, penetrante al chiuso il puzzo di ammonio e urina di topo e umana anche e che secondo noi era un odore sessuale, davanti al gioiello della Graziella, rossa come una guancia immaginaria, il mondo immaginato è il più intenso réndez-vous, i pedali pesanti di plastica biancastra avevano incastonate fascette in materiale catarifrangente, arancione, ma era di rosso una vernice speciale luminosa verso i miti e le accelerazioni, pomeridiane, la polvere dei giardinetti, noi già diretti verso i soli in esplosione che immaginavamo, fittissimi colloqui nel semibuio dello scantinato usmando il sesso che lì sicuramente era fatto da uno uomo e una donna sconosciuti, e accelerando nella discesa dei giardini impegnandoci tantissimo con i garretti tesi, a riuscire verso i gruppi che tiravano lo stucco con le cerbottane, a volte con aghi dentro lo stucco, nello stupore, evitando il salice piangente colmo di gatte pelose striscianti, urticanti arancioni, e nere, noi, nessuno tanto indigente e figli della separazione, della macula primaria da cui il vuoto si condensa in un universo e crolla verso la fine propria e degli universi tutti, i supereroi americani sbalzati dal sellino in finta pelle beige e chiodato, il manubrio lucidissimo dove ci guardavamo gli occhi specchiandoci distorti, molte Grazielle distanti dalle madri e fuori del controllo, l’influenza di un’infanzia nella latteria dei ghiaccioli contando le cinquanta lire di lega metallica e pedalando in una gioia esterna dove tutto è tutto, la bambina con le labbra a ciliegia che volevamo baciare sotto l’albero del parco distante, le impensabili mille lire e lei che ciondolava sotto il pino verso la Palazzina Liberty e Demetrio Stratos in una voce infinita che ci spaventò, Dario Fo appariva un enorme coniglio che ride e abbaglia, abbastanza stanchi e sudati nella polvere la bicicletta rossa come uno choc ci riportava a casa, eravamo pochi eppure eravamo tutti, lì, con i supereroi della Marvel, nella meraviglia, oro e azzurro dell’estasi in cieli di cembali sonanti e il legame vitale nella mente, la quale si stava producendo come una secrezione, tra screziature scivolando lungo i muri di mattoni delle case popolari verso polvere gialla fosoforo disinfettante contro l’urina dei cani, andando in direzione padre, in direzione madre, tutti, tutto, trasferendo adesivi dall’uno all’altro, i raggi della bicicletta rosso choc ruotavano in un ordine, la catena della bicicletta con i denti perfettamente intinti nell’olio nero del meccanico, avvertivamo l’oscurità di un ordine che fuggiva nella prospettiva alberata verso casa, tra i molti cani, erano anni Settanta o Ottanta, la risolutezza dei ragazzi verso un tossicodipendente dall’eroina, addormentato non del tutto sulla panchina verde smeraldo, verso la fontana verde scuro e il suo rubinetto dorato a forma di testa di drago, un buco superiore sulla nuca per bere verticale tappando quello inferiore nella bocca, acqua che brillava e le pozze nere avevano dentro le siringhe e il sangue dell’eroinomane per un tratto, miriadi di biciclette rosse e alle caviglie le tramature dei calzini del mercato, rionale, che si teneva in quella piazza mercoledì, merci sommesse, chiacchiere di popolo chiamato a raccolta dentro il ventre del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, sfiorando la sezione del Partito Comunista andavamo veloci incontro alle macchine della Simca e della Fiat, finché uno di noi si lanciò, giù dalle scale, verso le cantine, per otto piani, morendo perché lo voleva e l’accelerazione fu insopportabile e disumana, fummo tutti in un presente statico, grandi, finiti, completati e disegnati dalla storia, nostra e generale, noi non perduti più nei ghiaccioli giallo sole al limone, spalancate le stanze di ognuno di noi entrava il mondo, al funerale ci furono molte persone e la sua bicicletta rossa, un pianto di tutti così, sotto grosse gocce di piovasco e un po’ di fango del prato spelato sulla destra verso via del Turchino, era morto crollando nella sua fine prima di noi e così imparammo la protervia sommaria della fine, di tutto, sotto la casa di cemento e giallo urina, finché fummo lì.”

Su NON IO di Filippo Robboni

“Entrai in contatto con alcune immagini che non lo erano. Erano sfregi al tempo, non sfregi procurati dal tempo. Strappi, dilacerazioni. Di cosa? Dell’immensa carne, questo aggregato colloidale che è il nostro eden o il nostro carcere, in cui siamo e ci muoviamo, la carne tutta intrisa di io…”

[Si inaugura questa sera, 23 marzo, dalle 18.30, a Milano, presso la galleria OSART di via Fogazzaro 11, la mostra NON IO dell’artista Filippo Robboni – mostra che durerà fino al 30 aprile. L’esposizione è curata da Stefano Castelli. Un mio scritto accompagna il testo di curatela: lo pubblico qui di seguito. gg]

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Galleria NON IO

Filippo Robboni è per me il veicolatore di un’opera d’arte perturbante. Di quest’opera, NON IO, intendo parlare qui senza rifare il nome di Filippo Robboni, che la ha realizzata. Il titolo stesso della mostra credo giustifichi prescindere dai nomi, così come la mostra giustifica prescindere dalle forme.

Primo incontro con non io

Eravamo accanto a dove sono stati reperiti a Milano scheletri minati da patologie inquietanti, ciondoli secenteschi, resti umani ambigui, sotto i Bastioni di Porta Romana. Eravamo seduti a pochi metri da quella dissepoltura, da quella carne evaporata nel corso di secoli, da quelle tracce fossili, lugubri. Ciò che rimane, “non omnis moriar”.
Sul microtavolo del bar, mentre sorseggiavo il decaffeinato acidulo, sotto una luce calda che pioveva a perpendicolo sulle riproduzioni di non io, io entrai in contatto con alcune immagini che non lo erano. Erano sfregi al tempo, non sfregi procurati dal tempo. Strappi, dilacerazioni. Di cosa? Dell’immensa carne, questo aggregato colloidale che è il nostro eden o il nostro carcere, in cui siamo e ci muoviamo, la carne tutta intrisa di io. E poi: denti, avorio umano, buchi, narici, osculi, pertugi, cumuli di grasso, defibrillazioni di forme guanciali, lombrosiane, parietali.
I colori sono mentali.
Se penso ora il volto di mia madre: non riesco a riconoscere il vero colore della carne di mia madre. C’è un colore mentale, al posto di quello che percepisco in quella porzione della realtà che è lo stato di veglia. Se incontro mia madre in sogno: il colore del suo incarnato è ancora differente. Se dormo e non sogno, non c’è colore.

Quindi capii, a fronte di queste immagini, quanto per me fosse esausta, esaurita la scrittura, la letteratura tutta: non riusciva più a contenere, la lettera del testo, quella non infinita compresenza di possibilità statiche e dinamiche che queste non-immagini facevano vibrare – spettri, fantàsmata, operazioni occulte e palesi di lavorii animici, persuasioni, psiche, più che psiche.
Gli involucri che avevo davanti, nemmeno bidimensionali seppure riprodotti sulla carta, erano vasi che contenevano l’etere, il quale è ovunque – la vibratile sostanza sottile di cui è fatto quanto appare, nell’universo di veglia e in quello mentale.
Ovunque: io.

Ciò che vedo io

Una celebre polemica filosofica a distanza di epoche viene condotta in Fenomenologia della percezione da Maurice Merleau-Ponty. L’obbiettivo è Blaise Pascal, il quale aveva sostenuto di riuscire a pensare l’umano senza piedi testa gambe, ma non senza pensiero. Merleau-Ponty ritiene che non si possano considerare “astrattamente” mani piedi testa: “Un uomo senza mani o senza apparato sessuale è tanto inconcepibile quanto un uomo senza pensiero”.
Se osservo la galleria NON IO, ecco vedo mani teste, perfino carne con una forma non riconoscibile, ma non vedo l’uomo e nemmeno il pensiero. Guardo, scruto, mi incanto, a un certo punto – mi accorgo – non sto pensando.

Nell’esposizione che ne fa Tertulliano nel De carne Christi, secondo l’eresia del Docetismo il corpo di Cristo avrebbe solo una “apparenza” di corpo umano e la carne di Cristo sarebbe solo una “carne apparente” (“caro putativa”, “phantasma carnis”). Eccone la descrizione: “Una carne compatta ma priva di ossa, solida ma senza muscoli, sanguinante ma senza sangue, vestita ma senza tunica, affamata ma senza fame, che mangiava ma senza denti, che parlava ma senza lingua e […] con una fantasmatica parvenza di voce”.
Se osservo la galleria NON IO, ecco vedo precisamente questa carne e non c’è traccia di Cristo qui.

Secondo Gilles Deleuze, che riflette in Francis Bacon. Logica della sensazione su un pittore il quale nulla ha a che vedere con le opere NON IO, “la significanza è inseparabile da un muro bianco su cui inscrive i suoi segni e le sue ridondanze. E la soggettivazione è inseparabile da un buco nero in cui insedia la sua coscienza, la sua passione, le sue ridondanze. […] Il viso costruisce il muro di cui il significante ha bisogno per rimbalzare, costituisce il muro del significante, il quadro e lo schermo. Il viso scava il buco di cui la soggettivazione ha bisogno per apparire, costituisce il buco nero della soggettività come coscienza o passione”. Il viso, secondo Deleuze, è il buco nero da cui origina io. Sia chiaro: io non è individuale, è un fenomeno di carattere generale: “i volti non sono anzitutto individuali, definiscono zone di frequenza o di probabilità, delimitano un campo che neutralizza in anticipo le espressioni e connessioni ribelli alle significazioni conformi”. Se questa è per me una perfetta descrizione di quanto appare dalla carta e dai “colori” di non io, ancora più precisa è la fenomenologia e la genealogia di questa sola carta che è non io, per come si esprime Deleuze: “È un errore credere che il pittore si trovi dinanzi a una superficie bianca. All’origine della credenza nella figurazione c’è questo errore: se infatti il pittore fosse dinanzi a una superficie bianca, potrebbe riprodurvi un oggetto esterno, che quindi fungerebbe da modello. Ma non è così. Il pittore ha molte cose nella testa, attorno a sé o nell’atelier. E tutto ciò che egli ha nella testa, o attorno a sé, è già nella tela, più o meno virtualmente, più o meno attualmente, prima che il pittore cominci il suo lavoro. Tutto questo è presente sulla tela sotto forma di immagini, attuali o virtuali. Sicché il pittore non deve riempire una superficie bianca, semmai dovrebbe svuotare, sgomberare, ripulire”.
I tagli e i segmenti lineari che segnalano che quei tagli esistono ma anche non esistono, in NON IO, sono il tentativo di manifestare le molte possibilità da cui si condensa l’immagine. E’ il tentativo di un’analogia, l’unica funzione retorica che si consentono le sacre icone.

Cosa significa che questa pittura appaia oggi, nel mio tempo, qui e ora, davanti a me e in me? Essa mi è contemporanea. Che cos’è ciò che è contemporaneo? Per tentare di circoscriverlo, il filosofo Giorgio Agamben scrive che “tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri”. Tuttavia, “che significa vedere una tenebra, percepire il buio? […] Che cos’è il buio che vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio”. E’ sconcertante: “Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare”. Secondo Agamben, quindi, “può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità”.
Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Ciò spiega perché mi sono contemporanee le opere NON IO. Ricevo in pieno viso il fascio che proviene dal mio tempo.

Il non formale come intensificazione della potenza

Quando ho conosciuto l’artista che ha fatto NON IO, sono rimasto incuriosito dalle prospettive critiche sulla sua opera. C’è una pigrizia di cui tutto l’esercizio critico è vittima noncurante, così come si può dire che un morto è noncurante del proprio cadavere. E così, per pigrizia, viene affermato che quest’opera è figurativa, il pittore è un figurativo.
Se ci si pone senza pregiudizi davanti a quell’eruzione apparentemente informe di carne allo stato puro, carne fresca, animalità priva di forma che, a mio parere, costituisce l’acme della galleria NON IO – sarà difficile davvero esprimere un giudizio inerente al figurativo. Siamo qua di fronte a una vibrazione potente – è il “non formale”, che nulla ha a che vedere con la tradizione nota come “informale”. Si danno infatti qui plurime, indefinite forme, che ineriscono a un’unica forma, la quale non è possibile percepire. Sono questi i fantasmi a cui accenna Aristotele nel De Anima. Potenze incerte quanto a forma, che si condenseranno in una forma tra le molte in cui possono incarnarsi. Come l’angelo necessario di Wallace Stevens, se questa eruzione di carne potesse parlare direbbe che in sé racchiude l’essere e il conoscere. E’ uno come noi, e ciò che è e sa per essa come per noi è la stessa cosa. O forse è è soltanto una figura a metà, intravvista un istante, un’invenzione della mente, un’apparizione tanto lieve all’apparenza da sparire dopo un istante.
La galleria NON IO non ha nulla a che fare con il Cristo, ha molto a che fare con l’angelologia.

Non è nemmeno vero, da quanto riesco a vedere, che non io non abbia a che fare con il Cristo. Secondo me ce l’ha e con un Cristo in particolare: con il Cristo salvatore di Toledo, realizzato nel 1614 da El Greco. Se si considerano i cinque colori di base del dipinto, si noterà un’inquietante familiarità con quanto vibra cromaticamente in non io:

La cornice è metafisica

Sembrerebbe paradossale chiudere con la premessa di tutto quanto è stato scritto. Sembrerebbe paradossale anche una mostra che si intitola NON IO. Chi si mostra, infatti, se non quello che si dice io? E cosa si mostrerebbe da un supposto “al di fuori dell’io”, se tutto quanto tu percepisci per te esiste solo in ragione del filtro del tuo io? Possiamo dire che, relativamente a te, tutto ciò che non è te sarebbe non io. E’ fondamentale quell’avverbio: “relativamente”. Poiché, in assoluto, non si ha esperienza di un non io. C’è soltanto io. NON IO viene percepito da IO. Però, se c’è una mostra di NON IO, ci sarà bene qualcuno che vede tutto questo. Chi è che vede e IO e NON IO?
Chieditelo, tu che passi.

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[box]Filippo Robboni: “NON IO”

A cura di Stefano Castelli e con un testo di Giuseppe Genna

OSART Gallery

Milano via fogazzaro 11

Dal 23 marzo al 30 aprile

Inaugurazione 23 marzo, h. 18.30 – 20.30

La galleria OSART presenta “Non io”, personale del pittore Filippo Robboni (Novara, 1980, vive e lavora a Milano). Sin dall’inizio della carriera, Robboni persegue una ricerca sulla figurazione che tende a ripensare i canoni del genere, adattandoli alle istanze del nostro tempo sia in senso estetico che a livello di contenuti. La sua pittura vive di due fasi concomitanti e volutamente stridenti: mentre affina al massimo livello l’esattezza e la ricchezza della pittura e della rappresentazione, contesta dall’interno il proprio soggetto e i canoni della tradizione figurativa. La mostra “Non io” è interamente composta da acquerelli, nuovo banco di prova che consente alla ricerca di Robboni di orientarsi verso spiccate caratteristiche di sintesi e arditezza formale. Il soggetto umano è qui portato al massimo della tensione: la trama della pittura si condensa nel delineare l’incarnato, sospeso tra sussistenza e sfaldamento; dall’altro lato, la composizione e la concezione della figura sottopongono il soggetto a torsioni, frammentazioni, rotazioni, spingendo il ritratto al massimo della tensione, un attimo prima del punto di rottura. I volti sono colti in espressioni e gesti ambigui, spezzati da geometrie irregolari che rendono gli sfondi bianchi costitutivi tanto quanto le zone dipinte. L’estrema anticonvenzionalità del trattamento di un soggetto classico come il ritratto costituisce allo stesso tempo un esperimento sulle possibilità linguistiche della pittura e un’incalzante interrogazione sul destino odierno e futuro dell’individuo. L’esposizione comprende una decina di lavori di grande formato. Oltre al testo del curatore, Stefano Castelli, la mostra è accompagnata da uno scritto di Giuseppe Genna.[/box]

Miserabile profezia: alla fine dei tempi regna il Gabibbo

Quando mio figlio ha detto che l’albero davanti a casa, secco geometrico come una molecola di antrace, con gli uccellini incolori appollaiati sui rami sconfortanti, era bello – io ho pensato che cento saggi non possono fermare i cerchi d’acqua che un cucciolo d’uomo causa lanciando un sassolino nello stagno. E però questo non è più uno stagno (1990) e nemmeno una palude (2000): Milano è un antinferno privo di dignità dantesca. Qualunque filologia qui cade a vuoto, qualunque seme dello spirito non radica alcunché. Io giro a spirale finzioni, giro circonvallazioni, il cavalcavia Monteceneri illegalmente a piedi, rischiando che mi investano ogni secondo, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso dei vigili polizieschi e dei poliziotti vigilantes e incrostate dello smog e delle polveri spesse che mi catràmano i bronchìoli. Passo accanto, pochi centimetri di semivita, alle autovetture che sfrecciano: sono nel cerchio di un’imitazione di metropoli che soltanto quarant’anni fa pronunciava “autovettura”, parola non futurista, e ora non più. Il mutamento dei climi di questo quadrante feroce in quanto anonimo è violentemente costante. Le nebbe svaniscono per il termovalore dello hinterland. Intorno alla Biblioteca Ambrosiana non vedo preti. I sacerdozi avvengono altrove o, come è più probabile, a Milano non avvengono del tutto. Osservo queste finzioni di borghesi in attesa della luce verde a via Larga, una strada stretta che porta il nome del suo opposto vocazionale. Vedo i pezzi di giubba in montone, i capelli azzurrogrigi e le mani bene curate e penso alle pensioni, a una generazione che ha fottuto noi, infilandoci in banlieu fisiche o animiche. Esisteva, una volta, qui, dietro, spesso munito di ombrello, all’altezza del palazzo curiale accanto alla Fabbrica del Duomo, lo schiaffeggiatore dei preti Italo Gagliano, un anziano coriaceo che portava in sé il tumulto di una follia, a cui aveva dato rappresentazione attraverso tazebao esposti nei cortili delle case popolari. La sorella gli aveva levato l’eredità, donandola alla Chiesa. Lo schiaffeggiatore aveva perduto così la proprietà di terreni campagnoli. Il germe del mercato, marcito, aveva fiorito il male psichico, e adesso si sfogava allargando la mano callosa (poiché quell’uomo era un lavoratore) e col palmo secco puniva le guance gelatinose dei vicari del vicario del vicario del Cristo.
Guardatevi: attorno. Poi: dentro.
Dove sono finiti i vivai? Sono finiti?
Infine è la telecamera che esplora i tempi e questo è lo sguardo comune su un aggregato di progetti oltraggiosi quanto il tunnel inutile e internamente bianchissimo, con il controllo della velocità in design anni Settanta, verso corso Como, dove il premier ha incontrato per rilassarsi certe notti i giovani ed eccoli:…

Domani sera, Milano, SLAM X al Conchetta: il testo da cui leggo

slamxDomani e dopodomani si tiene a Milano, presso il CSOA COX 18 di via Conchetta, SLAM X, il macroreading con performance musicali organizzato da Agenzia X (qui tutti i particolari e il programma). Io parteciperò, insieme a stimatissimi colleghi, proprio domani – la lettura è prevista intorno alle 23.25. Riproduco qui il testo da cui leggerò estratti: è dedicato a Primo Moroni [nella foto qui sotto a sinistra]. Appartiene alla prima versione di Assalto a un tempo devastato e vile, la cui edizione 3.0 è prevista per il prossimo marzo nei tipi minimum fax.

primo_moroniLa morte dell’Uomo

Oggi si sono svolti i funerali di Primo Moroni. E’ morto l’altra notte, alle tre, alla clinica Capitanio, per un cancro. Sarà stata colpa di quanto ha bevuto, di quanto ha goduto, di quanto si è sprecato nella vita. Abitava in via Ciceri Visconti, dove sono nato e cresciuto. Si vedeva ogni tanto rientrare quel signore rubizzo, alto, con l’impermeabile e il cappello, sembrava Charlie Chan. In piazza Martini c’era la cooperativa Intrapresa del suo amico Gianni Sassi, faceva “Alfabeta”, è morto di tumore anche lui, ma qualche anno fa. Erano compagni, dei compagni da ammirare, altra generazione. Non come questi, compagni dell’ultim’ora, a Milano ne è pieno. Sta scomparendo un mondo.

Ho scritto molto meno di quanto abbia fatto la gente che scriveva, ma ho bevuto molto più di quanto abbia mai fatto chi beveva.
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Al festival MI/TO a settembre: Filippo Del Corno mette in opera lirica IO HITLER

mitologo
Milano – Mercoledì 9 Settembre 2009 – ore 21:00 (vedi qui)
delcorno
Filippo Del Corno (ph. F. Savastano)

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In coproduzione con
Teatro Franco Parenti

In collaborazione con
Sentieri selvaggi

Contemporanea

Filippo Del Corno

IO HITLER

Testo di Giuseppe Genna
Prima esecuzione assoluta

Ensemble Sentieri selvaggi
Carlo Boccadoro, direttore e pianoforte
Fulvio Pepe, attore
Francesco Frongia, regia
Giovanni De Francesco, scene e costumi

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Un’azione di teatro musicale che racconta la vita del dittatore dal 1905 al 1933, poco prima della definitiva presa del potere. Vengono messi a fuoco, con accurata precisione storica, elementi poco noti della vita di Hitler, senza alcuna concessione a curiosità morbose o invenzioni fittizie. Hitler non è un’icona mitica, e neanche una maschera grottesca. È un uomo consapevole e responsabile della serie di crimini con cui si appresta a provocare una delle più efferate tragedie della storia. L’attore, solo sul palcoscenico, impersona Hitler con mimesi iperrealista, avvolto in una continua rifrazione di immagini video e immerso in una vischiosa lava sonora intessuta nelle regioni più gravi degli strumenti.


posto unico numerato € 10

L’UOMO TEMPORALE

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Rendo disponibile l’installazione L’UOMO TEMPORALE, cut-up dallo Zibaldone dei pensieri di Giacomo Leopardi, immagini del regista Carlo Arturo Sigon e colonna sonora da Cuerpo celeste di Murcof (il pezzo scelto si intitola “Cosmos I”).
L’installazione è stata proiettata presso la Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano, nell’àmbito della Festa dei Teatri e dell’iniziativa G. Leopardi – Operette Morali – Appunti per un progetto teatrale (curata da Fabio Francione – qui il programma completo).
Viene proposta una suggestione leopardiana che potrebbe risultare illegittima a chi non abbia meditato a fondo o compreso quello straordinario ipertesto che è lo Zibaldone: qui emerge un autore che venne evidentemente a contatto con testi di metafisica orientale (il sostegno filologico c’è: il contatto si creò attraverso riviste francesi). E’ soltanto una prospettiva tra molte, contraddittoria rispetto alla legittima vulgata critica leopardiana.
E’ possibile visionare l’installazione in formato html (quindi chi usa Mac ha a disposizione quest’opzione) oppure scaricare (solo per chi usa pc) direttamente il file .exe che, una volta fatto doppio clic sull’icona azzurra del file downloadato e aperta l’installazione, cliccando la freccia arancione diagonale nella barra in basso permette una visione a schermo intero.
La durata dell’installazione è di 9’01”.
Si consiglia il download a chi disponga di banda larga o di adsl.
L’UOMO TEMPORALE – versione html – 8.3M
L’UOMO TEMPORALE – versione .exe – 9.0M