L’appello della cultura per il voto a Beppe Sala

Ovviamente, ho firmato anche io, nella mia umile veste di scrittore…

Carlo Boccadoro, Antonio Bocola, Lidia Bramani, Ferdinando Bruni, Guido Canziani, Lella Costa, Elio De Capitani, Luca De Gennaro, Sergio Ferrentino, Eugenio Finardi, Emilio Isgrò, Giuseppina Manin, Ena Marchi, Marco Missiroli, Maurizio Porro, Massimo Recalcati, Gabriele Salvatores, Marina Spada, Paolo Spinicci, Fabio Vacchii, Nicla Vassallo… sono solo alcune delle oltre cento firme di operatori della cultura e dello spettacolo e della scienza già arrivate all’appello che la Milano della cultura e della conoscenza rivolge a sostegno di Beppe Sala.
Per aderire: appellosala@gmail.com
Grazie a tutti!

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Presentazione con David Peace a Milano mercoledì 9

Mercoledì 9 alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c’è David Peace. Arriva a presentare il suo “Fantasma”, che il Saggiatore pubblica in anteprima mondiale. A presentarlo c’è Giuseppe Genna. Venite, se potete: è colui che io considero il massimo autore della mia generazione. E’ l’autore del “Red Rinding Quartet”, di “Tokyo città occupata” e di “Red or dead”, che sono tra i risultati più alti della letteratura del nostro tempo.

Mercoledì alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c'è David Peace. Arriva a presentare il suo "…

Pubblicato da Giuseppe Genna su Lunedì 7 marzo 2016

Ritratto di Pierfrancesco Majorino (da parte di uno scrittore che lo conosce)

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RITRATTO DI PIERFRANCESCO MAJORINO
da parte di uno scrittore che lo conosce

E’ l’agosto 1985 quando Pierfrancesco Majorino dice una cosa che non dimenticherò mai più. Sul limitare di un bosco tridentino, il candidato sindaco si sposta più o meno agilmente rispetto alla traiettoria della pallina e colpisce di taglio la piccola sfera bianca, opportunamente e precisamente, un tocco morbido ed effettato, con la sua racchetta impugnata alla milanese, conquistando il punto definitivo, il ventunesimo, e quindi aggiudicandosi la partita. Resta a contemplare lievemente corrucciato il campo del ping pong, invaso dagli aghi di abete, che ancora non si temono secchi e arrossati per via del cesio 137, proveniente da Chernobyl. Quindi con un sussurro di amarezza e bonarietà enuncia: “Vincere al gioco non è bello del tutto, perché per c’è chi perde”. Per me, che sono dall’altra parte della retìna, sconfitto per l’ennesima volta, nonostante le mosse a scatti vagamente isteriche con cui ritengo di emulare un campione cinese – per me nasce lì la visione politica di Pierfrancesco Majorino. Qualche sera dopo, nel cinema di questo paesino della Val di Non dove per ventura facciamo le vacanze, assisto insieme a lui alla proiezione de “La messa è finita” di Nanni Moretti. Ne usciamo frastornati. C’è la scena in cui il giovane prete, interpretato da Moretti, se la prende con la salma della madre, impazzendo dal dolore: le urla che lei non può morire, non può morire. Pierfrancesco inizia a ragionare circa la gestione del dolore e della gioia e poi mi dice un’altra memorabilità: “E’ col dolore e con la gioia che si confronta l’idea di sinistra”. Ha ragione, ma non è un tempo in cui un’affermazione del genere può avere auditorio. Questa sua appartenenza a una sinistra realista e ideale, che ha la fraternità come perno centrale ed è capace di pensare l’economico o il sociale tanto quanto di sentire gli affetti propri e altrui, io la misuro negli anni, sempre identica e sempre toccante, nella coerenza del suo dispiegarsi, coinvolgendo le persone e alimentando dialoghi di umanità adamantina: così fa Pierfrancesco, è il suo stile e la sua sostanza.
Pierfrancesco è una persona buona. Ciò non toglie che sia una persona decisa.
Ancora ragazzino, appena caduto il muro di Berlino, compie un’analisi su come la sinistra italiana andrà dividendosi e trasformandosi: la azzecca del tutto, è lo scenario di vent’anni dopo. Potrebbe fare carriera politica a Roma, ma scuote la testa, quando glielo chiedo e sono poco più che trentenne e lui beve quello che, ai miei tempi, si chiamava milk-shake: “No: Roma è una brutta bestia” dice e sarà così, non andrà a Roma e riuscirà a impegnarsi per il bene comune, per come lo intende e per come lo realizza da assessore, nella giunta che mi fa venire i lacrimoni alla sua presentazione, tutti intorno a “Giuliano”, mentre io penso al mio papà che faceva l’impiegato al Comune di Milano e mi insegnava cosa è essere di sinistra: la visione del mondo che mette l’altro al centro del pensare e del sentire e dell’agire.
L’altro giorno sono andato alla presentazione del programma di Pierfrancesco, in questo posto di Milano che non conoscevo e che si chiama Fonderia Napoleonica ed è, appunto, una fonderia napoleonica. C’erano cinquecento persone stipate ad ascoltare ma, prima di ascoltare lui, hanno ascoltato tutte e tutti una testimonianza. Parlava una donna, di origine latinoamericana, non ricordo il nome, credo si trattasse di una coordinatrice di associazioni impegnate nell’integrazione. Muoveva le mani con una dolcezza antica, emetteva parole con un tono flautato che mi incantava. Ringraziava. Ringraziava gli italiani e li spronava, ringraziava Pierfrancesco e non lo spronava, poiché non c’è da spronarlo: continuerà a fare quello che ha fatto. Portava il ringraziamento, questa donna, da parte di quegli sguardi, ottantasettemila, che ho visto nei mesi scorsi intorno alla Centrale, spersi spauriti e fragili, e che anche grazie al lavoro di Pierfrancesco sono stati ricoverati fuori dal cerchio prestabilito dell’orrore che ogni migrazione impone ai corpi e alle menti di bimbi adulti e anziani.
Allora ho pensato che era bello, per una volta, oppure una volta ancora, votare. Perché conosco bene la persona che voterò e so che è una persona pulita, realista e sognatrice come sognano i politici buoni, da Berlinguer a Moro, ed è una persona onesta, una delle più oneste che io abbia mai conosciuto, e ho conosciuto tante persone.
Per questo voto e faccio votare Pierfrancesco.

Majorino, il politico-romanziere: ‘Meglio scrivere un libro che un programma elettorale’

Conosco da anni Pierfrancesco Majorino. Lo apprezzo non soltanto umanamente, ma anche nelle sue declinazioni di politico e di scrittore. In questa videointervista per Repubblica mi pare che emergano tutti gli aspetti. Vi consiglio di guardarla. Pierfrancesco, si sa, è candidato alle primarie del centrosinistra a Milano: votatelo, io lo voto.

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Per Pierfrancesco Majorino sindaco di Milano

Per un po’ la mia foto di profilo Facebook è Pierfrancesco Majorino. Si presenta candidato sindaco alle primarie di centrosinistra a Milano. Lo sostengo, lo voto e lo faccio votare. E’ il miglior sindaco possibile. Scriverò su di lui nei prossimi giorni: da scrittore, come posso, quindi. La sua pagina ufficiale è: http://on.fb.me/1QUpb3t

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Le biciclette rosse degli anni Settanta ne “La vita umana sul pianeta Terra”

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Da La vita umana sul pianeta Terra:

“Volli una volta la bicicletta: rossa scioccante.
Una volta eravamo nelle cantine dei palazzi milanesi, il piccolo androne semibuio prima dei tunnel oscuri spaventosi e brillavano le biciclette rosse modello Graziella, come uno schiocco di labbra bagnate dalle ciliegie, luminosa modello Graziella con le gomme bianche a piccole tacche zigrinate, in un piccolo androne di cantina nella periferia della città Milano, pavimentata di cemento grezzo con una polvere di cemento che scricchiolava sotto le suole di scarpe da ginnastica comperate al mercato rionale tutti, e la polvere contro i topi fluorescente gialla messa nella giunzione tra pavimento e muro, prima del buio delle porte misteriose in legno di vani cantina contenenti tutto, magiche porte chiuse, penetrante al chiuso il puzzo di ammonio e urina di topo e umana anche e che secondo noi era un odore sessuale, davanti al gioiello della Graziella, rossa come una guancia immaginaria, il mondo immaginato è il più intenso réndez-vous, i pedali pesanti di plastica biancastra avevano incastonate fascette in materiale catarifrangente, arancione, ma era di rosso una vernice speciale luminosa verso i miti e le accelerazioni, pomeridiane, la polvere dei giardinetti, noi già diretti verso i soli in esplosione che immaginavamo, fittissimi colloqui nel semibuio dello scantinato usmando il sesso che lì sicuramente era fatto da uno uomo e una donna sconosciuti, e accelerando nella discesa dei giardini impegnandoci tantissimo con i garretti tesi, a riuscire verso i gruppi che tiravano lo stucco con le cerbottane, a volte con aghi dentro lo stucco, nello stupore, evitando il salice piangente colmo di gatte pelose striscianti, urticanti arancioni, e nere, noi, nessuno tanto indigente e figli della separazione, della macula primaria da cui il vuoto si condensa in un universo e crolla verso la fine propria e degli universi tutti, i supereroi americani sbalzati dal sellino in finta pelle beige e chiodato, il manubrio lucidissimo dove ci guardavamo gli occhi specchiandoci distorti, molte Grazielle distanti dalle madri e fuori del controllo, l’influenza di un’infanzia nella latteria dei ghiaccioli contando le cinquanta lire di lega metallica e pedalando in una gioia esterna dove tutto è tutto, la bambina con le labbra a ciliegia che volevamo baciare sotto l’albero del parco distante, le impensabili mille lire e lei che ciondolava sotto il pino verso la Palazzina Liberty e Demetrio Stratos in una voce infinita che ci spaventò, Dario Fo appariva un enorme coniglio che ride e abbaglia, abbastanza stanchi e sudati nella polvere la bicicletta rossa come uno choc ci riportava a casa, eravamo pochi eppure eravamo tutti, lì, con i supereroi della Marvel, nella meraviglia, oro e azzurro dell’estasi in cieli di cembali sonanti e il legame vitale nella mente, la quale si stava producendo come una secrezione, tra screziature scivolando lungo i muri di mattoni delle case popolari verso polvere gialla fosoforo disinfettante contro l’urina dei cani, andando in direzione padre, in direzione madre, tutti, tutto, trasferendo adesivi dall’uno all’altro, i raggi della bicicletta rosso choc ruotavano in un ordine, la catena della bicicletta con i denti perfettamente intinti nell’olio nero del meccanico, avvertivamo l’oscurità di un ordine che fuggiva nella prospettiva alberata verso casa, tra i molti cani, erano anni Settanta o Ottanta, la risolutezza dei ragazzi verso un tossicodipendente dall’eroina, addormentato non del tutto sulla panchina verde smeraldo, verso la fontana verde scuro e il suo rubinetto dorato a forma di testa di drago, un buco superiore sulla nuca per bere verticale tappando quello inferiore nella bocca, acqua che brillava e le pozze nere avevano dentro le siringhe e il sangue dell’eroinomane per un tratto, miriadi di biciclette rosse e alle caviglie le tramature dei calzini del mercato, rionale, che si teneva in quella piazza mercoledì, merci sommesse, chiacchiere di popolo chiamato a raccolta dentro il ventre del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, sfiorando la sezione del Partito Comunista andavamo veloci incontro alle macchine della Simca e della Fiat, finché uno di noi si lanciò, giù dalle scale, verso le cantine, per otto piani, morendo perché lo voleva e l’accelerazione fu insopportabile e disumana, fummo tutti in un presente statico, grandi, finiti, completati e disegnati dalla storia, nostra e generale, noi non perduti più nei ghiaccioli giallo sole al limone, spalancate le stanze di ognuno di noi entrava il mondo, al funerale ci furono molte persone e la sua bicicletta rossa, un pianto di tutti così, sotto grosse gocce di piovasco e un po’ di fango del prato spelato sulla destra verso via del Turchino, era morto crollando nella sua fine prima di noi e così imparammo la protervia sommaria della fine, di tutto, sotto la casa di cemento e giallo urina, finché fummo lì.”

Su NON IO di Filippo Robboni

“Entrai in contatto con alcune immagini che non lo erano. Erano sfregi al tempo, non sfregi procurati dal tempo. Strappi, dilacerazioni. Di cosa? Dell’immensa carne, questo aggregato colloidale che è il nostro eden o il nostro carcere, in cui siamo e ci muoviamo, la carne tutta intrisa di io…”

[Si inaugura questa sera, 23 marzo, dalle 18.30, a Milano, presso la galleria OSART di via Fogazzaro 11, la mostra NON IO dell’artista Filippo Robboni – mostra che durerà fino al 30 aprile. L’esposizione è curata da Stefano Castelli. Un mio scritto accompagna il testo di curatela: lo pubblico qui di seguito. gg]

***

Galleria NON IO

Filippo Robboni è per me il veicolatore di un’opera d’arte perturbante. Di quest’opera, NON IO, intendo parlare qui senza rifare il nome di Filippo Robboni, che la ha realizzata. Il titolo stesso della mostra credo giustifichi prescindere dai nomi, così come la mostra giustifica prescindere dalle forme.

Primo incontro con non io

Eravamo accanto a dove sono stati reperiti a Milano scheletri minati da patologie inquietanti, ciondoli secenteschi, resti umani ambigui, sotto i Bastioni di Porta Romana. Eravamo seduti a pochi metri da quella dissepoltura, da quella carne evaporata nel corso di secoli, da quelle tracce fossili, lugubri. Ciò che rimane, “non omnis moriar”.
Sul microtavolo del bar, mentre sorseggiavo il decaffeinato acidulo, sotto una luce calda che pioveva a perpendicolo sulle riproduzioni di non io, io entrai in contatto con alcune immagini che non lo erano. Erano sfregi al tempo, non sfregi procurati dal tempo. Strappi, dilacerazioni. Di cosa? Dell’immensa carne, questo aggregato colloidale che è il nostro eden o il nostro carcere, in cui siamo e ci muoviamo, la carne tutta intrisa di io. E poi: denti, avorio umano, buchi, narici, osculi, pertugi, cumuli di grasso, defibrillazioni di forme guanciali, lombrosiane, parietali.
I colori sono mentali.
Se penso ora il volto di mia madre: non riesco a riconoscere il vero colore della carne di mia madre. C’è un colore mentale, al posto di quello che percepisco in quella porzione della realtà che è lo stato di veglia. Se incontro mia madre in sogno: il colore del suo incarnato è ancora differente. Se dormo e non sogno, non c’è colore.

Quindi capii, a fronte di queste immagini, quanto per me fosse esausta, esaurita la scrittura, la letteratura tutta: non riusciva più a contenere, la lettera del testo, quella non infinita compresenza di possibilità statiche e dinamiche che queste non-immagini facevano vibrare – spettri, fantàsmata, operazioni occulte e palesi di lavorii animici, persuasioni, psiche, più che psiche.
Gli involucri che avevo davanti, nemmeno bidimensionali seppure riprodotti sulla carta, erano vasi che contenevano l’etere, il quale è ovunque – la vibratile sostanza sottile di cui è fatto quanto appare, nell’universo di veglia e in quello mentale.
Ovunque: io.

Ciò che vedo io

Una celebre polemica filosofica a distanza di epoche viene condotta in Fenomenologia della percezione da Maurice Merleau-Ponty. L’obbiettivo è Blaise Pascal, il quale aveva sostenuto di riuscire a pensare l’umano senza piedi testa gambe, ma non senza pensiero. Merleau-Ponty ritiene che non si possano considerare “astrattamente” mani piedi testa: “Un uomo senza mani o senza apparato sessuale è tanto inconcepibile quanto un uomo senza pensiero”.
Se osservo la galleria NON IO, ecco vedo mani teste, perfino carne con una forma non riconoscibile, ma non vedo l’uomo e nemmeno il pensiero. Guardo, scruto, mi incanto, a un certo punto – mi accorgo – non sto pensando.

Nell’esposizione che ne fa Tertulliano nel De carne Christi, secondo l’eresia del Docetismo il corpo di Cristo avrebbe solo una “apparenza” di corpo umano e la carne di Cristo sarebbe solo una “carne apparente” (“caro putativa”, “phantasma carnis”). Eccone la descrizione: “Una carne compatta ma priva di ossa, solida ma senza muscoli, sanguinante ma senza sangue, vestita ma senza tunica, affamata ma senza fame, che mangiava ma senza denti, che parlava ma senza lingua e […] con una fantasmatica parvenza di voce”.
Se osservo la galleria NON IO, ecco vedo precisamente questa carne e non c’è traccia di Cristo qui.

Secondo Gilles Deleuze, che riflette in Francis Bacon. Logica della sensazione su un pittore il quale nulla ha a che vedere con le opere NON IO, “la significanza è inseparabile da un muro bianco su cui inscrive i suoi segni e le sue ridondanze. E la soggettivazione è inseparabile da un buco nero in cui insedia la sua coscienza, la sua passione, le sue ridondanze. […] Il viso costruisce il muro di cui il significante ha bisogno per rimbalzare, costituisce il muro del significante, il quadro e lo schermo. Il viso scava il buco di cui la soggettivazione ha bisogno per apparire, costituisce il buco nero della soggettività come coscienza o passione”. Il viso, secondo Deleuze, è il buco nero da cui origina io. Sia chiaro: io non è individuale, è un fenomeno di carattere generale: “i volti non sono anzitutto individuali, definiscono zone di frequenza o di probabilità, delimitano un campo che neutralizza in anticipo le espressioni e connessioni ribelli alle significazioni conformi”. Se questa è per me una perfetta descrizione di quanto appare dalla carta e dai “colori” di non io, ancora più precisa è la fenomenologia e la genealogia di questa sola carta che è non io, per come si esprime Deleuze: “È un errore credere che il pittore si trovi dinanzi a una superficie bianca. All’origine della credenza nella figurazione c’è questo errore: se infatti il pittore fosse dinanzi a una superficie bianca, potrebbe riprodurvi un oggetto esterno, che quindi fungerebbe da modello. Ma non è così. Il pittore ha molte cose nella testa, attorno a sé o nell’atelier. E tutto ciò che egli ha nella testa, o attorno a sé, è già nella tela, più o meno virtualmente, più o meno attualmente, prima che il pittore cominci il suo lavoro. Tutto questo è presente sulla tela sotto forma di immagini, attuali o virtuali. Sicché il pittore non deve riempire una superficie bianca, semmai dovrebbe svuotare, sgomberare, ripulire”.
I tagli e i segmenti lineari che segnalano che quei tagli esistono ma anche non esistono, in NON IO, sono il tentativo di manifestare le molte possibilità da cui si condensa l’immagine. E’ il tentativo di un’analogia, l’unica funzione retorica che si consentono le sacre icone.

Cosa significa che questa pittura appaia oggi, nel mio tempo, qui e ora, davanti a me e in me? Essa mi è contemporanea. Che cos’è ciò che è contemporaneo? Per tentare di circoscriverlo, il filosofo Giorgio Agamben scrive che “tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri”. Tuttavia, “che significa vedere una tenebra, percepire il buio? […] Che cos’è il buio che vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio”. E’ sconcertante: “Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare”. Secondo Agamben, quindi, “può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità”.
Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Ciò spiega perché mi sono contemporanee le opere NON IO. Ricevo in pieno viso il fascio che proviene dal mio tempo.

Il non formale come intensificazione della potenza

Quando ho conosciuto l’artista che ha fatto NON IO, sono rimasto incuriosito dalle prospettive critiche sulla sua opera. C’è una pigrizia di cui tutto l’esercizio critico è vittima noncurante, così come si può dire che un morto è noncurante del proprio cadavere. E così, per pigrizia, viene affermato che quest’opera è figurativa, il pittore è un figurativo.
Se ci si pone senza pregiudizi davanti a quell’eruzione apparentemente informe di carne allo stato puro, carne fresca, animalità priva di forma che, a mio parere, costituisce l’acme della galleria NON IO – sarà difficile davvero esprimere un giudizio inerente al figurativo. Siamo qua di fronte a una vibrazione potente – è il “non formale”, che nulla ha a che vedere con la tradizione nota come “informale”. Si danno infatti qui plurime, indefinite forme, che ineriscono a un’unica forma, la quale non è possibile percepire. Sono questi i fantasmi a cui accenna Aristotele nel De Anima. Potenze incerte quanto a forma, che si condenseranno in una forma tra le molte in cui possono incarnarsi. Come l’angelo necessario di Wallace Stevens, se questa eruzione di carne potesse parlare direbbe che in sé racchiude l’essere e il conoscere. E’ uno come noi, e ciò che è e sa per essa come per noi è la stessa cosa. O forse è è soltanto una figura a metà, intravvista un istante, un’invenzione della mente, un’apparizione tanto lieve all’apparenza da sparire dopo un istante.
La galleria NON IO non ha nulla a che fare con il Cristo, ha molto a che fare con l’angelologia.

Non è nemmeno vero, da quanto riesco a vedere, che non io non abbia a che fare con il Cristo. Secondo me ce l’ha e con un Cristo in particolare: con il Cristo salvatore di Toledo, realizzato nel 1614 da El Greco. Se si considerano i cinque colori di base del dipinto, si noterà un’inquietante familiarità con quanto vibra cromaticamente in non io:

La cornice è metafisica

Sembrerebbe paradossale chiudere con la premessa di tutto quanto è stato scritto. Sembrerebbe paradossale anche una mostra che si intitola NON IO. Chi si mostra, infatti, se non quello che si dice io? E cosa si mostrerebbe da un supposto “al di fuori dell’io”, se tutto quanto tu percepisci per te esiste solo in ragione del filtro del tuo io? Possiamo dire che, relativamente a te, tutto ciò che non è te sarebbe non io. E’ fondamentale quell’avverbio: “relativamente”. Poiché, in assoluto, non si ha esperienza di un non io. C’è soltanto io. NON IO viene percepito da IO. Però, se c’è una mostra di NON IO, ci sarà bene qualcuno che vede tutto questo. Chi è che vede e IO e NON IO?
Chieditelo, tu che passi.

***

[box]Filippo Robboni: “NON IO”

A cura di Stefano Castelli e con un testo di Giuseppe Genna

OSART Gallery

Milano via fogazzaro 11

Dal 23 marzo al 30 aprile

Inaugurazione 23 marzo, h. 18.30 – 20.30

La galleria OSART presenta “Non io”, personale del pittore Filippo Robboni (Novara, 1980, vive e lavora a Milano). Sin dall’inizio della carriera, Robboni persegue una ricerca sulla figurazione che tende a ripensare i canoni del genere, adattandoli alle istanze del nostro tempo sia in senso estetico che a livello di contenuti. La sua pittura vive di due fasi concomitanti e volutamente stridenti: mentre affina al massimo livello l’esattezza e la ricchezza della pittura e della rappresentazione, contesta dall’interno il proprio soggetto e i canoni della tradizione figurativa. La mostra “Non io” è interamente composta da acquerelli, nuovo banco di prova che consente alla ricerca di Robboni di orientarsi verso spiccate caratteristiche di sintesi e arditezza formale. Il soggetto umano è qui portato al massimo della tensione: la trama della pittura si condensa nel delineare l’incarnato, sospeso tra sussistenza e sfaldamento; dall’altro lato, la composizione e la concezione della figura sottopongono il soggetto a torsioni, frammentazioni, rotazioni, spingendo il ritratto al massimo della tensione, un attimo prima del punto di rottura. I volti sono colti in espressioni e gesti ambigui, spezzati da geometrie irregolari che rendono gli sfondi bianchi costitutivi tanto quanto le zone dipinte. L’estrema anticonvenzionalità del trattamento di un soggetto classico come il ritratto costituisce allo stesso tempo un esperimento sulle possibilità linguistiche della pittura e un’incalzante interrogazione sul destino odierno e futuro dell’individuo. L’esposizione comprende una decina di lavori di grande formato. Oltre al testo del curatore, Stefano Castelli, la mostra è accompagnata da uno scritto di Giuseppe Genna.[/box]