Domani sera, Milano, SLAM X al Conchetta: il testo da cui leggo

slamxDomani e dopodomani si tiene a Milano, presso il CSOA COX 18 di via Conchetta, SLAM X, il macroreading con performance musicali organizzato da Agenzia X (qui tutti i particolari e il programma). Io parteciperò, insieme a stimatissimi colleghi, proprio domani – la lettura è prevista intorno alle 23.25. Riproduco qui il testo da cui leggerò estratti: è dedicato a Primo Moroni [nella foto qui sotto a sinistra]. Appartiene alla prima versione di Assalto a un tempo devastato e vile, la cui edizione 3.0 è prevista per il prossimo marzo nei tipi minimum fax.

primo_moroniLa morte dell’Uomo

Oggi si sono svolti i funerali di Primo Moroni. E’ morto l’altra notte, alle tre, alla clinica Capitanio, per un cancro. Sarà stata colpa di quanto ha bevuto, di quanto ha goduto, di quanto si è sprecato nella vita. Abitava in via Ciceri Visconti, dove sono nato e cresciuto. Si vedeva ogni tanto rientrare quel signore rubizzo, alto, con l’impermeabile e il cappello, sembrava Charlie Chan. In piazza Martini c’era la cooperativa Intrapresa del suo amico Gianni Sassi, faceva “Alfabeta”, è morto di tumore anche lui, ma qualche anno fa. Erano compagni, dei compagni da ammirare, altra generazione. Non come questi, compagni dell’ultim’ora, a Milano ne è pieno. Sta scomparendo un mondo.

Ho scritto molto meno di quanto abbia fatto la gente che scriveva, ma ho bevuto molto più di quanto abbia mai fatto chi beveva.

Sapevo da tempo che primo Moroni aveva un cancro. L’avevano ricoverato alla Capitanio, dove qualche mese fa è morta mia nonna, per la stessa malattia. Aveva paura di morire Primo Moroni. Gli stavano dietro i ragazzi delle Shake, Raf, Gomma, Marina, Rosy, Paoletta. Gomma, poi, oggi era inguardabile. Aveva gli occhi gonfi, aveva la bocca impastata e bianca, era morto uno che era suo padre praticamente, ed era come morto anche lui.

Sembrava che un giorno, chissà dove, da lui avessero spremuto un intero boschetto di limoni. Itterizia e malaria gli ronzavano attorno. Faceva il calcolo della propria stanchezza durante il sonno. Lottava con lei – ma ne guariva appena qualcuno gli chiedeva qualcosa di interessante. La sua stanchezza era soltanto una forma segreta di energia.
Aveva l’espressione assonnata di un matematico che compia a memoria, senza lavagna, una multinomica…
Palpebre con escrescenze di orzaioli…

Stavo andando al PAM e vedo Raf, pallidissimo, con i capelli ossigenati, la barba sfatta. Quelli delle Shake si tirano sempre giù d’aspetto, lo fanno apposta, ma Raf era proprio a terra, bianchissimo, sembrava invecchiato di dieci anni, ha farfugliato qualcosa salutandomi, non ho fatto in tempo nemmeno a offrirgli un caffè che era già tre metri avanti, ingobbito e magro. Allora ho capito quello che ha farfugliato, “E’ morto Primo”, gli sono andato dietro, non sapevo cosa dirgli, mi ha detto che i funerali ci sarebbero stati oggi a Sant’Eustorgio alle 11. E io ho pensato: che c’entra con la chiesa Primo Moroni…

Sempre lì, a Suchum, in aprile ricevetti l’oceanica notizia della morte di Majakovskij. Come una montagna d’acqua che sferza con duri treccioli la colonna vertebrale, la notizia mi privò del respiro e mi lasciò un gusto di sale in bocca. (…) L’uomo è costruito a somiglianza di un parafulmine. Di fronte a simili notizie facciamo terra, ed è solo per questo che riusciamo a sopportarle.

Allora ho detto: non vado a lavoro. Vaffanculo il lavoro, Primo Moroni merita rispetto, vado al funerale di Primo Moroni. Ero andato anche a quello di Gianni Sassi, aveva fatto “Alfabeta” con Antonio Porta, lo ammiravo. Ai funerali ci fu una colletta perché Gianni Sassi era morto coi debiti e non c’erano i soldi nemmeno per la bara e io l’ho ammirato ancora di più.

Un giorno vado in Conchetta e parlo a lungo con Primo Moroni. Mi racconta del Trombetti, di Gianni Sassi, della vita nei quartieri, conosce bene mio padre che fa il volontariato per i pensionati della CGIL e che è iscritto da una vita al PCI. Mi dice: “Con Gianni Sassi siamo andati ad Amsterdam, c’era il campionato europeo di fox-trot, abbiamo ballato per giorni, ho vinto io, incredibile, ho vinto un Porsche, andavamo in giro con questo Porsche, siamo stati giorni e giorni senza dormire un’ora, siamo tornati di un fiato, Amsterdam-Milano tutto d’un fiato e in piazza Martini il Porsche è morto, proprio in Piazza Martini, è morto”. Stava già male, aveva sempre gli occhi umidi, parlava della vita nei quartieri, mi faceva vedere le mappe delle compagnie di Milano, una città che stava morendo. Poi è entrato Gomma, con la sua camminata da Ciube, lo scimmione di Guerre Stellari, allora ho visto Primo Moroni che lo sfotteva, lo trattava come un figlio, mi ha fatto piacere vedere che esistevano i sentimenti.

Allora stamattina mi preparo, ho mal di gola, mi dico: vado lì e alzo il pugno sinistro, come quando stavo a sinistra, no alzo il pugno destro, come quando stavo a destra, non alzo niente, vado lì e mi verranno i lacrimoni. Scendo al bar a fare colazione. Il barista è un ragazzo che suona il basso, insieme a uno spagnolo a cui Bruno ha trovato lavoro all’UPS. I due ragazzi parlano con un tipo sui quaranta, dice che bisogna andare a San Francisco a suonare, l’Italia è la fogna del mondo e Milano è la fogna d’Italia, non ci sono strade aperte qui. Io penso che è il solito invasato con la musica a quarant’anni, ma poi il barista mi chiede se vado a lavoro e io gli rispondo che no, che vado al funerale di Primo Moroni.

”Bravo ragazzo!” mi fa il tipo di quarant’anni. E’ un mondo che se ne va, vado a vedere gli ultimi fuochi. “Sì, è gente di un altro pianeta” mi dice lui. Io lo squadro, ha la faccia da servizi segreti, non mi piace. Inizia a parlare, dice che Moroni lo conosceva bene, e anche Costa conosceva bene, che è un ex brigatista che so chi è. In breve. Viene fuori che questo è un latitante d’estrema destra, è di passaggio per autofinanziarsi, che è braccato in mezzo mondo, che vorrebbe fare un colpo per lasciare l’Italia ancora una volta, che passa le frontiere a piedi, nei boschi, che la pula gli ha distrutto tutti i lavori civili che ha cercato di farsi qui e all’estero, che non lo mollano un attimo, che conosce quelli che conosco io, che brigatisti e nar in carcere sono i suoi fratelli, che una generazione è stata mandata al massacro, che gli hanno spremuto il sangue perché noi ci comprassimo i cellulari, che il potere in mano allo Stato è totale ora, ma che è transitorio, che hanno spento la memoria, che il meglio della sugna è venuto a galla. Mi chiede se riesco a dargli delle dritte, lui non vuole lavorare, non lavorerà mai. Gli dico che ho tre protocolli di controllo sul telefono, che gli infami abbondano da ogni parte, c’è Digilio che ha sputtanato tutti, il giudice Salvini, Ignazio La Russa, la Mambro, Umberto Monterosso, Poppi Crippa, la Trecca, il bar Toledo, Davide Ranzini, Marco Pirovano morto di aidiesse, tutti i morti, tutti morti, la compagnia di piazza Martini dove sinistra e destra si davano braccetto, il presidio democratico della biblioteca Calvairate nel ‘72, le pistole messe in mano, l’agente Marino morto, il figlio del pugile Loi, Mammarosa, lo sfascio dell’ero, Moro figlio di puttana.

Moro figlio di puttana.

Seppi poi, ed il fenomeno divenne sempre più vistoso, che non mancarono all’Ambasciata occasioni di incontro politico-mondano (…). Si trattava di questo, per quel che ho capito, di una direttiva cioè del Segretario di Stato Kissinger, il quale per realismo continuava a puntare sulla DC, ma su di una nuova, giovane, tecnologicamente attrezzata (…). Cominciarono a frequentare sistematicamente l’ambasciata giovani parlamentari (io so, ad es., di Borruso e Mariotto Segni). Insomma si ebbe qui, non per iniziativa dell’ambasciatore, ma dello stesso Dipartimento di Stato, un mutamento di rapporti, che prefigurava un’Italia tecnocratica, che tra l’altro parla l’inglese, più omogenea ad un mondo più sofisticato e, per così dire, più internazionale che si andava profilando.

Allora ci mettiamo d’accordo che se ho le dritte metto la moto Guzzi rossa legata al palo verde sul cavalletto centrale e lui mi cerca, altrimenti di non fermarsi, che viale Sabotino è monitorata dalle telecamere della pula, una all’angolo con Ripamonti, due verso Porta Romana, i ragazzini non lo sanno, ma la città è monitorata. Io lo sapevo e due anni fa, quando i pulotti hanno distrutto il Leoncavallo e c’è stata manifestazione alla vigilia, sono andato in manifestazione sperando che i ragazzi mettessero a ferro e fuoco il centro, sono andato con un cappellino e una giacca non miei, con la bandana in faccia, gli occhi sotto le lenti scure, poi ho visto Primo Moroni che invitava alla calma, apriva il corteo e diceva: “calma, ragazzi, calma”. Allora per rifarmi ho indicato, una per una, tutte le telecamere che monitorano Milano lungo il percorso della manifestazione, la gente mi pigliava per matto, io mi voltavo per aria, con l’indice teso, una per una, le ho indicate tutte. Una volta così hanno sfasciato una sede del Mossad in via Podgora, solo indicando, di notte hanno scritto: “Qui Mossad”.

Ho mollato il tipo di destra perché ero in ritardo, sono arrivato in cinque minuti in Sant’Eustorgio e infatti la chiesa non c’entrava niente con Primo Moroni. C’era una colonna di fumo di fumogeno viola, una colonna imponente, sparavano in alto i fuochi di artificio, il carro funebre con Primo Moroni morto dentro stava dietro il camioncino che apriva i cortei, suonavano e cantavano le canzoni anarchiche che mi cantava la nonna morta nel letto dove è morto Primo Moroni. Poi, all’improvviso, si è sentita la voce di Primo Moroni. Recitava una poesia. Adesso la copio qui:

FORSE IL TEMPO DEL SANGUE RITORNERA’
uomini ci sono che debbono essere uccisi
Padri che debbono essere derisi
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare a un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidare esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare

All’inizio ho pensato che fosse di Primo Moroni. La leggeva con un tono pacato, in crescendo, con la sua voce roca e calda, paterna, Gomma piangeva e piangeva, poi l’ho vista su un volantino, era una poesia che Franco Fortini aveva dedicato “al compagno, amico, fratello Primo Moroni”, Franco Fortini che era morto qualche anno fa, di cancro, ridotto a un uccellino, un funerale con cinque persone, Stafano Milo e altri tre.

Se ne sta andando un mondo.

Allora ho pensato da questi uomini cosa mi divide. Dalle loro speranze, dai loro asti, dalle loro entusiastiche sbronze, dalla capacità vera di ridere e adirarsi di questi uomini che il tempo si porta via. Ho visto il ritegno e la magrezza di mio padre, tutto l’inespresso nei suoi occhi, ho ripensato a Primo Moroni terrorizzato dalla morte, tutti dentro questa materia, tutti dentro questa carne, questo mondo, affascinati e scettici, davanti a uno stupore o a una colpa, coi poveri alla mensa delle proprie ambizioni basse, stornati da chi già ieri, già un secondo dopo, non li riconosceva più, se n’era andato, aveva tradito. Cosa aveva tradito? Il comunismo? Cosa volevano? Una festa perenne? Mangiare per tutti? Godere e basta? Una forma ineguagliabile di romanticismo?

Cosa voleva chi ora con le sue parole grava sulle nostre spalle? Questo tempo che non si ferma e vorrebbe fermarsi rimane il tradimento che si perpetua e abolirlo è il mio sogno, andarmene via.

1. Il corpo di Arsak non è lavato e la sua barba si è inselvatichita.

2. Le unghie del re sono spezzate e sul suo viso strisciano onischi.

3. Le sue orecchie sono istupidite dal silenzio, e un tempo ascoltavano musica greca.

4. La sua lingua è diventata tignosa per il rancio carcerario, ma un giorno essa schiacciava i chicchi d’uva contro il palato, ed era agile come l’estremità della lingua di un flautista.

5. Il seme di Arsak è appassito nello scroto e la sua voce è liquida come il belato di una pecora.

6. Re Sapuch – così pensa Arsak – ha avuto la meglio su di me e, come se non bastasse, si è preso la mia aria.

7. L’assiro tiene in mano il mio cuore.

8. E’ lui che dirige i miei capelli e le mie unghie. Fa crescere la mia barba e inghiotte la mia saliva – a tal punto si è abituato al fatto che io mi trovi qui, nella fortezza di An’jus.

9. Il popolo dei Kusani si è rivoltato contro Sapuch.

10. Hanno spezzato la linea di confine, come una corda di seta, nel suo punto più indifeso.

11. L’avanzata dei Kusani pungeva e infastidiva re Sapuch come un ciglio nell’occhio.

12. Entrambe le parti, entrambi i nemici, socchiusero gli occhi per non vedersi.

13. Un certo Darmastat, il più colto e gentile degli eunuchi, si trovava al centro dell’esercito di Sapuch, infondeva coraggio al comandante della cavalleria, e per entrare nelle grazie del sovrano lo condusse fuori dal pericolo come una figura degli scacchi, restando per tutto il tempo in vista.

14. Era governatore della provincia di Andechnei giorni in cui Arsak dava ordini con la sua voce vellutata.

15. Ieri era re, e oggi è sprofondato in un crepaccio, si è rannicchiato nell’utero come un feto, si riscalda coi pidocchi e gode del prurito.

16. Quando arrivò il momento della ricompensa, Darmastat insinuò nelle aguzze orecchie dell’assiro una preghiera solleticante come una penna d’oca.

17. Dammi il lasciapassare per la fortezza di An’jus. Voglio che Arsak abbia in dono un giorno supplementare, un giorno pieno di udito, gusto e odorato, come quando un tempo prendeva diletto della caccia e si occupava della coltivazione degli alberi.