Miserabile profezia: alla fine dei tempi regna il Gabibbo

Quando mio figlio ha detto che l’albero davanti a casa, secco geometrico come una molecola di antrace, con gli uccellini incolori appollaiati sui rami sconfortanti, era bello – io ho pensato che cento saggi non possono fermare i cerchi d’acqua che un cucciolo d’uomo causa lanciando un sassolino nello stagno. E però questo non è più uno stagno (1990) e nemmeno una palude (2000): Milano è un antinferno privo di dignità dantesca. Qualunque filologia qui cade a vuoto, qualunque seme dello spirito non radica alcunché. Io giro a spirale finzioni, giro circonvallazioni, il cavalcavia Monteceneri illegalmente a piedi, rischiando che mi investano ogni secondo, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso dei vigili polizieschi e dei poliziotti vigilantes e incrostate dello smog e delle polveri spesse che mi catràmano i bronchìoli. Passo accanto, pochi centimetri di semivita, alle autovetture che sfrecciano: sono nel cerchio di un’imitazione di metropoli che soltanto quarant’anni fa pronunciava “autovettura”, parola non futurista, e ora non più. Il mutamento dei climi di questo quadrante feroce in quanto anonimo è violentemente costante. Le nebbe svaniscono per il termovalore dello hinterland. Intorno alla Biblioteca Ambrosiana non vedo preti. I sacerdozi avvengono altrove o, come è più probabile, a Milano non avvengono del tutto. Osservo queste finzioni di borghesi in attesa della luce verde a via Larga, una strada stretta che porta il nome del suo opposto vocazionale. Vedo i pezzi di giubba in montone, i capelli azzurrogrigi e le mani bene curate e penso alle pensioni, a una generazione che ha fottuto noi, infilandoci in banlieu fisiche o animiche. Esisteva, una volta, qui, dietro, spesso munito di ombrello, all’altezza del palazzo curiale accanto alla Fabbrica del Duomo, lo schiaffeggiatore dei preti Italo Gagliano, un anziano coriaceo che portava in sé il tumulto di una follia, a cui aveva dato rappresentazione attraverso tazebao esposti nei cortili delle case popolari. La sorella gli aveva levato l’eredità, donandola alla Chiesa. Lo schiaffeggiatore aveva perduto così la proprietà di terreni campagnoli. Il germe del mercato, marcito, aveva fiorito il male psichico, e adesso si sfogava allargando la mano callosa (poiché quell’uomo era un lavoratore) e col palmo secco puniva le guance gelatinose dei vicari del vicario del vicario del Cristo.
Guardatevi: attorno. Poi: dentro.
Dove sono finiti i vivai? Sono finiti?
Infine è la telecamera che esplora i tempi e questo è lo sguardo comune su un aggregato di progetti oltraggiosi quanto il tunnel inutile e internamente bianchissimo, con il controllo della velocità in design anni Settanta, verso corso Como, dove il premier ha incontrato per rilassarsi certe notti i giovani ed eccoli:…

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