Un poliziesco: Béla Tarr e “L’uomo di Londra”

Mi domandavo: e se scrivessi un piccolo poliziesco? Di fatto, ciò coinciderebbe con metà delle mie radici di prosatore, quelle più narrative e coinvolte in un corpo a corpo con il genere nero. E’ possibile che, dopo la pubblicazione del nuovo libro mondadoriano, a settembre 2017, io riprenda la scrittura di un poliziesco, o noir che dir si voglia. Si tratterebbe di trapassare del tutto il genere, senza tuttavia modificare gli stilemi del genere stesso. E’ qualcosa di diverso dall’allargamento dei generi, che fu un tratto delle poetiche a fine anni Novanta. Si deve autogenerare un nucleo interno all’opera, che trascende l’opera stessa. C’è un esempio che fa al caso, in àmbito cinematografico. Anche il grande regista Béla Tarr ha fatto un poliziesco, ricavandolo da un testo di Georges Simenon: “L’uomo di Londra”. La sceneggiatura è di Béla Tarr stesso, insieme allo scrittore László Krasznahorkai. E’ davvero il culmine di qualunque poliziesco. Il poliziesco non c’entra più nulla. Non è un lavoro sul genere noir: è proprio un’opera altissima e indipendente, a cui ci si accosta come se si assistesse a una tragedia greca. E’ uno dei capolavori estetici degli ultimi vent’anni.
Se facessi un piccolo poliziesco, vorrei tanto raggiungere l’apice a cui Tarr arriva con questa scena: di colpo compare un ispettore, anzianissimo, che convoca il colpevole e svela improvvisamente il crimine, con tutti i suoi corollari. E’ arte pura. Se avete qualche minuto, vi consiglio di vedere questa scena, ai limiti dell’impossibile e totalmente inaudita. E’ arte. E’ l’arte.

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Recensione all’edizione francese di ‘Catrame’

A causa di una migrazione delle innumerevoli migrazioni di contenuti, è rimasta esterna al sistema editoriale di questo sito, a volte addirittura assente del tutto, una certa quantità di articoli e post che vengono dunque dal passato e che progressivamente vado a reintegrare nella memoria del Web. Comincio con questo pezo su Sous un ciel de plombe (edito da Grasset), edizione francese al noir Catrame (Mondadori). [gg]

di JULIEN VEDRENNE
[da litteraire.com]

Sous un ciel de plombe (di Giuseppe Genna, tradotto da Julien Gayrard, edito da Grasset) è un romanzo incrostato di squallore allo stato puro. Uno squallore causato dall’afa e dal sudore – e dalla paura, anche. Per tutto il racconto, l’ispettore Guido Lopez ne è intriso. Inizialmente è una storia molto semplice. E’ la storia dell’evasione di Cerfoglio, detenuto politico, alla vigilia dell’indulto, cioè un’amnistia concessa agli ex terroristi a vent’anni dal caso Moro. Improvvisamente, però, scatta la follia. Il ministro dell’Interno esercita pressioni politiche insopportabili su Santovito, il capo di Lopez, e minaccia di destituirlo dall’incarico di responsabile della Squadra Investigativa. I Servizi Segreti occupano tutti gli spazi d’indagine e sottopongono polizia e carabinieri a ogni tipo di depistaggio.

Lopez, il migliore elemento della Squadra Investigativa, è da subito sbaragliato, spostato su un’indagine miserevole: quella del suicidio di tale Pessina, uno sbandato di quartiere. I pericoli e gli azzardi – se di azzardi si tratta: le vie del Signore e dei Servizi sono infinite… – che Lopez affronterà finiranno per fare confluire le due inchieste. Lopez non ama essere manovrato: indagherà, con metodi ufficiali e ufficiosi, sgradevolissimi per chi ne fa le spese, come la prostituta milanese Rita Mennitti.
Lo spettro dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) dorme nel cuore di questo romanzo. Qui chiunque manipola chiunque. E nonostante ciò, paradossalmente, chiunque agisce a suo modo. Le cimici abbondano in Questura ed è impossibile confidarsi con altri. Si spia ovunque, sempre, senza sosta. Per quale occulto motivo? Lopez lo scoprirà addentrandosi nei labirinti sotterranei delle cantine di un enorme complesso popolare, con il terrore che gli stringe lo stomaco e la miseria morale che gli si attacca addosso…
Sous un ciel de plombe è un romanzo abissalmente nero, che torna sulla questione italiana degli anni Settanta: un’epoca in cui il terrorismo di destra fu al servizio dello Stato e in cui la repressione assunse i caratteri di strumento da guerra civile, in una nazione spaccata e lacera. La scrittura di Giuseppe Genna è brutale, secca; l’autore sta lontano da ogni orpellatura. Egli descrive un mondo totalmente privo di distinzioni morali tra male e bene, in un periodo storico da cui nessuno esce indenne: chiunque avrà le mani lordate di sangue, e cercherà di rigettare ogni responsabilità, addossandola agli altri. Nessuna verità può venire pronunciata, conta soltanto la Verità Ufficiale. Che, come sempre, copre LA verità vera.

Friedrich Dürrenmatt: ‘Il Torturatore’

Un racconto di uno dei maestri della narrazione metafisica, Friedrich Dürrenmatt. Il Torturatore risale al 1943 e consiste in una sorta di Book of Job al contrario, condensato attraverso una paratassi estrema, che valica perfino la forma delle istruzioni in sceneggiatura, per assestarsi in una terra di mezzo: oggetto narrativo che non è romanzo, non è poesia, non è racconto, non è prosa poetica. Questo spazio in cui si assesta l’oggetto scritto di Dürrenmatt è per me il contemporaneo.A motivo di questa contemporaneità dell’oggetto lo propongo, in senso esemplare, più che paradigmatico, poiché ritengo che oggi il problema della narrazione consista nel raggiungimento di diapason, nell’attivazione dell’oggetto estetico, nella intensificazione di momenti esperienziali. Si tratta di smentire i pareri che, dell’autore elvetico, diedero Saul Bellow e Kurt Vonnegut, riducendo la sua narrazione a narrativan e l’appoggio estetico per intensificare l’oggetto come “idea geniale”. Dicharò infatti Saul Bellow:

“Dürrenmatt scrive drammi e racconti polizieschi “colti”, animati da un’intelligenza sottile. Scrive con eleganza, scrive per tutti, sa essere divertente, ma non tradisce mai il taglio ‘alto’ della sua penna. A volte, come scenario, utilizza l’Impero Romano nel periodo della decadenza. Idea geniale! Potremmo paragonare Dürrenmatt a un avvocato che lavora per i propri clienti con obiettività assoluta, senza mai farsi condizionare dalla loro innocenza o colpevolezza”.

Kurt Vonnegut utilizzò addirittura la “meccanica” come metafora descrittiva:

“Quando si parla di Friedrich Dürrenmatt, va detto innanzitutto che i suoi racconti e suoi romanzi sono orologini svizzeri di valore. Meccanica impeccabile, di quelle che non tradiscono. Immagini che luccicano in acquari ben illuminati, piccole marionette che si agitano in scene di amore avidità follia crimini politica speranza. Le marionette sono, appunto, marionette, quindi fanno quel che dice chi muove i fili. Che tuttavia, detto fra noi, è dotato di uno spirito e di una sensibilità sbalorditivi”.

La traduzione da Dürrenmatt è di Umberto Gandini, per l’edizione Feltrinelli.

***

IL TORTURATORE

di FRIEDRICH DÜRRENMATT

I massi squadrati sono morti. L’aria è come pietra. La terra preme da ogni parte. Acqua fredda stilla dalle fessure. La terra è in suppurazione. L’oscurità incombe. Gli strumenti di tortura sognano. Il fuoco brilla nel sonno. I tormenti aderiscono alle pareti. Lui è rannicchiato nell’angolo. Il suo orecchio spia. Le ore strisciano. Si alza. Su in alto si apre una porta. Il fuoco si sveglia e avvampa rosso. Le tenaglie si muovono. Le corde si tendono. I tormenti lasciano le pareti e si calano su tutti gli oggetti. La camera di tortura comincia a respirare. Passi si avvicinano.
Egli tortura. Le pareti ansimano. I massi urlano. Le lastre di pietra mugolano.
Dalle fessure guarda l’inferno, gli occhi sbarrati. L’aria è piombo rovente. Il fuoco cola sulla carne bianca. I pioli delle scale si piegano. I secondi sono eterni.
E’ di nuovo rannicchiato nell’angolo. Vuoti gli occhi, le mani come ghiaccio. I capelli appiccicati. La camera di tortura è stanca. Il sangue si disperde. I massi squadrati s’irrigidiscono. La nausea scorre attraverso le inferriate. Il silenzio prende alla gola. Il tempo si sveglia. I secondi avanzano a tentoni e le ore si addossano luna sull’altra. Il fuoco lambisce gli ultimi carboni.
La notte giace sulla città. Le stelle sono gialle. La luna è marrone. Le case serpeggiano sul terreno. Percorre una strada ed entra nell’osteria. Le fiaccole ardono nere. La gente fugge. Il vino è sangue vecchio. Qualcuno grida. Una sedia smossa in lontananza. Echeggia stridula un’oscenità. Una donna dalla pelle bianca. Su di lei è poggiata una mano. La porta si apre. Si fa silenzio. Uno straniero gli si siede accanto.
Guarda le mani dello straniero. Sono sottili. Le dita giocano con un bastone. Il pomo d’argento manda bagliori. Il volto è pallido. Abissi gli occhi. Le labbra si aprono. Lo straniero comincia a parlare.
Sei il torturatore. Sei l’ultimo degli uomini. Il più odioso. Posseggo molto oro. Ho moglie e due figli. Ho amici. Un giorno non avrò più niente. Diverrò vecchio. Morirò. Imputridirò. Sarò quello che sei tu. La mia vita è una discesa nel nulla. La tua resta uguale nel nulla. T’invidio. Sei l’uomo più fortunato. Ho assaporato ogni piacere. Ma il mio piacere si è dissolto. E’ rimasta la nausea. Il tuo piacere è inesauribile. E’ eterno. Tu torturi. Sotto le tue mani l’illusione uomo si spezza. Rimane l’animale urlante. Il minimo tuo movimento crea paura infinita. Tu sei l’inizio e la fine. Ti faccio una proposta. Scambiamoci le parti. Avrai mia moglie. Il mio oro. La mia gioventù. Il mio potere. Fammi essere torturatore. Ritroviamoci fra due anni. Non lo dimenticare. Altrimenti rimarremo scambiati per sempre.
Le parole dello straniero gli martellano le orecchie. Cade un bicchiere. Il vino scorre sul tavolo. Schegge di vetro sul pavimento. Guarda il volto dello straniero. E’ bello. Il suo abito è ricco. Bacia le mani sottili. Sente se stesso ridere.
Entrano in una sala. Le ombre volano sulle pareti. Le finestre sono vuote. Pipistrelli pendono dal soffitto. Il pavimento è uno specchio. Il fuoco sacrificale arde azzurro nell’ara. Il fumo sale verticale. Porge le mani allo straniero. La luce si oscura. Le ombre si staccano dalle pareti. L’aria canta. I pipistrelli sul soffitto oscillano come piccole campane. Le finestre ruotano.
L’uomo che vede è il torturatore.
Una gigantesca figura informe. Ascessi aperti. Bagliori d’una smorfia putrida. Un rosso occhio sbarrato. La pupilla è un’ulcera. La bocca sbava. Fugge. Cammina per le strade. Il suo passo si fa più tranquillo. E’ deciso a non tornare mai più. Le mani sottili giocano col bastone. Sorge il sole. Le case s’illuminano. Il cielo è un vasto mare. La gente va al lavoro. Una ragazza gli sorride.
Entra in una casa. Le pareti sono bianche. I cani indietreggiano. I servitori s’inchinano. Bacia i bambini. Viene una donna. E’ tenera. Biondi i capelli. Piccolo il piede. Egli sorride. Lei lo abbraccia. Le accarezza il petto.
La notte riposa. Il giorno è lontano. La stanza respira regolarmente. L’oscurità è calda. Lei giace nuda. La sua pelle è una nuvola.
I giorni cambiano. I mesi si accumulano. Passa un anno.
Le strade sono vuote. Le mani giocano col bastone. L’argento manda bagliori. Il cielo grava sulla terra. Il terreno è bianco. La neve scricchiola. Cammina lungo un viale. C’è un ramo sulla neve. Un bambino strilla. Il ramo è come uno strumento di tortura.
Siede in poltrona. E’ buio. Beve. Il vino è sangue vecchio. L’oscurità penetra strisciando nei pori. Il silenzio è tormentoso. Il fuoco del camino avvampa rosso. Vicino, la bianca parete ha una crepa. Ne stacca a colpi l’intonaco col tacco dello stivale. Emergono massi squadrati. Si alza ed esce. Frusta i cani a morte.
L’ora si avvicina. Dà una festa. La sala è chiassosa. I tavoli si piegano. Le luci guizzano sui volti. Le donne hanno spalle tornite. Gli uomini ridono. Le ombre volano sulle pareti. Echeggia stridula un’oscenità. La bacia. Lei apre il vestito. Il vino scorre sul tavolo. Sangue che si disperde. Si alza di scatto.
Fugge. Corre per le strade. Le case sibilano. Le torri crescono nel cielo rapide come frecce. La strada s’inclina. Le case si addossano. Gli sbarrano la via. Si fa largo e si precipita nella sala. L’ara è spezzata. Le finestre lo fissano. Il pavimento è coperto di pipistrelli morti. Aspetta. Gli tremano le labbra. Il torturatore non viene. Torna indietro, di soppiatto. Il cielo è fredda ardesia.
Pallida la sua casa. La moglie dorme. Giace silenziosa. I suoi capelli sono come oro. Solleva la fiaccola. Il fuoco si riversa sulla carne bianca. Il letto è un banco di tortura. Qualcuno geme. Il sangue è rosso.
Siede. Tace. La luce è abbagliante. Gente passa davanti a una finestra. I giudici parlano. Si alza. I giudici pronunciano alcune parole.
Il corridoio scende sempre di più. E’ stretto. Il pavimento è di pietra. Massi squadrati le pareti.
Si apre una porta. L’ambiente è quadrangolare. Un fuoco gli guizza incontro.
L’aria è umida. Un’ombra si stacca dall’angolo. Dal fuoco si levano tenaglie.
L’ombra si avvicina. Grida. E’ il torturatore.
E’ incatenato al pavimento. La sua bocca urla. Il soffitto di pietra cade.
L’aria ottura i pori. I pesi sono globi terrestri che gemono. La camera di tortura è il mondo. Il mondo è un tormento. Il torturatore è dio. E’ lui che tortura.
Un uomo grida: Perché non sei venuto?
Dio ride: Perché dovrei ridiventare uomo.
Un uomo geme: Perché mi tormenti?
Dio ride: Non ho bisogno di un pretesto.
Un uomo muore.

CATRAME: verifica dei poteri nove anni dopo

catrame.jpgCome annunciato, la nuova edizione del noir Catrame (Piccola Biblioteca Oscar) uscirà il 16 gennaio 2008: nove anni dopo la sua prima edizione. Quel libro fu scritto in omaggio a mio padre, che adorava Simenon e la serie Maigret, letta e riletta più volte. Si trattava di un regalo: un Maigret aggiornato e corretto, da ambientarsi nel quartiere milanese dove abitava. Aggiornare e correggere Maigret significava per me mutuare dalla tradizione americana: non tanto Chandler, che idolatro, poiché il suo sarcasmo e la sua ironia non si attagliavano a mio parere a quella tragedia che ha nome Italia. Piuttosto Hammett e soprattutto Ellroy, da applicare ad alcuni nodi irrisolti dei misteri politici italiani, emblematizzati dal Memoriale dei Memoriali. Milano come sfondo, la politica come cuore nero, il complotto come protocollo narrativo. A distanza di nove anni, verifico alcune persistenze: Milano come sfondo non è da aggiornare, è peggiorata semmai, ma il clima psichico è identico a quello descritto nel noir; il paradigma narrativo del complotto, che mi serviva per inscenare il verisimile e per sfondarlo emblematicamente ha ceduto, è chiacchiera da bar, siamo in un diverso protocollo psichico collettivo e, quindi, narrativo, che potrei indicare come sindrome da stress post-traumatico in attesa che il trauma puntuale arrivi, mentre un trauma più diffusivo e atmosferico sortisce i suoi effetti (il che significa che il complotto non parla più la lingua del verisimile, ma unicamente quella della fiction); e, circa il cuore nero del libro, cioè il suo snodo politico, basterà riportare un passo del romanzo, per osservare se quanto scritto in Catrame regge ancora, se in questo Paese certi nodi si sono sciolti oppure quegli stessi nodi si sono stretti maggiormente. Il passo è tratto da un dialogo che l’ispettore Lopez ha con un suo amico carcerato – un partecipante alla lotta armata:
“… ‘tutti noi’ siamo una questione irrisolta… In questo Paese di merda, i terroristi sono ancora il nodo da sciogliere, la cattiva coscienza di una nazione… Renditi conto che chi ora sta governando è ancora sotto la spada di Damocle della nostra questione irrisolta… Prodi, Ciampi… Se ti leggi il memoriale Pecorelli, sono tutti dentro… Tutta la classe dirigente del Paese… Alla Banca d’Italia, contro il candidato del Pci, la Dc aveva schierato Ciampi… Nesi, che adesso sta in Rifondazione, aveva piazzato il figlio di Ciampi alla BNL, la banca dello scandalo dei fondi neri e delle forniture di armi, con uno stipendio da favola… Li tiene in scacco tutti Cossiga, che faceva il ministro dell’interno ai tempi dell’omicidio di Moro… Altroché tecnocrazia… E noi stiamo schiacciati, in attesa dell’indulto…”