Ritorna in libreria il “Dies Irae”

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Il 6 maggio esce “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori). Il 9 maggio torna in libreria “Dies Irae” (Oscar Mondadori). Era esaurito da anni. Questo è il testo dell’aletta: “Giugno 1981: a Vermicino il piccolo Alfredo Rampi è incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua fine e lo trasformano in un’icona mediatica – Alfredino. L’Italia non lo dimenticherà mai più. È l’alba di una nuova nazione, pronta a varare il suo decennio più patinato e contraddittorio, gli Ottanta. Percossi dalla Storia che stravolgerà l’Italia stessa e il mondo — la P2, la caduta del Muro, Tangentopoli, le guerre di Bush, la crisi — si muovono i protagonisti di questo libro. Paola, in fuga da un trauma indicibile, attraversa il sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam. Monica vive la parabola della buona borghesia, prossima all’estinzione. Lo scrittore Giuseppe Genna tiene a bada gli spettri della sua famiglia e quello di Alfredino, che lo condurranno al centro di un mistero impensabile. Romanzo epico, che porta in scena un teatro umano vastissimo, ‘Dies Irae’ è la narrazione di un terribile trentennio italiano. Una resa dei conti letteraria e civile, che non fa
prigionieri”.

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A fine marzo, da minimum fax la versione 3.0 di ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE

A fine marzo, in tutte le librerie italiane e in alcune estere, viene pubblicato da minimum fax nel decennale della sua uscita Assalto a un tempo devastato e vile, nella sua terza versione, assai ampliata rispetto alla precedente (misura circa il doppio delle pagine rispetto alla precedente, uscita negli Oscar Mondadori e mandata fuori catalogo). Questa la copertina (ingrandibile con un clic), opera di Riccardo Falcinelli. A seguire, sotto, la bandella del libro, a cura di minimum fax.

Assalto a un tempo devastato e vile è il libro cult di Giuseppe Genna, l’opera che dieci anni fa, al momento della sua prima pubblicazione, fece gridare alla nascita di una voce potente e originalissima della letteratura italiana. Oggi questo piccolo classico contemporaneo torna in una nuova edizione riveduta e ampliata. Utilizzando le forme del racconto, del saggio, del reportage, Genna esplora il cuore delle città in cui viviamo e di un paese intero, componendo un vertiginoso mosaico del nostro tempo. Le storie, le parabole, le analisi, gli ammonimenti che Genna mise su carta sul finire degli anni Novanta oggi suonano paurosamente profetici. La degradazione delle periferie, l’impoverimento economico, il crollo della solidarietà e delle regole di convivenza, e soprattutto la desertificazione etica e spirituale di un intero popolo visti dalla lente deformante di una Milano fredda e inumana sono pugni nello stomaco difficilmente dimenticabili. Ma anche i racconti autobiografici, le riflessioni sulla letteratura, sulla religione, sui più scottanti temi politici e sociali, fanno di Assalto una bussola e un compagno di viaggio per tempi sempre più incerti.

Esce la nuova edizione di NON TOCCARE LA PELLE DEL DRAGO

E’ arrivata ieri la copia staffetta della nuova edizione Oscar Mondadori (collana PBO) di Non toccare la pelle del drago (che in origine si doveva intitolare Gotha), terza stazione del calvario investigativo dell’ispettore Guido Lopez, qui in alternanza e opposizione all’agente CIA che si chiama (certe combinazioni della e sulla fiction…) James Cameron.
La copertina è finalmente rinnovata, per la volontà dell’attuale direttore degli Oscar, Luigi Sponzilli, uno degli editor che maggiormente stimo e che ringrazio davvero per il salto estetico che ha fatto compiere al libro.
Qui di seguito, un brano dal romanzo – la scena per me centrale, priva di qualunque spoiler -, per celebrare la ripubblicazione a sette anni dalla prima uscita.

* * *

GOTHA
[da Non toccare la pelle del drago]

Il Cinese – Principato di Monaco, 8 settembre 2002, 22:35

Lui è nel Gotha.
Sta assaporando questo: essere nel Gotha.
Lui è il Padrone di tutto questo.
E’ qui per fare una cosa – anzi: molte cose. E’ al di là del male e del bene, perché è qui soltanto per fare questa cosa e nel Gotha non esiste né il male né il bene. Chi giudica il Gotha?
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Hitler negli Oscar Mondadori

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E’ in tutte le librerie, al prezzo di euro 11, l’edizione economica Oscar Mondadori del romanzo Hitler. A corredo, il che mi fa molto piacere, è uno strillo in quarta di copertina, firmato da Franco Cordelli sul Corriere della Sera, che ringrazio:

“Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria”.

I materiali sul romanzo Hitler sono reperibili qui.
Faccio seguire il bellissimo intervento che Stefania Ricchiuto ha pubblicato su Cool Club.
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Edgar Allan Poe dal Gordon Pym: “Cannibalismo”

di EDGAR ALLAN POE

poegpextract[da Le Avventure di Gordon Pym, Oscar Mondadori, traduzione di Elio Vittorini]

Già da diverso tempo ero convinto che tosto o tardi saremmo stati costretti a ricorrere a questa tragica soluzione e segretamente avevo deciso in cuor mio di patire mille morti piuttosto che assoggettarmi a un così barbaro rimedio. Né la mia decisione era stata in alcun modo indebolita dalla terribile fame che mi tormentava.

Poiché Peters e Augustus non avevano inteso la proposta di Parker presi quest’ultimo in disparte e, pregando mentalmente Iddio di concedermi la forza di dissuaderlo dal suo spaventevole proposito, discussi a lungo con lui, scongiurandolo in ogni modo, implorandolo in nome di quanto aveva di più sacro, esortandolo con tutti gli argomenti suggeriti dall’estremità del caso a desistere dalla sua idea senza più farne cenno coi compagni.
Ascoltò tutto ciò che gli dissi senza tentar di ribattere, e già incominciavo a sperare di averlo persuaso; ma non appena ebbi concluso mi rispose che si rendeva perfettamente conto della verità delle mie argomentazioni, e che il dover ricorrere a un mezzo tanto drastico era l’alternativa più orrenda che mente d’uomo potesse contemplare.
Ma ormai aveva resistito al di là di ogni limite terreno; era inutile che tutti perissimo allorché la morte di uno solo poteva quasi sicuramente salvare i superstiti. Soggiunse quindi che mi risparmiassi la fatica d’insistere, che tanto egli aveva preso la propria decisione ancor prima che avvistassimo il veliero; solo il vederlo sopraggiungere gli aveva impedito di manifestare prima il suo proposito.
Tornai a pregarlo che se proprio non voleva a nessun costo rinunciarvi, attendesse almeno un giorno ancora, nella speranza che sopraggiungesse un’altra nave; e tornai a esporgli tutti quei ragionamenti che mi parevano più atti a esercitare qualche influenza sulla sua natura d’uomo rozzo. Per tutta risposta mi disse che aveva parlato solo quando proprio aveva capito di non farcela più; che non poteva seguitare a sopravvivere senza cibo di sorta e che pertanto se avesse atteso un altro giorno sarebbe stato troppo tardi, per quel che lo riguardava almeno.
Rendendomi conto che non potevo smuoverlo con le buone assunsi a questo punto un tono diverso e gli ricordai come io avessi sofferto meno di tutti dei mali che ci erano capitati; pertanto in quel momento le mie energie erano migliori delle sue e di quelle di Peters e di Augustus; perciò ero in grado di usare la violenza pur di imporre la mia volontà, qualora fosse stato necessario; se dunque si fosse ostinato a comunicare agli altri le sue intenzioni cannibalesche non avrei esitato a scaraventarlo in mare. Non appena ebbi proferito queste parole mi si avventò alla gola, ed estraendo un coltello si provò più volte, ma invano, di colpirmi allo stomaco, gesto forsennato che solo la debolezza estrema in cui si trovava gli impedì di portare ad effetto. Dal canto mio, in un impeto irresistibile di collera lo spinsi verso la murata con la ferma intenzione di buttarlo in mare. Fu salvato all’ultimo istante dall’intervento di Peters che sopraggiunse lesto a separarci, chiedendoci il motivo della nostra lite, motivo che Parker si affrettò a rivelargli prima ch’io avessi il tempo d’impedirglielo.
L’effetto prodotto dalle sue parole fu ancora più spaventoso di quanto io avessi preveduto. Sia Augustus che Peters, i quali a quanto pare da tempo covavano lo stesso orrendo proposito espresso da Parker per primo, si unirono tosto a lui, insistendo che fosse subito attuato. lo avevo sperato che a uno almeno di loro due sarebbe rimasta sufficiente forza d’animo per schierarsi dalla mia nell’opporsi all’esecuzione di un disegno tanto mostruoso, perché ero certo che con l’aiuto o dell’uno o dell’altro avrei saputo impedirne il compimento. Deluso in questa speranza mi era indispensabile badare alla mia incolumità, perché un’ulteriore resistenza da parte mia sarebbe stata sicuramente ritenuta da quegli uomini ridotti al colmo dell’esasperazione una scusa per rifiutarmi di recitare la mia parte nella tragedia che tra poco si sarebbe svolta.
Dissi dunque che acconsentivo volentieri alla proposta; solo chiedevo circa un’ora di tempo per permettere alla foschia che ci si era addensata intorno di diradarsi, caso mai fosse nuovamente apparso il veliero che avevamo scorto poco prima. A stento ottenni dai miei compagni il breve differimento richiesto. Come avevo previsto {si stava rapidamente levando una forte brezza) la nebbia si dileguò entro l’ora, ma, non scorgendo alcuna nave, ci preparammo a tirare a sorte.
È con la più grande riluttanza che mi accingo a descrivere l’orrenda scena che seguì; scena che nei suoi più minuti particolari nessun avvenimento successivo ha più potuto cancellare sia pure debolmente dalla mia memoria e il cui ricordo terribile amareggerà per sempre ogni istante della mia vita. Mi sia concesso di sorvolare su questa parte del racconto con tutta la rapidità consentita dalla natura degli avvenimenti di cui dovrò parlare. Il solo mezzo per mettere in atto l’abominevole partita a dadi, nella quale ognuno di noi doveva decidere della propria sorte, non poteva essere che il sistema delle pagliuzze. Servirono a questo scopo alcune piccole schegge di legno e fu convenuto che sarei stato io a tenerle. Mi ritirai a un’estremità della nave, mentre i miei disgraziati compagni si mettevano in silenzio dall’altra dandomi di spalle. Il momento più spaventoso da me passato nel corso di questo dramma orribile fu mentre ero così occupato a disporre le sorti. Sono poche le situazioni in cui un uomo non senta un profondo desiderio di conservazione, desiderio che tanto più cresce quanto più fragile è il filo che lo tiene legato alla vita.
Ma ora che l’orrore truce, irrevocabile, muto della bisogna nella quale ero impegnato {tanto diversa dai tumultuosi pericoli della tempesta o dal graduale, lento approssimarsi dello spettro della fame) mi consentiva di riflettere sulla scarsissima probabilità che avevo di sfuggire alla i più spaventosa delle morti {in quanto morte per la più bassa delle necessità), ogni particella di quell’energia che per tanto tempo mi aveva sorretto si dileguò come volano via leggere le piume dinanzi al vento, lasciandomi preda imbelle del più abietto, del più miserevole terrore. A tutta prima non fui neppure in grado di spezzare e mettere insieme le minuscole schegge, che le dita si rifiutavano nel modo più assoluto di ubbidirmi, mentre un tremito violentissimo mi scuoteva le ginocchia. Immaginai mille inattuabili espedienti per sottrarmi a quel gioco orrendo. Mi vedevo cadere in ginocchio davanti ai compagni, supplicandoli di risparmiarmi, oppure nell’atto di balzar loro addosso e ucciderne uno, rendendo così inutile l’estrazione a sorte… insomma, mi si affacciarono alla mente le idee più pazze, pur di non portare a termine il compito che mi era stato assegnato. Finalmente, dopo essermi perduto per un pezzo in siffatti vaneggiamenti da mentecatto, fui richiamato alla realtà dalla voce di Parker che mi spronava a toglierli al più presto dalla terribile angoscia che li divorava. Ma neppure allora seppi decidermi a metter subito insieme le schegge, seguitando invece ad arzigogolare ogni sorta di stratagemmi per indurre uno dei miei compagni d’agonia a estrarre la pagliuzza più corta, poiché era stato convenuto che sarebbe stato sacrificato per la salvezza degli altri tre quello di noi che avesse estratto dalla mia mano la più piccola delle quattro schegge. Prima di condannarmi per questa apparente mancanza di umanità bisognerebbe essersi trovati in una situazione analoga alla mia.
Alla fine non mi fu più possibile tergiversare e col cuore che quasi mi scoppiava nel petto avanzai verso il castello di prua dove attendevano i miei compagni. Tesi la mano; Peters tirò per primo, e fu libero… La sua almeno non era la più corta, cosicché ora le mie probabilità di salvezza diminuivano. Raccolsi tutto il poco coraggio che mi restava e passai le Sorti ad Augustus. Anch’egli tirò senza esitare, e anch’egli si trovò libero; adesso, ch’io vivessi o morissi le probabilità erano esattamente pari. In quell’istante m’invase il petto tutta la furia sanguinaria di una tigre e sentii per Parker, povero essere umano come me, l’odio più intenso, più ferocemente diabolico. Fu però un sentimento di breve durata; poi, con un fremito convulso, chiudendo gli occhi, gli porsi le ultime due schegge rimaste. Passarono almeno cinque minuti prima ch’egli si decidesse a tirare, e in quella pausa d’inenarrabile incertezza stetti sempre così, a occhi chiusi. Alla fine mi sentii rapidamente strappare di mano una scheggia. Dunque la sorte era stata tratta, ma ancora non sapevo se pro o contro di me. Nessuno parlava, ne io osavo guardare il pezzetto di legno che mi era rimasto in mano. Alla fine Peters mi toccò un braccio, costringendomi ad aprire gli occhi. Immediatamente compresi dall’espressione di Parker che io ero salvo e lui condannato. Anelante, caddi sul ponte privo di sensi.
Rinvenni giusto in tempo per assistere al consumarsi della tragedia proprio col sacrificio di colui che ne era stato l’artefice principale. Non oppose alcuna resistenza e pugnalato alla schiena da Peters cadde morto sul colpo. Preferisco non indugiare sull’orribile pasto che subito seguì. Vi sono cose che si possono immaginare ma che le parole non hanno l’efficacia di esprimere, non riuscendo a rendere adeguatamente l’orrore indicibile della realtà. Dirò solo che dopo aver placato un poco la rabbiosa sete che ci divorava col sangue della vittima e averle di comune accordo mozzato le mani, i piedi e il capo che gettammo insieme alle viscere in mare, divorammo il resto del corpo pezzo per pezzo durante i quattro incancellabili giorni di quel terribile mese, e precisamente il diciassette, il diciotto, il diciannove e il venti.

Le Lezioni di tenebra che hanno messo in moto il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgA quando risale l’idea di comporre un impossibile romanzo (ma una possibile narrazione) di cui la non-persona Hitler fosse il centro? Risale a dieci anni orsono, alla lettura di uno dei testi a mia detta più importanti della narrativa italiana contemporanea – Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Il motore è stato quello, è lì che mi è stato messo davanti agli occhi, da Janeczek, un possibile modello di rappresentazione che esulasse dall’estetica e dalla finzione inventiva, per dare corpo narrativo a ciò che non è possibile inventare, che non è possibile riguardare come romanzesco o prosastico, nel senso in cui “la prosa del mondo” è inefficace ad avvicinare il buco nero della Shoah. Sono debitore a Janeczek di dieci anni di meditazione e di ossessione creativa, tenuti a bada attraverso studi e riflessioni su come guardare in faccia letterariamente Hitler. Dal punto di vista della storia e della sociologia della letteratura, Janeczek aprì nel 1997 la possibilità di percorrere una strada che, dieci anni dopo, emerge prepotente e permette di raccontare esulando la radiazione della leggibilità lineare, e cioè della vendibilità di un’opera premasticata da un movimento di autocensura a favore di ciò che non è difficile. Il suo protocollo di rappresentazione è evidentemente, al tempo stesso, un apparente realismo che viene in realtà sfondato. janeczekin.jpgL'”io” autobiografico è talmente psicologizzato da risultare svuotato, esanime, non giudicante. Lezioni di tenebra narra del viaggio che la scrittrice (nella foto a destra) e sua madre, che fu lì deportata, ad Auschwitz – laddove viene rappresentata la scena più impossibile da rappresentare della nostra narrativa contemporanea – l’urlo cieco della madre che consente la condivisione, restaura l’empatia, ricuce la ferita tra umano e umano, risponde all’antimito Hitler annullandolo, arriva infine a permettere il rapporto tra madre e figlia, erede di un orrore che non ha vissuto in prima persona.
Sfortunatamente, o meglio sciaguratamente, Lezioni di tenebra non è più nel catalogo Mondadori. Si spera che si rimedi presto a questa clamorosa svista.
Pubblico di seguito due pezzi sul romanzo di Janeczek, che proprio a dieci anni fa risalgono e che erano già stati ripresi su i Miserabili: una mia recensione e un articolo da L’indice dei Libri.

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