Esce la nuova edizione di NON TOCCARE LA PELLE DEL DRAGO

E’ arrivata ieri la copia staffetta della nuova edizione Oscar Mondadori (collana PBO) di Non toccare la pelle del drago (che in origine si doveva intitolare Gotha), terza stazione del calvario investigativo dell’ispettore Guido Lopez, qui in alternanza e opposizione all’agente CIA che si chiama (certe combinazioni della e sulla fiction…) James Cameron.
La copertina è finalmente rinnovata, per la volontà dell’attuale direttore degli Oscar, Luigi Sponzilli, uno degli editor che maggiormente stimo e che ringrazio davvero per il salto estetico che ha fatto compiere al libro.
Qui di seguito, un brano dal romanzo – la scena per me centrale, priva di qualunque spoiler -, per celebrare la ripubblicazione a sette anni dalla prima uscita.

* * *

GOTHA
[da Non toccare la pelle del drago]

Il Cinese – Principato di Monaco, 8 settembre 2002, 22:35

Lui è nel Gotha.
Sta assaporando questo: essere nel Gotha.
Lui è il Padrone di tutto questo.
E’ qui per fare una cosa – anzi: molte cose. E’ al di là del male e del bene, perché è qui soltanto per fare questa cosa e nel Gotha non esiste né il male né il bene. Chi giudica il Gotha?
E’ nel Gotha, non c’è dubbio. Non soltanto è nel Gotha ora. Lui è nel Gotha di domani. Questi idioti miliardari, bulimizzati, botulinizzati, con l’amimismo facciale dovuto agli interventi antirughe, e i loro fard costosi, e le amanti sinuose e stellari nascoste in lenzuola di raso dentro magioni semisegrete, che stringono le mani ai Principi d’Occidente, e trafficano dove possono – questi non faranno più parte del Gotha. Domani sarà un altro Gotha e loro non riusciranno a vedere domani. Loro non riescono a vedere.
Lui è il padrone di tutto questo locale, il China Down, e non soltanto. Il Gotha si copre. Adesso sta consumando il suo pasto. Il Gotha è vorace.
Attende le portate nella sala circolare sotto il pavimento a Tao del China Down. Nessuno lo vede, nessuno sa che è lì. Il Gotha è invisibile. E’ seduto a un tavolo circolare, al centro perfetto della sala. Se punta lo sguardo al soffitto, ciò che vede è tutto il suo locale, poiché la pavimentazione del China Down è uno specchio americano: lui vede gli altri, gli altri non lo vedono.
Si concede, una volta alla settimana, il pasto più prelibato. Il maître che gli serve le portate è stato scelto da lui in persona ed è sempre un negroide efebico, miracolosamente aggraziato. Il Gotha ha gusti ambigui e complicati. Le portate sono state scelte da lui in persona e sono le bevande e le vivande più ricche che si riescano a reperire su questo pianeta. Sembra falso, ma è vero. Il Gotha rovescia i parametri, il falso sembra vero e viceversa, è al di là del bene e del male, è al di là del vero e del falso, si lava nell’oro e nel sangue, si ciba di carne assoluta, imprevedibile, ambigua.
In questo preciso istante, lui è nel Gotha anche perché è l’uomo più ricco che calchi il suolo europeo.
Non è europeo. E’ cinese. E’ il cinese.
Il lavacro del potere non lo ha incrinato, bensì reso liscio e perfetto, ha lavorato sulle scalfiture del tempo, del vizio e delle occasioni sprecate. Non ha sprecato alcuna occasione, in realtà. E’ partito da una baracca instabile e diroccata nella campagna dello Hunan e ora è qui, nel centro perfetto del mondo, nel gorgo dei misteri più sottili e delle seduzioni più enfatiche. E’ partito da risaie infestate di zanzare e coleotteri in cerca di sangue ed è arrivato nell’Europa, nel Principato, infestati da una popolazione senza sangue, infestata a sua volta.
Lui sa: noi, i cinesi, siamo stormi di cavallette bibliche. Noi, l’Europa, ce la mangiamo. Ed è un magro pasto, perché l’Europa non esiste.
Si è specializzato nelle logge che governano i “rubinetti” – così li chiamano nello Yunnan: i rubinetti che aprono il flusso di clandestini verso il mondo, l’immane allagamento di umanità, l’immane colonizzazione al contrario, che gli idioti occidentali fanno finta di non vedere, poiché lo sguardo vede ciò che desidera e ciò che non è desiderato si obnubila nel liquore dell’occhio, a lato, sullo sfondo.
Noi vi abbiamo già presi. Siete gli assediati.
Lui ha trattato “maialini” e ora si ciba di Maiale della Patagonia (farcito di zenzero e di zafferano – la spezia più ricca del mondo, che in alcuni mercati è utilizzata come parametro principale dell’economia, al posto dell’oro). I maialini sono, nel gergo cinese, i clandestini. Per anni ha bevuto il potente maotai nelle stive delle navi cargo che trasportavano maialini, e ora si sta bevendo l’Europa.
Gli irregolari vengono chiamati “le ombre”.
Sono i disperati.
Sono le spie di domani.
Lui è il Gotha di domani. E si sta comprando mezza Europa.
Ha vissuto per anni in Meiguo: lo Splendido Paese, il nome dispregiativo che il Popolo del Cielo conferisce all’America. Ha lavorato a Chicago. La famiglia Rockefeller ha ampi contatti con il Partito. La Cina doveva somme ingenti in oro ai Rockefeller. Ha sostituito l’oro con l’eroina, una spezia che sul mercato costa infinitamente meno dello zafferano, ma rende di più. Lui, il Cinese, ha lavorato allo hub di Chicago, che il presidente Clinton, quello con la capigliatura fonata e la pelle arrossata dalla gotta, ha eletto a spazio di mezzo per gli affari sporchi tra Cina e Stati Uniti. Lui era il responsabile per la Cina di questi affari.
I contatti l’hanno sollevato di peso. E’ stata un’ascesa. E’ stata un’ascesi. E’ stata un’atletica vertiginosa, un prodigio dell’intelligenza e della guerra muta, fatta d’ombre, praticata per la superficie scabra e abissale di questo pianeta a nido d’ape.
Da Chicago ad Amsterdam al Principato.
Lui è il ragno e stende la sua tela nel nido di talpa dell’Europa.

Arriva la carne fresca.
Se si potesse osservare dal pavimento a Tao del China Down, questa sarebbe la scena che si svolge sotto i piedi, nel salone circolare dove il ragno cinese attende il pasto: ecco il Cinese, pallido come cera, gli occhi ridotti a fessure oscure, le mani gelidamente appoggiate al trinato di Utrecht della tovaglia, la pelle lucida e tirata, i capelli lucidi e neri impomatati eccessivamente, vestito di nero, seduto, che attende; ecco il maître, un flessuoso giunco negro ed efebo, vestito di bianco, i capelli lucidi e bluastri liscissimi grazie al trattamento che il padrone di tutto questo impone ai dipendenti; tra i due, ecco il tavolo circolare e vasto, nel vuoto del salone circolare e vasto; il maître negro si china, osservate l’inarcatura della sua schiena bianca, la costola inamidata della spina dorsale che si flette, i riflessi azzurrini del tessuto della livrea bianchissima; osservate il potere; osservate le mani del negro che reggono stentoree una pesante confezione bombata di metallo, satinata, su cui appaiono statici e offuscati i riverberi della luce diffusa nel salone; osservate la cura con cui la portata viene depositata sulla tavola, scoperchiata con cautela, e diffonde in volute cobalto il suo fumo di prelibatezza esclusiva.
Osservate: quella che vedete ora alla luce, sul piatto satinato, è la carne più costosa del mondo.
E’ il manzo di Kobe.
Cresce in Giappone. Un’altra razza cadaverica a cui il Cinese fa visita spesso. Disprezza i giapponesi: sono europei con gli occhi a mandorla. Lui li ignora, si reca direttamente a Kobe, per approvigionarsi di carne fresca: la pregiatissima carne fresca del manzo di Kobe, una rarità muscolare, miocardica, gastronomica. Lui ha voluto assistere al processo di lavorazione. Esponeva il suo volto plastico e anonimo ai lucori e ai suoni del raffinato processo con cui si alleva, si tratta, si sacrifica e si taglia l’animale di Kobe. Ha visto i vitellini scorrazzare liberi in prati naturali creati artificialmente: prati all’inglese in Giappone, sotto cupole irradiate da fari che raggiungono l’intensità del sole senza proiettare ultravioletti sopra frequenze di rischio. Ovunque, Mozart: nell’aria rarefatta ed elvetica degli immensi pascoli inglesi al coperto, i morbidi vitellini pendolano al trotto, mentre le sonatine viennesi imprimono una ritmica dolce alle loro fibre. E per diciotto mesi è così: si nutrono di erba dolce e granulosa, di avene dolci selezionate in Ucraina, e corrono e dormono liberi al coperto e anche mentre dormono la mnemotecnica mozartiana addolcisce i loro padiglioni. Le carcasse crescono. Si nutrono. Le cartilagini crocchiano ricche. Ed ecco, allo scatto del diciottesimo mese, che il piccolo manzo inizia a non toccare più terra e non muoverà mai più un passo: viene innalzato da cinghie di cuoio calate dall’alto in uno stabilimento collaterale, inondato da aromi derivati dalle tecniche talassoterapiche. Le cinghie vengono legate sotto il suo ventre. L’argano meccanico lavora, solleva il piccolo manzo dal terreno. Il piccolo manzo è disorientato, è un muggito dolce che eleva nello spazio azzurrino bromoiodico. Per mesi sarà nutrito sollevato dal terreno. Tre volte al giorno, a orari precisi, gli addetti giapponesi lo massaggiano con la birra. La birra schiuma sulle zampe, sulle cosce, sul ventre molle, sul collo, come un sudore di luppolo frizzante, sulla carne dolce. Questo ottiene l’effetto cosiddetto di “marmorizzazione” della carne di Kobe: il grasso non si deposita, la birra penetra sottocute, scioglie il grasso, spinge i lipidi verso le miofibrille che si tendono nei muscoli, il grasso vena infinitesimale le polpe e la carne si dice “marmorizzata alla Kobe”. Tremila dollari al chilo, escluso il taglio. A un dato momento, arriva l’esecutore. E’ una procedura simile a quella kasher degli ebrei. Arriva con lame di ceramica bianca affilata, indistruttibile, i coltelli di ceramica che il metal detector non individua, che i kamikaze arabi hanno accolto quale suggerimento per eseguire l’attentato delle Torri. L’esecutore esegue, taglia secondo tre precise paraboliche e una linea retta profonda. Le giugulari fiottano ritmicamente. Il muggito non è un muggito: è una parola quasi umana, uno stridio prelinguistico, pura disperazione neonatale. Il Cinese ha assistito a tutto questo, ha pagato in contanti trentamila dollari.
Ecco la carne. Marmorizzata. Si scioglie tra il palato e le papille più ruvide. Il sentore di grasso grigliato e diffuso penetra nelle cavità, nei seni paranasali, il sistema nervoso risponde.

Gli occidentali puzzano. Sanno di cadavere. La loro pelle dolciastra irrita le cellule olfattive degli altri popoli. Sono fiori secchi e mielati, pasta bianca andata a male, una nausea lugubre e funeraria.
Guardali nudi, guardale nude: è come spalancare un cadavere.
Lui non pratica amore, da quando si fotte corpi nudi occidentali: per lui è il punto più prossimo alla necrofilia.
Puzzano, il loro sudore sa non di salmastro, bensì di caramello scaduto, il marcio del vegetale di palude.
Guardali nel buio: sono spettri.
Sagome fosforescenti, della consistenza dell’anima andata male, ombre bianche inconsapevoli e timorose, corpi che non tollerano la nudità, e tremano. Lui, quando li fotte, scatena le loro paure. Hanno paura di morire e sono già morti. Lui li apre, come si apre lo sterno del coniglio, col divaricatore. Lui corteggia le loro funzioni vitali di base: blocca il loro respiro, indaga la cavità anale fino all’intestino tenue, fa stillare il sangue da venature precise dell’apparato circolatorio, una volta addirittura ha modificato la masticazione di un’occidentale.
Qui per lui è un immenso, sterminato supermercato di trecentocinquantamilioni di prodotti.
Ma guardali come girano per strada, osserva la loro mimica artificiale, che non esiste.
Si è fatto inviare dal Chicago Hospital le videocassette delle operazioni di siringatura al botulino. Le vecchie e i vecchi e talvolta i giovani occidentali subiscono la rozzezza, non riescono a scavalcare il tempo ignorandolo, gli danno realtà, lo temono, è il loro cattivo imperatore e loro stentano a curvare in suo onore la schiena slogata: allora si operano. Si operano col botulino, la tecnica di grido, la page degli anni Novanta americani, sbarcata in Europa come una moda vestibolare e poi sempre più universale. Il botulino: siringato sottopelle, permette l’abolizione delle rughe, ma si insinua nei tessuti muscolari e li paralizza. Microparalisi muscolari significa: assenza d’espressione. I muscoli facciali non si tendono, non c’è più gioco, la mimica si marmorizza. Marmorizzati senza Mozart e lontano da Kobe. Lui si diverte, sorride nel buio davanti al maxischermo, vede i risultati proiettati grazie alle cassette del Chicago Hospital. Le vecchie avvizzite riescono dall’operazione plastificate: non una ruga, una lucidità da cera di pavimento, spalmata sulle gote, sulle mascelle, sulle labbra. Tutte, la medesima espressione: bambole di carne e pezza.
Una gente che esaurisce i sogni. Anche i sogni, a un certo punto, ne hanno abbastanza dei sogni. Ora i sogni ne hanno abbastanza degli occidentali.
Lui è nel cuore d’Europa a compiere quest’opera, a portare questo messaggio.
Dice la Scrittura: il primo uomo fu cinese.
Dice la Profezia: anche l’ultimo uomo sarà cinese.

Si fa portare la Bevanda.
E’ la bevanda più cara del pianeta.
E’ un miracolo liquido. E’ la fonte eterna, che stilla finché il pianeta non è morto, disossato, creosotizzato, come Marte.
I cinesi credono che l’umanità fosse marziana: dal pianeta rosso, per evitare il collasso, si trasferì sul pianeta azzurro, dimenticando l’antica tecnologia avanzata e non scordando la sapienza che sempre spinge chi appare nell’universo.
Dal pianeta rosso alla Repubblica rossa.
La Bevanda viene riversata in un’ampolla larga, semicubica, dagli spigoli addolciti e carezzevoli. E’ la bevanda più costosa dell’universo vivente, il liquore biologico e sovrannaturale, la manna che ionizza e rigenera.
E’ l’acqua.
Quale acqua?
Quella delle origini. Quest’acqua che il Cinese sta per assaggiare e sorseggiare risale a tempi immemorabili, precedenti al Paleolitico. Quest’acqua esisteva quando l’uomo non esisteva o esisteva a prezzo di penurie fuori da ogni lignaggio.
Quest’acqua ha un’età che si aggira intorno agli ottocentomila anni.
Costa cinquemila euro circa a bicchiere.
Proviene da una profondità di circa tremilacinquecento metri sotto la superficie di un enorme iceberg in Artide. E’ stata prelevata con un’operazione di carotaggio scientifico. Ne sono state ricavate cinque bottiglie deluxe – il resto dell’acqua serve alla scienza, ma questa serve al Gotha: al suo palato cavernoso, costolare, illuminato a giorno da un lucore costante, abbagliante.
Lui, il Cinese, si è mosso in prima persona per ottenere una delle cinque bottiglie. Ha assistito al carotaggio. In pieno Artide, presso una base francoitaliana denominata Dome Concordia. E’ stato ospitato a caro prezzo: caro per chi offriva ospitalità, poiché il Gotha supera ogni parametro di mercato. Il denaro è energia, il Gotha è un inesauribile sole che irradia e riassorbe quest’energia. Il denaro è un serpente immateriale, fluttuante nell’alto, che si snoda ricco di filamenti luminosi e appendici periferiche, tutti convergenti nel corpo centrale dell’immenso rettile al di là del tempo, un drago cinese immenso che soltanto viste sottili permettono di osservare, che vive di segrete leggi proprie, della stessa natura dello spirito e della coscienza, che si esprime in grammatiche arcane perché eterne, simbolico, potente, capace di conferire il bacio cattivo, il cui tocco urticante inizia a una vita seconda e nuova, una vita al di là della vita. Il serpente lumescente del denaro solca i cieli, fatti di fuoco, esso stesso della materia stessa del fuoco. E’ il messia del Gotha.
Noi siamo gli dèi. Noi beviamo l’acqua degli dèi, che costa cinquemila dollari a bicchiere.
Il Cinese non ha faticato ad adattarsi agli spazi stretti della base Dome Concordia. L’Artide non esiste: è un polo magnetico, fatto di ghiacci energetici, non sostenuto da alcun continente, a differenza del polo a nord. E’ l’immateriale che si condensa nel materiale. Provoca gravitazione e influisce sul regime delle leggi fisiche: ma non esiste. Sono titani di ghiaccio in micromovimento stellare, asteroidi orizzontali a galla in un’acqua presalina.
Questo è l’Artide. L’Artide è cieco, in quanto non esiste, e vede tutto, in quanto è cieco: soltanto i ciechi profetizzano. E l’Artide profetizza. Cosa? L’inizio dei tempi e la loro fine ultima. Per questo il Cinese ha voluto presenziare al carotaggio in Antartide: si estraeva l’acqua più antica del pianeta, per studiare i climi di ere preumane, si perforava fino a tre chilometri e mezzo sotto la superficie, il record di apnea di un carotaggio.
I francesi e gli italiani della base, come astronauti imbottiti di lane di vetro sotto tute di carta antigelo, con caschi protettivi schermati, hanno sistemato l’incredibile trivella flessuosa. Avevano impiegato mesi a individuare il pozzetto di scavo. Mesi prima, i russi erano scesi a tremilaquattrocento metri, ma avevano estratto ghiaccio risalente a cinquecentomila anni prima. Gli italiani e i francesi avevano calcolato tutto con sonde che rilevavano i magnetismi segreti di una terra fatta d’acqua solidificata. In superficie, -52°; a tremilacinquecento metri, -7°. La pressione scalda. Immense placche che spingono, pressano e sfregano orizzontalmente, a quella profondità, sfiorano il punto di fusione. E’ la legge universale: se si cala nel profondo, ci si scioglie. Di qui, immense difficoltà: il ghiaccio rischia di contaminarsi, è vicino alla soglia di rottura, diventa acqua, sfugge al carotaggio, tutto si complica. I francesi e gli italiani hanno azionato la macchina. L’immane stridio ha percorso la banchisa abbacinante, deserta. Un nitrito extraumano, meccanico: iniziava la perforazione. Il trivello lavora. Perforare il pianeta: questo gesto sacro, incestuoso, fondamentale. Perfora la madre. Il trivello si aziona. Schianto che imbarazza. Qui si perfora non la carne fresca e nemmeno la carne morta: qui si perfora la carne eterna.
Scendendo per gli strati, si attraversa la storia.
La geologia è una mistica.
Attenzione alle epoche: prima bisogna estrarre gli strati superficiali. E’ una corsa contro il tempo, in senso letterale: nei primi centimetri, la morte di Kennedy, la nascita di Mao, la Guerra dell’Oppio, la fondazione della Compagnia delle Indie, la penultima dinastia – questo è il primo strato, si estrae, lo si conserva per parametrare il resto del carotaggio. Secondo strato, accelerazione della corsa contro il tempo: la Magna Charta, Cristo, giù nel profondo fino alla nascita di Platone, verso le Scritture. I francesi e gli italiani avevano estratto la storia umana – adesso rompevano il muro della storia. Terzo strato: la temperatura si era innalzata bruscamente, a causa dell’incredibile profondità. La trivella calava meno rumorosa, c’era meno resistenza. Se si avanza in profondità, crollano le resistenze. Giù, verso il nucleo di uranio, attraverso strati di spazio che conservano la memoria delle ere, pleistoceniche, sempre più vicini a ciò che viene conservato sotto il manto terrestre, gli strati subterranei del SiMa e del SiAl, sfiorando il magma primordiale, il cuore tenero e caldissimo e bianco del pianeta. A tremilatrecento metri di profondità, la tensione del gruppo di scavo era alle stelle. Il Cinese, gli occhialini antiradiazioni, sfidava con lo sguardo la tabula rasa e bianchissima dei ghiacci sterminati all’orizzonte. Poi, di colpo, aveva cercato di sondare il pozzo di scavo, quel buco in cui era annidata la storia: tutta la storia.
E ce l’avevano fatta.
Era uscito come un diamante perfetto, custode di microrganismi primari e benedetti, a forma di boccia luminosa, la gemma iridata del ghiaccio più antico mai estratto – ora studiabile.
Ora bevibile.
Il Cinese, prima di sborsare le decine di migliaia di dollari per la bottiglia, aveva assistito alla fusione a freddo della boccia di ghiaccio più antico, immemorabile, preterintenzionale. Lo avevano distillato goccia a goccio nella bottiglia sterile, blu corvino. Il Cinese aveva visto: cinque bottiglie in tutto. Ne aveva acquistate due.
E ora stava per sorseggiarla, sotto il pavimento del China Down, e la vedeva giungere, la storia in forma liquida, trasportata con perfezione e cautela dall’efebo negro, conservata nel microfreezer che la manteneva ai perfetti zero gradi.
Versò.
E ne bevve.

Quanti idioti.
Scrutò il soffitto. Attraverso il soffitto osservò innalzarsi a pinnacolo il suo locale. Sopra di lui, ignorandolo, festeggiavano. Si godevano gli show. Applaudivano le performance degli acrobati cinesi.
Erano miliardi di dollari stipati in pancreas che si nutrivano ai suoi tavoli.
Lui governava tutto questo dal basso, non visibile se non a chi desiderava essere visibile. Il Gotha è ambiguo, coperto: illumina il mondo come un sole palese e segreto.
Chi sono i cinesi? Essi sono gli ultimi. E i primi.
Il cinese è l’uomo quintessenziale, arcadico, aureo, eterico. Egli è l’universo compresso in forma umana. Egli si annuncia: è egli stesso il regno degli dèi.
Questi idioti precarcinomatosi, che corrono verso la fine adorni di lustrini e meccanismi brillanti, questi occidentali: pance voraci.
Arriveranno a cibarsi delle loro carni morte, dolciastre, bollite, gli uni a cibarsi degli altri. Anzi, ci sono già arrivati.
Il Cinese allargò le pupille.
Il ragno fu per un attimo un felino.
Il suo locale sembrò per un attimo il tronco enorme di un vegetale, scavato all’interno, non privo di liane e filamenti interni, colossale, quasi fossile, un vegetale percorso da insettini occidentali pullulanti. La coscienza dorme nel regno vegetale, sogna in quello animale e inizia a risvegliarsi nel regno umano: nel regno cinese, la coscienza si sveglia definitivamente.
Lui è qui per lavorare al Regno Cinese.
Quelli delle Società Segrete, che emanano il Partito, gli hanno consegnato chiavi in mano l’Europa.
Lui è il Mandarino di Domani. Nessuno lo sa.
Tutto procede nei tempi e nei modi previsti. Questa è la fisiologia del Gotha.
Per gli occidentali, nei monumenti del benessere l’età si annida come una malattia trascurata. Per l’occidente, questa è l’Età dell’Ottone: finiranno per lucidarlo come i domestici stipendiati in nero.
Tutto procede. Il Piano è preciso nei dettagli, nelle fasi, negli snodi, nelle varianti.
L’affare “Carne fresca” procede al meglio.
Grazie alla Carne fresca, lui ha brandito un’appendice dell’immane serpente del denaro.
L’invasione silenziosa è più profonda di quanto possano immaginare.
Ha piazzato esseri devianti nei posti cardinali. E’ protetto. Nulla lo toccherà. E’ come i re: non toccano nulla, nemmeno le porte dei cessi.
Viviamo per fare crollare i re, ma i re vivono per fare crollare noi.
Il cielo è una meta che sta sotto la terra, a tremilaseicento metri di profondità sotto l’Antartide.
L’Europa è lo zero di Kelvin.
La Cina è l’Europa.
Domani tutto questo sarà vero.

Squilla il cellulare. Si aziona a voce, non c’è necessità di premere alcun tasto: i re non toccano i cellulari.
E’ sua moglie.
Sta invecchiando e ne ha paura. Si capisce: è occidentale. Lui l’ha sposata per interesse e morbosità. Lei, l’ex vedova di lusso, deteneva l’eredità fondamentale, l’ultimo tassello di un mosaico che la Cina compone da millenni. Lei è l’epitelio di ghiaccio dell’iceberg della storia, lo strato ultimo – e lo sa. E’ perversa e morbosa come tutte le regine. L’ha sposata per convenienza e ordine politico, ma gli piace. Gli piace: è anche lei una divoratrice.
Lei lo chiama.
Vuole carne fresca.
Lui le chiede: di Kobe?
Lei ride.
Sta invecchiando e più invecchia diventa morbosa. Ripete: voglio carne fresca.
Lui risponde: ho un’idea, te la porto a casa impacchettata.
Lei chiude la comunicazione.

In quel momento si apre l’unica porta che introduce al salone circolare sotto il pavimento Tao del China Down. La porta d’oro: davvero, è oro.
La porta si apre.
Scortato, entra un uomo.
E’ un occidentale.
E’ l’ex agente Cia James Cameron.
Il re cinese sorride come una bambola di ceramica.
Il re cinese dice: “Accomodati, fratello”.

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