Antonio Riccardi: “Cosmo più servizi”, un saggio-labirinto

 

Il 10 di giugno dell’anno 2000, un sabato, alle 17, un’afa approssimativa induceva inerzia e disagio a Milano, città in cui, nella via Spartaco al civico 8, io incontrai un caro amico per assistere a una mostra allestita nell’allora prestigiosa sede della Fondazione Prada. Si trattava di un’esibizione dell’artista Marc Quinn, che consisteva anzitutto nell’introdurre gli spettatori in una Galleria delle Statue in ottavo. A differenza del celebre corridoio degli Uffizi, erano qui distribuiti in prossimità delle pareti otto corpi a grandezza reale, scolpiti in un marmo candido, tra cui mi pare di ricordare la celebre Selma Mustajbasic. Quinn non era ancora approdato alla forma dei Flesh paintings o tantomeno di Evolution. Le figure umane rappresentavano corpi monchi, raffiguravano disabilità, includevano pacatezza neoclassica in un’oscenità svuotata del dolore. Io e l’amico, che lievemente claudicava per via di un’infiammazione tendinea dovuta all’utilizzo persistente di certe calzature scamosciate, superammo lo schieramento di quei marmi forse grossolani, riflettendo sull’indistinguibilità nel contemporaneo tra grossolanità e raffinatezza, tra speculum e figura, tra superficie e superficie. Svoltando a sinistra fummo introdotti nella seconda sala della mostra. Qui, a dire il vero in uno spazio troppo ristretto per apprezzarne l’aura e la pressione psichica, stava l’installazione Garden: una vetrina parallelepipeda raggelata con un circuito raffreddante, alta più di tre metri e larga più che dodici e profonda cinque, che in sé custodiva in sonno criogenico una miriade di vegetali, sotto silicone. Osservai il pallore dilagare nel volto del mio amico, la sua cifra nervosa esprimersi con rari tremiti nelle posture, una delle mani che sistemava gli occhiali secondo certi standard comportamentali, a significare che questa installazione lo interessava. Pronunciò poche frettolose parole a commento dell’opera di Quinn, tra cui: “alchimia”. Intendeva, lo sapevo, in senso letterale, ammesso che un senso letterale l’abbia, questo ambiguo sostantivo. Avvertii in lui, insieme al suo interesse, crescere una forma di diniego a fronte dello scabroso, il ritrarsi davanti allo sciabordare di un’onda panica, capace di azzerare le gerarchie e le geografie a cui ci si è dedicati con ardore freddo e a cui si è lavorato con minuziosa devozione. La sua giacca scamosciata veniva afferrata dalla sinistra essangue ad altezza del bavero. Il mancamento di senso che colpisce il fare o il lavorare o il costruire – qual è la reazione più assennata e glaciale di fronte a questo scempio? Forse queste aggressioni alla pazienza, queste guerre nemmeno più tumultuose al mistero che pervade il fenomeno, queste impotenze esibite in faccia alla potenza che qualunque arte ha tentato di intercettare e veicolare – forse questi disfacimenti privi di regola, ammiccanti e che credono di essere seducenti, meritano una vendetta: in qualche senso gelida anch’essa, quindi nipponica, o perlomeno marziale. Si tratta di superare e, forse, di trascendere la forma disagevole e nichilista, incapace di arginare il disordine delle acque e gli sprechi dissennati che l’universo perpetra in oscure, distanti regioni…
Mi sono dilungato su questo aneddoto perché, a distanza di anni, qualcuno ha vendicato l’affronto supponente con cui Garden di Quinn si presentava all’assalto non dell’arte, ma del sistema artistico del suo tempo. A compiere in modo raffinato questo rito vindice è Antonio Riccardi, con la pubblicazione di un ibrido narrativo e filosofico e poetico, “Cosmo più servizi” (edito da Sellerio). Il titolo completo è in verità: “Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami cimiteri e vecchie zie rimaste signorine”. Un tempo alcuni avrebbero definito “prezioso” questo libro. Già una simile osservazione esprime con precisione quanto fu orrendo quel tempo. Prezioso, questo libro, lo è; ma il senso è altro. Di cosa si tratta, dunque? Per conoscerne materia e profilo, è utile un’occhiata alla scheda editoriale: http://bit.ly/1pCRJfJ. E’ molto bella anche l’intervista dell’autore a Fahrenheit: http://bit.ly/1pCRBwS.
E’ un ibrido totale, come qualunque opera d’arte, la quale non è fatta di un’unica materia, non si regge su un’unico genere, non accade un’unica volta e non appartiene a nessuno o a niente. “Cosmo più servizi” è un ibrido anche dal punto di vista degli stili del tempo. Formalmente e per certi versi è un trattato settecentesco (direi: francese) e per certi versi una variazione seicentesca, una convocazione della civiltà occidentale ottocentesca e una progressione di stampo novecentesco. In sé, è un puro libro del ventunesimo secolo.
A parte la volutamente eccessiva premessa aneddotica, sono costretto a produrre su questo libro un ragionamento approssimativo, vista la natura dello spazio in cui tento di svolgerlo. E’ imbarazzante per me, perché dovrei distendere la descrizione di questo oggetto con falcate mentali ampie, intorno a un esercizio di attenzione che la splendida e insidiosa prosa di Riccardi esige e, volente o nolente il lettore, con lieve tirannide induce. Ci sarebbe da scrivere tanto su un libro che a prima vista parrebbe un intrico molto strutturato di testimonianze culminate in emblemi. C’è qui, forte, fortissima, una poetica che è una metafisica “qualificata”. Ci sarà tempo, in altri modi, per pronunciare che missa est e in questo testo ci ritroviamo, comunità di sparuti, piccoli ammiratori di un perpetuo mistero.
Va tenuto presente, anzitutto, che l’autore è un poeta e un poeta abbastanza centrale nella nostra scena, attuale e italiana. Perfino affrontando il labirinto, la sua consapevolezza sarà di ordine poetico. Si tratta infatti di un saggio labirintico nel senso più mitico del termine: non c’è qui via di uscita e c’è sempre via di uscita. Tale rapporto tra fuoriuscita e contenimento è anzitutto interno al testo (e, quindi, all’individuo che lo scrive e a quello che lo legge). Si danno qui un’intimità e un’esternazione, un dentro e un fuori, che stipulano la necessità di una corrispondenza perfetta tra interno ed esterno nella propria psicologia. Intendo che sarà necessario ripercorrere la propria formazione, confrontarsi e collimare con i movimenti millimetrici che l’autore imprime alla sua materia, ai suoi articolati saperi, ai pozzi artesiani di scienza che negli anni ha acquisito e reso più profondi con un lavoro paziente e monastico.
E’ un libro grave. Intrattiene una sorta di feeling (e nell’àmbito semantico di questo esotismo si gioca una sfida lirica molto importante) con il memorabile, inteso in quanto vita da sempre morta. La collazione è collezione: un artificio, certo, però un artificio umano, in cui la narrazione conduce a esiti assoluti. Ci si ferma un passo prima della pratica metafisica, in un’ascesi oggettuale e spirituale, condotta in forza di un sentimento al contempo raggelante e fecondo, sempre rinnovato, dei saperi e della finzione, come esigenza psichica di senso dell’apparizione umana sul pianeta Terra. Tutto è in “Cosmo più servizi” assolutamente psichico e non psicologico, anche se sempre viene sollevata una barriera di discrezione su ciò che è personale. Personale sì, ma non individuale, poiché qui individuo è identico ad assoluto: è l’assolutezza del topico, un ring in cui viene giocato l’incontro di lotta immobile, come in certe gare di arti marziali. Si coltiva tale sensazione di immobilità che rappresenta ogni dinamismo possibile. La vita o, meglio, le vite tutte fanno perno su un nucleo allegorico che paventa e certifica un’imminenza continua, senza requie ma con reliquie, e ogni reliquia testimonia della requie e ogni requie è tutto: movimento, stasi e inframmezzo esistenziale. La “poetica delle reliquie” inquieta e tale inquietudine è un brivido umano che rende conto, come può, di un mistero fittissimo e incoercibile, clamoroso in un murmure silenzio, meccanico come meccanica è la circolazione del sangue attraverso la sede cardiaca che lo tempera nel calore e nel gradiente glaciale, azzittendo le proteste del flegma e inducendo una flemma impassibile ma attenta, sempre attenta, continuamente attenta: è la “veglia interna”.
Fa impressione notare come, in un arco di tempo che oggi pochi considerano tale, la narrazione autentica sia stata demandata alla responsabilità dei poeti. Molto concretamente: non c’è una narrazione più aperta e perturbante di quella che, con i loro testi, hanno consegnato alla lingua e letteratura italiane alcuni poeti, tra cui lo stesso Antonio Riccardi, che in “Cosmo più servizi”, in un modo estremamente diverso e e con differente potenza rispetto alla poesia di cui è autore, mette in scena la scena muta, dove sinistramente brillano in una luce spettrale tutti i racconti, resi cristallo e pietra dallo sguardo di Medusa della storia storica e metastorica, cioè dal fenomeno umano. E’ quindi come un’estensione cognitiva e sentimentale della poetica che Riccardi ha espresso da subito e una volta per tutte con il suo capolavoro “Il profitto domestico”, a cui qui aggiunge, poiché la prosa è di necessità meno intensa della poesia, una vibrazione di incertezza per l’appunto “personale”, sorta di tasca dell’esistenza dove si fanno i conti con la propria egoità e dove si toccano i piccoli misteri dell’io. Diorami, maschere funebri, dipinti, architetture, immaginari coagulati e infine solidificati per sempre in teche, ossa, oggettini che trattengono grammi di tabacco e microingranaggi, bambole secentesche, tassidermie, rosòlii, oritteropi e tutta Brasilia: la lista è infinita e non lo è, in quanto è più indefinita che infinita, l’acribia del catalogatore è l’unica strenua avventura che fa corrispondere la scoperta antartica alla conservazione della minima memoria da parte di un’avuncola. Il gesto è dunque assoluto, così come lo sguardo. E’ un’interezza ontologica coincidente con la sua espressione totale estetica – si gioca qui nella rima che frattura il tutto con il nulla. Non c’entra il crepuscolare, poiché qui si misurano i gradi e le convoluzioni delle tempeste solari, identiche a quelle geologiche che, nei millenni, fruttano un geomorfismo in cui la chimica minerale è uguale a quella organica. Tutto ciò esprime un sentimento energetico del mondo, uno spazio alchemico dove cade tutto, come in una Stonehange ubiqua ab aeterno: cade la parola (e quindi la frase e quindi il verso e quindi la struttura e quindi il libro e quindi la forma e quindi la lettura ovvero la percezione…) e cade l’azione. Parola e azione cadono, ma concorrono alla descrizione del consolidamento o della fluidificazione di un’energia, dalla concrezione fino alla sparizione subatomica. Questo è il culto della penultimità: enuncia implicitamente che l’ultimità è ben altra cosa. Si tratta di un momento assoluto della composizione artistica: la necessarissima testimonianza, che conosce l’indifferenza con cui viene assunta dalla storia, e però continua a testimoniare. Mi pare l’unica prospettiva (non l’unica poetica, sia chiaro, anche se la sento tanto tanto vicina al mio “personale”) con cui uno scrittore possa guardare al mondo e tentare di stare prossimo alla presenza di senso.
Questo saggio andrebbe letto e riletto da chiunque nutra, non si sa perché, la sconsiderata ambizione e di scrivere davvero. E’ “Il bosco sacro” eliotiano di Riccardi.
Oggi, più che mai, superata una certa mente umanistica, il tempo esprime nitidamente l’elemento umanistico, e “Cosmo più servizi” non è che una delle molte manifestazioni del tempo nel tempo, una conchiglia in cui risuona la totalità dei mari, dagli oceani ai laghetti aziendali (che sono mari), dall’Egeo al Bacino di Canberra, verso il poema assoluto, che non è testo cosa forma lingua cosmo o servizio.

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Mario Benedetti: una poesia da “Il cielo per sempre”


Nel novembre 1989, tre anni prima di conoscere personalmente Mario Benedetti, mentre stavo in una microcomunità poetica milanese che editava la rivista “Schema” e, con essa, alcuni rari smilzi libri, fu pubblicato tra questi “Il cielo per sempre”, appunto di Mario Benedetti, con una nota di Marco Lodoli. Si trattò di un testo piuttosto decisivo: Da quel libro è tratta l’immagine qui allegata. Si poteva cogliere in quel libro, come sarebbe poi emerso con patente e inconfutabile evidenza in “Umana gloria” e ancor più in “Pitture nere su carta”, un passaggio tra lirico e nonlirico, che con molta difficoltà in questi anni ho cercato di definire “tragico”. Il “tragico” di Mario Benedetti sussume l’interezza della nozione stilistica per come a fine Ottocento e nel Novecento è stata elaborata ed espressa nella poesia italiana, però tende a una prosa che non è semplicemente prosa poetica, così come narra non essendo narrativa – e, se ci si pensa, queste funzioni sono proprie della tragedia greca classica, forse il riferimento più remoto rispetto alla formazione di Mario Benedetti ma a mio avviso il più preciso. Lo “zero” del tragico, come viene definito da Holderlin, il quale è invece un riferimento molto prossimo di Mario Benedetti, ha un suo corrispettivo in una certa acribia, la quale altro non è che un rappresentante psichico e formale dell’intensità. Poiché non leggo la poesia attraverso l’insieme delle caratteristiche psicologiche di un poeta, però certo non immagino nemmeno che la si possa leggere al di fuori della sua potenza psichica (questo è un punto che vorrei tanto discutere con interlocutori interessati), vorrei osservare come l’assenza di rilasciamento che governa l’imperfezione perfettissima di questa poesia già prelude a un passaggio molto importante, per chi ha a cuore l’evoluzione della letteratura italiana. Tale passaggio è la decentralizzazione finale (ovvio che sia sempre semifinale, ma è finale nel momento topico in cui avviene nel testo in se stesso) dello stile. E ciò perché va a decentralizzarsi (già adesso si vede come si decentralizza) una certa mente umana, che abbiamo definito umanistica, tende a decentralizzarsi, mentre si apre un’infinitudine abissale, e che sarà abissalmente percorsa grazie a forme forse non testuali in senso generico. L’orizzonte è la mente e non una mente. Non ci sarà nulla da cui difendersi, non ci sarà nulla da attaccare, non ci sarà conflitto in questa fase enorme, in cui vanno frantumate le colonne d’ercole del testo come modalità di lettura del mondo. Già qui la percezione sembra sfondata, mentre è sfondata la ricezione della percezione, la sua iniziale interpretazione, il suo collocamento in testo. La poesia di Mario Benedetti, in questo senso, è oltre l’analogico, distrugge l’esistenza stessa di ciò che è analogo a. La poesia di Mario Benedetti è anagogica, secondo il dettame dantesco. L’indifferenza tra poema, poemetto, elegia, composizione lirica, trenodia – questa santa oltranza è la sua cifra ed è grandissima poesia in quanto è la cifra di tutti, che chiamava un’attenzione e quest’attenzione è stata data, dall’arte, dalla poesia anche e da questo poeta anche.

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Una poesia autografa di Mario Benedetti


Una poesia autografa di Mario Benedetti: è la quarta di copertina di “Pitture nere su carta”, edito da Mondadori nella collana Lo Specchio, nel 2008. Il testo, che nel libro ha come esergo “physical dimensions”, è questo:

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.

L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.

Qui.
Oh.

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Promesse poetiche già mantenute: Damiano Scaramella

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“Il mondo della poesia”, inteso come scena, quindi anche attoriale, in cui si incrociano quei visionari linguistici che sono i poeti, almeno in Italia, non esiste e forse è un bene. Esiste un paesaggio estremamente frastagliato, sociologicamente secondario, terziario forse, dove un presente che dura da una ventina d’anni si dà quale canone di riferimento: nomi transeunti, via via evaporati senza lasciare deposito salino, lingue inesistenti, tradizioni non assimilate e dunque mai trascescese, combriccole cattoliche o laiciste, con la loro spuma di metafisica mal compresa, i versi che non lo sono, sicche uno a quarantacinque anni verifica che forse davvero ha sbagliato tutto, ha sbagliato a non amare Auden che osservava: “Fare versi liberi è come giocare a tennis senza rete”. Queste genti, che non sanno, sono intente ad ammirare il proprio ombelico, molto stretto e per nulla bellissimo. A latere, nessun critico, nessun teorico. I grandi vecchi hanno al massimo sessant’anni e fanno volontariato, delusi e drammaticamente intristiti da questa involuzione che si paventava, e però non la si paventava così meno che radicale, priva appunto di una radicalità, di un segno, di un gesto, di un urlo.
L’osservatore che si trovasse, per caso o per diletto o per necessità, a solcare questa arena periferica, in terra battuta e poliesteri, osserva i gonfiori di una razza momentaneamente estinta eppure che è lì, cammina, discetta, un po’ come i filosofi tedeschi secondo i Monty Python, che lasciano il pallone a metà campo e pensano come si debba e possa giocare a calcio, visto che si trovano ad affrontare i filosofi greci in un incontro di football: dovrebbero dedurre le regole, ma non ci riescono per parecchio, ci si acconteterebbe anche di un Kant che muovesse il pallone e segnasse un autogol: già sarebbe qualcosa… Ho più volte enunciato la personale sensazione di avvilimento che questa “scena” mi commina ogni volta che ci penso, ogni volta che scruto tra i versi. Traggo predilezioni per via di competenze altrui incalcolabili e altissime. Non è che sta messa male, la poesia italiana, dagli ottantenni ai quarantenni – ma dopo già diluvia. Disporre di Milo De Angelis, Patrizia Valduga, Franco Loi, Nanni Balestrini, Mario Benedetti, Maurizio Cucchi, Antonio Riccardi, Aldo Nove, Umberto Fiori, Andrea Ponso, Marco Giovenale e altri, essendo da pochissimo deceduti Zanzotto e Sanguineti e Giudici – è un privilegio: ecco una falange che assicura un farsi della lingua poetica, un’immagineria potente, un metabolismo della tradizione e un’avanguardia di sguardi e balbuzie che esprimono una giustezza, una misura aurea spesso violata secondo ulteriori oltranze. E dopo? Si piomba in una sorta di caos calmo, di fantasticheria da strano metalivello, un metalivello che fa della minuta vita vissuta male l’unico criterio epistemologico e morale e, quindi, linguistico. Continua a leggere “Promesse poetiche già mantenute: Damiano Scaramella”

Milo De Angelis, “Millimetri”: la postfazione di Aldo Nove e Giuseppe Genna

E’ in tutte le librerie Millimetri di Milo De Angelis, riedito da il Saggiatore nella collana le Silerchie a 30 anni dalla prima pubblicazione, nella bianca Einaudi. Qui la scheda del libro. A seguire, la postfazione al libro di De Angelis, firmata da Aldo Nove e Giuseppe Genna.

Millimetri: postfazione

di ALDO NOVE e GIUSEPPE GENNA

 

millimetri_deangelisQuando ho aperto per la prima volta Millimetri mi si è spalancato un mondo incomprensibile, ma di quel mondo avevo memoria. Ero un neonato che si guardava attorno. C’era solo il dovere arcaico di entrare in quel mondo, così come per ogni neonato. Avevo sedici anni anni ed è stata l’esperienza più forte che la poesia mi ha regalato. Leggevo quelle parole oscure ma necessarie ad alta voce sul pullman, al mattino presto, andando al liceo. Altri ragazzi ascoltavano. Alcuni ridevano, altri scuotevano la testa, qualcuno restava ammutolito. Poi c’era chi ripeteva i versi che leggevo, diceva che erano pazzeschi, che la poesia è una cosa pazzesca.

 

Era l’esperienza di un campo di forze mai sperimentato prima da me. Conoscevo la tradizione approssimativamente, però in modo sufficiente da essere consapevole che venivo spinto verso voltaggi nuovi e antichissimi. La giunzione del tempo, in Millimetri, avviene per mutismi che non certificano un’impotenza del linguaggio – accade invece l’opposto. Erano anni di psicoanalisi ancora, però a nessun poeta o critico venne in mente di correlare alla poesia di Milo De Angelis l’operazione di una discesa nelle correnti telluriche dell’inconscio, questa sentina di fantasie livide che ha segnato certo Novecento. Non si possono accostare questi versi pensando a una scrittura automatica surrealista, come se fossero fenditure attraversate da fantasmi. C’è al contempo il cosmico e l’interiore, misteriosamente compresenti. Io stavo in quei flutti bui, venivo definendomi alla luce e all’oscurità di quelle immagini contemporanee e prive di tempo. La letteratura vivente si presenta con i crismi dell’indefinibile e del perentorio. Entravo nella mia vita grazie a quella poesia.

 

Raramente la poesia può permettersi di gareggiare con l’esperienza. Millimetri è un’esperienza di lettura che diventa vita subito, bruciando lì perché della vita ha la stessa asprezza che nulla ha a che fare con il realismo, con qualsivoglia realismo. Se il realismo può cercare (senza ovviamente mai riuscirci) di porsi in modo mimetico nei confronti della vita, questi versi ne veicolano l’oscuro pulsare, l’essere nell’altrove di ogni giorno. Il mistero della consistenza dei sassi, il rapporto con i morti, il gusto della pizza. C’è qualcosa di ineffabile e osceno, di mistico e spaventosamente superficiale nell’elenco delle cose che messe assieme compongono la nostra esistenza. Milo De Angelis nel 1983 ha mostrato a molti le giunture di questo elenco, andando a capo “a caso” apparentemente, facendolo invece sempre secondo il Caso che domina la poesia di Lucrezio, che De Angelis ha tradotto stupendamente. L’aleatorio come scienza empirica e già data, il rumore delle parole che è sostanza (“Ciò che sussiste per se medesimo; Materia di cui è formato un corpo, ed in virtù della quale esso ha proprietà particolari; Ciò che vi è di essenziale, di nutriente e di succoso in qualche cosa; Somma, Ristretto di una cosa”, Ottorino Pianigiani, Dizionario etimologico della Lingua Italiana, 1907, Albrighi & Segati Ed.)

 

La potenza dei versi di Millimetri è riconosciuta da Milo De Angelis in più interviste e non ha smesso di permanere, radiazione di fondo e quarta forza che si impone con lo spazio della sua inabitabilità. Sono apici che manifestano un ambiente in cui ogni vita poteva avere inizio e manifestare la sua fine senza preoccupazioni per il teatro del mondo. C’è molta corrispondenza con certo pop degli anni in cui sono cresciuto io – una corrispondenza sorprendente, isotopi della stessa sostanza: nella musica dei Kraftwerk, in certo cinema di Lynch, nella pittura consegnatami da Mark Rothko. Sembrerebbe inadatto accostare versi di poesie con prospettive che criticamente sono considerate esotiche. Tuttavia scatta un cortocircuito che lascia attoniti tra quelle opere e i versi di De Angelis, se solo si pensa che, a parte la critica costretta a un mutismo dal salto quantico praticato con Millimetri, il passaggio che più ha conquistato i moltissimi lettori di quella raccolta è: “In noi giungerà l’universo, | quel silenzio frontale dove eravamo | già stati”. E’ una sostanza cosmica che costituisce il portato della cultura e dell’arte di questi ultimi decenni: ciò che è stato e sarà lo sperimentale.

 

“Ciò che è stato compreso non esiste più” ha scritto Paul Eluard. Millimetri di Milo De Angelis è un libro che non verrà mai capito del tutto e quindi esisterà sempre. Ma la sua compattezza ha delle crepe, e in quelle crepe il senso cade ed emerge di continuo e così il lettore, che procede per illuminazioni e oscurità simultanee, impossibili. Tanta poesia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta si è compiaciuta della propria oscurità. Qua non c’è nessun compiacimento. Il limite è estremo e reale, mette in gioco tutto. La poesia di Millimetri spinge oltre la poesia, come la Nottola di Minerva prende il volo e non si sa dove arriverà ma prende il volo e ci strappa da noi.

 

Procede testualmente, De Angelis, in una diminuzione delle referenze, che restano tuttavia incancellabili, portando implicito un assalto ai limiti della lingua, secondo il canone dantesco, “transumanar significar | per verba non si porìa”. E così in Millimetri si legge per esempio “Prendete allora | ciò che nel devo si inarca”, laddove si rende manifesta una poetica delle potenze che sfuggono al nome, che sostanziano il nome, correnti di senso che forse soltanto nelle pietre mute hanno un emblema accettabile. E però non c’è emblema, non c’è simbolo, non c’è allegoria, non c’è retorica in questa poesia tutt’altro che oracolare, tutt’altro che spettacolare. Essa pratica una spinta su chi legge, una iniziazione nel silenzio, un turbamento nell’assolutezza della cecità e dell’atto, una macula primaria che fa vibrare e differenzia lo stato iniziale, che è sempre il “non sapere”. Sono evitate le grammatiche del sapere, come accade nella poesia novecentesca, quel Parnaso che include Beckett, Eliot, Celan, Wallace Stevens. “In questa | giuria, voi, travi e | pupille rideste”. Trave, pupilla, giuria, noi siamo diventati in questa poesia e la benediciamo con l’amore che ci ha dato.

 

 

Gottfried Benn: “Quaternario”

La poesia come forza di eversione contro l’espressionismo e il positivismo scientista: Gottfried Benn affida a versi e visioni acuminati e allucinati il sentimento di un mondo in cui la materia e la forza vitale corroborano a vicenda l’azione dell’altro polo, portando alle estreme conseguenze la furia romantica con cui lo sguardo di una civiltà aveva plasmato il mondo. Come osserva François Orsini, per il poeta Benn l’Espressionismo non è che la versione, la variante tedesca di un movimento d’avanguardia comune a tutta l’Europa e che si è chiamato altrove Cubismo o Futurismo, che conduce un passo oltre l’angoscia del nulla la coscienza umana, incaricata di fare fronte al crollo e alla crisi di inizio Novecento: “Immensi cervelli si piegano…”.

QUATERNARIO
di GOTTFRIED BENN

I mondi s’imbevono e bevono
ebrezza per nuovo spazio
e i quaternari sprofondano
il sogno tolemaico.

Rovine, roghi, disfatte —
in tossiche sfere, fredda,
qualche anima stigia,
sola, sublime, antica.

II.

Lascia che sorgano e scendano,
i cicli, che prorompano:
antichi sfingi, violini
e una porta di Babilonia,
un jazz di Rio del Grande,
una preghiera e uno swing —
a fuochi calanti, dal margine,
dove ogni cosa si incenerisce.
Tagliai la gola agli agnelli
e la fossa colmai di sangue,
le ombre vennero e qui si trovarono
— io bene intesi —,
ognuna bevve e narrava di spada
e caduta e chiedeva,
tra loro anche donne piangevano,
spose del toro e del cigno.

Cicli quaternari — scene,
ma nessuna ti dà la certezza
se l’ultima cosa sia il pianto
o l’ultima cosa il piacere
o ambedue un arcobaleno
che frange alcuni colori,
riflesso oppure menzogna —
tu non lo sai, non lo sai.

III.

Immensi cervelli si piegano
sul loro come e quando e vedono disfarsi la tela che il vecchio ragno ha filato, con palpi ovunque protesi verso ogni cosa che muore i loro nuclei si nutrono il mondo concettuale.

Uno dei sogni di dio
guardò e conobbe se stesso,
sguardi di gioco, di scherno
del vecchio filatore, poi raccoglie asfodeli
e scende verso lo Stige —
che gli ultimi si affliggano,
facciano pure la Storia —
giorno di tutti i morti —
Fin du tout.

Sandro Penna: poesie (e una nota di Cesare Garboli)

di CESARE GARBOLI
La poesia di Sandro Penna (qui a fianco in una foto del 1974, ndr) è fatta del ricordo di cose presenti, nasce dalla vicinanza e dalla lontananza, dal dilatarsi e accorciarsi gommoso di sensazioni che appartengono a un presente che è sempre già passato e a un passato fulmineo e istantaneo come il presente. Così la pendolarità di felicità e frustrazione trova un correlativo immediato nella fatalità meteorologica, e nel rapporto tòpico (che è una specie di spago col quale Penna cuce moltissime delle sue poesie) interno/esterno, ambiente chiuso e plein air. Mentre tutto il sistema penniano ruota intorno a una solarità che fa pensare a uno stupore da primitivo («sole» è parola-tema di Penna, le estensioni meteorologicamente metonimiche dell’oscurità (sera, notte, luna, stelle, pioggia, nubi) si fanno carico dell’interiorità con cui la vita si ritira nell’ombra dopo le «solari gesta» e le «solari prodezze» del giorno, e rinuncia a se stessa per il bisogno non meno vitale di ricontemplarsi e di ricordarsi.

Penna si è fatto interprete non della novità del linguaggio poetico italiano del Novecento, ma – che non è meno importante – del suo destino di putrefazione. Ci sono poeti di tale forza innovatrice da cambiare quasi di colpo i codici costituiti; e ci sono poeti inamovibili dall’antichità, così fedeli alla tradizione da scenderne giù come le pecore dai tratturi. Penna è poeta di questa razza; poeta di registro linguistico piccolo-borghese, dannunziano e pascoliano, inesplicabile in un secolo che ha fatto del linguaggio uno strumento non di lode, ma di concorrenza col mondo. Uno dei motivi che hanno tenuto Penna lontano dai centri di maggior traffico della cultura italiana negli ultimi cinquant’anni, è stata la sua disappartenenza al moderno, la sua natura, in contrasto con la sua psicologia, di epigono, di poeta sopravvissuto. Il fatto è che le radici di Penna si perdono poi così lontano da elevare la potenza del suo italiano qualunque e da trasformare lo scintillio moribondo in un valore storico, in una contraddizione occulta e predestinata come una malattia. La poesia di Penna presuppone il grande serbatoio pascoliano – «ascolto i miei pensieri / piegarsi sotto il vento occidentale» – e nasce dall’oscuro nesso vita-sogno, da perdite di memoria e pronti rimedi dannunziani di stile panico («Nel cuore è quasi un urlo / di gioia. E tutto è calmo»). Ma Penna non fa mai ricordare i modelli. Penna trascrive direttamente dal vissuto, riducendo a pochi suoni inimitabili una tastiera letteraria fatta di combinazioni miracolose di grazia visiva, pennello impressionista, traduzione «greca», stile narrativo, canzonetta sentimentale. Ricchissimo il movimento emotivo, in pendolo tra la meraviglia di vivere e il confuso dolore da piede gonfio; e mobilissima la variabilità, la temperatura, l’intonazione, sempre in equilibrio fra lo stupore onirico, la battuta gnomica, il tono fatale, il sottinteso ironico, e soprattutto il decreto di legge esistenziale da idolo impenetrabile col volto pieno di rughe. Penna è poeta molto chic; col passare degli anni, ha poi sostituito a linee musicali di una certa evanescenza una franchezza ritmica che si esalta nella precisione di segno degli «appunti», nella semplicità oracolare, per così dire, del distico e della quartina.

Sandro Penna: Poesie

 

Sole con luna, mare con foreste,
tutt’insieme baciare in una bocca.
Ma il ragazzo non sa. Corre a una porta
di triste luce. E la sua bocca è morta.

 

***

 

O mia vita felice cui confido
ogni mia dolce pazzia solitaria.
***

Le nere scale della mia taverna

tu discendi tutto intriso di vento.
I bei capelli caduti tu hai
sugli occhi vivi in un mio firmamento
remoto.
Nella fumosa taverna
ora è l’odore del porto e del vento.
Libero vento che modella i corpi
e muove il passo ai bianchi marinai.

 

***

 

Era l’alba su i colli, e gli animali 
Era l’alba su i colli, e gli animali
ridavano alla terra i calmi occhi.
Io tornavo alla casa di mia madre.
Il treno dondolava i miei sbadigli
acerbi. E il primo vento era si l’erbe.

Altissimo e confuso, il paradiso
della mia vita non aveva ancora
volto. Ma l’ospite alla terra, nuovo,
già chiedeva l’amore, inginocchiato.

Cadeva la preghiera nella chiusa
casa entro odori di libri di scuola.
Navigavano al vespero felici
gridi di uccelli nel mio cielo d’ansia.
***

 

Quando tornai al mare di una volta 

Quando tornai al mare di una volta,
nella sera fra i caldi viali
ricercavo i compagni di allora…

Come un lupo impazzito odoravo
la calda ombra fra le case. L’odore
antico e vuoto mi cacciava all’ampia
spiaggia sul mare aperto. Lì trovavo
l’amarezza più chiara e la mia ombra
lunare ferma su l’antico odore.
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Ero solo e seduto. La mia storia 
Ero solo e seduto. La mia storia
appoggiavo a una chiesa senza nome.
Qualche figura entrò senza rumore,
senz’ombra sotto il cielo del meriggio.

Nude campane che la vostra storia
non raccontate mai con precisione.
In me si fabbricò tutto il meriggio
intorno ad una storia senza nome.
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Felice chi è diverso 
Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.
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Da “Una strana gioia di vivere”

XVII 
Cercando del mio male le radici
avevo corso tutta la città.

Gonfio di cibo e d’imbecillità
tranquillo te ne andavi dagli amici.
Ma Sandro Penna è intriso di una strana
gioia di vivere anche nel dolore.

Di se stesso e di te, con tanto amore,
stringe una sola età – e te allontana.
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XXVII

Come è bella la luna di dicembre
che guarda calma tramontare l’anno.
Mentre i treni si affannano
a quei fuochi stranissimi ella sorride.

 

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XXIX

Come è forte il rumore dell’alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

Pubblicato da Giuseppe Genna , Domenica 21 Dicembre 2003