Il nuovo thriller che racconta una nuova indagine per l’ispettore Lopez: intelligence, criminalità, crimine, teologia del complotto. Da oggi in tutte le librerie.

19 maggio 2026: è la data di uscita della nuova puntata nella saga nera e nella teologia del complotto di cui è protagonista Guido Lopez, ispettore presso la questura milanese: L’uomo che non doveva tornare, edito da Feltrinelli (è acquistabile su Amazon a questo link).
Ecco il testo della premessa da cui parte la nuova, vasta e stratificata cospirazione a cui Lopez è destinato – forse la decisiva, la finale, prima del salto di specie.
“Fammi sapere se desideri perfezionare”
ChatGPT, sessione del 12.2.2026
“Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili. Dio nessuno l’ha mai visto. Si è rivolto a noi, è uscito da sé. Il Figlio ne è diventato l’esegesi, il racconto vivo”
Omelia del Santo Padre Leone XIV, Robert Francis Prevost, 31.5.2025
Nota a premessa
L’ultima indagine di Guido Lopez a essere raccontata, ovvero Le teste, colloca l’ispettore a Milano a fine 2009. Sono trascorsi da allora diciassette anni, che, aumentando la velocità degli eventi storici, corrispondono a un’era geologica, sotto tutti i punti di vista. La storia si è messa a correre, scomposta e dannosa. Cos’era accaduto in quell’indagine del 2009? Al termine di una complessa ricerca, che identificava in Milano un centro di intelligence soprannominato “Occidente”, dismesso all’improvviso dall’agenzia USA che lo gestiva, quasi che l’epoca fosse radicalmente cambiata e gli Stati Uniti intendessero abbandonare a se stessa l’Europa – al termine di questa labirintica indagine, occorreva a Lopez un incidente grave, forse mortale. Colpito alla testa da un proiettile, finiva in coma.
L’assenza di Lopez dalle scene narrative del crime ha lasciato sospeso il dubbio: l’investigatore è mai uscito dal coma? Se sì, in quale modo? È sopravvissuto o non ce l’ha fatta?
Ad altezza 2026, con il mondo rivoluzionato e in pieno caos storico e internazionale, Milano, dove l’ispettore Lopez opera presso la Questura di via Fatebenefratelli, è tornata suo malgrado a essere un centro di forte interesse spionistico, in una nazione fondamentale nell’ordine geopolitico e in un continente sotto attacco, dopo una pandemia mondiale. Tutto è rivoluzionato.
In effetti si potrebbe vedere in Lopez un rivoluzionario di Stato.
Ecco la fine che ha fatto.
***
Anni prima
Il sole si oscurò. La luna non diede luce. Le stelle caddero dal cielo. Le potenze del cielo furono scosse.
Il corpo era steso per terra. Non si muoveva.
Dalla ferita, un buco profondo e nero, fuoriuscivano sangue e materia liquida, trasparente come acqua.
Le luci artificiali di tutto l’Occidente illuminavano il corpo a terra.
Dentro di lui, sopra apparve un segno, forse una luce, in fondo a un tunnel oscuro e verticale. Nelle tenebre, salendo, forse, un’uscita, una via di fuga, una volta ancora…
I paramedici e gli agenti, tutti i convenuti, non sapevano che fare. Quasi veniva da lasciare tutto così, tutto finito, il corpo morto a terra, e tornarsene a casa. Poi si scossero i soccorritori.
Gli altri se ne stavano lontano, osservando tutto ciò che accadeva.
Pressarono ritmicamente il petto, per rimettere in azione il cuore, nel punto dove l’anima fa pulsare tutto il corpo.
Il corpo fu avvolto da un lenzuolo, come si usa fare con i cadaveri.
Mentre tentavano il tutto per tutto era come se lo supplicassero: “Sàlvati!”, ma il cielo e la terra passano e anche le parole passano. Non servono a niente, le parole, non servono nessuno.
Lo distesero. La sala operatoria pareva intagliata nella roccia.
Sotto il lenzuolo, sistemato, il corpo appariva inerte e azzurro. Questo luogo sepolcrale fa paura. Le donne ebbero un brivido. Il primario eseguì l’intervento.
Bisogna patire tutto questo per entrare nella propria gloria?
Il danno cerebrale dipende dalla velocità del proiettile e non dalla sua massa.
La commozione cerebrale. I frammenti estratti. Il trauma penetrante. Lo sviluppo tardivo dell’ematoma. Foro di entrata. Foro di uscita.
Era notte fonda. Sotto le luci artificiali operarono per ore.
E poi più avanti, giorni e settimane, e mesi, e mesi, nella luce di un pomeriggio di fine estate che penetrava dal cortile, luce di oro nel tunnel a finestroni della corsia, le donne addette alla stanza si spaventarono, poiché videro sollevato il lenzuolo e il corpo non c’era più e uno disse loro: “Si è alzato, è andato” e le infermiere non ci credevano.
Un fantasma non ha carne e ossa e lui le ha. Mostrava le mani e i piedi con la pelle disidratata alla luce secca della corsia, il neon inquinava il sole maturo che penetrava dalle vetrate.
Il suo volto brillò come il neon e le sue vesti divennero sbiancate come per la candeggina. Gli sembrava di stare in disparte sopra un alto monte.
Sfolgorava per il pallore del lungodegente. Camminava prima del tempo. Anticipava i tempi. Era sempre stato così, nella vita non aveva fatto che questo. Chiudeva le faccende in questo modo: anticipando sempre il tempo. Prevedere il tempo. Lanciare profezie che non si avverano, ma qualche volta sì. Indagare. Attendere i frutti. L’investigazione richiede che il tempo maturi, come la pianta del fico stilla liquido che appiccica e allora manca poco all’estate. La colpa si ingrossa nel colpevole. La mosca della decomposizione lo infastidisce sulle pareti interne. Il complotto non vede l’ora che qualcuno lo sveli: solo così può essere riconosciuto e trionfare. Lui, con i complotti, aveva una certa familiarità, ci lavorava con i complotti e aveva perduto le facoltà proprio per quel lavoro. Che era poi capire quello che è stato scritto tutt’attorno nel mondo dalle cose e dalle persone. Il complotto è come una pagina da leggere, decifrare e tradurre. Leggi come se fosse vangelo e tutto seguirà: la dispersione, le fosse, le ceneri. I vivi con la colpa. Bisogna continuare a leggere e sciogliere il mistero.
Gli sembrò tutto al contrario. Se si cammina di giorno, non si inciampa, perché si vede la luce del mondo. Di notte si inciampa. La luce non è in lui. È giorno e inciampa. Non sta in piedi.
Tremante a scatti forti, scosso, come per epilessia, i muscoli rattrappiti dalla forza dell’inerzia e del tempo passato nel letto, che aveva fatto male a tutti gli organi, il cervello leso da restaurare, leso ma integro, che funziona, le lacrime appiccicose in cispe per lo sforzo, tenendosi alla barra di scorrimento in plastica alla parete, verso la porta di uscita, la fine del tunnel, incrociando le donne e tornando a sentire l’empietà di tutto e di tutti, fece passi su passi inciampando con il piede storto che non si raddrizzava.
Passi clinicamente impossibili secondo il parere degli esperti.
Eppure li fece e così, si disse prima del crollo e del tempo che gli stava franando addosso, è amara fisioterapia per ognuno di noi e questa è tutta l’esistenza, perché bisogna reimparare a fatica sempre, a volte finendo a piangere da soli per la rabbia e lo sconforto, nel buio di una stanza, senza mostrare le lacrime a chi ci è caro, e masticare e deglutire, quasi che fossimo colpevoli di un qualche reato, ma non abbiamo commesso nessuna colpa, dobbiamo reimparare ciò che una volta facevamo senza accorgerci, lievi e intatti, quando eravamo giovani e belli, poveri ed eterni – così, si disse, è essere vivi per miracolo. Per fare il miracolo di un’unica cosa.
Aprire la mente all’intelligenza di quello che è stato scritto.
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